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La Stampa

La genialità industriale

«La Stampa», 27 ottobre 1897

 

 

 

Solo nelle epoche di grandi rivolgimenti intellettuali, morali, religiosi e politici gli uomini di genio sorgono a folla a guidare l’umanità nel suo faticoso cammino verso il progresso.

 

 

A questa legge universale non si sottrae nemmeno l’apparizione dei genii nell’industria. A tutta prima potrà parere strano l’affermare l’esistenza di uomini geniali in un campo così prosaico e monotono come lo scavo del carbon fossile, o la confezione di pezze di tela o di cotone.

 

 

Agli italiani, viventi ancora in un ambiente impregnato di classicismo, sembra quasi impossibile che un uomo di genio non sia un duce d’esercito, un uomo politico, un letterato od un artista. I commerci e le industrie sono riservati alla grande massa della popolazione, a cui son nascoste le gioie del pensiero. Tutt’altro è la concezione dei paesi anglo sassoni, in cui ferve da più lungo tempo una vigorosa vita economica.

 

 

Ivi la direzione di un’impresa industriale non è solamente l’uggioso e monotono lavoro di sorveglianza minuta sulle libbre di materia prima, o sui risparmi del combustibile; e non si condensa e si sublima unicamente in una scritturazione contabile; ma è una conquista del mercato mondiale, è uno sforzo gigantesco di far sorgere nuovi bisogni in strati di popolazioni semi-civili, insensibili finora alla civiltà moderna, è l’organizzazione unitaria e sapiente di masse enormi di persone tutte rivolte al medesimo fine. Basta pensare alle meravigliose scoperte del secolo nostro: le ferrovie, la navigazione a vapore, la elettricità per persuadersi che a capo di trasformazioni così grandiose si dovevano mettere persone di incontrastata abilità e di altissimo valore.

 

 

E così fu. Nei paesi latini ed anche germanici gli eletti dell’intelligenza si sentono attratti invincibilmente ad entrare nell’esercito, nella magistratura, nella burocrazia, nella vita politica o nella chiesa. Ivi li attendono onori, fama ed una accoglienza festosa e larga nelle file della cosidetta alta società. Al di fuori delle carriere ufficiali non rimangono se non le professioni liberali, la letteratura e l’arte.

 

 

Nei paesi anglo-sassoni, invece, dove l’esercito o non esiste quasi od è una organizzazione rivolta a scopi pratici di dominazione coloniale, dove gli uffici pubblici, per le nuove sfere di attività dello Stato, sono poco numerosi e non permanenti, dove una lunga tradizione storica spinge le forze giovani verso altre vie, l’industrie sono divenute lo sbocco naturale delle persone più audaci, più intraprendenti e dotate di alta intelligenza e di ferrea volontà per dirigere da lontano le azioni di moltitudine d’uomini a loro sconosciuti.

 

 

Si comprende perciò come alle modeste denominazioni di fabbricanti e di industriali se ne siano sostituite altre che meglio corrispondono alla natura intima delle grandi imprese industriali e come ai membri delle nuovissime dinastie dei duci del movimento economico si dia il titolo meritato di capitani dell’industria, di organizzatori del lavoro. Ed è qui dove brilla la genialità che si può chiamare industriale: nel sondare attentamente i bisogni che si manifestano nei più lontani e disparati paesi, nell’intuire il valore nascosto delle umili e nascoste scoperte, nell’organizzare le forze umane necessarie a tradurre l’idea in atto e nell’erigere un vasto e maestoso edificio, che risparmierà all’uomo una fatica o gli appresterà un nuovo godimento.

 

 

A questi uomini le Società operose non hanno mai mancato di tributare gratitudine ed onori: a Venezia ed a Genova i principi mercanti erano spesso chiamati dai fondaci rigurgitanti di balle di seta o di casse di spezie indiane a far parte del Gran Consiglio od inviati al governo delle colonie levantine.

 

 

In Inghilterra i pionieri dei commerci e delle industrie nazionali sono creati baronetti ed eletti membri della Camera dei lordi, la cui vitalità si rinnovella così senza tregua. Cecil Rhodes, l’intrepido colonizzatore ed il fortunato coltivatore di miniere d’oro e di diamanti, dà il suo nome ad una regione ampia come uno Stato europeo e viene detto il Napoleone dell’Africa. Ed egli, che aveva acquistato ricchezze smisurate coll’organizzare gli uomini alla conquista di uno scopo materiale, si dimostra eminentemente adatto a dirigere la lotta della civiltà contro le barbarie ed ottiene un ascendente magnetico su popoli profondamente divisi da odii di nazionalità e di razza.

 

 

Ma dove la genialità industriale conta vittorie più numerose è negli Stati Uniti. L’aspra e tenace lotta verso il benessere materiale, caratteristica dei yankees, la mancanza quasi assoluta dell’esercito, della diplomazia, il discredito e la corruzione in cui è caduta la vita politica, spinsero tutti gli uomini veramente superiori nelle industrie e nei commerci. In un paese dove non esiste nobiltà ereditaria, dove è ignota una burocrazia permanente dominatrice, l’unico mezzo per eccellere è la ricchezza.

 

 

Gli effetti di questa invasione forzata degli uomini geniali nella vita economica non furono tutti benefici. Essi seppero bensì spingere al suo acme la sete di nuove scoperte, la conquista e lo asservimento della selvaggia natura vergine alla volontà dell’uomo, e seppero giovarsi delle grandi correnti economiche per portare il benessere e la ricchezza degli Stati Uniti ad un punto superiore a quello di tutte le altre nazioni civili; ma in tutte le loro creazioni portarono l’impronta dell’individualismo più sfrenato. Noi siamo soliti a sorridere degli artifici ingegnosi a cui ricorrono gli industriali americani per far la reclame alle proprie merci; ma non è questa se non la manifestazione morbosa di una società in cui alcune individualità energiche e potenti hanno accentrato in sé la direzione ed il dominio della intiera vita materiale dello Stato. È avvenuto infatti che in una società dove assoluto imperava il principio della illimitata libera concorrenza, alcune poche persone geniali seppero accortamente valersi delle agevolezze naturali per procedere indisturbate alla conquista ed al monopolio di rami intieri di industrie. E sorsero così i Gould, i Vanderbilt, i Rockefeller che dominano l’alta finanza, le banche, le ferrovie, le miniere; e si assiste allo spettacolo, strano in una Repubblica di uguali e di liberi, di nuove dinastie che sorgono dal seno della vita economica.

 

 

Dinanzi ai re delle ferrovie accorrono festanti i popoli delle città, i cui futuri progressi o la cui scomparsa repentina dipendono dal buon volere dei signori del sistema ferroviario; e turbe immense di lavoratori ed impiegati si muovono ubbidienti al cenno delle Standard Oil Company, il cui presidente Rockefeller in breve volger d’anni seppe accentrare in un’unica direzione lo scavo, la distribuzione e lo smercio del petrolio in tutto il mondo incivilito.

 

 

La tendenza all’accentramento nelle industrie e la circostanza che uomini di grande genialità si trovano a capo delle imprese economiche ha prodotto risultati veramente straordinari e tali da suscitare presagi non sempre lieti nella mente del pensatore e dell’uomo di Stato. Negli Stati Uniti lo Standard Oil Company, o meglio il suo duce Rockefeller, esercita un’influenza dominatrice sulle industrie del petrolio, del ferro e dello zucchero.

 

 

Si dice che voglia ora impadronirsi dell’acciaio e del caffè; già possiede una gran parte delle navi dei grandi laghi; è interessata in parecchie fra le principali arterie ferroviarie transcontinentali e signoreggia a sua posta l’intiero sistema dei trasporti della Unione.

 

 

Si afferma che la mezza dozzina di giganti finanziari interessati nella Standard Oil Company debba ogni anno trovare impiego per 250 milioni di lire di profitti; ed è facile capire come con una somma simile sempre pronta a cercare impiego essi possano impadronirsi di ogni intrapresa profittevole. Nei circoli competenti si mormora sommessamente che nell’anno venturo le industrie del piombo, del cuoio, del tabacco, dello spirito ed i gazometri delle principali città cadranno nelle mani di Rockefeller e dei suoi soci. È difficile presagire quale sarà e quando verrà il termine di questo processo di assorbimento.

 

 

Fra un quarto di secolo tutta l’attività industriale degli Stati Uniti sarà forse caduta nelle mani di un unico Sindacato diretto da un pugno di miliardari ed imperante sulla massa del popolo americano. La profezia di Carlo Marx sarà allora compiuta; i liberi cittadini degli Stati Uniti saranno diventati gli schiavi salariati di un gruppo di energiche individualità emerse in mezzo alla moderna anarchia individualistica. Chi può prevedere quale potrà essere l’epilogo supremo di questa lotta fra la massa proletaria e pochi strapotenti in una repubblica di eguali e di liberi?

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