Opera Omnia Luigi Einaudi

La grande illusione di Wallace

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 01/01/1934

La grande illusione di Wallace

«La Cultura», 1934, pp. 96-98

 

 

 

Intorno ad un libro di Henry A. Wallace[1] si è accesa in Italia una breve discussione, la quale, come accade per lo più delle cose le quali toccano problemi vivi del momento, non si fermò tanto sul punto che all’autore premeva sottoporre al pubblico, quanto su altri che nel nostro paese sembrarono forse giustamente più importanti. Il Wallace, ministro per l’agricoltura nel gabinetto del presidente Roosevelt, tecnico ed organizzatore agrario, voleva porre ai suoi concittadini la scelta nel dilemma: «conviene a noi chiuderci in noi stessi, respingere le importazioni industriali dall’estero ovvero aprire le nostre frontiere ai prodotti stranieri?». «Voi», ammonisce il Wallace, «vorrete fare tutte le due cose insieme: vietare, con le alte barriere alle quali siete abituati, le importazioni dall’estero e dar così lavoro ad una potente industria nazionale manufatturiera; e nel tempo stesso esportare all’estero i vostri esuberanti prodotti agricoli. Voi vorreste cioè essere nazionalisti per l’industria, perché vi dispiace comperare i prodotti industriali esteri, principalmente europei e giapponesi, ed internazionalisti per l’agricoltura, (perché producete largamente frumento, cotone, granoturco, prodotti dell’industria zootecnica) e vorreste vendere all’estero, insieme con parecchie vetture automobili, l’esubero della vostra produzione agricola. Io vi dico che questo vostro ideale è assurdo; perché gli stranieri non possono solo comperare e mai vendere. Se voi volete vendere il vostro cotone e il vostro frumento e i vostri salumi e le vostre vetture automobili giocoforza è che vi rassegniate a dare ai tanto desiderati compratori il mezzo di comperare, acquistando le loro sete, i loro agrumi, i loro tessuti, le loro macchine, i mille e mille prodotti della loro antica civiltà industriale. Dal dilemma non si sfugge, a meno che voi, miei cari concittadini, non scegliate un’altra via; quella di regalare i vostri sovrabbondanti prodotti agricoli. Senza saperlo, voi nel decennio postbellico avete seguito quest’altra via: concedendo grandiosi mutui all’Europa ed al mondo, col ricavo dei quali i debitori comperavano i vostri prodotti agricoli. Adesso vedete gli effetti della politica del vendere a credito. Gli Stati Uniti, l’Europa e il mondo sono in crisi, e voi siete finalmente ben persuasi di dover tirare una croce sui vostri crediti. Io vi invito a meditare sul passato ed a non ripetere gli stessi errori. Se volete esportare, bisogna rassegnarsi ad importare».

 

 

Così parlò Wallace. Lo tradussi non per la novità delle cose dette; ché gli economisti da due secoli non fanno altro che cantare e ricantare la medesima storia; ma perché altra è la virtù della verità insegnata da teorici, da professori, da gente che vive nelle nuvole, altra è quella della stessa verità dichiarata da pratici, da uomini di governi, da statisti onorati della fiducia di uomini potenti. Che cosa vi è di più interessante per noi del conoscere gli argomenti con i quali un ministro americano in carica esorta i suoi connazionali a decidersi per una politica di porta aperta od almeno largamente più aperta di oggi alle nostre esportazioni del vino, degli agrumi, della seta, delle merci varie fini e delicate che gli italiani sanno mirabilmente produrre?

 

 

Invece, la discussione si fissò sul problema dei mezzi atti ad attuare il fine. Il fine è la rinascita del commercio internazionale. Useremo a tal fine il mezzo del regolamento e della libertà? Il problema è anch’esso importantissimo; ma è diverso da quello del fine da raggiungere. Supponiamo, col Wallace, dimostrata la convenienza di aprire od aprire un po’ di più le porte ai vini ed agli agrumi italiani per mettere in grado gli italiani di acquistare maggior copia di cotone greggio o di vetture automobili americane.

 

 

Il Wallace, con la bella ingenuità degli uomini semplici volontari decisi, pensa che ad ottenere lo scopo vi sia un sol mezzo: fissare la superficie da coltivarsi in meno a vigna o ad agrumi nella California, cosicché, producendosi meno vino e meno agrumi, si faccia posto ai prodotti italiani, e noi si possa col ricavo delle nostre esportazioni comprare cotone e vetture automobili dagli Stati Uniti. Naturalmente, dinnanzi alla sua mente, nasce una folla di problemi: quali saranno i prescelti al sacrificio? Tutti i viticultori o gli agrumicultori californiani dovranno tagliar le piante su un quarto, su un terzo, su una metà dei loro poderi? Ovvero sceglieremo le terre più cattive ed indennizzeremo i designati alla auto soppressione? Non faranno i sacrificati gran baccano? Come ci assicureremo che il comando sia ubbidito? Da quale fonte ricaveremo i mezzi per pagare le indennità? Adotteremo il sistema, che per consiglio dello stesso Wallace si applicò al cotone, al latte, ai porci ecc. ecc. ossia tasseremo il vino e gli agrumi venduti all’interno, stranieri e nazionali, con un balzello sufficiente a pagare l’indennizzo? Vi sono negli Stati Uniti molti e ve ne sono forse dippiù in Europa, i quali ritengono il metodo, che dicesi dall’economia regolata, destinato all’insuccesso. Crederemo, dicono gli scettici, quando una lunga esperienza ci avrà persuaso che la cosa è fattibile. Frattanto, quanto più semplice, meno costoso, meno cruento è il metodo del lavarsene le mani! Vogliono gli Stati Uniti lasciar entrare maggior copia di vino e di agrumi italiani? Non solo ciò fa magnificamente al caso nostro, non solo noi saremo incoraggiati a restituire la gentilezza comprando più largamente merci americane, ma non comprendiamo la ragione per cui occorra all’uopo costruire un macchinoso congegno intervenzionistico. Basterà che il presidente Roosevelt ribassi del 50% – meglio se più – il dazio doganale sui vini e sugli agrumi stranieri.

 

 

Penseremo noi a trarre partito dalla porta aperta o semiaperta. Quanto ai californiani si aggiustino. Se essi riescono a ribassare i prezzi, prospereremo noi con esso loro. Noi non perderemo nulla, perché il ribasso dei prezzi interni sarà dato dal minor dazio. Essi vivranno tutti, perché, a prezzi più bassi, i viticultori e gli agrumicultori peggiori non rinnoveranno, od abbandoneranno vigne e agrumeti. Qual mai governo ha obbligo di tenere i prezzi alti di ogni sorta di merci per consentire ai buoni a nulla di vivere a spese della collettività? E quale ragion giuridica o morale vi è di indennizzar costoro? Ad uno ad uno, senza strepito, una parte dei coltivatori californiani cambierà cultura. Sono mutamenti che sempre accaddero e di cui non occorre impressionarsi soverchiamente, perché, tanto, ad impressionarsi non si risolve nulla e si complica il male.

 

 

Si può ripetere il ragionamento per la tesi la quale si proponga un fine protezionistico-nazionalistico. Supponiamo che gli Americani decidano, contrariamente all’avviso del Wallace, di continuare a chiudersi in sé, con sempre più alte barriere doganali. Tengono lontani vino ed agrumi italiani; epperciò gli italiani, privi della relativa potenza d’acquisto, non acquistano cotone, frumento o vetture automobili americane. Bisogna ridurre la superficie coltivata a cotone o frumento e chiudere qualche reparto di Ford o della General Motors. Gli uomini della economia regolata, tipo Wallace, non immaginano neppure di poter giungere a tanto senza che lo stato scelga i campi da abbandonare od i reparti da chiudere ed indennizzi e costringa agricoltori ed industriali. Gli uomini della economia libera od automatica osservano: perché darsi tanta pena per ammazzare il prossimo ed aiutarlo nel trapasso con un viatico di sussidio portato via a gran forza ai contribuenti? Renderete, senza frutto, tutti malcontenti. Lavatevene le mani. I terreni più aridi e più sfruttati saranno abbandonati da sé, senza rimpianto; Ford e Dupont de Nemours (General Motors) se la vedranno da sé chi perda di più ad ostinarsi a produrre le vetture che gli italiani non possono comprare.

 

 

I mezzi sono dunque cosa distinta dai fini. Si può volere l’apertura dei mercati (internazionalismo economico come fine) e volerlo conseguire sia con l’intervento sia senza il sussidio dello stato, e così pure si può con i due metodi, a scelta, perseguire il fine della chiusura dei mercati (nazionalismo economico).

 

 

Espongo i rapporti del duplice dilemma. Non decido. Poiché espongo soltanto, debbo porre ancora un quesito: sono davvero distinti mezzi e fini? Secondo logica pura, si. È dubbio se, in concreto, chi voglia un fine sia libero di scegliere un qualunque mezzo. Di fatto, per ragioni complesse, storiche sociali psicologiche, accade per lo più che chi vuole un fine di libertà commerciale e di divisione internazionale del lavoro deve scegliere il mezzo liberistico; laddove chi vuole un fine nazionalistico, autarchico, di sufficienza economica nazionale deve volere il mezzo regolamentare, costrittivo. Di fatto chi è liberista per il fine è anche liberista per il mezzo; chi è protezionista per il fine è anche fautore dell’economia regolata. Non discuto il perché. Constato il fatto. Il Wallace è un illuso. Egli vuole aprire gli Stati Uniti al mondo; vuole la libertà delle importazioni estere. Ma vuole anche conseguire il fine regolando, dichiarando dall’alto quali fabbriche devono chiudersi, quali terreni essere abbandonati, quanto indennizzo deve essere dato agli uomini messi da parte, quali contadini ed operai essere e dove spostati. Ci vuol poco a prevedere che, così regolandosi e regolando, egli non potrà arrivare al fine da lui auspicato della libertà del commercio fra gli Stati Uniti e il mondo. I mezzi di azione prescelti comandano al fine. Non si può ordinare ad un agricoltore di abbandonare il campo, senza sentirsi chiedere non solo il sussidio del momento, ma la sicurezza di vita nell’avvenire. Né lo stato può garantire all’uno senza garantire all’altro. Non può regolare un’attività senza regolare quelle affini, né queste senza regolarle tutte. Non l’agricoltura e l’industria, senza il commercio interno ed estero. Non si può regolare il commercio estero senza assumere il monopolio. La logica dell’economia regolata porta fatalmente a sopprimere, non ad esaltare, la libertà negli scambi internazionali. Il commercio coll’estero diventa un affare di stato. Entro quali limiti si commerci in regime di monopolio statale non è noto per esperienza abbastanza larga e duratura. I pochi indizi tratti dall’esperienza del tempo di guerra farebbero concludere che gli scambi internazionali tendano, in siffatto regime, ad un minimo. Il senso comune parrebbe altresì far concludere che sia enormemente più difficile a due, a cinque, a dieci ministri del commercio estero di altrettanti stati, coadiuvati da qualche centinaio di uomini detti comunemente esperti perché peritissimi nel non concludere nulla, di mettersi d’accordo sul piano perfetto di scambi internazionali il quale renda massimo il vantaggio degli stati contraenti, di quanto non sia oggi alle centinaia di migliaia di commercianti indipendenti, mossi dal desiderio di lucrare differenze, talvolta minime di prezzo, di accordarsi nel comprare e vendere singolarmente partite separate di merci distinte.

 

 

L’idea del Wallace, del liberismo economico organizzato dallo stato con un piano prestabilito, è dunque una grande nobile illusione? Una illusione destinata per una di quelle ironie frequenti nella storia, a promuovere un protezionismo più accentuato di quello antico, il quale si contentava di proclamar dazi protettivi e abbandonava alla cura dei privati il compito di trarne partito? È davvero impossibile agli uomini di raggiungere la meta della libertà degli scambi internazionali attraverso ad un programma da essi consapevolmente imposto a se medesimi il quale riduca al minimo i dolori della conquista?

 

 



[1] Che cosa vuole l’America? con introduzione di Luigi Einaudi, Giulio Einaudi, editore in Torino, 1934. Un volume in VIII di pagg. 121. Prezzo L. 12.

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