La liberazione di ottanta piccoli martiri. Una santa crociata nelle vetrerie francesi
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 01/11/1901

La liberazione di ottanta piccoli martiri. Una santa crociata nelle vetrerie francesi[1]

«La Riforma Sociale», novembre 1901, pp. 1101-1113

 

 

 

Nel fascicolo del giugno dell’anno corrente la Riforma Sociale pubblicava il resoconto di una storia triste, profondamente triste: la storia del traffico miserando dei minorenni italiani condotti dai circondari di Sora e di Isernia a morire nelle vetrerie francesi.

 

 

Quella inchiesta, dovuta alla nobile iniziativa dell’Opera di assistenza degli operai italiani all’estero, ebbe una larghissima eco fra i nostri lettori.

 

 

Ed ora dobbiamo parlare di un’altra inchiesta e di un’altra campagna nobilissima condotta dall’Opera di assistenza a favore dei minorenni italiani martirizzati nelle vetrerie francesi.

 

 

È una narrazione dolorosa, la quale stringe il cuore, questa degli sforzi fatti dal prof. E. Schiapparelli, segretario generale dell’Opera, per salvare dalla morte i piccoli martiri nostri connazionali. Ma è una narrazione che noi vogliamo fare, perché, come a noi sanguinava il cuore leggendo le bozze dell’ultimo bollettino dell’Opera, così una viva fiamma di indignazione e di sacrificio sorga ad aiutare i volonterosi nell’intrapresa santa che essi si sono assunta.

 

 

Sebbene l’industria vetraria sia diffusa in varii Dipartimenti della Francia, nondimeno, per gli scopi che l’Opera si propone, le nostre indagini possono limitarsi a tre principali gruppi di vetrerie: quello cioè delle vetrerie dei sobborghi di Lione (La Mouche, la Mulattiere, Oullins, Venissieux); l’altro, a questo assai prossimo, dell’alta Loira (Givors, Rive-de-Gier, St. Romain-le-Puy, St-Galmier, ecc.) e quello dei dintorni di Parigi (La Plaine St-Denis, Choisy-le-Roy, Bas-Meudon, Pantin). In questi tre gruppi di vetrerie si fabbricano unicamente bottiglie o articoli di genere affine; ed è infatti in questo ramo di industria che il lavoro del fanciullo è, più ancora che utile, quasi direi, necessario per ottenere il massimo prodotto colla minima spesa. In queste vetrerie sono i massimi agglomeramenti di fanciulli italiani, mentre nelle fabbriche delle lastre di vetro, delle cristallerie, ecc. i fanciulli italiani si trovano solo sporadicamente e per eccezione.

 

 

L’industria della fabbricazione delle bottiglie nel Lionese e nell’alta Loira è assai antica: a Rive-de-Gier, per es., essa data da secoli, favorita dalle abbondanti miniere di carbone delle vicinanze. L’emigrazione a quella volta degli operai piemontesi vi deve pure essere antica, e prosegue tuttora, specialmente dai circondarii di Torino e di Mondovì; ma i Piemontesi, come i Francesi, lavorano nelle vetrerie come ouvriers, con lauto guadagno, che ondeggia dalle 10 alle 20 lire al giorno. Molti operai piemontesi vi hanno condotto le loro famiglie: mandano i ragazzi alle scuole locali fino all’età di 13 anni, e poi li fanno lavorare con loro nella vetreria; incominciano come porteurs, dopo un anno e mezzo passano gamins, poi grandsgarçons e poi ouvriers. È una cattiva professione, perché il vetraio raramente tocca i sessant’anni, e spesso non arriva nemmeno ai cinquanta; ma , ad ogni modo, una professione. E l’ouvrier che sia regolato nelle bibite alcooliche ed economo nei suoi guadagni, può in vent’anni di lavoro mettere insieme una piccola sostanza per la sua famiglia.

 

 

I Francesi che, in assai maggior numero dei Piemontesi, lavorano come ouvriers, sono principalmente originarii dell’Ardèche: ancor essi, di solito, ma non sempre, mettono i loro figliuoli a lavorare nella vetreria, nelle medesime condizioni e con vantaggi anche maggiori dei ragazzi piemontesi; ma gli uni e gli altri messi insieme non rappresentano nemmeno un terzo, forse poco più di un quarto, dei fanciulli che lavorano nelle vetrerie. La gran massa è di fanciulli dell’Italia meridionale, provenienti principalmente dalle provincie di Caserta e di Campobasso, e, in minor numero, dalle provincie di Aquila e di Roma.

 

 

L’emigrazione dei meridionali, o dei napoletani, come sono volgarmente chiamati, appare di data recente. è difficile precisare da quando sia incominciata, ma non parrebbe aver preso proporzioni notevoli se non da una diecina di anni; è venuta poi sempre crescendo, ed è entrata oramai come elemento importante nello sviluppo della fabbricazione delle bottiglie.

 

 

Essa è stata ed è una vera manna per quell’industria; e questa la sfrutta a suo vantaggio, senza riguardo alcuno ai più elementari principii di umanità.

 

 

Una delle maggiori difficoltà che quella industria incontrava per reclutare il suo personale, derivava dalla sproporzione fra il numero esiguo degli ouvriers e quello, almeno triplo, dei garzoni (porteurs, gamins, grands-garçons, chauffeurs, ecc.). Siccome gli operai francesi e i piemontesi non mettono i loro figliuoli come porteurs se non abbiano la garanzia che, dopo non troppo lungo tirocinio, passino ouvriers, normalmente le vetrerie non potrebbero avere nemmeno la sesta parte dei ragazzi che loro occorrono. A colmare questa lacuna dovevano venire le miserabili popolazioni della Campania: questa povera gente, affamata, senza un mestiere, senza lavoro, vi cadde sedotta dal miraggio di un momentaneo benessere.

 

 

Per attirarli, i proprietarii delle vetrerie, ad ogni famiglia che presenti due ragazzi capaci di fare il porteur, danno gratuitamente alloggio e riscaldamento: impiegano subito i due fanciulli a non meno di 40 lire mensili ciascuno, ed impiegano il padre come manovale a 3 franchi il giorno.

 

 

Questi manovali non hanno quasi mai nulla da fare, tanto sono numerosi in confronto del bisogno: i più si gingillano per meno di 10 ore al giorno nei cortili delle vetrerie, portando da un punto ad un altro del carbone o delle casse, che poi magari riportano al medesimo punto di prima, proprio solo per poter dire che non restano oziosi.

 

 

Questi incentivi hanno attirato in tutti quei luoghi numerose famiglie delle anzidette provincie, le quali, pressate dal bisogno, sono liete di trovare temporaneamente da vivere, senza pensare che i loro figli, dopo pochi anni, colla salute rovinata e senza un mestiere, in bel modo saranno messi fuori, per far posto ad altri elementi più giovani, e perciò più agili, più pazienti e meno costosi. Il prof. Schiapparelli non ha trovato fra i meridionali un solo adulto che lavorasse come ouvrier; pochi quelli che ottennero il posto di grand-garçon con un salario da 3 a 5 franchi il giorno, e questi pochi devono avere dei fratelli minori che lavorino come porteurs. Normalmente, una volta adulti, se non presentino due ragazzi, o almeno uno, nelle vetrerie non vi è più lavoro per essi.

 

 

Nondimeno le famiglie meridionali vi accorrono in folla; e poiché non sempre hanno pronti due ragazzi che abbiano l’età di 13 anni, prescritta dalla legge francese, o quando avviene che uno dei due venga a morire, allora, per ottenere o per non perdere il posto di manovale, ricorrono alle maggiori ed anche a criminose astuzie.

 

 

I più si procurano degli atti di nascita qualsiasi, che qualche loro compare vende per il prezzo medio di una cinquantina di lire. Rea Giuseppe, da Arpino, ha due figliastri, Ardore Domenico, maggiore di 13 anni, ed Onorio che ne ha 10: da un certo Arduino Recchia, di Casalvieri, compera l’atto di nascita di un fanciullo, Raffaele Fallone, che ne ha 14, e lo applica al figliastro Onorio, che malgrado la piccola statura – sono sempre tanto piccoli, si dice, i fanciulli italiani, in confronto dell’età! – viene subito accettato come porteur, così che il patrigno vi entra come manovale. Poco dopo, passa per Rive-de-Gier ed alloggia presso il Rea, il famigerato incettatore Donato Ciccarelli questi gli propone di cedergli la fede di nascita del Raffaele Fallone, e il contratto è fatto: per cui in altra vetreria vi è certo un secondo ragazzo minore di 13 anni che figura col nome di Raffaele Fallone, e in altra ancora ve ne sarà probabilmente un terzo.

 

 

Sebbene la legge francese punisca coll’immediata espulsione quello straniero che si renda colpevole di una falsa denunzia, nondimeno l’uso dei documenti falsi, fra i meridionali, è diventato sistema: tutti vi ricorrono. I capi del personale delle vetrerie lo sanno, ma chiudono amendue gli occhi e tollerano tutto. Grazie a questa colpevole tolleranza, a questa vera complicità, può avvenire che genitori avidi di guadagno mettano al lavoro dei fanciulletti di undici, di dieci, fin di nove, fin di otto anni.

 

 

Però, questa delle famiglie è la piaga minore. La vera, la grande piaga è quella degli incettatori, che hanno quattro, sei, dieci, quindici, fin venti ragazzi, sui quali, pagando annualmente 100 lire ai genitori, esercitano una autorità assoluta, tremenda, che riduce quei disgraziati alla condizione di schiavi. I garzoni, così si chiamano i fanciulli incettati, non hanno camicia, o ne hanno una sola pei giorni festivi; dormono tutti nudi a tre, quattro, fin cinque per letto, o su pagliericci immondi buttati per terra, o su casse rovesciate. Di solito, lungo la settimana non hanno che pane e cattiva minestra, per la quale le mogli degli incettatori, peggiori ancora dei loro mariti, utilizzano ogni rifiuto del mercato.

 

 

“Bisogna vederle – diceva allo Schiapparelli un buon padre di famiglia francese – queste donne italiane fra le 6 e le 8 della mattina girare pel mercato come fanno i cani, raccogliere per terra ciò che i rivenditori buttano via, ed avreste un’idea di ciò che si fa mangiare a questi poveri ragazzi! C’est de la pourriture qu’on leur donne!

 

 

L’incettatore è forte perché è il preferito dai grandi industriali vetrai. Invece di aver da fare con dieci capi-famiglia zotici, ignoranti, che non parlano che il loro dialetto, il capo del personale ha da trattare con un solo individuo, svelto, intelligente, che parla bene il francese e che è quanto mai remissivo. L’incettatore, infatti, non si lamenta mai né dell’orario o del turno di lavoro, se sia di giorno o di notte, né domanda garanzie di sorta per l’avvenire dei suoi garzoni. Quanto più lungo è il turno di lavoro, tanto meglio è per l’incettatore; se i suoi garzoni, invece di otto ore al giorno, lavorano dodici, invece di 45 lire mensili per ciascuno, egli ne intascherà 70; e se lavorano sedici ore, ne prenderà 90 e risparmierà sul vitto. Che se avvenga che i forni siano spinti a temperature incredibili, ed i gamins, sopraffatti da vampe di calore infernale, fuggano gridando: Metteteci dentro nel forno! Non ne possiamo più!”, l’incettatore andrà a riprenderli, volenti o nolenti li ricondurrà al supplizio, e il lavoro non si interromperà. E se svengono nella vetreria per inanizione, il che avviene spesso, non perciò si dovranno fare mutamenti nel turno. L’incettatore, inoltre, ha cura di avere costantemente personale giovane; ha regolarmente uno stock di ragazzetti sotto i 13 anni che, come porteurs, sono tutto quanto si possa desiderare di meglio; questi li ritiene di solito per quattro, cinque o sei anni, passati i quali, se la morte non li ha falcidiati, li rimanda esausti ai loro parenti, chiedendo magari al Consolato il rimpatrio gratuito, che suole essere conceduto agli infermi! E intanto nuova merce giovane arriva e supplirà l’antica.

 

 

Fu per strappare i piccoli martiri a codeste belve umane che lo Schiapparelli iniziò la sua campagna. La quale non fu agevole né lieta. I fanciulli italiani medesimi, terrorizzati dai loro padroni, occultavano la verità.

 

 

Scarni, e del pallore della morte, con le tracce visibili dei patimenti a cui sono sottoposti, essi negano il vero perché sanno di essere spiati.

 

 

 

 

«Stimmo bene, simmo contenti!… In Italia se more de fame… Qui se mangia bene… In Italia no’ volimmo tornar più!…».

 

 

Non è possibile parlare a lungo coi fanciulli perché le donne incettatrici stanno sempre all’erta. Già sanno confusamente che in Italia esiste un’opera intesa a combattere il loro infame negozio. Poche ore dopo che lo Schiapparelli era giunto a Rive-de-Gier, la voce era corsa di bocca in bocca che l’ispettore, vagamente temuto, era giunto, ed ovunque egli passava, dalle porte delle case, dai terrazzini e dalle finestre, tutti lo segnavano a dito.

 

 

All’uscita dalle vetrerie, i ragazzi piccoli, senza dubbio inferiori ai 13 ed anche ai 12 anni, che lo Schiapparelli vede, sono molti.

 

 

«Avevano un’aria stanca, sfinita, che muoveva a pietà: scarni, con larghe bruciature, chi alle gambe, chi sul collo, chi sul viso. Camminavano zoppicando, strascicando i piedi come se fossero vecchi cadenti. Cercai interrogarne qualcuno; mi guardavano per un momento come istupiditi e poi se n’andavano senza rispondere o mormoravano come persona seccata: Sì!… simmo contenti… Qua se mangia… In Italia se more de fame… Né potuto dir altro, perché gli incettatori erano loro alle costole. A Venissieux, sobborgo di Lione, uno degli incettatori, inforcata una bicicletta, mi precedeva e mi seguiva dovunque, intimidendo i ragazzi, che più non ardivano parlare».

 

 

«Il missionario D. Jacomuzzi, che era ancora di stanza a Grenoble, aveva promesso ai fanciulli delle vetrerie della Mouche, da lui già visitati, di far loro un’altra visita nel mese di agosto. Gli chiesi, ed egli mi acconsentì, di poterlo accompagnare; e così la mattina del 7 agosto ci dirigevamo insieme, a piedi, verso la chiesa di Nôtre Dame des Anges, che è la parrocchiale di quel sobborgo lionese. Imboccammo lo Chemin des Culattes, sul quale, al n. 27, dietro indicazione del Sindaco di Roccasecca, sapevo dimorare alcuni incettatori, e fummo in breve davanti al casamento indicatomi. A fianco di questo era un gran deposito di carbone spento, già usato per i forni della vetreria, e su quel deposito formicolavano alcuni ragazzi, che stavano scegliendo i pezzi di carbone ancora utilizzabili per riscaldamento. “Quello, mi disse il Jacomuzzi, è lo svago dei ragazzi nelle ore di libertà”. Con un cenno li chiamò a sé, e, non appena lo riconobbero, vennero di corsa, stringendoglisi attorno con un mondo di festa, che il buon Missionario ricambiava con paterna cordialità.

 

 

«Allora anch’io m’accostai, ed essi vedendo che ero amico del Missionario, anche a me sorrisero graziosamente con aria di confidenza. E con altrettanta confidenza accarezzandoli, incominciai ad interrogarli. Erano scarni e del pallore della morte; ma essi, che sapevano di essere spiati, alle mie domande se fossero contenti, rispondevano ad alta voce: “stimmo bene, simmo contenti!… in Italia no’ volimmo tornare più”. Infatti, tre donne si avvicinavano colle orecchie tese e altre si erano affacciate alle finestre. D. Jacomuzzi si spicciò ad invitarli per le cinque della sera al catechismo; salutammo i ragazzi, salutammo anche le donne, e procedemmo oltre.

 

 

“Dopo pochi minuti di cammino, e che s’era perduta di vista, per uno svolto della strada, la casa n. 27, ci troviamo a fianco un ragazzotto, che fa segno col capo di volerci parlare. – Sei anche tu italiano? – Sì, ci risponde, ma camminate, perché non ci vedano fermi a discorrere. – E si proseguì. – Lavori nella vetreria? – Sì, e voi cercate i piccoli ragazzi per condurli in Italia? – Si, caro, e tu vuoi venire in Italia? – Io no, perché ho qui il babbo e la mamma; ma ci sono tanti poveri ragazzi, che stanno a padrone, che vorrebbero venire! – E dove stanno? – Oh! al numero 27, dove siete passati, ve ne sono tanti. – E i loro padroni li maltrattano? – Se li maltrattano? Poco da mangiare e molte busse! Vi sono poi due fratelli che si chiamano D’Agostino, che ne hanno, di garzoni, almeno 12. Tempo fa uno delli garzoni voleva ritornare in Italia poiché era maltrattato, il suo padrone non voleva, e lui non voleva più lavorare: allora il suo padrone lo pigliò per la cintola, era piccolo, lo sollevò da terra e con un bastone gli fece gonfiare tutte le spalle e poi gli disse: “ora va pure in Italia!”. Vedete quella vetreria laggiù? è una vetreria grande, la vetreria Jayet. Vi lavorano più di 200 ragazzi, e là si che stanno male! – A questo punto parve al nostro piccolo informatore di essere spiato, ci salutò in fretta e infilò una via a sinistra, mentre noi proseguivamo verso N D. des Anges.

 

 

Lo Schiapparelli però non si scoraggia. Coadiuvato dal cav. Perrod, nostro console generale a Lione, che qui segnaliamo come funzionario meritevole di encomio per l’abnegazione con cui adempie ai più rudi doveri dell’ufficio suo, egli riesce ad ottenere l’appoggio delle Autorità francesi, le quali con prontezza ed entusiasmo mettono a sua disposizione una squadra di gardiens de la paix. E con questi comincia la crociata. Una vera crociata, perché bisogna lottare con la forza e l’astuzia per strappare la preda agli incettatori.

 

 

Ricordiamo alcuni aneddoti caratteristici.

 

 

Al Batiment de Gerlan, gran casamento dipendente dalla vetreria Jayet nel sobborgo della Mouche, a Lione, sporco, umido, senza aria, sono accatastate almeno venti famiglie, quasi tutte di incettatori, con oltre cento garzoni.

 

 

Quando vi giunse la squadra liberatrice, i ragazzi erano appunto rientrati dalle vetrerie; ma non appena si sa del suo arrivo, dalle finestre del piano terreno ed anche del primo piano gli incettatori fanno fuggire i ragazzi, specialmente i piccoli, sicché se ne possono liberare soltanto quattro. E così in tutte le altre località. A Rive-de-Giers le resistenze furono tenacissime. Gli incettatori maledivano, minacciavano, sfidavano l’ispettore a ritornare, ed avevano diffuso la voce che egli raccoglieva i ragazzi per gettarli nel fiume od ucciderli in modo misterioso; ma ben maggiore era il fermento alla Mouche, dove terribili furono le minacce che gli incettatori e le loro donne, vere furie infernali, fecero ai poveri ragazzi nella notte precedente il giorno in cui si aspettava lo Schiapparelli colle guardie.

 

 

Sugli incettatori incombevano due pericoli: primo, quello di perdere i garzoni; secondo, quello che i garzoni, una volta liberi, rivelassero i maltrattamenti subiti. Perciò gli incettatori cercarono terrorizzarli in modo che innanzitutto i ragazzi stessi ci facessero resistenza rifiutandosi di venire in Italia; e se poi fossero nondimeno liberati, tacessero su tutto il passato. A questo fine fecero loro ben capire che, se anche noi riuscivamo a portarli via, essi, gli incettatori, li avrebbero ripresi; e che se, per disgrazia loro, fossero stati essi a domandare il rimpatrio, o se ne mostrassero contenti, e non vi si fossero anzi opposti con tutte le forze, o se avessero parlato dei maltrattamenti passati, li avrebbero uccisi coi loro genitori. I poveri ragazzi sapevano per esperienza di quale malvagità quella canaglia fosse capace, e agevolmente si comprenderanno i sentimenti che si agitavano nell’animo loro, fra il desiderio della liberazione e il terrore della morte.

 

 

Al mattino verso le undici, ora in cui i ragazzi dovevano essere usciti dalle vetrerie, cominciò l’opera della liberazione. Il prof. Schiapparelli ed il cavaliere Perrod si presentano alla casa num. 22 dello Chemin des Culattes, accompagnati da buon nerbo di gardiens de la paix.

 

 

“I due incettatori D’Agostino si erano nascosti; non c’era in casa che una delle donne, che ci stava aspettando con aria di sfida; vi erano pure i dodici ragazzi, intenti, più che a mangiare, a divorare ciò che la loro padrona aveva imbandito con grande larghezza. Sopra una tavola, in cucina, vi era, in abbondanza, minestra asciutta, e in brodo, carne lessa ed arrostita, prosciutto, formaggio, vino.

 

 

” – Ecco ciò che io dò ai miei garzoni – gridò la D’Agostino, apostrofandoci.

 

 

” – Tacete, malvagia donna, – rispose il cav. Perrod, – non sentite il rimorso pei ragazzi che avete uccisi?

 

 

” – Ah! quelli è il Padre Eterno che se li è presi – rispose essa con un sorriso cinico, e rivolta ai ragazzi:

 

 

” – Mangiate, mangiate, figliuoli, finché ne avete il tempo.

 

 

” E i ragazzi divoravano colla bocca, cogli occhi, colle mani nervose, rivelando coll’avidità loro la lunga fame patita.

 

 

” Quando i ragazzi ebbero dato fondo a quanto era stato imbandito, li interrogammo ad uno ad uno, e ci assicurammo che, su dodici, sette erano minori di 13 anni.

 

 

” – Questi sette verranno con noi.

 

 

” La D’Agostino lanciava dagli occhi lampi di collera minacciosa; i sette ragazzi cominciarono a dare in ismanie, piangevano, gridavano:

 

 

” – No’ vulimmo andare a morire in Italia…. in Italia se more de fame… Vulimmo restar qui….

 

 

“Tutti i vicini si erano affollati nel corridoio e per la scala, evidentemente nell’intento di provocare un tumulto, durante il quale i ragazzi potessero fuggire; duopo era agire colla massima energia. E si agì, e come Dio volle, coi sette ragazzi minori, alcuni dei quali portati di peso dai gardiens le la paix, si arrivò fino in fondo alle scale, fra le strida delle comari, le invettive, le minacce un po’ di tutti, un vero pandemonio.

 

 

“Sul Chemin des Culattes, ove tenevamo pronte delle vetture, si faceva intanto un altro assembramento; ma erano principalmente francesi. – On delivre les petits verriers! – si gridava da ogni parte. – Quelle belle oeuvre! C’etait bien le temps! – C’est le consul d’Italie, le voilà – Vive le consul d’Italie! – E delle buone madri francesi, accarezzando i ragazzi, che si abbandonavano più che mai a smanie d’ogni sorta, cercavano di calmarli e persuaderli che quella era la loro liberazione.

 

 

“Messi i sette ragazzi in vettura, li avviammo al Consolato, custoditi da gardiens de la paix, e noi, col brigadiere ed altri militi, andammo per prendere i ragazzi dall’incettatore Vincenzo Franco. Questi, come i due D’Agostino, si era eclissato, lasciando soli in casa la moglie – una megera – e i quattro ragazzi, che erano come impazziti dal terrore. Essi, clandestinamente, e per due volte, mi avevano domandato il rimpatrio, accusando i peggiori maltrattamenti, e per questo motivo mi ero deciso a liberarli, sebbene fossero tutti ragazzi forti, d’età superiore ai 13 anni. Il padrone aveva intuito che la domanda era venuta da loro, e aveva loro imposto, come ammenda, pena la morte, di opporre a noi una resistenza disperata.

 

 

“Entrati nella piccola cucina, in cui stavano raccolti, sotto la sorveglianza della Franco:

 

 

” – Perché non li conducete in Consolato? – domandammo a questa.

 

 

” – Chiedetelo a loro, signore; sono essi che non vollero venire. Io li lasciai liberi.

 

 

” I ragazzi si erano messi in piedi l’uno accanto all’altro, colle braccia incrociate sul petto, in atto di lotta; tutti insieme gridarono, scuotendo il capo minacciosamente:

 

 

” – No, no’ venimmo in Italia! vulimmo restar qui!

 

 

” – Voi vorrete!

 

 

” – No!

 

 

“I gardiens de la paix si mossero per prenderli e incominciò una zuffa accanita, in mezzo alle strida della Franco e di un nugolo di comari meridionali, che in previsione, s’erano portate sul pianerottolo della scala.

 

 

” – Lasciateli, – gridai allora. – Disgraziati, vi lascio! Non capite che resistendo alla Polizia andate in prigione?

 

 

” – Oh! poveri noi – gemettero come fuori di sé, e il maggiore, piangente, stese le mani supplichevoli al brigadiere: – ve baciamo i piedi, signore! perdonateci, no’ sapimmo chel che facimmo!

 

 

“Ma venire non osarono; si vedevano davanti la morte.

 

 

“In tale condizione di cose, credemmo che, fra due mali, il minore fosse quello di soprassedere fino a che i ragazzi avessero modo di accertarsi che, una volta liberati, non sarebbero più stati ripresi dal Franco. Così facemmo: ed ormai anche per loro è l’ora prossima della liberazione.

 

 

“Frattanto, in Consolato, ov’erano stati condotti, fra i sette ragazzi tolti al D’Agostino, e gli altri tre, succedeva un vero putiferio. Molti compari, colle rispettive comari, ingombravano gli accessi del Consolato, e i ragazzi, di dentro, proseguivano a piangere ed a gridare con quanto fiato avevano in corpo. E quando uno, spossato, si riposava, il vicino lo pizzicava, come a ricordargli il suo dovere, e quello ricominciava. Era cosa comica insieme e penosa. Allora li apostrofai, minacciandoli di ricondurli tutti ai loro padroni; risposero con un urlo e questo era sincero:

 

 

” – No! No!

 

 

” – Allora tacete!

 

 

“Nondimeno proseguirono, e si abbandonarono poi alle smanie più smodate quando li mettemmo in vettura per trasportarli alla stazione. Per l’intero tragitto furono grida disperate e canti di dolore; alcuni tentarono di gettarsi giù dalla vettura; tutti i passanti si fermavano, curiosi e commossi: fu per noi un ben penoso tragitto!

 

 

Ma giunti alla stazione la scena cambiò. Discesi dalla vettura, si guardarono l’un l’altro contandosi e interrogandosi vicendevolmente.

 

 

” – è dunque proprio vero che siamo liberi? che andiamo in Italia?

 

 

” E a mano a mano che questa speranza si chiariva nella loro mente, il loro occhio si accendeva e la gioia traspariva da tutto l’essere loro. Né ebbe più limite quando a ciascuno fu rimesso il biglietto ferroviario fino alla frontiera, e un bel scudo per provvedersi del vitto durante il viaggio. Quei poveri figliuoli si abbandonarono allora alle più tenere dimostrazioni di affetto non solo verso di me e verso il cancelliere del Consolato, che era stato pieno di premure per loro, ma anche col gardien de la paix, che li aveva scortati fino alla stazione. Quando il treno si mosse, partirono agitando le mani in segno di gioia e gridando: Viva l’Italia!”.

 

 

Alla Mulattiere, a Rive-de-Gier, continua l’opera santa di liberazione. In quest’ultima città furono liberati diciassette fanciulli che erano sotto falso nome, di dodici, undici, fin di dieci anni, i più in condizione di salute infelicissime o disperate. “Vi era, fra gli altri, un piccolo ragazzo, Francesco Fallone, di undici anni, che stava col cognato Vetrajno, uno dei più snaturati incettatori. Obbedendo alle ingiunzioni del Vetrajno, il povero fanciullo aveva sempre trovato modo di schivarsi uscendo dalla vetreria mezz’ora dopo gli altri, fino a che una sera, per puro caso lo sorprendemmo; e, al vederlo, non potemmo trattenere un grido di pietà.

 

 

Era un piccolo scheletro, che sussultava tutto per un tremito nervoso; ogni po’ doveva fermarsi, perché non poteva più camminare, eppure nelle otto ore precedenti gli avevano fatto fare i suoi settecento giri per portare settecento bottiglie!

 

 

A Saint-Galmier lo Schiapparelli si reca da Antonio Fusco, un famoso incettatore, che contro l’ispettore dell’Opera aveva proferito minacce di morte.

 

 

“Lo trovammo in casa con una parte dei garzoni che dovevano prendere il turno alle quattro del pomeriggio.

 

 

“Come vi chiamate? – “Antonio Fusco” – “Ah! siete quella canaglia di Fusco!”; e su questo tono si proseguì. Scopersi molti documenti alterati, ragazzi sotto falso nome; presi a parte, alcuni di essi rivelarono i maltrattamenti subiti. Lavoravano tutti, ogni giorno, da 12 a 16 ore consecutive; uno, Antonio Cima, aveva lavorato fino 36 ore di seguito; per nutrimento non avevano, lungo la settimana, che pane duro e minestra immangiabile, – una broda con pasta corrotta e condita con sego; – alla domenica soltanto un bicchiere di vino cattivo e salsicce o altra carne putrefatta; ogni cinque avevano un letto, e così pullulante di insetti, che i ragazzi preferivano dormire alla vetreria sopra un mucchio di paglia; due ragazzi piccoli, di dieci anni, con bruciature ai piedi, non erano registrati e ci erano stati nascosti. Le lettere dei genitori erano intercettate; ai due fratelli Cima, uno di 16 e l’altro di 10 anni, il Fusco aveva detto pochi giorni innanzi: “Vostro padre mi scrive che state male e che verrà a prendervi; se salirà le scale, non le scenderà; ammazzerò lui e voi, e berrò lo sangue suo è lo sangue vostro”.

 

 

“Antoniuccio, come si faceva chiamare, le Monsieur, come lo chiamavano i francesi, non lavorava e viveva sui ragazzi; ne aveva 13 registrati e 2 clandestini, dedotte le 100 lire annue, che passava ai parenti, e le spese di mantenimento, egli guadagnava, oziando, oltre 8000 lire all’anno! Dei suoi 15 garzoni ne portai via 13, e gli altri due, maggiori di età, rimpatriarono poi. “Qual male ancora mi potete fare voi? mi gridava furente la moglie del Fusco….”.

 

 

Ottanta fanciulli liberati dal martirio lento e dalla morte sicura sono qualcosa. Ma ben più occorreva fare.

 

 

Troppi bambini gemevano ancora sotto la sferza degli incettatori. È perciò che nello scorso ottobre lo Schiapparelli, in unione all’on. deputato marchese Sommi-Picenardi ed al conte Tommaso Gallarati – Scotti, intraprendeva una seconda spedizione, i cui risultati furono ancora più soddisfacenti di prima.

 

 

Ne diamo un breve cenno, che potemmo frettolosamente scrivere sugli appunti presi in un’adunanza dei cooperatori del Comitato di Torino dell’Opera, nella quale il prof. Schiapparelli espose, con parola commovente, le vicende del suo pellegrinaggio faticoso e santo. Lo zelo, invero ammirevole, spiegato in questa questione da tutti gli Agenti diplomatici e consolari, i quali, paralizzati da ovvie ragioni ufficiali avevano visti frustrati fin’ora i loro costanti sforzi per la soppressione della tratta; e la buona volontà in ogni luogo dimostrata dalle Autorità francesi, sorretta da un’opinione pubblica tutta favorevole, resero questa volta meno penoso ed arduo il compito dei valorosi cooperatori.

 

 

A St.-Romain le Puy, prima meta del viaggio, i molti ragazzi impiegati nelle vetrerie erano stati preventivamente trafugati: il Rizzi, uno dei peggiori incettatori, già condannato in Italia per tutta una serie di reati, ne teneva 27: ma, saputo l’arrivo dei delegati, fu pronto a distribuirli fra i parenti, finti parenti, di modo che fu impossibile strappargliene più di 2.

 

 

Altri 4 si tolsero a certo Notarantonio, il quale aveva nascosti i più piccini in un forno morto; ed a una tal Marsella ne fu preso uno, il quale, oppostosi prima violentemente, venne poi, la sera stessa, nascostamente ad implorare lo si rimpatriasse.

 

 

A St.-Galmier gli incettatori, ammaestrati dalla esperienza, rinunciarono ad opporre una valida resistenza, e qualcuno di essi preparò anzi i bambini per la partenza, adattandosi, senza troppe proteste, alla necessità. Né troppi ostacoli si incontrarono a Rive de Giers dove, grazie al valido aiuto delle Autorità francesi, si scoprì un numero incredibile di documenti falsificati, provocando denuncie, rimpatrii, sospensioni dal lavoro in gran quantità. E confortevoli risultati si ebbero a Parigi, dove tuttavia, per esservi il servizio più leggiero e men generale il sistema dei padroni, le condizioni appaiono eloquentemente migliori. Al ritorno si liberarono 6 ragazzi trafugati a Creille da uno dei Carlesimo; 6 a Lione, grazie al personale concorso del Sost. Procuratore della Repubblica; 12 alla Mouche, 2 a St.-Romain, 2 a Marsiglia.

 

 

E furon così complessivamente circa un centinaio i minorenni italiani strappati all’odioso sfruttamento dei biechi mercanti di carne umana.

 

 

Il trionfale risultato non fu senza fieri ed accaniti contrasti.

 

 

Il Carlesimo, caratteristica figura di delinquente, che aveva saputo incutere il terrore per fino alle Autorità di polizia di Creille, vistosi tolta la preda, si recò alla stazione, seguito da un codazzo di complici; e fu solo dopo una vera e propria battaglia che si riuscì a far partire i piccini, i quali egli non cessò dal terrorizzare, fino all’ultimo istante, colle intimazioni più feroci.

 

 

A Rive de Giers, uno degli incettatori abitava una casa comunicante, a mezzo d’una porta nascosta, colla vetreria.

 

 

E ci volle un assedio in piena regola per riuscir a scoprire lo stratagemma ed invadere dai due lati contemporaneamente l’abitazione, rintracciando i piccoli schiavi abilmente nascosti.

 

 

L’inchiesta rivelò poi, anche questa volta, incredibili infamie e turpitudini insospettate.

 

 

A St.-Romain il Rizzo tratteneva presso di sé, col terrore, due piccoli calabresi da lui incontrati un giorno alla stazione ed a cui aveva rubati colla violenza i passaporti. A St.-Galmier tutti parlavano, con senso di profonda pietà, del recente suicidio d’uno dei garzoni del Frajoli, indotto dai maltrattamenti inumani al disperato proposito. La sollecitudine stessa con cui quella belva adduceva a sua discolpa parecchie predisposte testimonianze bastava a convincere della sua sanguinosa responsabilità.

 

 

Nello stesso paese eran pure 9 piccoli spagnuoli reclutati a mezzo d’una megera del lor paese la quale, tenendoli per sé, evitava loro ogni possibilità di rapporto col mondo per essi incomprensibile ed ignoto che li circondava. Quegli infelici muovevano a pietà. Miseramente vestiti, peggio nutriti, essi rimanevan talora, a quanto assicuraron i vicini, persin trenta ore senza mangiare. Un giorno alcuni di essi, rifiniti di forze, febbricitanti per le larghe scottature di cui i lor corpicini eran coperti, si rifiutaron di lavorare. Furono legati alle gambe del tavolo e del letto, e, tutta la giornata, la casa intiera risuonò delle loro acute grida sotto le percosse. Ad essi eccezionalmente provvederà l’Opera di assistenza, ove nol faccia secondo le promesse, il console di Spagna.

 

 

I falsi scoperti in ogni dove, ma specialmente a Lione ed a Parigi, furon innumerevoli.

 

 

In una vetreria si trovaron perfino due fanciulli contemporaneamente muniti di un unico atto di nascita. Erano maestri in questo genere di frode i famigeratissimi Carlesimo, la cui impudenza giunse al segno perfino di accusare di falso le domande di rimpatrio presentate dall’Opera a nome delle famiglie, producendo dinanzi al Commissario suo padre finto o comprato a negare l’autenticità della propria firma.

 

 

Ci volle tutta l’energia e la forza di volontà che comunica la coscienza di un alto dovere per superare trionfalmente la turpe coalizione di delinquenza, di minaccia e di insidia opposta agli sforzi generosi.

 

 

Ma lo strappare agli sfruttatori le loro vittime non basta purtroppo a risolvere stabilmente e per sempre il problema della tratta, né a sradicare la triste consuetudine che induce purtroppo tanti italiani a far mercato della vita e del sangue delle proprie creature.

 

 

La nuova inchiesta ha invero persuasa la Presidenza dell’Opera che, se le male arti degli incettatori han certo una parte importantissima nell’esodo continuo di fanciulli per le vetrerie, questo ha però la propria ragione intima e vera nella miseria profonda in cui versano i paesi dove il turpe reclutamento riesce ad esercitarsi.

 

 

Le testimonianze degli adulti e dei piccini non lascian purtroppo al riguardo alcun dubbio. La loro espressione favorita: “In Italia si muore di fame”, non è sempre un semplice suggerimento dei padroni. E non mancarono purtroppo i casi di bambini, già alquanto grandicelli, che, pur professandosi consci e grati del beneficio offerto loro col rimpatrio, pregarono i delegati dell’Opera a volerneli dispensare, non osando recare un nuovo aggravio alle rovinate famiglie. Così fu tra gli altri, alla Mouche per due figli d’un ingegnere calabrese, morto, lasciandoli colla madre nella miseria più squallida.

 

 

In questa condizione sarebbe pericoloso e fors’anche colpevole il sopprimere per ora, e finché dura lo stato di vera e propria rovina economica dei circondari di Sora, di Caserta, ecc., l’unico mezzo che resti a quella popolazione, per non morir di fame sulla terra, resa inetta a nutrirla; né forse abbiamo il diritto di chiuder loro completamente il solo mestiere che, non esigendo alcun tirocinio, né abilità tecnica speciale, riesca ad impiegare normalmente l’eccedenza di braccia che tra essi si verifica, recando ogni anno alle famiglie una somma, per quanto piccola, di prezioso sussidio.

 

 

Gli è perciò che, preoccupata di risolvere in modo non effimero e transitorio il vitale problema, l’Opera sta ora avvisando all’espediente migliore per conciliare le esigenze di vita degli infelici abitanti del Lazio e della Campania, con quelle superiori ragioni di umanità, di moralità, di decoro nazionale che informano l’azione sua.

 

 

Su proposta e suggerimento dello stesso proprietario della vetreria di St.-Galmier, sorgerà presto in quel centro industriale una Casa di Patronato, tenuta ed amministrata dall’Opera, la quale già dispose a tal uopo un annuo stanziamento.

 

 

Soppressi, per esplicita condizione imposta dall’Opera, gli incettatori e gli intermediari sotto qualunque forma, la Istituzione raccoglierà i fanciulli di età superiore al minimo legale, rappresentando, nei rapporti col principale, i loro interessi, vegliando alla conservazione dei risparmi da trasmettersi alle famiglie; procurando loro un ambiente igienico e sano, un vitto sufficiente, una amorevole assistenza nelle malattie.

 

 

L’orario del lavoro, rigorosamente ridotto ai turni normali, lascierà ai piccini parecchie ore di libertà da dedicarsi, sotto la direzione di apposito maestro, e grazie ad un ampio giardino sperimentale annesso all’edifizio, all’insegnamento pratico dell’agricoltura e dell’orticoltura, ch’essi potranno utilmente applicare al loro ritorno in patria.

 

 

La Casa sarà amministrata da suore, ma diretta da un laico, incaricato della disciplina e dell’istruzione del piccolo popolo a lui affidato.

 

 

Sopperirà all’impianto, e donerà la casa ed il terreno il proprietario della vetreria, lieto di non vedersi tolto completamente l’aiuto indispensabile dei piccoli operai italiani.

 

 

E del benefico istituto non tarderanno a risentirsi i vantaggi, così da invogliare gli industriali degli altri centri ad imitare l’ottimo esempio, favorendo quell’azione educativa e rigeneratrice che l’Opera si propone e della quale le inchieste ed i risultati pratici ora esposti rappresentano appena, nella mente dei suoi dirigenti, un tentativo felice ed un promettente inizio.

 

 

In tal modo l’Opera di assistenza, come ci promettevano il vescovo Bonomelli, presidente dell’Opera, ed Alberto Geisser, delegato per l’assistenza dei minorenni, ha continuato e continuerà vigorosamente nella magnanima intrapresa, fino a che questa mala pianta degli incettatori non sia estirpata, a conforto della nostra coscienza, per il buon nome dell’Italia, per l’onore comune.

 

 

Aiutiamola tutti in questa crociata veramente santa e patriottica.

 

 



[1] In collaborazione con Giuseppe Prato [ndr]

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