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La Stampa

La Francia decade?

«La Stampa», 15 luglio 1901

 

 

 

I giornali francesi hanno pubblicato di questi giorni alcune cifre relative alle entrate dell’erario atte ad impressionare l’opinione pubblica, sovratutto se si considerano in rapporto ad altre cifre e ad altri fenomeni egualmente impressionanti.

 

 

Nel mese di giugno il minor gettito delle imposte in confronto alle previsioni ascese a 16,383,500 franchi, cosicché il minor gettito per il primo semestre dell’anno corrente raggiunge la cifra altissima di 49,425,200 franchi, che, aggiunti ai crediti supplementari già votati, di 29 milioni, indicano un disavanzo di 78 milioni e mezzo per il primo semestre dell’esercizio finanziario, senza calcolare le spese della spedizione in Cina, le quali affermasi che saranno coperte dalla indennità di guerra. L’arresto di sviluppo o, meglio, la contrazione del bilancio attivo di una nazione così ricca e così florida come la Francia, non può a meno di far pensare. Il provento delle imposte è forse uno degli indici più sensibili delle condizioni economiche di un paese.

 

 

Quando gli affari vanno bene, ed i prezzi si sostengono, quando nuove imprese si fondano ed il commercio si estende ed i consumi aumentano, cresce anche infallantemente il gettito delle imposte. E questo scema invece quando si verificano i contrari fenomeni e quando la nazione attraversa un periodo di regresso o di arresto economico.

 

 

Il dubbio che la Francia attraversi appunto un periodo di decadenza economica si accresce quando si pensa ad altri fatti che tutti accennano alla stessa conclusione.

 

 

Eccone alcuni.

 

 

Dall’aprile 1900, cioè dalla vigilia della apertura dell’Esposizione mondiale del 1900 al 30 giugno 1901, il deprezzamento sui valori bancari trattati alla Borsa di Parigi raggiunse i 288 milioni. Nel tempo stesso i valori ferroviari francesi deprezzarono di 885 milioni; quelli stranieri collocati in Francia di 82 milioni; i valori di trasporto locali scemarono di 177 milioni; i valori industriali francesi di 459 milioni, ed i valori franco-russi e diversi di 111 milioni. In tutto più di due miliardi furono perduti alla Borsa di Parigi in poco più di un anno! Si produce di meno ed in condizioni più sfavorevoli; cosicché i profitti ed i traffici scemano.

 

 

Il movimento del porto di Marsiglia nel 1900 segna, in confronto con l’anno precedente, una diminuzione di 745 navi e di 97 mila tonnellate di merci; mentre Genova, Anversa, Amburgo, Trieste fanno passi da gigante. Il commercio internazionale della Francia è stazionario. Dal 1898 al 1899 il commercio totale coll’estero (importazioni ed esportazioni riunite) si eleva appena da 7983 ad 8116 milioni, con un aumento di 133 milioni di franchi.

 

 

Ed ancora è un aumento temporaneo, che era succeduto ad una diminuzione precedente, per cui si può dire che da un decennio il commercio della Francia coll’estero rimanga stazionario attorno agli 8 miliardi. Fatto grave sovrattutto se si pensa che, ad esempio, dal 1898 al 1899 l’Inghilterra vedeva crescere, dopo incrementi precedenti, il suo commercio internazionale da 19,100 a 20,350 milioni di franchi, con un miglioramento di 1250 milioni in un solo anno. Nello stesso periodo la Germania, la quale vent’anni prima era una quantità quasi trascurabile, passava da un commercio di 11,045 ad un uno di 11,485 milioni con un aumento di 440 milioni di franchi.

 

 

Persino il piccolo Belgio e la povera Italia potevano vantare un progresso maggiore della Francia; il primo passando da 3661 a 3880 milioni di franchi di traffico internazionale, con un aumento di 221 milioni e la seconda progredendo da 2616 milioni a 2937 milioni con un guadagno di 321 milioni.

 

 

Né basta. Altri sintomi di minor progresso relativo della Francia, rispetto ai paesi che la circondano, si possono raccogliere dalle statistiche. Così, nella produzione dell’acciaio, il metallo dell’industria moderna rivoluzionaria, dal 1871-75 al 1897 la Gran Bretagna passa da 572 a 4599 mila tonnellate, gli Stati Uniti da 207 a 7289 mila tonnellate, la Germania da 318 a 5091 mila tonnellate.

 

 

Nel frattempo la Francia cresce soltanto da 168 a 994 mila tonnellate con un incremento proporzionale minore persino di quello del Belgio (da 27 a 616 mila) e della Russia (da 9 ad 831 mila). Nell’industria del cotone nel 1867 vi erano 34 milioni di bacinelle in Inghilterra, 6.8 in Francia e 2 in Germania. Nel 1896 i milioni di bacinelle erano divenuti 44.9 in Inghilterra e 6 in Germania. Invece in Francia erano scemati a 5.4; mentre gli Stati Uniti, la cui produzione era prima nulla, si slanciavano a 17.3 milioni di bacinelle.

 

 

Nella navigazione altresì la Francia decade. Il tonnellaggio netto della marineria a vapore dei principali paesi mutava dal 1889 al 1897 nel seguente modo (in migliaia di tonnellate):

 

 

 

1889

1897

Inghilterra

4875

6479

America

364

837

Belgio

72

95

Danimarca

99

188

Olanda

147

243

Francia

195

187

Germania

638

1022

Italia

190

272

Norvegia

178

388

Svezia

137

208

Giappone

88

283

 

 

Totale di tutte le nazioni (comprese anche quelle non enumerate sopra) 829612,426

 

 

La Francia è il solo paese in cui la navigazione non sia aumentata. Sembra quasi che la nazione francese si sia racchiusa in se stessa e non osi più tentare le vie del commercio internazionale.

 

 

E non solo la Francia non aumenta in ricchezza ed in traffici o rimane ben lungi dal poter gareggiare con i progressi compiuti dagli altri paesi; ma la sua popolazione altresì rimane stazionaria.

 

 

Dal 1850 al 1900 la popolazione dell’Inghilterra, Scozia ed Irlanda passa da 27.3 a 41.4 milioni; e la Germania balza da 35.3 a 56.3 milioni; l’Austria- Ungheria da 30.7 a 45.1; la Russia da 66.7 a 108.5, l’Italia da 23.6 a 32.4. Nel frattempo la Francia è aumentata soltanto da 35.2 a 38.6 milioni di abitanti.

 

 

Né qui è tutto. Poiché, mentre quasi tutti gli altri paesi hanno inviato milioni e milioni di loro figli a popolare il mondo; mentre, ad esempio, la popolazione italiana fuori d’Italia supera certamente i 3 milioni e mezzo, la Francia non solo non ha inviato uomini fuori dei confini della patria; non solo non ha saputo popolare le sue vastissime e ricche colonie di commercianti e di agricoltori, bensì unicamente di soldati e di funzionari; non solo ha dovuto ricorrere all’opera di italiani per colonizzare l’Algeria e la Tunisia; ma non ha saputo nemmeno difendere il territorio nazionale dell’invasione straniera.

 

 

Sui 38 milioni e 600 mila abitanti che vanta la Francia, più di un milione e mezzo sono stranieri; e nella Provenza, vicino ai Pirenei, nei dipartimenti del Nord, si incontrano villaggi e città dove la maggioranza degli abitanti non è più francese, ma italiana, spagnuola, belga od alemanna.

 

 

L’esempio della Francia deve insegnare qualcosa anche a noi. Un grande paese non può impunemente cingersi di un’orgogliosa barriera doganale e pretendere di far da sé; un popolo non può riporre il proprio ideale nella conquista di un posto governativo che gli permetta di entrare a far parte della tranquilla schiera dei roditori del bilancio dello Stato; una generazione che voglia almeno conservare al proprio paese l’antica posizione nel mondo, non può ridursi a concepire come atto sapiente di previdenza la limitazione artificiale dal numero dei figli, onde trasmettere loro intatto il patrimonio avito.

 

 

È cattivo egoismo codesto a cui corrisponde il danno duraturo della nazione. I padri trasmettono bensì ai figli – artificiosamente tenuti in numero non superiore a quello della generazione precedente – il patrimonio accumulato da chi seppe lavorare e vincere le battaglie della vita. Ma ai figli, – abituati dall’infanzia a vivere in un ambiente di agiatezza e non stimolati ad accrescere, ma solo a conservare la sostanza paterna, – manca ben presto la virtù persino di saper conservare.

 

 

Ed allora la piccola borghesia invoca nuovi posti dallo Stato; gli industriali pretendono protezione contro la concorrenza straniera, minacciosa soltanto ai popoli infiacchiti; ed i lavoratori gridano contro la mano d’opera a buon prezzo che viene dall’Italia e la vogliono colpita da imposte.

 

 

Allora nasce la credenza che la ricchezza sia dovuta alla fortuna e non al lavoro perseverante e paziente; e si inabissano miliardi nelle imprese del Panama, nelle speculazioni di Borsa, nelle miniere d’oro, ecc., ecc.; e si organizzano le Esposizioni mondiali nella speranza di cavar molto denaro agli stranieri e coll’effetto sicuro di impoverire la provincia a favore di Parigi.

 

 

Ma la ricchezza non si crea cogli inganni reciproci e colle rapine organizzate dallo Stato o dai privati; e presto giunge il momento in che da mille e mille indizi si vede come la nazione egoista, preoccupata solo del proprio benessere individuale, noncurante della grandezza sua avvenire, invidiosa degli altri e chiusa in un orgoglioso isolamento economico, vada precipitando a rovina.

 

 

Saprà la Francia arrestarsi sulla china pericolosa, lungo la quale, dal secondo posto fra le nazioni europee per numero di abitanti, cadde già al quinto?

 

 

L’impresa non è impossibile; poiché si sono viste altre risurrezioni di popoli le quali parevano ancora più disperate. Ma occorrerà uno sforzo grande.

 

 

A noi italiani spetta frattanto il dovere di non imitare le abitudini burocratiche, egoistiche e grettamente protezioniste della Francia; e di fare invece opera feconda di libertà e di lavoro. Soltanto un’opera siffatta ci permetterà di conservare ed, anzi, di migliorare la nostra posizione politica ed economica nel mondo.

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