La fine degli scioperi

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 03/09/1901

La fine degli scioperi

«La Stampa», 3 settembre 1901

 

 

 

Le recenti discussioni sugli scioperi hanno messo in chiaro questo principio: che essi sono un’arma a cui bisogna ricorrere solo in caso disperato e che in ogni modo occorre aver mente alle condizioni dell’industria e dei commerci per vedere se esse siano tali da rendere possibile e permanente un aumento nei salari od una diminuzione nelle ore di lavoro.

 

 

Sorge quindi spontanea la domanda: la scienza economica non possiede alcun mezzo per determinare quando sia consentito agli operai far richieste di aumento di salari e quando invece sia sconsigliabile?

 

 

Alla domanda si deve rispondere in senso affermativo. Esistono degli indici del movimento economico i quali permettono di predire, con una certa approssimazione, quali saranno le tendenze dei prezzi, dei profitti e dei salari in un prossimo avvenire. Si tratta in verità di indici che devono essere interpretati con molta cautela, e su cui è pericoloso fondare delle conclusioni troppo recise. Crediamo però utile, con queste avvertenze, esporre ai nostri lettori alcune fra le più importanti deduzioni che si possono ricavare dai detti indici. È un’indagine che ha una notevole importanza pratica rispetto alla condotta da tenersi in futuro da operai e da industriali.

 

 

Una prima legge, dimostrata vera non solo dalla scienza, ma accolta altresì da lunghissimo tempo dal buon senso popolare è questa: che gli anni buoni non sono destinati a durar eternamente, ma lasciano sempre il luogo ad anni cattivi. È l’antica storia biblica delle sette vacche grasse e delle sette vacche magre. Durante gli anni buoni gli operai possono lottare – magari cogli scioperi – per il miglioramento delle loro condizioni economiche, ed hanno fondato motivo di sperare vittoria, poiché i profitti aumentati consentono accresciuti salari. Durante gli anni cattivi i profitti diminuiscono, gli industriali scemano la loro domanda di lavoro, ed i salari diminuiscono. E contro la diminuzione spesso è vano lottare, poiché gli industriali preferiranno tenere le fabbriche chiuse. Tutt’al più alcune classi di operai più esperti potranno riuscire a mantenere intatto il loro tenor di vita. Pretendere aumenti è una chimera in siffatte condizioni e sarebbe pernicioso, poiché condurrebbe alla rovina dell’industria.

 

 

Tutto porta a credere che nel momento presente si sia già oltrepassato il punto che divide la curva ascendente degli anni buoni dalla curva discendente degli anni cattivi. Almeno quel punto lo si è già oltrepassato in Inghilterra che, per la sua condizione di intermediatrice dei più grossi affari finanziari e bancari, è la prima a risentire i contraccolpi delle vicende, prospere o disgraziate, dell’economia mondiale.

 

 

Il Labour Departement inglese, ossia l’Ufficio del lavoro, il quale registra e divulga tutti i più minuti dati relativi alle condizioni del lavoro, ha pubblicato alcuni giorni fa la statistica delle variazioni dei salari nel 1900. Orbene, da questa statistica risulta che negli ultimi quattro anni i lavoratori inglesi hanno ottenuto aumenti continui e crescenti di salario.

 

 

Nel 1897 ottennero un aumento di 45 mila sterline alla settimana; nel 1898 guadagnarono in più 95 mila sterline; nel 1899 sterline 115 mila; nel 1900, finalmente, 215 mila sterline. In tutto un aumento settimanale di salario di 470 mila lire sterline: ossia 12 milioni di lire italiane, circa un scellino (1 25 lire italiane) in più alla settimana per operaio occupato.

 

 

Tutto ciò era dovuto alla ondata di straordinaria prosperità che pervase tutte le industrie del mondo negli ultimi anni.

 

 

Ma colla fine del 1900 l’aspetto delle cose muta profondamente. Nella prima metà del 1901 infatti i casi in cui i salari furono aumentati superarono ancora i casi di diminuzione. Ma gli aumenti, benché più numerosi, furono piccoli e poco importanti; mentre le diminuzioni furono di notevole rilevanza. Cosicché in complesso i salari degli operai inglesi diminuirono di 30 mila lire alla settimana. È la prima volta che questo accade dopo il 1895; ed è il primo indizio che noi ci troviamo dinanzi al periodo delle vacche magre non solo per gli industriali, ma anche per gli operai.

 

 

Se si pone mente che l’Inghilterra è il primo paese dove cominciano i movimenti di rialzo o di ribasso, e se si nota ancora che quasi sempre, negli anni precedenti, dopo qualche tempo quei movimenti ebbero il loro contraccolpo in Francia, in Germania ed anche in Italia, si deve conchiudere che la reazione non possa aspettare molto a manifestarsi pure nel nostro Paese.

 

 

Né mancano altri argomenti per confortare codesta impressione. Chi scrive ha spiegato altre volte su queste colonne che cosa sieno i numeri indici. Basti ora ricordare che essi designano l’andamento generale dei prezzi delle merci. Quando i prezzi rialzano è segno che gli affari vanno bene in complesso, quando diminuiscono è segno che le cose si mettono poco bene.

 

 

Ecco ora i numeri indici dell’Economist, il più grande giornale finanziario che si pubblichi in Europa:

 

 

1900 fine marzo

2240

”  ” giugno

2211

”  ” settembre

2235

”  ” dicembre

2125

1901 ” marzo

2018

”  ” giugno

2007

”  ” agosto

1995

 

 

Decisamente, la tendenza degli affari non è buona. I prezzi che erano saliti sino al marzo 1900, in seguito sono continuamente scemati, dando origine a quelle diminuzioni di salari di cui prima si è parlato.

 

 

Si tratta di indici che non si riferiscono all’Italia; ma vi è ragione di credere che anche da noi le cose non vadano diversamente. È vero che le ditte e le società, le quali hanno chiuso il bilancio al 31 dicembre 1900, hanno in generale dato risultati brillantissimi; ma non è meno vero però che le società chiudenti il bilancio a fine giugno distribuiscono dei dividendi inferiori a quelli dell’anno precedente.

 

 

Tutto ciò ha una notevole significazione. Gli scioperi, legittimi, – nel senso economico della parola, – nel primo semestre del 1901, finché si trattava di sfruttare la buona situazione innegabilmente acquisita dall’industria negli anni decorsi, possono acquistare un carattere pernicioso per l’economia nazionale nel secondo semestre, quando già l’industria percorre la curva discendente della prosperità.

 

 

Che cosa si deve conchiudere dalle cose dette? Che ora, più che per lo innanzi, gli operai devono andar guardinghi nel decidersi per uno sciopero Una sospensione intempestiva del lavoro non farebbe altro che peggiorare le condizioni dell’industria ed indurre, se prima era in dubbio, l’imprenditore a risolversi a diminuire od a sospendere una lavorazione divenuta passiva.

 

 

È nell’interesse degli operai di non suscitare difficoltà agli imprenditori quando corrono tempi difficili. Perché in tal modo, coi suoi fondi di riserva, l’industriale può aspettare il ritorno dei tempi buoni e, quando questi vorranno, più facilmente condiscendere a nuove domande di aumenti di salari.

 

 

Le cose dette dimostrano che talvolta la scienza economica può riuscire utile a dare dei consigli pratici e ad additare la condotta migliore da seguire agli organizzatori delle masse operaie. Più servirebbe se da noi, come in Inghilterra, in Francia, in Isvizzera, in Germania e dappertutto, esistesse un Ufficio del lavoro il quale periodicamente pubblicasse notizie ed informazioni sullo stato dell’industria, sul mercato del lavoro, sulle variazioni del salario, ecc., ecc.

 

 

Si afferma che sia intenzione del Governo di istituire un siffatto Ufficio. Ma la somma assegnata (50,000 lire) è assolutamente insufficiente allo scopo ed appena bastevole per lo stipendio dei funzionari e per le spese correnti, senza alcun margine per le costose e dispendiose inchieste necessarie per ottenere qualche significante frutto dai quattrini spesi.

 

 

Frattanto, mentre si aspetta l’Ufficio del lavoro di là da venire, pare che si cerchino tutti i modi per togliere alla Direzione generale di statistica la possibilità di sopperire al vuoto che si lamentava più su. Le si lesinano i fondi, diguisaché le statistiche degli scioperi vengono pubblicate con un anno e mezzo di ritardo, quando cioè praticamente non servono più a nulla.

 

 

Si aggiunga che, dopo la nomina del Bodio a commissario generale dell’emigrazione, la Direzione generale della statistica fu affidata ad una persona che sarà magari un ottimo funzionario, ma che nessuno conosce come scienziato geniale, come organizzatore energico ed infaticabile di inchieste utili, come specialista nella materia affidata alla Direzione da lui diretta. Qualità queste che possedeva in modo egregio il Bodio e posseggono i direttori degli Uffici del lavoro e della statistica di tutti i paesi stranieri. In Italia e fuori chi conosce il nome del De – Negri, l’attuale direttore generale della statistica?

 

 

È così che in Italia – per spirito burocratico – vanno a male le migliori istituzioni. E si che da noi non mancavano gli uomini dall’intelletto geniale e dall’attività feconda a cui quell’Ufficio poteva essere affidato!

 

 

Ma forse in Italia non si crede ancora che la statistica serva a qualcosa.

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