La istruzione media coloniale e l’Istituto internazionale italiano[1]

Tratto da:

L’Italia coloniale

Data di pubblicazione: 06/06/1900

La istruzione media coloniale e l’Istituto internazionale italiano[1]

«L’Italia coloniale», 6 giugno 1900, pp. 28-33[2]

 

 

 

In un articolo su La questione della lingua nella Nuova diplomazia, pubblicato nel fascicolo di aprile dell’Italia coloniale, si esprimono, intorno al Regio Istituto internazionale di Torino, degli apprezzamenti, i quali potrebbero ai lettori di codesta rivista dare un’idea non esatta di ciò che quell’Istituto sia stato e di ciò che ancora possa compiere per l’educazione dei figli dei nostri connazionali sparsi nelle colonie.

 

 

Il concetto informatore dell’Istituto internazionale, sorto a Torino nel 1867, era nobilissimo e, in tempi in cui nessuno in Italia si occupava delle nostre colonie, geniale: unire più fortemente le colonie italiane alla madre patria per mezzo della educazione e della istruzione e diffondere all’estero la conoscenza e l’uso della lingua italiana.

 

 

Lo scopo non si sarebbe potuto raggiungere impiantando una scuola superiore coloniale. Manca nelle colonie nostre un elemento giovane, sufficientemente colto nella lingua italiana e dotato della cultura media necessaria per potere seguire dei corsi elevati. Fu saggio divisamento quello di fornire nell’Istituto Internazionale una istruzione inferiore e media, la quale accolga il figlio del nostro colono in giovanissima età, lo istruisca con sistemi speciali nella lingua e nella cultura italiana, e lo avvii, secondo le preferenze individuali, a studi classici, tecnici e commerciali medi, da cui si potrà passare poi agli Istituti di istruzione superiore.

 

 

Senza un corso preparatorio medio è assurdo pretendere che i figli dei nostri coloni vengano in folla nelle nostre Università, nei Politecnici e nelle Accademie commerciali italiane. Manca loro la preparazione indispensabile. Essi hanno compiuto i loro studi in un ambiente argentino, portoghese o levantino completamente diverso dall’italiano; e sono perciò imbevuti di lingua e di cultura straniere. I loro genitori sono di solito troppo intenti a vincere le dure battaglie della vita, perché possano far argine contro la corrente che tende a togliere i caratteri dell’italianità nei loro figli. Accade così che alla seconda generazione i figli degli Italiani siano divenuti Argentini o Brasiliani. Quelli del Levante da lungo tempo hanno perduto quasi tutti i caratteri ed i sentimenti nazionali, e si conservano Italiani in gran parte (è doloroso constatarlo) solo perché la protezione dei nostri Consolati torna talvolta utile.

 

 

Quando questa trasformazione si è già operata o sta operandosi nei figli dei coloni italiani, non bastano più ad opporvisi i mezzi comuni di educazione e di istruzione media esistenti in Italia. Anche supponendo che i padri, consci della propria incapacità ed impreparazione ad opporsi al processo di snazionalizzazione dei loro figli, vogliano mandarli in Italia, non trovano il mezzo di esaudire i propri desideri.

 

 

I Convitti nazionali non servono all’uopo. Ivi tutto il sistema di educazione e di istruzione, uniforme e regolato su principi quasi inflessibili, si impernia sull’idea che i giovani appartengano al medesimo tipo di cultura possano percorrere tutti il medesimo curriculum di studi e possano essere assoggettati alle medesime discipline educative.

 

 

Ora, tutto ciò è contrario al tipo di educazione coloniale. Nulla di più strano di un’accolta di giovani provenienti dal Levante e dalle diverse colonie italiane dell’America. È vano pretendere, sovrattutto quando si tratta di giovani nati da un incrocio di razze, quella uniformità fondamentale cui si ispirano i Convitti nazionali.

 

 

Quelle infrazioni alla disciplina, che nei nostri connazionali devono essere punite, meritano di essere compatite e corrette nei figli dei coloni con amor paterno, con il destare sempre più vivo l’affetto all’ordine, alla virtù, all’onore ed al lavoro con la persuasione e con l’esempio. La mancanza di cultura linguistica, che fa ripetere le classi per gli alunni comuni, deve per i coloni essere argomento ad un’istruzione separata e speciale.

 

 

Nelle scuole classiche e tecniche comuni mancano i mezzi tecnici adatti per poter fornire cultura italiana a giovani provenienti da paesi così diversi. In codeste scuole si suppone costantemente che tutti gli allievi sappiano parlare la medesima lingua. L’istruzione si svolge secondo un metodo uniforme. Conviene talvolta ripetere per alcuni allievi, più tardi di intelligenza o pigri, le medesime norme, ed applicare ai negligenti misure collettive speciali; ma si tratta in fondo di sistemi didattici uguali per tutti.

 

 

Tutto ciò è impossibile per i figli dei coloni. Quel metodo d’istruzione che è adatto ad un Levantino, non serve affatto per chi sia nato nell’Europa centrale od in Francia, e tanto meno giova per i figli dei coloni americani.

 

 

Occorre applicare dei metodi di istruzione e di educazione speciali per ottenere dei buoni frutti. Occorre formare lentamente e faticosamente un corpo di educatori e di insegnanti speciali, i quali conoscano le lacune mentali dei giovani a seconda della loro provenienza. Un giovane quasi argentinizzato rimarrà sempre in coda agli altri, se lo si mette subito nella prima classe di ginnasio o di scuola tecnica; farà invece una splendida figura se gli si fa seguire un corso speciale di istruzione organizzato in guisa adatta al paese da cui proviene.

 

 

A tutte queste cose pensano i genitori italiani quanto si decidono a far seguire ai figli un corso di studi all’estero; e siccome sono persuasi della scarsa convenienza dell’insegnamento classico e tecnico per se stesso, si inducono sovente a mandare i loro figli all’estero, dove li accolgono giganteschi stabilimenti specializzati nell’educazione coloniale, con sistemi didattici sapientemente adatti alla materia greggia giovanile che si tratta di trasformare.

 

 

Il danno che da questo stato di fatto deriva all’Italia è incalcolabile. Tutte le forze più vive, tutte le intelligenze migliori delle colonie ci sfuggono. Invece di diventare degli anelli preziosi di congiunzione fra la madre patria e le colonie, essi si dimenticano affatto della lingua e della cultura italiana e concorrono ad accrescere la falange dei commessi viaggiatori, dei mercanti ardimentosi e degli industriali colti che la Francia, l’Inghilterra e la Germania mandano alla conquista dei mercati orientali ed americani.

 

 

A porre riparo a questo gravissimo danno sorse, come ho detto, a Torino l’Istituto Internazionale, riconosciuto, con R. decreto 21 novembre 1867, Ente morale quale istituto di utilità pubblica.

 

 

I risultati ottenuti in un trentennio di vita si debbono dire notevolissimi, sovrattutto se si pone mente alle traversie finanziarie attraversate dalla geniale e patriottica istituzione.

 

 

Il principio educativo cui si informa l’opera dell’Istituto Internazionale è quello antico e semplice della famiglia signorile, colta, di sincera e schietta onestà e regolato dal rispetto. Ho detto antico questo principio, ma pei Collegi d’Italia è nuovo e la sua reale applicazione è merito del cav. dott. G. Ferreri che, compagno per 30 anni dei migliori lavori del fondatore De Grossi, è ora direttore amato ed inimitabile dell’Istituto.

 

 

L’organizzazione gerarchica dei Convitti nazionali non serve per tenere a freno un’accolta di genti strane e parlanti favelle diverse. L’influenza morale della famiglia del direttore è la sola, la quale possa valere qualcosa sulle menti agilissime e bizzarre dei giovani figli dei nostri coloni.

 

 

Il principio informatore della istruzione non poteva essere diverso da quello che s’è accennato sopra. Quindi l’insegnamento fu diviso in tre ordini:

 

 

Classico, comprendente i corsi ginnasiali e liceali per i giovani che avendo già avuta una preparazione speciale, vogliono incamminarsi alle carriere liberali e militari.

 

 

Speciale, per gli stranieri e per coloro i quali vengono dopo aver già varcata l’adolescenza, forniti di una cultura e parlanti una lingua tanto differente dalla nostra. È questo l’insegnamento più vario, complesso e dispendioso che un Istituto di educazione coloniale sia in obbligo di dare. Commerciale. Considerate le condizioni speciali delle nostre colonie, il grande sviluppo commerciale che si manifesta in tutte le nazioni, si vide non solo l’utilità, ma la necessità di dare largo svolgimento agli studi commerciali, che sono quelli cui più si interessano i coloni nostri che all’estero posseggono aziende commerciali od industriali. Fu quindi creata presso l’Istituto una regia scuola di commercio, dove i giovani trovano modo di acquistare cultura ed istruzione completa e pratica, da renderli atti a tenere ogni sorta di corrispondenza in lingue estere e contabilità commerciale, amministrativa ed industriale.

 

 

Una recentissima ispezione governativa dell’illustre prof. Roncali, direttore della Scuola superiore di commercio di Genova, dichiarava essere la Scuola Torinese uno dei migliori Istituti di istruzione commerciale media del Regno.

 

 

La Scuola si trova in una condizione privilegiata rispetto a tutte le altre di simil genere, perché è unita ad un Istituto di carattere cosmopolita, ove convenendo giovani di differenti razze e nazioni, si iniziano relazioni feconde nell’avvenire e dove per il fatto medesimo della convivenza si apre dinnanzi alla mente dei giovani un orizzonte più vasto.

 

 

È naturale che i giovani nati e viventi in Italia si ricordino, entrati nella vita degli affari, dei loro compagni di scuola coloniali, i quali sono ritornati alle loro aziende paterne dell’America e del Levante; ed i rapporti di amicizia possono condurre a stringere rapporti commerciali con lucro proprio e con vantaggio della nazione.

 

 

Il carattere cosmopolita dell’Istituto non toglie che gli Italiani nati nel Regno vi affluiscano in copia, attratti dal vantaggio di poter non solo giovarsi dell’istruzione media governativa impartita in tutti gli altri stabilimenti congeneri, ma di potere eziandio procurarsi la pratica conoscenza delle lingue straniere e l’amicizia personale di molti connazionali residenti all’estero. I quali vantaggi sono di grandissimo pregio per tutte le classi medie e superiori, ma in ispecie per quelle classi industriali e commerciali che amano congiungere gli intenti pratici alla larghezza della cultura.

 

 

I risultati raggiunti dall’Istituto Internazionale furono pari alla bontà degli ordinamenti ed alla saviezza dei metodi didattici; oltre a parecchie centinaia di Italiani, convennero presso l’Istituto 37 giovani di altri Stati d’Europa, 26 Asiatici, 72 Africani e 102 Americani. Risultato tanto più degno di nota in quanto l’Istituto Internazionale, sovvenuto bensì dal Governo, dal Comune, dalla Camera di Commercio e da generose oblazioni private, non fu mai un vero e proprio Ente governativo, ma dovette tutto il proprio sviluppo all’energia ed all’attività perseverante e infaticabile della direzione, coadiuvata da ottimi collaboratori ed insegnanti.

 

 

Purtroppo alla genialità educativa, ed alla attività tecnica veramente ammirevole non corrispose nel prof. De Grossi, fondatore e direttore per lunghi anni dell’Istituto, l’attitudine finanziaria. L’Istituto che avrebbe potuto, con una amministrazione oculata, costituirsi un ragguardevole patrimonio, si trovò, alcuni anni fa, in uno stato di crisi finanziaria che in parte ne sospese il normale funzionamento.

 

 

Ora, grazie all’opera energica di due benemeriti regi commissari, gli onorevoli Badini e Cibrario, e del Consiglio di Amministrazione ricostituito regolarmente da un anno e più, il periodo di lotta con le difficoltà finanziarie sta per finire. Se il Governo interverrà e con sapiente previdenza metterà in grado l’Istituto di trasformare la natura dei suoi impegni, i quali sono ampiamente coperti dal grandioso immobile di sua proprietà, un prossimo rifiorimento di un Istituto, così benemerito dell’Italia nuova, è immancabile.

 

 

Nell’articolo cui ho accennato in principio delle presenti pagine, Primo Levi incita l’on. Fusinato a diventare l’uomo del domani nel campo della nuova diplomazia italiana. Per coloro che, come lo scrivente, hanno avuto la fortuna di essere stati discepoli dell’attuale sottosegretario degli esteri e conoscono le doti di mente dell’insigne cultore di diritto internazionale, l’invito di Primo Levi assume quasi la forma di una previsione sicura di un domani immancabile.

 

 

Non si meravigli dunque il lettore se anch’io voglio fare un augurio all’Italia ed a Torino. Perché l’on. Fusinato, il quale ha una coscienza così elevata dei bisogni dell’Italia nuova, che sta formandosi spontaneamente nell’America latina ed è così strettamente legato, per vincoli dolcissimi dello studio e dell’insegnamento, alla nostra Torino, non vorrà dare l’impulso, il quale spinga nuovamente l’Istituto Internazionale italiano sulla via dove ha già mietuto tanti allori e lo metta in grado di raccogliere di nuovo nelle sue belle sale, come già accadeva alcuni anni or sono, un centinaio di giovani discendenti da stirpe italiana, provenienti dalle parti più lontane della terra, affratellati dal pensiero comune di una sola patria, e desiderosi di aumentarne la grandezza e la espansione feconda e grandiosa all’estero?

 

 

Per fortuna nostra, da qualche tempo sta infiltrandosi nella coscienza dei più l’idea che una nuova e grande Italia vada formandosi a poco a poco al di là dell’Oceano nella lontana America. Ma perché l’aspirazione ed il sogno di pochi diventi realtà, è d’uopo che si faccia argine alla crescente snazionalizzazione dei nostri emigranti. Le scuole italiane all’estero e l’istruzione coloniale dei figli dei nostri migliori e più agiati coloni in Italia, ecco i mezzi per mantenere viva la fiaccola dell’Italianità all’estero e per conservare alla madre patria una nobile influenza sulle sue libere colonie d’infiltrazione.

 

 

Sarebbe questa un’opera bella e degna dell’on. Fusinato. Le fondamenta granitiche dei rapporti costanti con le colonie italiane, dell’insegnamento specializzato ed adatto a plasmare tanti spiriti giovanili e bizzarramente diversi, esistono. Basterebbe togliere le ultime conseguenze della incapacità finanziaria veramente straordinaria di chi ne fu il benemerito creatore, perché l’Istituto Internazionale italiano di Torino potesse presto ripigliare la sua funzione di Istituto coloniale di istruzione media. Dopo, quando l’intento si sia raggiunto (ed in nessun luogo è tanto facile raggiungerlo come a Torino, dove già esiste tutta una organizzazione tecnica sapientemente costituita da anni), sarà tempo di pensare a creare degli Istituti coloniali superiori. Ora sarebbe prematuro, perché manca nelle colonie la materia adatta a venire ad istruirsi presso un simile Istituto coloniale.

 

 

Ma quando l’ora sarà suonata, l’on. Fusinato troverà nell’Istituto Internazionale italiano, da lui risospinto sulla via della grandezza, argomento e conforto a nuove geniali creazioni.

 



[1] Sono lieto di avere provocato, con le mie parole incidentali sull’Istituto Internazionale di Torino, questa risposta del prof. Einaudi, che la cortesia della Direzione vuole comunicarmi. Anzi tutto, per la importanza del tema, di cui il prof. Einaudi prende ad esaminare un altro aspetto; poi, perché i di lui schiarimenti nulla tolgono di valore alle mie considerazioni. Infine, perché ho, così, l’occasione di dare una buona notizia ai lettori dell’Italia Coloniale. Proprio mentre compariva il mio articolo, l’on. Fusinato, al quale io mi rivolgeva, era a Torino per studiare il miglior modo di risolvere la questione dell’Istituto. E il di lui interessamento è una garanzia della serietà con cui il grave complesso problema dell’insegnamento coloniale verrà ora considerato alla Consulta. Certo, con la sua intelligenza, la sua coltura, il suo senso pratico, l’onor. Fusinato troverà il modo, e a Torino, e a Napoli, e magari a Venezia, di provvedere a questo, che è un bisogno, non soltanto della nostra politica, ma addirittura della nostra esistenza nazionale.

Venezia, 30 maggio

Primo Levi

[2] In estratto: Roma, Tip. cooperativa sociale, 1900, pp. 6.

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