La logica nominativistica

Tratto da:

Rivista delle società commerciali

Data di pubblicazione: 01/09/1916

La logica nominativistica

«Rivista delle Società Commerciali», settembre 1916, pp. 629-643

In estratto: Roma, Officina tip. Bodoni, 1916, pp. 46

 

 

 

 

Lo studio che il prof. Cesare Vivante ha pubblicato sulla Nuova Antologia dell’1 settembre 1916 intorno alla Difesa nazionale delle società per azioni suscita riflessioni ed obbiezioni serie, le quali non è forse inopportuno esporre. Accanto al nucleo centrale dello studio, sul quale ritornerò subito, il Vivante fa alcune considerazioni intorno alla scelta ed ai poteri degli amministratori ed ai brevetti d’invenzione, su cui non intendo intrattenermi di proposito.

 

 

Non vedo un gran danno nella proposta di rendere obbligatoria una maggioranza italiana nel consiglio di amministrazione delle società anonime; ma non vedo nemmeno quale apprezzabile beneficio ce ne possiamo ripromettere. È questo uno di quegli empiastri o dighe o, per usare le parole del Vivante, di quelle «opere di difesa che il legislatore sovrappone agli organi economici con un procedimento esteriore e meccanico», ed in cui bene a ragione il Vivante non ha «alcuna» fede. Le società anonime, in cui la maggioranza del capitale e dell’influenza apparterrà a stranieri, troveranno sempre modo di darsi un consiglio di amministrazione dominato dall’influenza straniera, anche se la maggior parte e persino tutti gli amministratori saranno italiani.

 

 

Vi sono tante egregie teste di legno in Italia pronte a sobbarcarsi all’onore ed al vantaggio di fungere da amministratori, prestando all’uopo i propri titoli nobiliari o cavallereschi! Se così piace, si può anche scrivere nelle leggi l’obbligo della maggioranza italiana; né sarà questa la legge più inutile che sarà stata procreata dalla burocrazia italiana, la cui fecondità in aborti neppure il più scettico economista poteva immaginare fosse così meravigliosa come si chiarì dallo scoppio della guerra italiana in poi. Una «grida» più od una grida meno, poco importa; quando si sa che esse devono servire per la platea.

 

 

Più intrinsecamente disputabile è la seconda proposta: che gli amministratori non possano vincolare l’attività generale della società per un periodo superiore alla durata normale del loro mandato. Che cosa è l’attività generale della società? I contratti e le obbligazioni aventi portata superiore a quella del mandato degli amministratori non possono sovente essere utili, forse necessari per il funzionamento della società? Perché vietare alle società di fare contratti per es. di acquisti di materie prime e di macchinari, quando l’epoca della consegna per ragioni tecniche od economiche non può avvenire entro il limite di tempo del mandato degli amministratori in carica? Non si metteranno le società per azioni in una condizione di inferiorità grave in confronto alle altre specie di società ed agli imprenditori singoli? Che cosa si intende per «durata normale del mandato degli amministratori?» La scadenza dei poteri degli amministratori che scadono primi, o di quelli che scadono ultimi? Nel primo caso le società per azioni sarebbero stravagantemente e provvisoriamente frastornate nei loro affari; nel secondo la maggioranza degli amministratori si impegnerebbe oltre lo spirito del nuovo divieto voluto dal Vivante.

 

 

Ancor più gravi dubbi suscita la proposta di dichiarare decaduti i brevetti stranieri quando non siano attuati nel territorio dello Stato. Il problema qui è addirittura quello del regime di protezione da darsi all’industria nazionale; il che è implicitamente riconosciuto dal Vivante, quando accenna nel tempo stesso alla opportunità di imporre dazi di importazione ai prodotti stranieri. Io non voglio qui ridiscutere in generale la vessata questione[1]. Ma basti notare che la guerra presente non ha fornito alcun nuovo argomento, oltre quelli già prima le infinite volte confutati, a pro della protezione doganale. Anzi ha messo in chiaro che la cosidetta «invadenza tedesca» era maggiore e razionalmente maggiore nei paesi dove massima era stata la protezione concessa alla «industria nazionale». Non in Inghilterra, ma in Francia, in Italia ed in Russia era massimo, alla vigilia della guerra, il numero delle imprese dominate dalla finanza e dal capitale tedesco. E se ne comprende agevolmente la ragione. In Inghilterra i tedeschi non avevano d’uopo di recare i loro capitali e le loro imprese, poiché più economicamente potevano inviare i loro prodotti, senza l’impedimento di alcun dazio protettivo.

 

 

Ma i prodotti non potevano essere inviati, se gli inglesi non avevano i mezzi di pagarli; e siccome gli inglesi a memoria d’uomo non hanno mai avuto e non hanno ora e non pare abbiano alcuna intenzione di avere in seguito quantità apprezzabili d’oro disponibili per pagare merci stranieri e non hanno mai avuto alcuna tendenza ad indebitarsi per procacciarselo – ci vollero le urgenze belliche per indurli a contrarre debiti negli Stati Uniti per pagare munizioni! – anzi ebbero sempre una grande inclinazione a far mutui ai propri clienti per consentire a costoro di comperare merci britanniche; così è giocoforza concludere che se i tedeschi volevano vendere le loro merci agli inglesi, questi dovevano aver venduto prima o contemporaneamente altrettanto valore di loro merci a tedeschi, francesi, russi, ecc. ecc. Altrimenti, escluso l’oro ed escluso l’indebitamento, come le avrebbero pagate? Quindi «l’invasione» tedesca in Inghilterra per necessità assoluta suppone una «invasione» inglese in qualche paese estero; il rafforzamento dell’economia tedesca e l’espansione egemonica della produzione tedesca implicavano altrettanto rafforzamento ed altrettanta egemonia inglese. Dopo di che, i vocabolaristi hanno il compito di risolvere il rebus di che cosa vogliano dire ancora le parole «egemonia», «monopolio» e simili, di cui si fa oggi tanto consumo.

 

 

In Francia, in Italia, in Russia abbiamo voluto respingere «l’invasione» dei prodotti tedeschi, colpendoli con dei bravi dazi protettivi. Ed abbiamo ottenuto il bel risultato che i tedeschi sono venuti a fabbricare od a combinare quei prodotti in casa nostra; sicché adesso ci lamentiamo dell’invadenza della finanza tedesca, delle banche tedesche, delle società anonime intedescate con nomi italiani e via dicendo. E si propongono empiastri per eliminare il malanno da noi voluto, da noi provocato in passato e che si vuole, inasprendo i dazi, inasprire in avvenire. E viene fuori il prof. Vivante a proporre che le macchine tedesche e gli altri prodotti tedeschi tutelati da brevetto non possano più essere importati dall’estero sotto l’egida del brevetto; ma debbano, a pena di decadenza del brevetto, essere fabbricanti in Italia!

 

 

Dopodiché i detentori tedeschi di brevetti dovranno ancor più che in passato, impiantare filiali in Italia, le banche tedesche dovranno sempre più estendere fra noi il loro giro d’affari per aiutare questi nuovi germogli di attività tedesca. Si intende che, dopo avere voluto la causa di quello che egli considera un malanno, il professore Vivante si affanna ad erigere dighe e ad applicare empiastri contro la «invadenza» straniera; e si illude che il divieto delle azioni al portatore e della maggioranza degli amministratori stranieri possa far spuntare come un fungo dal suolo italiano i «vistosi» capitali che l’utilizzazione in Italia, dei brevetti stranieri richiederebbe; possa indurre finanzieri, banchieri e capitalisti stranieri a rinunciare all’amministrazione dei capitali di loro proprietà, possa far scomparire l’usanza degli azionisti e degli amministratori teste di legno. Noi sappiamo bene che tutto ciò è un tessuto di assurdità, anche se di queste assurdità, a leggere il Vivante, si è fatto paladino il «valoroso» direttore della proprietà industriale presso il Ministero di agricoltura, industria e commercio.

 

 

Ma assurdità restano e, se si tenterà di tradurre in atto l’obbligo di fabbricazione in Italia dei prodotti tutelati da brevetto, noi non avremo fatto che ribadire quel servaggio verso lo straniero, che ha mosso in crociata il professore Vivante. In fondo, però, quelle finora accennate sono bazzecole. La vera, la grande proposta contenuta nello studio del prof. Vivante è l’obbligatorietà per legge della nominatività delle azioni.

 

 

Qui debbo fare una premessa. Il prof. Vivante sa che, nonostante qualsiasi vivacità di stile, io professo la maggiore ammirazione e reverenza verso di lui, verso l’azione sua preclara di scienziato insigne. Anche un profano di diritto commerciale non può non consultare con rispetto scritti che hanno lasciato una traccia feconda nella dottrina commercialistica.

 

 

Ma non v’è quasi scienziato, per quanto adusato alla maggiore severità di studi e meritamente insigne per opere celebri e classiche, che non abbia qualche sua particolare ubbia. Gli inglesi hanno adottato la parola hobby per indicarne quella particolare predilezione che ogni uomo ha per qualche idea od abitudine o maniera di agire o di comportarsi. Avere un hobby, una marotte è una caratteristica dell’uomo di valore. L’hobby del prof. Vivante è l’antipatia verso i titoli al portatore, è un debole verso i titoli nominativi.

 

 

Non ho l’impressione che sia un vecchio chiodo; ma da quando l’idea gli è venuta, il chiodo si è conficcato nel cervello del prof. Vivante. Nel gennaio 1914 egli non era ancora arrivato sino a proporre la nominatività obbligatoria; e si contentava di promuovere di fatto la trasformazione dei titoli al portatore in titoli nominativi togliendo ai possessori dei primi ed attribuendo esclusivamente agli azionisti iscritti da più di sei mesi nel registro sociale il diritto di voto nelle assemblee generali. Poiché gli si fece osservare che il sistema ibrido da lui proposto era fecondo di inconvenienti non piccoli, il prof. Vivante, il quale non aveva cessato nel frattempo di carezzare e di sviluppare il suo hobby, salta ora il fosso. Non più spinta morale ed economica a trasformare il titolo al nome; ma obbligo assoluto per comando del legislatore di emettere solo azioni nominative. Abolite le azioni al portatore.

 

 

Naturalmente, siccome non si tratta di una conclusione scientifica ottenuta colla logica o colla osservazione dei fatti; ma di un idolo accarezzato dalla mente nei momenti di ozio, così dalla adozione del provvedimento si pronosticano mirabili risultati. È il vero Eldorado del fisco, del regime delle società per azioni che viene prospettato dinanzi ai nostri occhi. Lo scienziato è prudente, dubitativo, peritante, quando propone qualche provvedimento concreto. L’hobbyista, chiamiamolo così, è entusiasta. Io non credo mai che il prof. Vivante sia giunto a dire, parlando di se stesso, che una sua osservazione era «la più originale e la più penetrante» fra quelle porte alla riflessione dei lettori. Elogi cosiffatti ed anche, meritatamente, più alti furono spontaneamente pronunciati dai lettori e dagli ammiratori delle opere del Vivante. Non però da lui stesso, in veste di scienziato.

 

 

In bocca di un innamorato di un’idea fissa, l’autoencomio non sembra più strano. Ognuno che abbia un hobby parla così, simpaticamente, all’idea che gli è cara come la pupilla degli occhi suoi. Ma da ciò appunto si riconosce la natura psicologica dell’idea. Essa non appartiene al campo scientifico; ma sibbene a quello sentimentale. Se i chiodi fissi fossero da tutti valutati per ciò che realmente sono, non mi dovrei preoccupare del chiodo nominativistico del prof. Vivante. Siamo però in tempo di guerra e di pieni poteri legislativi affidati al potere esecutivo.

 

 

Chi può escludere che la marotte dell’insigne professore dell’Ateneo romano non coincida con la marotte di un qualche funzionario del ministro dell’industria e del commercio? Tanto più se si pensa che il chiodo nominativistico è diffusissimo nel mondo politico, burocratico, piccolo proprietario, democratico italiano. Un decreto legge è presto fatto; ed ecco convertito un innocuo passatempo della mente di uno scienziato, in cerca di distrazioni dai suoi studi più severi, in testo legislativo, destinato ad influenzare gravemente la vita economica italiana. Finché si è in tempo, chiunque abbia riflettuto sull’argomento ha l’obbligo di diminuire, sia pure in una misura minima, le probabilità che un semplice hobby sia scambiato per una idea geniale e vera e degna di essere attuata.

 

 

Nell’adempiere a quest’obbligo utilizzerò in parte il materiale di studio raccolto in due miei articoli pubblicati in questa stessa Rivista, nei fascicoli del 31 ottobre 1912 e del 31 gennaio 1914; articoli che il prof. Vivante cita con benevoli parole, per le quali lo ringrazio; ma da cui egli non ha ricavato, come è costume universale di tutti gli hobbyisti, se non ciò che poteva tornare favorevole alla sua idea fissa. La breve dimostrazione metodologica degli errori di logica e di osservazione contenuti nello scritto criticato non è, importa avvertirlo, fatta per il prof. Vivante, maestro agli altri di sapiente applicazioni dei più rigorosi metodi scientifici. È rivolta al pubblico, il quale dal nome dell’autore potrebbe essere indotto a credere che egli abbia in questa occasione usato quel rigore di metodo per cui i suoi trattati fanno testo negli studi dei giureconsulti e nelle aule delle corti giudiziarie.

 

 

Che la diagnosi del prof. Vivante dei malanni i quali affliggerebbero il regime delle società italiane per azioni, sia esageratissima, è verità manifesta. A chi vuol far credere sul serio il Vivante che l’azione della società italiane per azioni sia caratterizzata:

 

 

  • da una tendenza al monopolio ed alla dominazione del mercato italiano;

 

  • dalla possibilità che esse cadano, ed insieme con esse tutta l’economia nazionale, sotto la soggezione straniera, incombente su di noi con minacce di ricatti e di inasprimenti fiscali:

 

  • dalla dipendenza verso le banche, le quali formerebbero ad arte assemblee di azionisti, nominerebbero amministratori, avvincerebbero le società ai loro interessi stranieri ed essenzialmente cosmopoliti?

 

 

Questa è una descrizione di maniera, tollerabile a mala pena nelle colonne di un giornale sensazionale giallo, scritto da giovanotti dai begli entusiasmi nazionalisti, che non sanno che cosa siano né banca né borsa, e che non hanno alcuna dimestichezza con le cose delle quali discorrono. Sarebbe un discorso comprensibile, sebbene pernicioso, nella bocca di un burocrata ministeriale, il quale vede la vita attraverso la gerarchia, gli organici, la fine del mese, la regolarità dello stipendio. Ma è un linguaggio inverosimile nella bocca di uno scienziato, il quale ben sa quali siano le enormi difficoltà di riassumere in pochi tratti le caratteristiche di un movimento vario e complesso e riccamente progrediente quale è quello delle società per azioni.

 

 

Tutto ci si potrebbe attendere da un commercialista, fuorché una visione delle forme più moderne e ricche dell’economia industriale simile a quella la quale potrebbe avere, insieme con i giovanotti ed i burocrati di cui sopra, un latifondista assenteista del mezzogiorno,un junker prussiano od un piccolo proprietario rurale del mio Piemonte. Le società italiane per azioni sono parecchie migliaia; ed il prof. Vivante pretenderebbe che ad esse si confacesse una descrizione la quale tutt’al più potrebbe essere buona, entro limiti assai ristretti, per qualche decima di società famigerate, che riempiono di sé gli annali del mondo, ma che non avrei mai immaginato potessero essere assunte a prototipo della massa delle società esistenti in Italia.

 

 

Gli amici Geisser e Borgatta hanno voluto descrivere un aspetto solo della vita delle società per azioni: quello dei rapporti col fisco; ed hanno perciò istituito una inchiesta, durata qualche anno e costata gran fatica. Ciononostante le loro conclusioni sono parziali e tutt’altro che perentorie. Faccia altrettanto il prof. Vivante per gli altri aspetti della vita economica e morale delle società; raduni fatti precisi, li valuti, li pesi; sopprima, se crede, i nomi, ed esponga i risultati della sua inchiesta. Solo allora meriterà di essere creduto. Per ora le sue sono semplici affermazioni gratuite e che la osservazione dei fatti fa ritenere ingiuste, vorrei dire scorrette rispetto alla grande maggioranza delle società per azioni. Affermo anche io, come fa il Vivante; ma che cosa altro si può fare, quando l’accusatore, a cui incomberebbe l’onere della prova, non adduce un solo fatto concreto e condanna brutalmente, alla cieca, tutto e tutti, pure di avere un pretesto per tirar fuori il suo specifico prediletto?

 

 

La diagnosi del male, oltreché stranamente ingiusta, non è neppure pertinente in quei pochi casi in cui potrebbe avere una qualche men lontana approssimazione alla realtà. Quale è il mezzo di cui si servono le società anonime, le quali veramente intendono istituire monopoli, vogliono sopprimere ogni eventuale rivolta di azionisti, e rendere perpetuo il dominio dei primi amministratori, sia auto eletti, sia imposti da una banca italiana o straniera? Io l’ho chiamato, anni fa, il metodo della catena[2]: ed è in seguito divenuto più noto e più temibile. Per esso, la società A la quale ha un capitale di 1.000.000 di lire, investito realmente nella sua impresa, aumenta il proprio capitale a 2 milioni allo scopo di assumere una partecipazione nella società B; e questa fa la medesima cosa rispetto alla società A.

 

 

Dopodiché, la società A, con due milioni di capitale, ne ha investito 1 nella sua industria ed 1 in azioni della B; e la B anch’essa ha 1 milione investito nell’industria ed 1 milione in azioni della A. Il Consiglio d’amministrazione della A interviene alle assemblee della B e quando possegga un’azione sola più della metà, che è già in possesso della A, può nominare e nomina tutti gli amministratori della B; mentre il consiglio della B nomina gli amministratori della A. Ossia ambedue si eleggono a vicenda di comune accordo, avendo gli azionisti veri, i soli che hanno versato un reale capitale, abdicato in perpetuo ad ogni potestà di eleggere, cambiare, censurare i propri amministratori in quel giorno in cui inconsapevolmente votarono l’aumento di capitale.

 

 

Questo è il malanno peggiore e reale, il quale sopra si è esposto in forma schematica, ma può prendere forme complesse e svariatissime, di quella parte del nostro mondo societario, in cui esistono sul serio quelle tendenze al monopolio alla ingerenza, di cui tanto si lamenta il Vivante. Sarebbe certo desiderabilissimo si potesse trovare a tal malanno un rimedio; e sarebbe augurabile che qualche studioso, allo scopo di evitare una delle solite improvvisazioni legislative, studiasse come il problema sia stato posto e come si sia tentato, più o meno felicemente, di risolverlo negli Stati Uniti, dove da anni esso è dibattuto, affrontato, dato per risoluto, ripigliato da capo. Ma probabilmente quello studioso dovrebbe riconoscere che il rimedio non si può trovare nel cerotto vivantiano della nominatività delle azioni. Poiché negli Stati Uniti le azioni sono quasi tutte nominative; e ciononostante il malanno imperversa più che in Italia, con tutta la sequela degli amministratori auto eletti ed irresponsabili, delle assemblee di paglia, che il Vivante immagina essere dovuti alle azioni al portatore.

 

 

Che se ben si riflette, anche in Italia le azioni possedute, a titolo di partecipazione in catena, dalla società A o dalla B non sono dissimili, sebbene al portatore, dalle azioni nominative. è ben noto, infatti, quante azioni della A siano possedute dalla B; e nelle assemblee della A gli amministratori della B sogliono intervenire come mandatari della propria società, azionista nota e risaputa lippis et tonsoribus. Attribuire alla forma al portatore delle azioni i mali che talvolta affliggono le società è confondere l’esteriorità con la sostanza. Non si cambia con cerotti l’indole degli azionisti. Che se questi non si curano dei propri affari, non leggono le relazioni, non vanno alle assemblee, non si informano delle qualità morali degli amministratori, sono avidi solo di dividendi alti, ben loro sta di avere sul dosso amministratori curanti più dei propri interessi che degli altrui.

 

 

Il legislatore ha adempiuto all’ufficio suo quando ha predisposto le condizioni formali del buon funzionamento giuridico delle società per azioni. Non nego che parecchio possa ancor farsi al riguardo; ma in questo «parecchio» non entra l’obbligatoria nominatività delle azioni. La scelta fra azioni al portatore ed azioni nominative deve spettare agli azionisti, a norma delle loro particolari convenienze. Vi sono parecchie buone ragioni a favore delle azioni nominative e sono quelle che il Vivante quasi considera appena degne di ricordo e tratta di ragioni «minori»: la garanzia contro i furti, contro i trafugamenti in caso di morte, la comodità di ricevere a casa i dividendi col mezzo di assegni bancari, di ricevere a casa relazioni e comunicati sociali, la possibilità di conoscere i consoci.

 

 

Ma vi sono del pari buone ragioni per preferire le azioni al portatore, anche all’infuori della frode fiscale, di cui si discorrerà poi: la facilità delle contrattazioni, enormemente maggiore, checché si faccia, che non per le azioni nominative; la sicurezza di non far risapere ad altri i fatti propri; la comodità di farsi rappresentare nelle assemblee generali, nelle quali l’azionista privato può avere buonissime ragioni per non intervenire. Non si comprende la ragione, per la quale l’Italia dovrebbe essere l’unico paese al mondo dove gli azionisti o singolarmente o col loro voto di assemblea non dovrebbero avere quella facoltà che a loro è concessa dappertutto di optare tra la forma nominativa e la forma al portatore. Oltre alla diagnosi generale del male, il Vivante muove taluni capi specifici d’accusa contro le azioni al portatore; i quali si potrebbero così classificare: 1 di frode fiscale; 2 di xenofilia; 3 di corruzione interna; 4 di peccato d’origine. Alle quali colpe rimedierebbe, come in un fiat, la obbligatoria nominatività.

 

 

Passiamo in rassegna i capi d’accusa: e prima quello di «frode fiscale». Qui, naturalmente, il Vivante non cade nell’errore volgare il quale attribuisce alle azioni al portatore il privilegio miracoloso di esentare il possessore dal pagamento di qualsiasi imposta. Oramai è risaputo che le azioni del portatore pagano tutte le imposte, le quali colpiscono le altri fonti di reddito; e sono anzi i contribuenti più zelanti e più onesti che esistano in Italia. Tutti sanno che il fisco non tassa le azioni, ma le società; che queste hanno obblighi che i privasti contribuenti non hanno; che esse, come hanno dimostrato a luce meridiana il Geisser ed il Borgatta, assolvono un tributo d’imposta altissimo, non superato da nessun altro contribuente.

 

 

L’azione al portatore consente la frode fiscale in due casi: l’imposta sulla successione e l’imposta sul reddito complessivo del contribuente, se progressiva e personale. A questi due unici possibili casi si appiglia il Vivante per invocare la soppressione delle azioni al portatore. La ragione per cui la frode è unicamente possibile in questi due casi è data dalla circostanza che in tutti gli altri casi (imposte reali sul reddito, imposte sugli affari, di circolazione, di registro e bollo sui sopraprofitti, sulle tantiemes, di fabbricazione, ecc. ecc.) l’imposta può essere esatta presso la società emittente, ossia presso l’ottimo fra i contribuenti, il contribuente che per definizione non può frodare mentre frodono ogni giorno di avvocati, i politicanti, i pennaioli che tuonano contro le società corruttrici, frodolente e piovre: ed invece l’imposta di successione e l’imposta progressiva personale sul reddito complessivo non possono essere chieste alle società, bensì debbono essere fatte pagare agli eredi del morto che possedesse le azioni al portatore od al contribuente che ha già riscosso il dividendo. In questi due casi risalire all’origine non si può; e fa d’uopo per necessità rivolgersi al percettore del reddito.

 

 

La nominatività obbligatoria non può tuttavia rimediare a queste due frodi, se non è, contrariamente a quanto propone il Vivante, universale. Il Vivante, per motivi extra tributari, desidera la nominatività solo per le azioni e non per le obbligazioni: e da fortiori non chiede nulla per i titoli di debito pubblico dello Stato, degli enti locali, per le cartelle degli Istituti di credito fondiario, ecc..

 

 

Qual peso morale si può dare ad una invocazione alla giustizia tributaria, quando si invoca la giustizia per la più piccola, forse neppure per la decima parte dei titoli esistenti e si tollera la frode per la di gran lunga maggiore parte? Possiamo essere sicuri che il legislatore non vorrà attentare al credito dello Stato, specialmente in questo momento, decretando l’abolizione della forma al portatore dei titoli di debito pubblico.

 

 

Sarebbe un suicidio che nessun Ministro del tesoro commetterà; ché anzi l’onorevole Carcano bene a ragione e con successo grande ha esteso la forma al portatore anche ai buoni ordinari del tesoro, che prima erano soltanto emessi sotto la forma nominativa. Possiamo essere sicuri che gli Istituti di credito fondiario si opporrebbero viribus unitis a chi volesse rendere le loro cartelle nominative, perché vedrebbero in quest’obbligo un incaglio grave al loro collocamento, e quindi un ostacolo alle operazioni di credito fondiario ed ancora un danno all’agricoltura ed allo sviluppo edilizio. Se questo è incontrovertibile, quale la logica illazione? Che, data le abitudini e le preferenze del nostro pubblico risparmiatore, è un fatto certissimo, patente a tutti, salvo a chi vuol tenere gli occhi chiusi alla realtà, che la forma al portatore di un titolo è uno strumento potente di richiamo di capitali, di successo di prestiti.

 

 

Quindi, togliere ad una categoria di titoli di possibilità di servirsi di questa forma e ridurla alla forma nominativa, a torto od a ragione male accetta alla maggioranza dei capitalisti, è un volere rendere più difficile alle società emittenti azioni di procurarsi capitali, è un volere crescere il tasso di reddito preteso dei capitalisti, i quali si adattassero ancora a comprare i titoli soggetti allo stigma della nominatività. È un rincarare il costo dell’industria; il che ognun vede sia un modo elegantissimo di attuare la «difesa nazionale» delle società per azioni. È un volere neutralizzare gli effetti di quella perequazione tributaria che si vuole per un decimo e non si vuole per gli altri nove decimi. Ai detentori delle azioni nominative poco importerà pagare imposte di successione e sul reddito globale quando, per la minor concorrenza di capitali sul mercato azionario, il tasso di frutto dei loro titoli sarà salito del 5 o 6 per cento. Il maggior frutto coprirà le altre imposte, lasciando probabilmente un margine.

 

 

La borsa si incarica di livellare tutte le ingiustizie, innalzando il valore capitale (ossia diminuendo il tasso di frutto) dei residui titoli al portatore e deprimendo il valore capitale (ossia innalzando il tasso di frutto) delle azioni nominative. Dunque, la nominatività deve essere obbligatoria per tutti i titoli o per nessuno. Il sistema parziale proposto dal Vivante è ingiusto, suicida e dannoso; ingiusto perché proclama la necessità di abolire una frode e la lascia sussistere per i nove decimi dei frodatori; suicida perché automaticamente e fatalmente provoca apprezzamenti e deprezzamenti di titoli che tolgono effetto pratico all’imposta; dannoso perché incita vieppiù i nuovi risparmi italiani, già propensi agli investimenti a tasso fisso di interesse (obbligazioni e cartelle) a disertare gli investimenti a tasso variabile (azioni).

 

 

È questo un problema sociale della massima importanza per il dopo guerra. è opera santa e doverosa oggi sottoscrivere ai prestiti di guerra. Ma non bisogna nasconderci, che, finita la guerra, sarà aumentata grandemente la proporzione di coloro che vivranno su redditi fissi in confronto a quelli che vivranno di redditi variabili. Supponendo 20 soli miliardi di nuovo debito pubblico, un miliardo di interessi dovrà essere pagato, in più di prima, ai detentori dei titoli di debito pubblico. Acquisterà gran peso nella vita sociale, politica del paese nostro, come degli altri paesi belligeranti, la psicologia particolare del redditiere. Poiché fu necessario per la salvezza del paese, sarà d’uopo adempiere religiosamente gli obblighi contratti verso di essi. Chi non vede però l’opportunità, la necessità di non ostacolare il formarsi contemporaneo di un’altra psicologia: quella dell’imprenditore, dell’investitore aleatorio, del percettore di dividendi incerti in confronto agli interessi certi? Imporre una norma di favore alle obbligazioni e di inferiorità alle azioni è un andar contro alle esigenze più chiare delle economia e della società italiana dopo la guerra.

 

 

È, inoltre, davvero necessaria la nominatività obbligatoria per salvare il fisco dai danni della frode rispetto all’imposta di successione ed alla imposta globale sul reddito? A me par di no; e di tale mia convinzione ho già esposto i motivi, negli articoli citati sopra; né quelle mie considerazioni furono in seguito confutate. Io pensavo e penso ancor oggi che non l’attività economica si deve adottare all’imposta, ma l’imposta all’attività economica. Non bisogna uccidere il titoli al portatore perché è difficile tassarlo con l’imposta di successione o sul reddito globale; ma fa d’uopo trovare una forma di tassazione, la quale, pur tassando nella stessa misura, si adatti ai titoli al portatore.

 

 

Vi sono dei pappagalli tributari che hanno imparato alcune parole e le ripetono continuamente: finanza democratica, imposta di successione, globale sul reddito, ed a furia di ripeterle hanno finito col credere che la salvezza del paese stia in quelle parole. Mentre il fisco non si cura di parole, ma vuole denari. Che sugo c’è ad ostinarsi a voler pretendere 10 a titolo di imposta di successione da un titolo al portatore, mortificarlo, angariarlo per fargli dare quel 10 che a quel titolo non può dare; mentre è facilissimo fargli fruttar 10 od anche più colo solo mutare il nome dell’imposta e chiamarla imposta di negoziazione? Del resto, poiché la gente tiene tanto alle parole, si può frazionare l’imposta di negoziazione in varie parti dando ad ognuna di esse il nome dell’imposta surrogata.

 

Ad esempio così:

 

 

Imposta annua di surrogazione sul capitale valore delle azioni, obbligazioni ed altri titoli mobiliari:
a) imposta di negoziazione (surrogatoria alle tasse di registro) 1,80 per mille
b) imposta di successione 1,20 per mille
c) ” sul reddito personale 5,00 per mille

Totale

8,00 per mille

 

 

La a) dovrebbe essere esatta su tutti i titoli; mentre la b) e la c) dovrebbero essere esatte solo sui titoli al portatore. Esazione a carico delle società, con rivalsa obbligatoria a carico degli azionisti, nominativi e al portatore, della somma precisa di imposta anticipata rispettivamente per loro conto.

 

 

In tal modo gli azionisti avrebbero la scelta fra:

 

 

1)     la forma nominativa, grazie alla quale essi pagherebbero ogni anno solo l’1,80 per mille sul valore capitale del loro titolo; ma sarebbero assoggettati eventualmente all’imposta di successione ed annualmente alla imposta sul reddito personale, in modo diretto, a seconda delle norme vigenti per quelle due imposte;

 

2)    la forma al portatore, grazie alla quale essi sarebbero esenti dall’imposta normale di successione o sul reddito – e l’esenzione dovrebbe essere espressamente dichiarata -; ma dovrebbe pagare oltre l’1,80 per mille di imposta di negoziazione, l’1,20 per mille ogni anno di surrogato all’imposta di successione e il 5 per mille di surrogato all’imposta sul reddito personale.

 

 

Le aliquote dell’1,20 e del 5 per mille furono addotte solo a cagion d’esempio; ma dovrebbero essere attentamente studiate in modo da farle corrispondere alla aliquota massima praticamente esatta per le due imposte surrogate, in guisa da non creare una convenienza artificiosa a preferire la forma al portatore a quella nominativa e viceversa.

 

 

Nulla vieta che le norme relative alle sezioni b) e c) dell’imposta surrogata siano contenute rispettivamente nelle leggi sulle tasse di successione o globale al reddito, in guisa che ad ogni variazione dell’imposta principale corrisponda una variazione dell’imposta surrogatoria. Non mi soffermo, per non dar luogo ad una discussione troppo lunga, sui particolari metodi che potrebbero essere adottati per garantire la parità assoluta di trattamento alle due specie di titoli, nominativi ed al portatore. Oggi, nessuno lo nega, i titoli al portatore godono di una situazione privilegiata in confronto ai titoli nominativi. Ciò è scorretto e deve essere tolto? Ma il metodo non deve essere quello del Vivante, ossia uccidere il titolo al portatore; bensì: togliere la sperequazione. Il che è possibile, quando si voglia. Obbiezioni potranno essere fatte al metodo suggerito per togliere la sperequazione; e sarà doveroso discuterle.

 

 

Ma non sono un’obbiezione quelle anticipatamente messe innanzi dal prof. Vivante, quando:

 

 

1)    accusa le società per azioni di poter in avvenire, quando si saranno estese alla proprietà immobiliare, sottrarre questa all’imposta dei trasferimenti pel caso di morte e ciò per la bella ragione che esse non pagano, come fanno gli enti morali, l’imposta di manomorta. Siamo di fronte al pregiudizio nominalistico. Gli enti morali pagano ogni anno l’imposta di manomorta del 5 % in principale sul loro reddito a titolo di surrogato all’imposta di successione. Le società per azioni no, perché non sono enti morali. E che perciò? Chi impedisce al legislatore di colpirle, come sopra si propose, con un’imposta surrogatoria all’imposta di successione? E chi vieta, se così piace, al legislatore di dare a questa imposta surrogatoria la forma di un’imposta sul reddito ad imitazione dell’imposta di manomorta, invece che sul capitale? L’una equivale l’altra, se le due aliquote si fanno corrispondere. Qual logica è questa che accusa le società di non pagare un’imposta che il legislatore poteva con tutta facilità stabilire? Imposta che, sia detto di passata, esiste già in parte, perché già ora i titoli al portatore sono maggiormente tassati dei titoli nominativi, sebbene con modalità imperfette;

 

2)    Invoca l’attenuazione della tassa di circolazione «che ora si va gonfiando irrazionalmente per compensare l’esazione della tassa di successione». Anche qui il prof. Vivante è vittima del nominalismo tributario. Perché egli chiama «gonfiatura» l’aumento della imposta di negoziazione (tassa cosidetta di circolazione) ad esempio dall’1 al 2 per mille e non chiama «gonfiatura» l’aumento o l’imposizione di una equivalente imposta di successione? Se le due quantità sono uguali; e una data aliquota dell’imposta di successione è considerata corretta e necessaria dal legislatore, perché chiamare «gonfiatura» l’aumento dell’aliquota dell’imposta di negoziazione, che è destinata a far da contrappeso per i titoli al portatore all’imposta successoria ad essi non adatta? Solo un pregiudizio aprioristico può far parlare in questo modo. E perché dire «irrazionale» l’aumento eventuale dell’imposta di negoziazione? Questa non è davvero un’imposta irrazionale, ma uno dei congegni più perfetti del nostro sistema tributario, a parer mio più perfetto non solo dell’imposta di manomorta – la quale empiricamente colpisce il reddito quando oggetto suo razionale dovrebbe essere il valore capitale – ma, a non parlare delle tasse di registro, rispetto a cui è unanime il giudizio della loro inferiorità e della eccellenza dell’imposta di negoziazione, anche della stessa imposta di successione.

 

 

Poiché, essendo lo scopo di tutto questo gruppo di imposte di colpire ulteriormente o maggiormente i redditi di capitale in confronto alla tassazione generale che colpisce insieme i redditi di capitale e quelli di lavoro, appare assai più razionale e perequata l’imposta di negoziazione che colpisce i capitali ad ogni anno, regolarmente, a mano a mano che essi si aumentano dei loro redditi dell’imposta di successione, che li colpisce a tratto a tratto capricciosamente, a seconda della morte più o meno frequente dei successivi detentori. La razionalità delle imposte è problema assai sottile e disputabile, ma non certo all’imposta di negoziazione può farsi l’appunto di essere meno razionale in confronto ad altre.

 

 

Il professore Vivante accusa altresì le azioni al portatore di xenofilia. In tempo di guerra sarebbe difficile scernere fra azioni al portatore possedute da stranieri nemici, stranieri amici o neutri e da nazionali; difficile quindi imporre il fermo ai pagamenti dei dividendi e di prezzo di azioni vendute a stranieri nemici. Il che è vero.

 

 

Ma è vero altresì che il Vivante non ci ha detto nulla intorno alla estensione del male ed all’importanza effettiva delle somme esatte dai nemici a tal titolo. A dire il vero, deve, in fatto di azioni, trattarsi di cifre trascurabili, tali da non impensierire affatto e da non indurre sicuramente ad un provvedimento di tanta gravità come quello proposto dal Vivante. Il pericolo fu, e sarà in avvenire, assai più grave per le obbligazioni e per i titoli di debito pubblico, che il Vivante, bene a ragione, non intende di rendere nominativi per forza. Del resto, anche per le obbligazioni, che costituivano il grosso dei titoli posseduti dalla Germania, il beccano in Italia fu assai maggiore della realtà.

 

 

Tutto il beccano fu causato dal contegno dei cambi svizzeri, da tempo assai superiori al cambio francese. Ma fu un baccano, mi si consenta il dirlo, analfabeta. Anche se la Germania non avesse venduto una lira di titoli italiani e non avesse esatto un soldo di crediti suoi in Italia, il cambio svizzero sarebbe stato permanentemente superiore al cambio francese. Le esazioni tedesche hanno potuto esercitare una tenue influenza sul livello generale di tutti i cambi esteri (svizzero, francese, inglese, nord americano, argentino) sull’Italia; ma non hanno potuto, e sarebbe stato assurdo potessero, esercitare alcuna influenza specifica sui cambi svizzeri. Se il franco francese guadagna il 10 % sulla lira italiana ed il franco svizzero guadagna il 22 %, ciò non può essere dovuto alle esenzioni tedesche attraverso la Svizzera; ma unicamente – per ciò che riguarda la differenza fra il 10 ed il 22 % – al fatto che il franco svizzero è una merce diversa dal franco francese; e che sarebbe puerile pretendere che gli svizzeri vendessero i loro franchi, non premuti da una circolazione cartacea eccezionale, allo stesso prezzo a cui si vendono i franchi francesi, su cui gravano 17 miliardi di biglietti di carta. Val la pena di insistere su tutto ciò?

 

 

E val la pena di prendere in esame serio la proposta di danneggiare noi stessi per lunghi periodi di pace, obbligandoci a ricorrere solo alla forma nominativa delle azioni, ritenuta inferiore e repellente dai risparmiatori, solo per evitare un piccolissimo imbarazzo nei momenti eccezionali di guerra? Dico «imbarazzo» e non «danno» poiché in verità col piccolo costo di comprare divisa un po’ più cara per effettuare il pagamento della roba ritirata, gli italiani devono aver fatto magnifici affari a spese dei tedeschi.

 

 

Hanno ricomperato alcune poche azioni e parecchie obbligazioni a prezzi di rotta di collo, hanno rilevato aziende e fabbriche ed interessenze di tedeschi in Italia a prezzi di liquidazione forzata. Non auguro a nessun paese, per molte ragioni, di fare buoni affari di questo genere; ma è indubitato che l’affare fu assai migliore per noi che per i tedeschi. Quanto al nerbo della guerra, in che cosa l’Italia ha potuto essere danneggiata? Io non so in che modo quei pagamenti si siano in realtà effettuati; ma razionalmente si possono concepire solo avvenuti in oro, in riconoscimento di debiti diretti verso tedeschi, in cessioni di crediti italiani verso stranieri e in merci. Se i tedeschi accettarono, in cambio di titoli, di imprese e di merci, cambiali od altri riconoscimenti di debito di italiani, noi non ci privammo di nulla, durante la guerra.

 

 

Spettava al governo vietare, come vietò, l’esportazione di merci italiane nei paesi nemici, ed è certo più conveniente fare osservare questo divieto, che imporci l’onere perpetuo della forma nominativa delle azioni, che del resto sono, come fu spiegato, la parte minore delle attività realizzabili dai nemici.

 

 

Oro in Italia da esportare nei paesi nemici non ce n’era, ma se anche se ce ne fosse stato, qual danno avrebbe avuto l’Italia a vederlo andar via? E qual vantaggio la Germania a riceverlo? Nessuno sostanziale; e solo quello apparente di gettar polvere negli occhi ai suo connazionali, facendo loro credere che l’oro sia uno strumento utile a condurre la guerra. Rimane la cessione di crediti italiani verso stranieri, ossia la consegna ai tedeschi, in cambio di titoli vendutici, di cambiali pagabili in qualche piazza straniera in seguito ad acquisti fatti in Italia.

 

 

Questo è, mi sembra, l’unica maniera con cui l’acquisto di titoli italiani da tedeschi avrebbe potuto rendere più forte la Germania durante la guerra. Non so in che misura ciò sia accaduto; ma se anche si fosse trovato un metodo di impedire agli italiani la ricompra a prezzi d’occasione di titoli od altre attività nostrane in mano dei tedeschi, non perciò si sarebbe resa impossibile ai tedeschi la trasformazione dei loro titoli nei nostri crediti verso stranieri. I titoli, che non avrebbero potuto vendere a noi, avrebbero potuto vendere o dare in pegno in Isvizzera, Olanda ed altri paesi neutrali; e col ricavo avrebbero sempre potuto acquistare i nostri crediti verso l’estero, che ad ogni modo noi non avremmo potuto fare a meno di vendere. Supponendo finalmente che il male esista, che sia apprezzabile, che sia possibile toglierlo – tutte cose, come si vide ora, contestabilissime – è rimedio adeguato la nominatività obbligatoria delle azioni? No, perché parzialissimo, non essendo esteso agli altri e più numerosi titoli al portatore.

 

 

No, perché chi potrà impedire ai futuri nemici – sappiamo noi chi possano essere i nostri nemici della futura guerra? – di localizzare i titoli italiani da essi posseduti al nome di banche di paesi certamente neutri come la Svizzera, l’Olanda, la Norvegia, ecc. ecc.? Ho già ricordato in altra occasione come a Londra esistano banche specializzate nel ricercare l’intestazione al proprio nome di titoli nord americani, per cui rilasciano ricevute ai reali possessori; con comodo di costoro, i quali più facilmente ricevono dividendi, comunicazioni, effettuano trasferimenti di proprietà con semplici girate sui libri della banca, ecc. ecc. Quando si sapesse che il legislatore italiano ha concepita la bella alzata di capo di rendere obbligatoria la nominatività delle azioni per poterle più facilmente colpire di fermo in occasione di guerra, chi può essere così ingenuo da credere che i detentori stranieri di azioni italiane vorranno ancora conservarle al loro nome?

 

 

Le azioni saranno tutte intestate al nome di istituti di paesi neutrali; e saranno rimaste così intestate da diecine di anni quando la guerra scoppierà. Non potendo lo Stato italiano ingerirsi di cose straniere, né potendo obbligare le banche estere a dichiarare il nome dei veri proprietari ed essendo quasi certo che tutte si affretteranno a firmare l’affidavit con la dichiarazione che i titoli sono di loro proprietà – l’abilità dei giuristi non arretrerà certo dinanzi all’ostacolo di trovare qualche tecnicismo per cui le banche estere possano formalmente asseverare la proprietà dei titoli ad esse intestati -; né avendo lo Stato in guerra alcun interesse a rendere malcontenti gli Stati neutrali per una ragione sostanzialmente di poco peso quando sono in gioco affari di ben più grave momento; ecco tutto il castello di carta della efficacia della nominatività ad impedire i pagamenti all’estero in tempo di guerra miseramente sfasciarsi.

 

 

Forse la nominatività produrrà però, prima ancora dello scoppio della guerra, un altro effetto; quello di impedire il collocamento di azioni italiane in portafogli stranieri. Dal tono generale del discorso del prof. Vivante parrebbe che questo fosse un risultato desiderabile della sua proposta. Egli ritiene di non peccare di ottimismo affermando che «il capitale straniero seriamente rivolto all’impiego industriale per tornaconto industriale non si arresterebbe per una formalità di poco conto, che potrebbe ridursi all’obbligo di accertare la cessione delle azioni mediante un atto notarile».

 

 

Il prof. Vivante deve avere una concezione singolare della psicologia del capitalista. Dovrebbe costui preoccuparsi solo di un cosidetto «tornaconto industriale»; non della facilità di comprare e rivendere, della possibilità di vendere ad un prezzo più alto, del pericolo di non potere più vendere in caso di guerra. Egli dimentica che una delle attrattive capitalissime di un titolo è la facilità di realizzarlo. Offrite un titolo 5 % vendibile in pochi minuti e tutti lo compreranno; offrite un 10 %, intorno a cui aleggi un qualche lontano sospetto di fermo, di immobilizzo e nessuno ne vorrà sapere.

 

 

Per lunghi anni il pericolo della guerra possibile incomberà sull’animo degli europei. È accaduto così dopo ogni grande guerra; ed accadrà così ancora. Saranno necessari decenni per ritornare allo stato d’animo pacifista degli anni anteriori al 1900. Durante questo periodo ogni capitalista rifletterà innanzi tutto, nel discutere la convenienza di un dato impiego di capitali: che cosa accadrà di esso in caso di guerra? Rendere in simili condizioni obbligatoria la nominatività delle azioni, vorrebbe dire annunciare urbi et orbi la intenzione nostra di sequestrare o peggio le azioni che noi immagineremo essere di stranieri nemici. Quanto basta per impedire non solo ai tedeschi di acquistare azioni italiane, ma a francesi, inglesi, e svizzeri. Chi può prevedere le combinazioni politiche fra 40 anni? Chi può sapere se sarà possibile sfuggire al pericolo di essere sospettati nemici?

 

 

Una siffatta politica sarebbe concepibile nel solo caso in cui noi fossimo decisi a fare da noi, senza alcun aiuto straniero. Ma io sento fare e leggo ogni giorno ragionevoli dimostrazioni intorno alla convenienza del capitale francese ed inglese di interessarsi in imprese italiane: dimostrazioni ragionevoli, poiché per lunghi anni l’Italia avrà necessità ed interesse di giovarsi del risparmio estero per il suo sviluppo industriale, per l’utilizzazione delle sue acque, per la costruzione di ferrovie, per l’arredamento delle sue colonie. Se tutto ciò è vero, non è ragionevole infastidire i capitalisti stranieri con esigenze inutili a noi e repellenti per loro.

 

 

Quanto ai capitali tedeschi, furono sempre assai pochi da noi, diverranno ancora minori, quando gli italiani non daranno a quello scorso capitale una ingerenza sproporzionata nella dizione delle imprese nostre. Il che non è un problema di leggi, di empiastri, di circolari scombiccherate a Roma e di articoli di giornale; ma di uomini volonterosi e capaci di fare essi ciò che i tedeschi facevano. Abbiamo fatto bene in guerra tante cose che i neutralisti affermavano essere una prerogativa dei tedeschi; perché non saremmo in grado di fare i banchieri e gli industriali? Studio, volontà applicazione, onestà, ecco ciò che occorre: e non il lacrimevole cerotto della nominatività obbligatoria!

 

 

L’accusa di provocare la corruzione interna delle società fu già considerata sopra quando si disse che la diagnosi dei mali da cui sono afflitte le società azionarie era esagerata e non rispondente alla realtà. Che la forma al portatore sia la causa di quegli ipotetici mali è una affermazione gratuita del Vivante, il quale non adduce nessuna prova apprezzabile al riguardo.

 

 

Nelle scienze sociali quando si vuole dimostrare che un fatto A (forma al portatore) è la causa del fatto B (inutilità delle assemblee generali, azionisti di paglia,amministratori che si eleggono da se stessi, congiure e sorprese di banca e di borsa, irresponsabilità degli amministratori) si va incontro a difficoltà gravissime, a poco giovando il ragionamento astratto ed essendo di difficilissima applicazione i metodi dell’osservazione diretta. Tuttavia, qualche risultato si può ottenere applicando i ben noti metodi logici della concordanza, dei residui e della differenza che da Stuart Mill in poi furono chiariti e largamente discussi. il Vivante avrebbe, ad esempio, potuto studiare alcuni paesi, come l’Italia, la Francia, la Germania, l’Austria Ungheria, dove il fatto A, ossia l’azione al portatore, è fatto dominante. Se da questo studio ampio e documentato, egli avesse potuto trarre la illazione che i fatti B sono anche essi caratteristici e dominanti, egli sarebbe stato autorizzato a concludere non ancora che A è causa di B, ma che il fatto A ha la caratteristica di essere accompagnato sempre o quasi dai fatti B e che perciò probabilmente è collegato con essi da un rapporto di causa ad effetto o di interdipendenza reciproca o di dipendenza da una causa comune. Noi sappiamo già che il Vivante nulla ha fatto di tutto ciò; e che egli invece si è limitato ad esporre talune sue apodittiche affermazioni rispetto all’Italia, le quali ad ogni osservatore spassionato sembrano essere la generalizzazione arbitraria di fatti singoli eccezionali.

 

 

Il Vivante avrebbe anche potuto applicare il metodo dei residui: dimostrando cioè che i fatti B – a parer mio fantastici e perciò da dimostrarsi in via preliminare – non possono essere spiegati se non con il fatto A. La logica impossibilità del fatto B quando non esista il fatto A: ecco la dimostrazione da darsi. Egli avrebbe dovuto escludere, ad esempio, l’efficacia del metodo della catena sopra descritto. Egli avrebbe dovuto concludere la possibilità, in regime di azioni nominative, di ottenere l’intestazione delle azioni al nome di banche o di fiduciari, usitatissimo nei paesi anglo – sassoni. Egli soprattutto avrebbe dovuto escludere l’influenza dell’assenteismo e della noncuranza degli azionisti, i quali si svegliano solo e sempre, e non in Italia soltanto, quando gli affari della società vanno a rotoli, ed è inutile chiudere la porta della stalla perché i buoi sono già stati portati via. Egli avrebbe dovuto dimostrare falsa la teoria di coloro (Taine, Mosca, Pareto, Ostrogorcki, ecc.), i quali sostengono con moltissime ottime ragioni che è impossibile escogitare un qualsiasi metodo elettorale grazie al quale le maggioranze in realtà nominino gli amministratori di una qualsiasi impresa comune. Da che mondo è mondo, diceva Giusti, le maggioranze si sono sempre lasciate condurre pel naso dalle minoranze auto elette. Per quale miracolo le cose dovrebbero andare diversamente nelle società per azioni? Per quale miracolo la scelta dei dirigenti nelle società dovrebbe avvenire in modo contrario a quello che l’osservazione dimostra connaturato all’indole umana? È proprio delle religioni primitive attribuire a feticci la responsabilità dei fatti fisici ed umani. Anche il Vivante si è creato un feticcio, l’azione al portatore, e ad esso attribuisce, cosa incredibile in uno scienziato, tutti i malanni che, se sono veri, dipendono probabilmente da cause ben più profonde che non la forma e le scritturazioni di un pezzo di carta.

 

 

Ancora: Il Vivante avrebbe potuto adoperare il metodo logico delle differenze. Il fatto A esiste o prevale di gran lunga solo in certi paesi che si possono chiamare anonimi (Italia, Francia, Germania, Austria Ungheria) perché prediligono l’azione al portatore: mentre è quasi sconosciuto, sebbene non vietato nei paesi nominativistici (Inghilterra e Stati Uniti). Se il prof. Vivante avesse potuto dimostrare che i fatti B, ossia i noti ipotetici malanni, si verificano solo nei paesi anonimi e sono ignoti e rari nei paesi nominativistici, egli avrebbe avuto un buon argomento per concludere che forse i fatti B sono dovuti ai fatti A, od a questi sono legati da un rapporto di interdipendenza reciproca o di dipendenza da una causa comune.

 

 

La conclusione non sarebbe ancora certa, potendo ben darsi che l’assenza dei fatti B nei paesi nominativistici sia dovuta ad una causa diversa dalla diffusione dei titoli nominativi. Tuttavia quell’assenza sarebbe un principio di prova. Oso dire che il professore Vivante troverebbe ben difficile, se ne facesse il tentativo, fornire anche solo un tale principio di prova. Chiunque abbia una mediocre famigliarità con giornali finanziari e riviste e libri nord americani sa che le gesta più clamorose dei più insigni manipolatori di società per azioni italiane sono un nulla in confronto ai fasti dei manipolatori delle corporations nord americane. Amministratori che si autoeleggono, che si assolvono da se stessi, che liquidano e fondono e vendono la propria società contro gli interessi più evidenti degli azionisti, che aumentano e riducono capitali, ecc. ecc., tutti questi sono fatti che, a chi legge, danno l’impressione di essere nel Nord America assai più frequenti e vistosi di quanto accada tra noi. Che io sappia, gli Stati Uniti sono in regime di azioni nominative.

 

 

Quanto all’Inghilterra, ho già detto in altra occasione che l’assetto normalmente più corretto delle società per azioni, è un fatto recente e dovuto ad una serie di circostanze nuove, le quali a poco a poco riuscirono a portare l’ordine e la moralità, laddove prima dominavano il disordine e la turlupinatura dei disgraziati azionisti. Esistevano le azioni nominative già all’epoca dei South Sea Bubbles, e delle crisi tremende del 1825, 1832, 1846-48, 1856, 1873, ecc. Non esisteva ancora educazione economica dei risparmiatori e delle banche; mancava o cominciava appena a farsi sentire l’influenza educatrice grandiosa dei giornali speciali, come l’Economist, lo Statist; non avevano ancora acquistato l’autorità odierna gli auditors che oggi sono, quando hanno acquistato fama di abilità ed onestà, ricercatissimi per testificare la rispondenza al vero dei conti presentati dai consigli agli azionisti. Il medesimo strumento, l’azione nominativa, dava frutti acerbissimi prima e saporosi adesso. Il che vuole dire che non lo strumento è la causa del bene e del male, ma l’anima, la educazione, la onestà, la abilità di chi lo adopera. Questi sono i veri fattori del bene e del male e non i pezzi di carta!

 

 

Per citare un solo fatto educativo, finché in Italia si continuerà a predicare che le banche devono venire in aiuto delle industrie e dei commerci, devono fomentare il progresso industriale all’interno e la espansione commerciale all’estero, sarà inevitabile, con o senza le azioni al portatore, che le banche dominino le imprese e le società a cui hanno fatto anticipazioni od in cui hanno interessenze. Chi è quel direttore di banca che, dopo aver lanciato un affare, rinuncia ad averlo sotto mano? Tradirebbe il mandato ricevuto dai suoi azionisti. È illogico volere la causa di un fatto e pigliarsela poi con un accidente esteriore come se fosse responsabile del fatto verificatosi.

 

 

Quando le banche si saranno persuase, come si sono persuase le banche inglesi, che non è loro compito fomentare, aiutare iniziative, promuovere traffici, ecc. ecc.; ma che esse si devono contentare di scontare carta buona e fare anticipazioni su titoli immediatamente realizzabili, allora le banche si laveranno le mani delle società per azioni ed allora accadrà, con o senza le azioni al portatore, che i consigli di amministrazione delle società industriali non saranno più l’emanazione di questa o quella banca; né si parlerà più di dividendi distribuiti o non distribuiti per far salire o scendere il valore delle azioni che la Banca X od Y vuol vendere od accaparrare. Allora non accadrà più il fatto che par tanto scandaloso al Vivante, per cui le banche pigliano a riporto le azioni o pagano un premio per riceverle in deposito per qualche giorno allo scopo di dominare nelle assemblee generali.

 

 

Tutto ciò accade ogni giorno negli Stati Uniti ed è ignoto, ora, in Inghilterra; perché nel primo paese le banche lanciano affari di cui vogliono rimane padroni; nel secondo hanno imparato a tenersene lontane. Impareranno anche da noi, non tema il Vivante. L’esperienza è la gran maestra.

 

 

Ed hanno già imparato del resto le casse di risparmio e molte banche popolari, le quali fanno della banca pura con ottimi risultati. Chi ha mai sentito dire che i nostri più vecchi ed accreditati istituti bancari veri e propri – ed in Italia questi istituti, rassomiglianti a quelle che in Inghilterra chiamano Banks, bisogna principalmente cercarli fra le casse di risparmio e le banche popolari – spadroneggino nelle assemblee delle società anonime? E chi ha mai sentito dire che le nostre migliori società anonime, le quali vivono di vita propria e ricorrono alle banche solo per scontare la loro buona carta commerciale, ossia per far cosa che è un servizio a sé ed alle banche nel tempo stesso – queste società sono, lo creda il Vivante, la grande maggioranza – siano spadroneggiate dalle banche o da amministratori auto eletti? Una frottola così fatta la possono credere i burocrati ministeriali, i quali sanno che, se non avessero brigato, nessuno li avrebbe chiamati al posto da loro occupato; non certo è presa sul serio dagli uomini d’affari, dagli investitori di azioni, i quali sanno che la fiducia è l’anima del commercio ed hanno fiducia negli uomini che si sono scelti a gerire i loro affari.

 

 

Non bisogna credere del resto che in Inghilterra, con le azioni nominative, le cose vadano sempre nel migliore dei mondi possibili. Anche là le società talvolta nascono, vivono, si trasformano e muoiono nel medesimo modo lacrimevole per gli allocchi, i quali ne hanno comperato le azioni (nominative), che il prof. Vivante sembra far credere una singolarità italiana. Leggere, per credere e per esilararsi, il più moderno e classico dei libri in materia, Stocks and Shares di Hartley Withers, lo scrittore meritamente oggi reputato in Inghilterra il più competente in materia di banche, borse, cambi, società, chiamato per ciò, allo scoppio della guerra, al posto di «financial adviser» del governo e scelto or ora direttore dell’Economist di Londra, a prendere la successione di uomini come l’Hirst, lo Johnston, il Bagehot ed il Wilson.

 

 

Le azioni al portatore avrebbero, finalmente, un peccato di origine. Questa è la più grossa farneticazione provocata dal nominativismo. Qui non importa discutere le origini storiche del contratto di società. Secondo la teoria storica esposta dal prof. Vivante, la personalità sarebbe una caratteristica connaturata dal vincolo sociale. Può darsi. Può darsi che sia fatale, destinato a durare nei secoli che un «socio di una società non possa credere la sua quota senza il consenso di tutti gli altri soci». Queste pretese caratteristiche storiche sempiterne sono abbastanza antistoriche; ma non monta.

 

 

Non di esse si discute. Il problema vero rispetto alle società per azioni è un altro: quale è la ragione per cui si è fatto, per le società per azioni, uno strappo alla regola – ammettiamo che esista questa regola o legge universale e sempiterna – dalla natura personale dal vincolo sociale? Qual è la ragione per cui si è creduto conveniente di attribuire ad un socio il diritto di cedere la sua quota senza il consenso degli altri soci? Qual è la ragione per cui non contenti di ciò, che sarebbe pure compatibile con la nominatività delle azioni, si è dato al socio il diritto di cedere la sua quota senza neppure l’obbligo di darne notizia agli altri soci; e si è creata e perfezionata perciò a poco a poco l’azione al portatore?

 

 

Il prof. Vivante dà una risposta siffatta che bisogna due o tre volte rileggere per persuadersi di non avere frainteso: per favorire gli interessi di chi specula nelle borse sulla circolazione delle azioni. Di nuovo, sullo scienziato ha preso il sopravvento l’hobbyista, e dimenticando tutto ciò che si legge dappertutto, che forse egli stesso ha scritto altrove, ha tirato giù una motivazione che a mala pena non stonerebbe in un opuscolo di propaganda della sezione grossolana del partito socialista.

 

 

Le azioni al portatore dunque e non le azioni nominative servono agli interessi di chi specula, ecc., ecc. O in che mondo vive o vuol far vivere i suoi lettori il prof. Vivante? Le cifre di affari speculativi fatti in tutte le borse italiane su tutti i titoli al portatore immaginabili, a quale infinitesima parte equivalgono delle cifre degli affari speculativi fatti nelle borse nord americane ed inglesi su azioni nominative? Gli alti ed i bassi, gli accaparramenti e gli strozzamenti di borsa non sono usati forse nei paesi anglo sassoni? Le più eleganti e filibustiere operazioni non hanno forse ottenuto diritto di cittadinanza nelle borse di tutto il mondo con nomi inglesi? Occorre forse nelle borse di Londra e di New York il trapasso delle azioni nominative negoziate per compiere operazioni di borsa? le speculazioni più grandiose non si risolvono colà, come da noi, col pagamento delle differenze, da noi con le azioni al portatore, ad ogni mese, in Inghilterra con le azioni nominative ad ogni quindici giorni, ed a New York alla chiusura d’ogni giornata? Quando mai gli speculatori si sono preoccupati, quando volevano speculare, se un’azione fosse nominativa od al portatore? La nominatività ha forse impedito alle azioni prima della Banca nazionale e poi della Banca d’Italia di essere speculatissime nei momenti nei quali esistevano le condizioni oggettive perché gli speculatori se ne interessassero?

 

 

Il prof. Vivante intende forse di affermare che sia un male che le azioni, nominative od al portatore, siano oggetto di speculazione? No, egli non può avere pensato un’enormità simile. Egli non è un giornalista qualunque il quale, vivendo in tempo di guerra, non si ricorda di aver letto ciò che nei Promessi Sposi Alessandro Manzoni diceva intorno agli speculatori ed agli accaparratori. Dopo Manzoni, in Italia, solo coloro che vivono sotto l’usbergo della coltura da licenza elementare possono immaginare che la vita di un paese possa continuare senza speculatori e senza speculazione. Senza speculatori, che vedono l’affare nuovo, che fiutano l’avvenire, dove la gente ordinaria vede buio pesto, quante azioni si collocherebbero? quante società con capitali di milioni si potrebbero costituire?

 

 

Senza speculatori, i quali vedono il marcio dove gli azionisti vedono solo il roseo del dividendo alto, quanti si accorgerebbero per tempo della convenienza di uscire da una società male amministrata? Che cosa valgono i cerotti della nominatività, dei sei mesi di iscrizione, del divieto agli amministratori di votare per se stessi, dei processi di responsabilità, delle azioni di annullamento di deliberazioni dannose agli interessi sociali – quanti processi e quanto lusso di azioni, illustre professor Vivante, e quale bazza per avvocati e consulenti! – in confronto alla sanzione spontanea, tremendamente efficace delle borse? Questa sì, e non i cerotti inventati dai medici è temuta dai cattivi amministratori di società, come dei cattivi governanti di Stati!

 

 

Il ribasso persistente delle azioni, le vendite allo scoperto, le campagne delle banche nere – se in rari casi, i soli che la folla balorda conosce, possono essere lo strumento di lestofanti desiderosi d’impadronirsi della roba altrui – sono nella grandissima maggioranza dei casi il mezzo unico e serio con cui si mettono sull’avviso gli azionisti che è meglio vendere azioni, in cui si cela un tarlo roditore ed i risparmiatori di non investire i loro fondi in titoli cattivi. Come i rialzi sono il mezzo unicamente efficace di spingere i capitalisti verso le imprese nuove e promettenti. Abolite le borse, sopprimete la speculazione ed avrete arrecato un colpo mortale alle industriali. Perché dunque il prof. Vivante parla di borse e di speculatori come fossero saccheggiatori e malandrini intenti alle rovine del paese; ed affibbia ad essi la responsabilità di aver creato le azioni al portatore?

 

 

Non solo gli speculatori sono innocenti di tale reato, perché ad essi è indifferente speculare sulle azioni al portatore o su quelle nominative; ma se ne fossero responsabili dovrebbero rallegrarsene come di un grande beneficio arrecato alla economia del paese. Nessuno invero può ammettere che un fatto economicamente così importante, come l’azione al portatore, debba la sua origine ad un interesse di classe, alla acquiescenza del legislatore verso le pretese degli speculatori di borsa. È questa una spiegazione tratta dal ciarpame più scadente del più frusto materialismo storico.

 

 

Storia dal rivenduglioli al minuto di teorie buone per giornaletti di propaganda socialista; non storia seria. Che io sappia, nessuno ha mai dubitato che le azioni al portatore hanno avuta una ragione di necessità e di convenienza. La necessità di chiamare a raccolta capitali per imprese economiche importanti, richiedenti il concorso di molti, grossi, medi e piccoli risparmiatori, la impossibilità riconosciuta in molti paesi di raccogliere queste ingenti masse di capitali se non rinunciando ad ogni pretesa di far conoscere soci a soci; e dando al sottoscrittore il più ampio diritto di cedere la quota sociale senza il beneplacito degli altri soci.

 

 

Nel continente d’Europa la fortuna grandissima del titolo di Stato, delle cartelle fondiarie e delle obbligazioni al portatore, fece persuasi gli iniziatori delle grandi imprese economiche che difficilmente avrebbero potuto raccogliere i capitali necessari se non avessero offerto un titolo altrettanto comodo, anonimo, facile a comprare e facile a vendere ad insaputa di tutti. Se non fosse stato utile, conveniente per la raccolta dei capitali, avrebbe avuto il titolo al portatore tanta fortuna come ne ebbe? Sopprimerlo, non vuol dire rialzare il costo del procacciarsi capitali per le società per azioni? Fornire i capitali al massimo buon mercato possibile alle grandi imprese economiche: ecco la ragione d’essere del titolo al portatore nei paesi dove i risparmiatori lo preferiscono al titolo nominativo. Con tutto ciò che legame hanno l’interesse degli speculatori di borsa e simili invenzioni, grazie alle quali la storia economica ha finito da rassomigliare alle congiure da operette?

 

 

Al quadro mancherebbe il tocco finale, se non chiudesse con l’invocazione a rivendicare qualche cosa d’italiano contro qualche mala pianta teutonica. «Bene a proposito» – dice invero il Vivante – «questa iniziativa di resistenza alla pratica delle azioni al portatore, prevalente nell’Europa centrale, potrebbe venire dall’Italia, il cui mercato industriale fece più penosamente degli altri la esperienza della penetrazione tedesca». Dove si vede che un professore italiano, trovandoci noi in guerra con la Germania, trova logico il seguente ragionamento:

 

 

1)    le azioni al portatore sono prevalenti nell’Europa centrale;

 

2)    gli istituti giuridici prevalenti nell’Europa centrale producono conseguenze «penose»;

 

3)    quindi fa d’uopo abolire le azioni al portatore.

 

 

Non è il ragionamento più storico che i professori universitari italiani abbiano fatto da quando l’essere germanofilo è andato giù di moda, ed è parso allora urgente riscattarsi di fonte al pubblico, il quale non s’interessa di queste beghe, del peccato di citazione di libri tedeschi e di ancillarità verso i professori tedeschi. Ma dal prof. Vivante, che la sempre usato ragionare con la sua testa, non mi aspettavo avesse a cadere nel vizio che sta facendo venire in simpatia gli scrittori germanici a quei pochi, i quali, prima della guerra, li tenevano in poco conto. Che il ragionamento sia storto, basta a dimostrarlo la “penosità” allegata della penetrazione tedesca in Italia. Ammetto il fatto, come una premessa da non discutere, solo perché definirlo e discuterlo e verificarlo porterebbe troppo per le lunghe.

 

 

Se il fatto è vero, è vero, altresì, almeno nella opinione di quelli che credono al fatto, che l’Europa centrale è riuscita a penetrare sul mercato industriale italiano, ciò che dal punto di vista della Europa centrale medesima è probabile possa essere considerato un beneficio. Ed è anche ammesso, da chi espone il ragionamento, che uno dei coefficienti della vittoria tedesca sia stato lo strumento «azione al portatore», prevalente nei paesi centrali ed usato dalle imprese industriali che maggiormente si sono segnalate nella succitata vittoriosa penetrazione. Proporre perciò che l’Italia prenda l’«iniziativa» della abolizione delle azioni al portatore è proporre di abolire un istituto giuridico che, secondo il proponente medesimo, giovò alla vittoria industriale tedesca sul mercato italiano; è proporre di privare l’Italia di un’arma di lotta, di cui invece certamente seguiterà a servirsi la Germania.

 

 

È quindi un mettere l’Italia, anzi i paesi dell’Intesa, a cui si vuole evidentemente augurare venga estesa «l’iniziativa» italiana, in condizioni di inferiorità in quella lotta economica per la conquista del mercato mondiale, che tanta gente prevede si scatenerà alla fine della guerra. Non sembra che i paesi dell’Intesa abbiamo molta voglia di dar seguito all’iniziativa vivantiana. Almeno il governo inglese non ha mai fatto, come oggi, tanti sforzi per acclimatare il titolo di debito pubblico al portatore; ed io non ho mai letto, sui giornali inglesi, come adesso, tanti e meritati elogi ai metodi francesi ed italiani di collocamento di titoli di debito pubblico presso la massa dei risparmiatori, grazie alla forma al portatore.

 

 

E poiché il titolo di debito pubblico è sempre stato il pioniero di tutte le innovazioni nel campo degli investimenti mobiliari, così non è azzardata la previsione che in Inghilterra il gusto dei titoli al portatore si estenda in conseguenza della guerra ed a poco a poco passi dal campo dei titoli di debito pubblico a quello delle obbligazioni e delle azioni. Nel frattempo l’Italia dovrebbe prendere l’iniziativa di esibire al mondo un sofisma e, sulla base di esso decretare l’abolizione delle azioni al portatore! I falsi ragionamenti si pagano dagli individui e dai popoli che li fanno.

 

 

Dare all’Italia il primato degli spropositi di logica può essere un metodo utile a procacciare plauso presso le teste vuote le quali immaginano di servire il paese gridando ad ogni giorno l’abbasso a ciò a cui si gridava viva il giorno prima; ma non sembra ancora sia il metodo più atto a guidare l’Italia al primato economico.



[1] Ma dopo aver detto di non volerla ridiscutere la ridiscute! E su questa ridiscussione, che è poi un fuor d’opera rispetto all’argomento principale di cui si tratta, dobbiamo ovviamente fare le più esplicite riserve.

[2] Nuovi favori ai siderurgici? in «La riforma sociale» del febbraio 1911.

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