Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

La libertà tributaria ai comuni

«Corriere della Sera», 8 luglio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 240-243

 

 

 

Prima che passi in cosa giudicata, è bene ridurre al giusto suo valore una teoria venuta in grande onore tra le amministrazioni comunali per difendersi dalle critiche mosse contro i loro ultimi bilanci preventivi. Quando si dice che il disavanzo è troppo grosso, gli assessori alle finanze dei municipi rispondono a gara:

 

 

«la colpa è della legge, la quale mette vincoli strettissimi alla nostra libertà d’azione. Se noi avessimo potuto stabilire le imposte a nostro piacimento, l’equilibrio nel bilancio sarebbe stato facilmente ottenuto. Non lo potemmo perché la legge prescrive tassativamente quali imposte sono a nostra disposizione e fino a qual limite esse possono essere spinte. Perciò il postulato fondamentale per il risanamento delle finanze comunali è la libertà fiscale degli enti locali. Da anni noi la chiediamo ed è urgente ci sia alfine accordata».

 

 

Nelle richieste dei fautori della libertà fiscale dei comuni c’è del vero e dell’erroneo. Il vero sta in ciò che i freni sinora stabiliti sono o vessatori o insufficienti. La necessità dell’approvazione ad eccedere i limiti della sovrimposta da parte della giunta provinciale amministrativa, non ha impedito che i comuni dominati dai socialisti e non di rado dai bottegai giungessero praticamente ad espropriare i possessori di terreni e di fabbricati. Quando, in regime di vincoli sui fitti, ossia in regime in cui i proprietari di terre e di case non possono aumentare i fitti se non con i coefficienti fissati per legge, l’imposta viene, tutto compreso, spinta sino al 182 per cento del reddito imponibile secondo il nuovo catasto, qual parte di reddito potrà ancora rimanere al proprietario? Eppure quella aliquota del 182 per cento segnalata nella lettera di un lettore non è una delle più elevate. Vi sono casi in cui si giunge ad altezze anche più vertiginose; in cui le aliquote giungono al 200 o al 300 per cento del reddito imponibile e in cui ciò accade quando i percettori dei redditi tassati non possono aumentarli in corrispondenza. Dire che i comuni godono di troppo poca libertà, quando possono verificarsi di tali misfatti tributari, è affermare cosa priva di contenuto. L’intervento delle autorità tutorie ha servito a poco o nulla; e non v’è alcuna probabilità che in avvenire giovi maggiormente. Si può essere d’accordo con i fautori della libertà fiscale dei comuni nel senso che i comuni devono essere lasciati liberi di formarsi il bilancio a loro piacimento, senza impacci di approvazioni superiori; impacci dannosi ai buoni amministratori e vani per quelli faziosi, i quali hanno sempre a loro disposizione un qualche deputato per premere sul governo e indurlo a sanzionare l’iniquità. Ad una condizione però: che la legge scritta indichi essa, nettamente, quali guarentigie spettino ai contribuenti contro le velleità espropriatrici dei comuni.

 

 

I contribuenti non possono essere lasciati in balia delle maggioranze dei consigli comunali. Tanto varrebbe dire che la maggioranza del corpo elettorale può ridurre all’indigenza quella classe di contribuenti che ad essa sia invisa. Una maggioranza socialista, per alzare gli stipendi ed i salari agli impiegati ed ai salariati, per allargare la propria clientela, per odio di classe, spingerà al 100 per cento le aliquote delle imposte sui terreni, sui fabbricati e sulla ricchezza mobile. Una maggioranza bottegaia si contenterà di dare addosso ai proprietari di case. Una maggioranza di contadini piccoli proprietari terrà bassa la sovrimposta sui terreni e si accanirà contro i fabbricati e sugli esercizi e rivendite.

 

 

Tutto ciò è inammissibile ed equivarrebbe a creare in Italia 9.000 stati diversi, separati da ordinamenti fiscali differenti e fra cui il movimento economico sarebbe artificiosamente determinato dall’interesse a fuggire i comuni espropriatori delle singole categorie di ricchezze per rifugiarsi in quelli che a volta a volta usassero un trattamento più benigno. Lo sviluppo della ricchezza, il risparmio, la creazione di industrie e di commerci non avverrebbero sulla base delle ragioni oggettive di convenienza economica, per ottenere la massima produzione possibile, ma a norma delle previsioni sulle tendenze tributarie di effimere maggioranze nei consigli comunali. Le grandi intraprese, quelle più feconde e progressive sarebbero in balia della invidia e dello spirito fazioso dominanti in consigli comunali spesso ignoranti. Il segretario comunale nei piccoli comuni, la burocrazia municipale nei grossi diverrebbero entro certi limiti gli arbitri della vita economica dei contribuenti.

 

 

Ciò non può essere voluto neppure dai socialisti. Nessuno ha interesse, finché esiste un dato ordinamento sociale, a renderne impossibile il funzionamento seminando l’incertezza, scuotendo la fiducia in coloro che organizzano imprese e che risparmiano.

 

 

Per questa ragione, altresì, deve essere affrettato il giorno in cui ad imposte disadatte agli enti locali vengano sostituite imposte più adatte. L’imposta di famiglia è una di quelle che meritano di essere tolte ai comuni, perché oramai divenuta disadatta ad essi. In origine, essa tassava l’agiatezza degli abitanti, il tenor di vita quale risultava dalle manifestazioni esteriori. A poco a poco si trasformò in una vera imposta sul reddito generale, anche se il reddito in gran parte proviene da fonti esterne al territorio comunale ed anche se il reddito non è se non in piccola parte consumato nel comune.

 

 

Tutto ciò è una vera aberrazione. Perché Milano o Torino debbono poter tassare tutto il reddito di una famiglia, la quale lo trae da lontani territori, solo perché essa capita a dimorare nella grande città per 6 mesi ed 1 giorno all’anno? La pretesa della città di residenza va contro il legittimo diritto dei comuni dove il reddito si produce. Manca inoltre qualsiasi rapporto tra il reddito prodotto ed i servigi forniti dalla città. C’è un po’ di buon senso a colpire un ricco, solo perché risiede in un comune, con 100.000, 200, 300 e persino 500.000 lire d’imposta all’anno? Costui avrà interesse a comprare, col risparmio dell’imposta di un anno, una villa in campagna e circondarsi poi di tutti gli agi di servitù e di automobili, così da godere gli agi della vita cittadina senza gli oneri. La vera imposta adatta ai comuni non è l’imposta sul reddito. Il reddito è nazionale, deriva da fonti situate dappertutto. Solo lo stato lo deve e lo può tassare. Il comune deve tassare le manifestazioni locali del reddito, ossia la spesa, come infatti ha proposto la commissione reale per la riforma dei tributi locali. L’imposta sulla spesa, bene organizzata, tenendo conto di tutti gli indizi della spesa – fitto, servitori, mobilio secondo il valore di assicurazione, vetture ed automobili, palchi in teatro e simili – renderà molto, forse più dell’imposta sul reddito, colpirà il lusso, sarà mite verso il risparmio. Perciò non si deve lasciare ai comuni la scelta fra l’un tipo e l’altro di imposta. Il legislatore, e non il consiglio comunale, deve giudicare quale imposta, per la sua natura generale, come quella sul reddito, sia meglio adatta allo stato, e quale, per la sua indole locale, sia, al pari dell’imposta sulla spesa, meglio adatta agli enti locali. Solo così la materia imponibile potrà essere utilizzata sino al massimo, senza che i contribuenti siano lasciati in balia di chi li voglia distruggere. Libertà sì; ma entro i confini dettati dal legislatore.

 

 

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