La inclusione del debito pubblico nelle valutazioni della ricchezza delle nazioni

Tratto da:

Saggi sul risparmio e l’imposta

Bulletin de l’Institut international de statistique

Data di pubblicazione: 01/01/1935

La inclusione del debito pubblico nelle valutazioni della ricchezza delle nazioni

«Bulletin de l’Institut intemational de statistique», 1935, n. 2, pp. 271-279

Saggi sul risparmio e l’imposta, Einaudi, Torino, 1941, pp. 315-330

 

 

 

 

1. – Una stesura italiana della presente nota è meno utile, perché il lettore mio connazionale poteva già conoscere taluni degli elementi di essa nell’articolo Del cosidetto prelievo dell’imposta e dei suoi effetti sulla valutazione del reddito e della ricchezza del paese.[1] Nella presente nota il problema non è studiato dal punto di vista economico, ma esclusivamente da quello della valutazione statistica della ricchezza nazionale e della correttezza della inclusione in essa dell’ammontare dei titoli di debito pubblico. Distinguo perciò tre casi principali:

 

 

a)    Il debito pubblico è contratto dallo stato a scopo di investimento economicamente remuneratore. In tal caso o si valuta l’impianto e non si deve più tener conto dei titoli di debito pubblico che lo rappresentano. O si valutano i titoli ed allora bisogna, in questa sede, tenere conto solo fino al limite del valore dell’impianto. Se la valutazione dei titoli è in eccesso al valore dell’impianto, l’eccedenza è parte del debito pubblico generale gravante nel fondo delle imposte e ne segue le sorti.

 

b)    Il debito pubblico è contratto per scopi generali (disavanzi, guerre, ecc.) e il suo servizio grava sul fondo delle imposte pagate dai percettori di redditi di capitale. Qualunque sia la soluzione data al problema degli effetti della spesa del provento del prestito, sia cioè, dopo il debito e la spesa, la ricchezza privata aumentata diminuita o rimasta stazionaria, la inclusione dei titoli di debito pubblico si impone. Lo statistico non studia gli effetti del debito; sibbene accerta i fatti esistenti prima e dopo. L’accertamento sarebbe parziale, se in ogni caso non si tenesse conto del valore del debito.

 

c)    Il debito, sempre per scopi generali, grava sul fondo delle imposte pagate dai lavoratori, manuali ed intellettuali. Se lo statistico vuol fare paragoni fra tempi e luoghi diversi, non deve tener conto dei titoli di debito pubblico perché questi capitalizzano imposte prelevate su redditi personali, ossia capitalizzano l’uomo, che, salvo nei tempi e luoghi di schiavitù, non è compreso nelle valutazioni della ricchezza delle nazioni. Ma lo statistico deve far solo paragoni? No. Uno dei suoi compiti, in questa materia, è quello di fotografare il processo crescente di capitalizzazione dell’uomo, attraverso la creazione di titoli negoziabili pubblici e privati, processo in virtù del quale l’uomo riesce ad estrarre dal se stesso libero, non negoziabile, non pignorabile, una quota cartacea la quale può esser negoziata, data in pegno, messa forzatamente all’asta, ridotta in potere altrui.[2]

 

 

2. – A dimostrare le tesi ora poste, si esaminino ora in breve le poche opinioni che sul problema discusso sono state espresse nella dottrina.

 

 

«Non potrei biasimare troppo chi includesse il debito pubblico nel capitale nazionale… l’espressione monetaria di tutto il restante capitale nazionale essendo infatti minore di quel che sarebbe altrimenti per la somma del debito;… se non ci fosse il debito pubblico, i terreni, le case, ecc., si scambierebbero a un valore superiore a quel che ora posseggono. Il debito, secondo quest’opinione, rappresenta una certa distribuzione di parte del capitale del paese, e noi non abbiamo una visione completa di questo se non ve lo includiamo».

 

 

In questo brano di The Growth of Capital di Giffen (p. 22) abbiamo la più autorevole formulazione del principio d’inclusione dei debiti pubblici nelle statistiche della ricchezza nazionale.

 

 

Lo Stamp osservava nel 1916 che l’esistenza di un debito pubblico non sempre è causa di una corrispondente riduzione nella valutazione di altre fonti d’entrata.

 

 

«Se i nostri valori fossero fissati da uno straniero, con mentalità scambistica, il quale andasse in cerca di un reddito in Inghilterra o altrove, l’esistenza dell’onere per il servizio del debito pubblico senza corrispettivo o addirittura oneroso abbasserebbe la sua stima delle nostre possibilità di fronte a paesi che, a parità di altre circostanze, ne fossero liberi; ma siccome la maggior parte dei probabili concorrenti è soggetta a gravami consimili, ecco che la difficoltà è ridotta al minimo. Tuttavia, i valori sono essenzialmente determinati da considerazioni di concorrenza interna, e sebbene un onere differenziale sul possesso di capitali senza un onere corrispondente sui guadagni di lavoro potrebbe alterare le loro posizioni rispettive, il fatto che l’onere è equamente distribuito su entrambi le classi senza possibilità di evasione, lascia immutati i valori rispettivi. Tuttavia i valori nel loro insieme potrebbero mutare relativamente all’intermediario generale dei prezzi, l’oro; ma, anche qui le agevolazioni creditizie hanno un giuoco tanto maggiore sui risultati che una depressione nei valori potrebbe essere facilmente compensata da un sistema creditizio meglio sviluppato. Tutto sommato, appare probabile che qualsiasi effetto di un debito antico, simile per carattere ed identità a quelli generalmente esistenti, agirebbe, se pure potesse esistere, nel senso di deprimere i valori, ma certo non in proporzione del debito in questione. È perciò un duplicare quasi interamente i valori, aggiungere il valore dei debiti consolidati al pieno valore della proprietà nazionale» (in British Income and Property, pp. 390-391).

 

 

Un’ulteriore considerazione induce lo Stamp ad aggiungere,

 

 

«che i consolidati sono un’ipoteca sui redditi guadagnati oltre che sui redditi non guadagnati, entrambi essendo soggetti ad imposta allo scopo di servire l’interesse sui debiti pubblici».

 

 

Perciò, se includiamo l’intero debito pubblico nella valutazione della ricchezza nazionale, sarà soltanto

«necessario ridurre la valutazione della proprietà nella proporzione dei consolidati il cui servizio è a carico della proprietà medesima, invece che del debito tutto quanto» (ibidem, p. 391).

 

 

Il professor Corrado Gini non fa la distinzione netta dello Stamp fra le imposte[3] sul reddito guadagnato e quelle sul reddito non guadagnato; ma spiega meglio e prima (1914) dello Stamp il fondamento teoretico della tesi secondo la quale l’imposta interessi non causa un corrispondente abbassamento nella valutazione di tutte le altre voci della ricchezza nazionale. Pur accettando in generale la teoria dell’abbassamento, egli rileva che «solo nel caso in cui l’imposta colpisse in uguale misura tutte le categorie di patrimonio, e il mercato nazionale si potesse riguardare come un mercato chiuso, sarebbe da ammettere, secondo l’opinione corrente fra gli economisti, che i prezzi dei beni materiali non rimarrebbero alterati dall’imposta».

 

 

Sembra che al Gini non manchino sospetti sull’attendibilità della suddetta «opinione corrente», ma non vi si diffonde, e aggiunge semplicemente che

 

 

«la stessa quantità di denaro che, prima dell’imposta, comperava un patrimonio che dava un reddito x, comprerà, dopo dell’imposta, un patrimonio che dà un reddito , dove k è la frazione del reddito assorbito dall’imposta». (L’ammontare e la composizione della ricchezza delle nazioni, p. 17, note).

 

 

3. – La teoria corrente sull’azione reciproca fra le valutazioni del debito pubblico, le altre voci della ricchezza nazionale e la ricchezza nazionale totale si può così riassumere:

 

 

1)    L’esistenza di titoli del debito pubblico è, in generale, la causa di una diminuzione nella valutazione di quelle altre voci della ricchezza nazionale, il cui reddito viene diminuito da imposte conseguenti al pagamento di un interesse sul debito pubblico (Giffen).

 

2)    Non avverrà ribasso alcuno, tuttavia, nella valutazione di altre voci, nel caso in cui il debito sia contratto per scopi economicamente produttivi;

 

3)    né quando l’imposta sull’interesse sia equamente distribuita su tutte le fonti di reddito, sicché non venga causato spostamento di capitali o di risparmi, nè venga incoraggiata importazione di capitali all’estero. In questo caso, essendo il mercato nazionale chiuso, la riduzione del reddito dopo l’imposizione non equivale a una riduzione nella valutazione dei capitali (Gini, Stamp).

 

4)    Perciò, l’inclusione del debito pubblico nelle valutazioni statistiche della ricchezza nazionale è consentita solo nei limiti in cui l’imposta interessi causa un ribasso totale o parziale nella valutazione del capitale di altre voci del reddito e in proporzione al ribasso medesimo;

 

5)    ed è inoltre consentita soltanto per quella parte del debito pubblico il cui servizio d’interesse è a carico della quota capitalizzabile del reddito nazionale, cioè del reddito non guadagnato, escluso il reddito guadagnato (Stamp).

 

 

4. – Ad apprezzare pienamente l’utilità della teoria ora esposta ai fini della misurazione statistica della ricchezza nazionale si richiede un’analisi ulteriore. Dobbiamo cominciare distinguendo fra debito contratto per scopi economicamente produttivi e quello contratto per scopi generali.

 

 

Se uno stato o qualunque corpo pubblico s’indebita per scopi economicamente produttivi, non sorge un problema di valutazione. Le ferrovie di stato danno un reddito netto per lo meno uguale all’interesse pagato sulle obbligazioni delle ferrovie di stato medesime? Il valore di questa branca fisica di ricchezza (ferrovie) è quindi l’intero valore, e cioè la capitalizzazione in 1.000 milioni di lire al saggio corrente d’interesse, diciamo il 5%, dei 50 milioni di lire di reddito netto. Se lo includiamo nella nostra valutazione della ricchezza nazionale, non è necessario includere il valore corrente degli 800 milioni di obbligazioni al 5% emesse per costruire la rete delle ferrovie di stato. Se, d’altra parte, includiamo gli 800 milioni di obbligazioni nella valutazione della ricchezza privata, dobbiamo valutare a 200 milioni di lire la capitalizzazione dei profitti differenziali derivanti al pubblico erario dalla gestione delle ferrovie di stato.

 

 

Il profitto differenziale può essere dovuto non all’efficace funzionamento industriale delle ferrovie, né a un semplice elemento monopolistico, ma al monopolio rinforzato garantito dallo stato. Il reddito monopolistico di 10 milioni di lire è perciò un’imposta sul trasporto di merci e passeggeri; e, come tale, non va capitalizzata, tranne che nel caso in cui, in contemplazione di esso siano state emesse obbligazioni. Le obbligazioni devono allora essere stimate parte del debito generale dello stato.

 

 

Se le ferrovie dello stato vengono gestite con perdita, dando soltanto un reddito netto di 30 milioni contro una spesa d’interesse di 40 milioni su 800 milioni di obbligazioni, noi dobbiamo includere nella valutazione soltanto la capitalizzazione in 600 milioni al saggio corrente d’interesse del 5% del reddito netto delle ferrovie. Quanto alla differenza di 200 milioni fra la valutazione delle ferrovie in 600 milioni e la valutazione delle obbligazioni di stato in 800 milioni, essa partecipa della natura di un debito generale non produttivo economicamente. Essa fa carico al fondo generale delle imposte; e dovrà esservi o no incluso secondo la soluzione data al problema dell’inclusione del debito generale.

 

 

5. – Il caso del debito generale è di gran lunga il più importante, dato che i debiti di stato sono essenzialmente contratti in conseguenze di guerre, di disavanzi generali del bilancio, di opere pubbliche (bonifica di terre, rimboschimento, ferrovie, piani regolatori, ecc.) che sono improduttive o soltanto parzialmente produttive al diretto punto di vista economico.

 

 

Due principali questioni vanno qui analizzate: è l’inclusione del debito pubblico una doppia registrazione rispetto al reddito capitalizzabile (chiamato, in Gran Bretagna, reddito non guadagnato) e quale è la logica dell’inclusione rispetto al reddito non capitalizzabile (cosidetto reddito guadagnato)?

 

 

6. – Anzitutto, il problema del doppio conteggio rispetto al reddito capitalizzabile. L’inclusione dei titoli di consolidato e di altre obbligazioni di stato, non fa, secondo un gruppo di teorici doppio con la registrazione dei terreni delle case e delle altre voci della ricchezza nazionale. Infatti, se il miliardo di lire del debito di stato non esistesse, non esisterebbe nemmeno l’imposta annuale di 50 milioni necessaria per il pagamento dei relativi interessi. Perciò, se supponiamo che il debito di un miliardo sia la parte del debito pubblico totale che è imputabile al reddito capitalizzabile, terreni case e altre voci della ricchezza frutterebbero 50 milioni di reddito netto in più se il debito non, esistesse e sarebbero valutati 1 miliardo di più. Questa ricchezza di un miliardo è qualcosa di reale ed esistente; e se non la vediamo sotto forma di valor capitale di terreni, ecc., dobbiamo tenerne conto sotto forma di obbligazioni del debito di stato.

 

 

Le imposte per il servizio del debito, risponde l’altro gruppo di teorici, sono ben lungi dal ridurre i valori capitali dei terreni delle case, ecc., tassati. Quelli che pagano le imposte non possono, essendo l’imposta generale, spostare i loro investimenti in campi non tassati. E nemmeno di solito possono mandare all’estero il loro capitale: poichè soltanto la confisca riesce a scacciare il capitale da un paese. Gli investitori si abituano a minori saggi di investimento: al 4 invece del 5%. I valori capitali dei terreni, delle case, ecc., non decrescono. L’inclusione dei debiti di stato, garantiti sugli immutati valori capitali della ricchezza privata, sarebbe certo una doppia registrazione.

 

 

Questa controversia ci porta in regioni alquanto nebbiose, che gli statistici, in quanto tali, non sono chiamati ad esplorare. Il problema, se l’incremento del debito pubblico cagioni una variazione nelle valutazioni di mercato della ricchezza privata è certo un elegante problema teorico. La sua soluzione dipende dalla soluzione del quesito, se l’imposizione in generale e l’imposizione allo scopo speciale di provvedere al servizio del debito pubblico producano un mutamento nell’interesse netto o saggio di capitalizzazione. È mia opinione[4] che, in teoria pura, l’imposizione in generale deve essere la causa di un abbassamento nel saggio d’interesse e che, anche nel caso di un debito di guerra, le probabilità sono più favorevoli a un abbassamento che a un rialzo di questo saggio. Tuttavia ritengo che questa ricerca non sia concludente dal punto di vista statistico. Non si chiede agli statistici di fare valutazioni sul mondo quale dovrebbe essere o diverso da ciò che è in realtà, ma di registrare ed elaborare valutazioni fatte nel mondo reale in cui viviamo. Lo studio delle premesse o delle possibilità non spetta allo statistico, ma all’economista, al sociologo o al politico. Qualunque mutamento nel saggio d’interesse consegua alla creazione del debito di stato o, meglio, alla spesa del ricavo del prestito, la norma di valutazione è la medesima. Muta soltanto il risultato della valutazione.

 

 

Supponiamo che la valutazione anteguerra della ricchezza nazionale sia di 1 miliardo, capitalizzazione, al 5%, di un reddito perpetuo annualmente capitalizzabile di 50 milioni. Viene dichiarata una guerra, che provoca una spesa di 10 milioni all’anno per quattro anni, a carico di questo reddito capitalizzabile.[5] Supponiamo che lo stato abbia raccolto i 40 milioni per mezzo di prestito prelevato sui risparmi annuali del paese e li abbia spesi totalmente per la condotta della guerra, cioè per uno scopo non (economicamente) remunerativo. Certo, il paese è più povero, per l’ammontare di 40 milioni, di quel che sarebbe stato se non vi fosse stata guerra. Ma la stessa somma potrebbe essere stata spesa in qualche rovinoso capriccio, e gli statistici non l’avrebbero ugualmente trovata alla fine della guerra. L’unico loro compito è valutare i terreni, le case, le obbligazioni statali, ecc. rimasti alla fine della guerra. Tre congetture principali sono possibili: 1. il flusso del reddito capitalizzabile non è mutato e perciò, se le altre circostanze sono immutate, anche il saggio d’interesse è immutato; 2. il flusso è aumentato, e il saggio d’interesse probabilmente diminuito; 3. il flusso è diminuito e il saggio d’interesse probabilmente aumentato. Che un aumento nel flusso del reddito annuale si accompagni solitamente con un abbassamento del saggio d’interesse e viceversa, si può senz’altro accettare. Delle relative probabilità di verifica di queste tre congetture io non devo qui occuparmi. Possiamo descrivere il risultato nel modo seguente (in milioni di lire):

 

 

 

 

 

Valutazione nell’anteguerra

 

Valutazione nel dopoguerra

 

 

immutata

mutata in meglio

mutata in peggio

 

Saggio di interesse 5 5 4 6
Flusso del reddito annuo pagato come imposta interessi, attraverso lo stato, ai possessori dei 40 milioni di lire di titoli di debito pubblico 2 1,60 2,40
Residuo rimasto ai contribuenti

50

48

52,40

45,60

Totale …

50 50 54 48
Valore capitale del reddito annuo dei titoli di debito pubblico 40 40 40
delle altre voci della ricchezza nazionale

 

1.000

960

1.310

760

Totale …

1.000 1.000 1.350 800

 

 

I risultati sono notevolmente diversi, secondo le diverse congetture fatte. Certo la guerra può avere effetti disparatissimi secondo gli scopi cui mira, i risultati ottenuti e le reazioni psicologiche sulle classi sociali, sullo spirito d’intrapresa, ecc. Non dobbiamo dimenticare che la nostra non è una ricerca storica nè morale nè economica ma soltanto statistica. La ricchezza nazionale totale può essere rimasta immutata al miliardo o essere salita a 1.350 milioni o diminuita a 800. Possiamo rallegrarci o desolarci di questo risultato, ma usciremmo dal nostro argomento. Il nostro unico compito è di valutare esattamente a quanto ammonti la ricchezza esistente.

 

 

Sarebbe senza dubbio un errore omettere le obbligazioni statali in 40 milioni, quando la ricchezza totale è immutata in 1 miliardo, perché l’esclusione farebbe apparire la ricchezza valutata a soli 960 milioni. Ma sarebbe ugualmente un errore ometterle quando, per ragioni varie connesse o non con la guerra, la ricchezza privata salisse a 1.350 milioni. Per quali ragioni misteriose noi dovremmo capitalizzare soltanto una parte di tutti i 54 milioni del totale reddito nazionale annuo? Che faremmo nel caso di un abbassamento nella valutazione totale? Nostro compito è usare in ogni caso la stessa norma e tener conto dei fatti accertati. Se il flusso annuo di reddito capitalizzabile è di 50, 54 o 48 milioni e se il saggio d’interesse è del 5, 4 o 6%, questi sono i dati dai quali dobbiamo partire. Il valore capitalizzato totale è di 1 miliardo, 1.350 o 800 milioni, divisi, in ciascun caso, in due parti: la prima, proprietà di certi cittadini e capitalizzata sotto forma di terreni, case, navi, negozi, ecc., la seconda, proprietà di altri o dei medesimi cittadini e capitalizzata sotto forma di obbligazioni statali. In ciascun caso, dobbiamo includere queste ultime se non vogliamo lasciare un vuoto nella valutazione. Dobbiamo lasciare ad altri, o a noi stessi in altra veste, qualsiasi ricerca sulla filosofia del perché e del come dei possibili mutamenti nella valutazione e distribuzione della ricchezza nazionale in conseguenza della guerra.

 

 

7. – In secondo luogo, dovremmo includere nella valutazione della ricchezza nazionale quella parte del debito di stato il cui servizio d’interesse grava sul reddito non capitalizzabile? Qui il problema non è di doppia registrazione o di vuoto nella valutazione della ricchezza nazionale; ma di mutamento nei metodi di valutazione. Negli anni anteguerra il reddito non capitalizzabile (guadagnato o di lavoro) percepito dai salariati, stipendiati, professionisti, ecclesiastici, scrittori, artisti, industriali, commercianti, direttori di ditte ecc., come remunerazione per il lavoro manuale o intellettuale compiuto, ammontava, diciamo, a 200 milioni di lire italiane. Il mercato non capitalizzava questo reddito; sicché nessuna voce appariva a rappresentarlo nella valutazione della ricchezza nazionale. Poi, durante i quattro anni di guerra, lo stato contrasse oltre quello dei 10 milioni annui di cui si discorse sopra, un ulteriore debito annuo di 40 milioni per un totale di 160 milioni, al cui servizio d’interesse provvedono imposte gravanti su redditi non capitalizzabili. Quali che siano il saggio d’interesse e l’ammontare dell’imposta, è nata una nuova voce capitale, titoli di debito pubblico consolidato, o altre obbligazioni statali, qualcosa come 160 milioni. Le obbligazioni sono negoziabili e vengono considerate dai possessori come una ricchezza, ricchezza autentica, non diversa, per nessun rispetto, dai 40 milioni delle medesime obbligazioni garantite da imposte sul reddito capitalizzabile. Dovranno i 160 milioni venir inclusi nella valutazione della ricchezza nazionale?

 

 

La difficoltà di separare il totale debito di 200 milioni nelle due quote di 40 e 160 milioni rispettivamente a carico del reddito capitalizzabile e non capitalizzabile non ci deve imbarazzare, perché un’empirica divisione proporzionale al carico approssimativo di imposizione generale sulle due specie di reddito sarebbe normalmente sufficiente agli effetti statistici. Ciò che veramente si può obbiettare all’inclusione è che essa renderebbe impossibile ogni confronto storico e internazionale delle valutazioni della ricchezza nazionale.

 

 

Da quando è stata abolita la schiavitù non usa di solito capitalizzare nè gli uomini nè i loro redditi personali o di lavoro. Un debito pubblico gravante sui redditi non capitalizzabili o di lavoro introdurrebbe surrettiziamente nelle valutazioni statistiche della ricchezza nazionale una nuova voce, che sarebbe una valutazione capitale dell’uomo travestita. O noi dobbiamo valutare gli uomini in tutti i tempi o in tutti i paesi, e allora ci tocca includere quella parte del debito pubblico, il cui servizio di interessi è garantito sul lavoro o sul reddito guadagnato, perché le obbligazioni statali sono parte del totale valore attuale, attuariamente calcolato, degli uomini – tanto maggiore è il debito pubblico, tanto minore è il valore attuariale dei futuri redditi, scontati al momento attuale, del lavoro libero da imposte – oppure riconosciamo l’inopportunità di calcolare i valori dell’uomo su criteri ipotetici e largamente arbitrari, e dobbiamo per amore della simmetria e del confronto escludere dalle valutazioni della ricchezza nazionale quella parte del debito pubblico che è una capitalizzazione della capacità dell’uomo di pagare le imposte.

 

 

8. – Sin qui, va bene. La conclusione è davvero un commovente omaggio alla religione della simmetria nelle ricerche statistiche. È assai dubbio però se la simmetria e il confronto sono gli unici criteri e fini della statistica. Gli statistici che si occupano di misurare soltanto la ricchezza materiale, escludendo i lavori umani, hanno ragione di escludere dalle loro valutazioni la parte del debito pubblico il cui servizio di interessi è garantito da imposte su redditi non capitalizzabili. Non dobbiamo tuttavia chiudere gli occhi al fatto che simili valutazioni sono insensatamente arbitrarie. La loro giustificazione ultima è il desiderio d’includere soltanto quelle voci materiali di valori capitali, come i terreni, le case, i negozi, le ferrovie, le navi, ecc., che si possono ritenere gli autentici valori di mercato dei componenti capitalistici del reddito nazionale, esclusa qualunque capitalizzazione dei componenti personali del medesimo reddito. L’intento, per quanto lodevole, è utopistico. I componenti personali e capitalistici del reddito nazionale sono così inestricabilmente intrecciati da riuscire sovente indistinguibili. Inoltre, siamo poi sicuri che il mercato – dobbiamo scendere in definitiva alle valutazioni del mercato per sentirci su terreno solido – apprezzi sempre soprattutto i componenti capitalistici del reddito nazionale? O non piuttosto la continuità e la certezza del flusso del reddito futuro? Il valore capitale di terreni, case, azioni, obbligazioni a interesse fisso, è il risultato delle valutazioni che il mercato fa dei fattori immateriali, oltre che materiali, della produzione della ricchezza. I valori capitali di voci apparentemente del tutto materiali fluttuano secondo i mutamenti della politica, dei desideri e degli usi umani, della abilità dei proprietari, della struttura sociale. La cosidetta sopravalutazione della terra in paesi o regioni a piccola proprietà, non è un risultato di un maggiore reddito lordo o netto, ma di una speciale struttura sociale che rende gli uomini avidi di piccoli appezzamenti di terra. I capricci della moda producono spesso alti e bassi nei valori capitali dei beni urbani nei quartieri residenziali o mercantili.

 

 

9. – Il debito di stato non è che uno dei molti espedienti inventati dall’uomo allo scopo di dare continuità e certezza a redditi che hanno indole personale e quindi effimera. Non si capitalizzano di solito i salari dei funzionari o impiegati pubblici o privati, né gli onorari dei professionisti, perché la loro esistenza dipende dalla vita dell’individuo, ed anzi dalla loro vita produttiva. Salari e onorari sono inseparabili dall’uomo, e l’uomo non è una voce negoziabile della ricchezza. Ma se lo stato preleva da salari e onorari una data quota e la trasforma in imposta e poi in interessi del debito pubblico, questa parte diviene quasi perpetua. È pagabile dall’individuo in vita, e poi dai suoi successori nella professione, nella carriera, negli impieghi pubblici o privati. Acquista un’esistenza separata, continua media e certa. Diventa un reddito capitalizzabile. Quando un negoziante fortunato capitalizza il suo avviamento, emettendo azioni od obbligazioni, le quali traggono valore esclusivamente dal complesso personale detto avviamento, egli cerca similmente di convertire un reddito personale non capitalizzato in un altro capitalizzabile, e facilmente negoziabile. La vita economica è piena di sfumature, sia materiali che spirituali, che presentano uno straordinario interesse allo studio. L’intento del confronto non è che uno fra i molti intenti statistici; e disgraziatamente, è assai ingannevole. Più interessante è forse un altro scopo: lo studio del grande processo col quale sempre più numerose voci della ricchezza divengono misurabili, mentre altre cadono nell’oscurità. L’uomo, quand’era uno schiavo, era un essere negoziabile, e si può dire che la schiavitù sia stata sotto qualche rispetto un paradiso per lo statistico. La libertà dell’uomo significò la chiusura di parte delle riserve di caccia della statistica.

 

 

Nuovi o nuovamente ingranditi sistemi finanziari cospirano ad ingrandire nuovamente, in modo più sfuggente ma interessantissimo, il territorio statistico. La progressiva conquista che la valutazione del mercato ha fatto di campi di reddito che parevano chiusi alla capitalizzazione, significa per lo statistico qualcosa di più che un ostacolo a confronti storici. Significa la possibilità d’investigare molti sottili espedienti per cui le fatiche e le capacità personali sono mobilitate, capitalizzate, rese negoziabili e prestabili. L’uomo che paga sul suo stipendio un’imposta annua di 500 lire per servire l’interesse sulla quota a lui spettante del debito pubblico, ricomprando la medesima quota al prezzo di 10.000 lire, diventa, si può dire, padrone di se stesso fino a concorrenza di 10.000 lire, sotto forma di un pezzo di carta chiamato consolidato od obbligazione di stato. Se ha bisogno di credito, può impegnare se stesso depositando le 10.000 lire di consolidato come garanzia sussidiaria per un prestito. In teoria pura, egli si chiude in prigione; e la prigione è la cassaforte di una banca. Ma intanto egli è libero di pensare ai suoi affari, ai congiunti e agli amici. Nessuno sospetta che egli sia un prigioniero. Una piramide di depositi e crediti bancari si crea sulla base dell’originaria capitalizzazione, attraverso all’imposta e al debito pubblico, dell’uomo. Non è forse questa una nuova promettente riserva di caccia per gli statistici?



[1] Cfr. sopra il saggio VI.

[2] Fin qui il riassunto italiano presentato, insieme con la nota, dell’autore alla sessione di Londra dell’Istituto internazionale di statistica. Segue il testo tradotto dall’originale inglese. Nella versione, le cifre, del resto ipotetiche, espresse nel testo originale in lire sterline, furono ridotte a lire italiane.

[3] Naturalmente noi ci occupiamo qui soltanto di quelle imposte che furono create in servizio del debito pubblico; le quali imposte chiameremo d’ora innanzi, per brevità imposte interessi.

[4] Cfr. Osservazioni critiche ecc. riprodotte come secondo saggio del presente volume.

[5] La guerra costa inoltre una somma di quaranta milioni, tratti annualmente anche essi dai risparmi annuali; ma di questi ci occuperemo dopo, poiché sono un carico sul reddito di lavoro (guadagnato), non capitalizzabile.

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