Tratto da:

Studi di economia e finanza. Seconda serie

La Riforma Sociale

La logica protezionista

«La Riforma Sociale», dicembre 1913, pp. 822-872

Studi di economia e finanza. Seconda serie, Officine grafiche della STEN (Società tipografico-editrice nazionale), Torino,1916, pp.1-59

 

 

 

 

(Dove, polemizzando coll’on. Colajanni, si discorre dei fondamenti teorici e della inapplicabilità pratica del protezionismo, dei metodi della propaganda liberista, della interpretazione delle statistiche, dei rapporti tra prezzi e consumi, dei periodi storici dell’agricoltura italiana, della cosidetta decadenza dell’agricoltura inglese ecc, ecc.).

 

 

L’on. Colajanni ha scritto sulla Tribuna del 4 ottobre un articolo su L’agricoltura del mezzogiorno e le illusioni del liberismo, seguito da un altro pubblicato l’8 ottobre col titolo: Un paradosso economico – prezzi e consumo del grano in Italia, in cui con linguaggio concitato, combatte come dannosa ed ingannatrice la campagna antiprotezionista che i liberisti vanno oggi conducendo in Italia. Sebbene io non abbia alcuna speranza di far mutare opinione al Colajanni, credo doveroso esaminare il valore scientifico delle sue dottrine, sia per l’importanza del problema, sia per la sincerità indubitata dell’uomo. Ho sempre ammirato e profondamente stimato l’egregio professore di statistica di Napoli per la franchezza rude con la quale espone il suo pensiero, non badando ad amici od a nemici. E forse non c’è in Italia nessun protezionista, il quale meriti tanta stima come lui, per la sincerità e la rettitudine profonda dell’animo suo; almeno nessuno che io possa stimare altrettanto, dopo la morte del mio amato maestro, prof. S. Cognetti de Martiis. Molti protezionisti fanno figura di saltimbanchi politici, poiché si dichiarano in teoria liberisti e costretti alle male pratiche del protezionismo dalla malvagità dei tempi e dall’esempio delle nazioni straniere. La parola e gli scritti di altri, che si vede chiaramente essere l’espressione di economici gruppi interessati al protezionismo, perdono quella vigoria di persuasione che avrebbero se francamente palesassero il proprio proposito di tutela di gruppi particolari; mentre la pretesa di volere il bene generale appare troppo insostenibile per essere creduta. Cognetti e Colajanni no. Io non so se Colajanni in giovinezza sia mai stato liberista; mentre tale era il compianto Cognetti.

 

 

Amendue però sono venuti al protezionismo – ché l’agnosticismo di Cognetti in materia doganale equivale di fatto a protezionismo – per una applicazione erronea, sebbene sincerissima, del metodo sperimentale. Amanti amendue delle statistiche, ad essi è sembrato che le statistiche non comprovassero la tesi teorica che il liberismo crea ed il protezionismo distrugge ricchezza; hanno visto che gli Stati Uniti e la Germania – questi sono i due grandi esempi protezionisti – prosperavano col protezionismo, mentre l’agricoltura inglese andava a fondo col liberismo – l’unico grande esempio in senso contrario – ed hanno concluso, il Cognetti, più temperatamente, che il protezionismo ed il liberismo a volta e volta potevano essere buoni strumenti di elevazione economica, più appassionatamente il Colajanni, che i liberisti sono dei visionari e degli ingannatori e che la salute d’Italia sta, almeno per ora, nel protezionismo. Colajanni deve avere un fatto personale coi liberisti, che al solo sentirli nominare vede rosso.

 

 

Liberisti «fanatici», il «fanatismo dei liberisti», «l’ignoranza, la mala fede, la pertinacia» degli scrittori liberisti, i liberisti «ossessionati» ecc. ecc.: questo il linguaggio che fiorisce spontaneo sotto la penna di Colajanni quando parla dei liberisti. Non sono mai riuscito a capire perché li abbia tanto in odio. Molti in Italia odiano gli economisti liberisti; perché questi non hanno mai nascosto la loro profonda noncuranza verso la pseudo scienza dei politicanti protezionisti e sempre si sono dichiarati incapaci di apprezzare la novità e la bellezza della scienza protezionista; ma Colajanni non è certo irritato contro di loro per questo motivo. La sua deve essere irritazione originata dalla trascuranza in che gli economisti hanno mai sempre lasciato le sue amatissime statistiche; e dalla ostinazione con cui non hanno risposto alle sue batterie formidabili di cifre – quante ce ne ha scaraventate contro l’ottimo collega! – con quella contraria documentazione di altrettante cifre la quale soltanto sembra a lui probatoria.

 

 

Colajanni si offende[1] se lo si accusa di essere un protezionista, ché egli vuole invece essere uno sperimentalista, il quale riconosce le virtù rispettive del protezionismo e del liberismo, a seconda dei diversi ambienti su cui si deve agire. Ma è appunto questa, dello sperimentalismo economico, la posizione intellettuale di tutti i protezionisti passati, presenti e futuri. Nessuno di essi ha mai osato sostenere che il protezionismo sia teoricamente giustificabile; ma tutti hanno detto che praticamente, qua e là, non si poteva fare a meno di adottarlo e che esso poteva riuscire in molti casi e paesi economicamente utile. Naturalmente, i più balordi hanno aggiunto alla loro difesa pratica della protezione doganale, ironie scempie contro teorie che non hanno mai capito e contro i teorici che legiferano per un mondo di angeli e non di uomini. In verità la differenza tra economisti liberisti e scrittori protezionisti sta in questo:

 

 

  • che i primi hanno fatto della teoria, ossia hanno sintetizzato i fatti ed hanno concluso in favore del libero scambio;
  • hanno ammesso la convenienza, per un mondo irreale di uomini assai sapienti ed altruisti, di una certa protezione doganale e temporanea;
  • ma hanno concluso, come si vedrà subito, che la convenienza del protezionismo era puramente teorica, fatta per uomini sapientissimi e discretissimi, disposti a rinunciare alla protezione doganale quando la teoria protezionista insegna essere passato il tempo concesso per lo esperimento e non per uomini in carne ed ossa, come li conosciamo essere di fatto e come la esperienza storica doganale ci ha insegnato che essi agiscono;
  • mentre i secondi hanno finto di dimenticare che la dottrina economica si presenta sotto i due aspetti che ho cercato di delineare; l’uno teorico, in cui si esamina la convenienza generale o di prima approssimazione del libero scambio e le convenienze speciali, o di seconda approssimazione, dell’intervento protezionista; e l’altro applicato, o pratico, in cui si dicono i motivi concreti e praticissimi del tenersi stretti alla regola generale libero scambista;
  • ed al luogo di questa complessa dottrina, hanno sostituito l’empirismo greggio di chi sghignazza in faccia agli economisti e, facendo loro gli sberleffi, dice: avete un bel predicare; ma tutti i paesi del mondo, civili e barbari, monarchici e repubblicani, industriali ed agricoli, si comportano in modo contrario alle vostre teorie! Come se gli economisti non avessero detto anche la ragione del malo modo di comportarsi dei governi; e non prevedessero anche che persino l’Inghilterra potrà ridiventare protezionista, se muteranno le classi al potere e se le masse potranno essere illuse, in un momento di crisi economica derivante da altre cause, di trovare la salvezza nella panacea protezionista;
  • ed al luogo delle precise nozioni di causalità e di convenienza esposte dagli economisti, hanno fatto vaghe considerazioni intorno al succedersi di periodi storici, l’uno dei quali sarebbe favorevole al protezionismo e l’altro al liberismo, sicché l’umanità pare sia sballottata, per qualche misteriosa ragione di ambiente mutato o di fatalità storica (diventano di moda la fatalità ed il determinismo storico per turar la bocca a chi chiede più chiare spiegazioni delle cose che succedono!), tra i due poli opposti del libero scambio o del protezionismo, senza che a questo sballottamento gli uomini, ignari e stupefatti, possano sottrarsi. Certo, gli economisti hanno la brutta abitudine di chiamare pane al pane, ladri ai ladri e trivellatori ai trivellatori; ma i protezionisti, ai quali queste parole dispiacciono, dovrebbero spiegarci con più chiari discorsi di quelli affatto gratuiti od incomprensibili finora da essi tenuti come e perché essi ritengano che il protezionismo sia stato di fatto utile all’Inghilterra prima del 1840 ed il liberismo dopo; ed in che cosa abbia consistito la convenienza effettiva del protezionismo americano dopo la guerra di secessione fino ai giorni nostri, o del protezionismo tedesco dopo il 1880, ecc.

 

 

Due indagini gli storici protezionisti non hanno mai voluto o potuto fare: delle cause sociali del protezionismo e dei suoi effetti reali. Prendasi in mano il libro su Gli scambi coll’estero e la politica commerciale italiana dal 1860 al 1910 (Roma, Accad. dei Lincei, 1912) di Stringher; mirabile storia esterna delle vicende della politica commerciale e degli scambi internazionali; ma poiché egli, sebbene si schermisca dal riconoscerlo, è profondamente e sinceramente imbevuto di cameralismo protezionista, poiché non gli cade neppure in mente che possa essere messa in dubbio la ragionevolezza dello Stato provvidenza o Stato paterno, o Stato «disciplinatore», così la sua storia è muta riguardo alla genesi ed agli effetti della politica commerciale. Da quale contrasto di classi uscivano le tariffe del 1878, del 1887, i trattati del 1902? Lo Stringher non può dirlo, poiché egli si limita alle fonti ufficiali ed alle dichiarazioni dei ministri, relatori, deputati intorno alle varie vie da seguire. Gli uomini di governo non possono non pretendere e talvolta possono essere convinti di volere il maggior bene della collettività, anche quando fanno una politica di gruppo o di classe; ma trattasi di «formule» come quelle della «volontà di Dio» o della «sovranità popolare», con cui le classi al potere cercano di giustificare le loro azioni e di illudere i molti che esse agiscono nel loro e non nel proprio interesse. Che cosa stia sotto alle formule stereotipate del protezionismo lo Stringher non lo dice; né egli dice quali siano stati gli effetti complessi, variati, ramificantisi per i più nascosti meandri sociali, effetti, tutto sommato, malvagi, che ebbe la politica commerciale protezionista. Storia turpemente contraffatta: ecco ciò che ci diedero i protezionisti volgari; storia esterna diligentissima e perfetta, ma secca e priva di sostanza nutriente per quanto tocca il nodo della questione: ecco quanto ci seppero dare i protezionisti, che, mossi dalla dirittura della loro coscienza, come lo Stringher, vollero dimostrarsi imparziali, ma non poterono spogliarsi dei loro radicatissimi abiti mentali.

 

 

La posizione scientifica di Colajanni è diversa da quella dello Stringher. Egli non ha l’animo imbevuto di paternalismo o cameralismo protezionista. Ma è un idolatra dei fatti. Le teorie ed i ragionamenti lunghi si vede che gli fanno perdere la pazienza. Venderebbe tutto Ricardo e tutto Ferrara per una tabella di statistiche che riuscisse a convincerlo dei misfatti del protezionismo. Questa tabella non la troverà mai, perché è logicamente assurdo trovarla e quindi egli rimane protezionista. Tra noi e lui il dissidio è insanabile. In un articolo di polemica pratica non si dovrebbe risalire ai primi principii della logica; ma è pur necessario di dire che la impossibilità in cui io, ad esempio, e Colajanni ci troviamo di intenderci deriva appunto da un dissidio di metodo. A me sembra assurdo, inconcepibile, che si possano addurre cifre statistiche, numerose e formidabili quante si vogliano, a scrollare la verità delle tesi degli economisti intorno agli scambi internazionali. E ciò non perché io non riconosca che i fatti debbono sempre prevalere sulle teorie, che le teorie impotenti a spiegare i fatti debbono buttarsi dalla finestra, ma perché l’esperienza dimostra che i fatti dei protezionisti sono dei non fatti, o dei fatti male interpretati o dei fatti che vogliono significare proprio il contrario di quanto essi pretendono. Le cifre traducono in numeri i fatti, quali succedono; fatti enormemente complessi, i quali sono dovuti all’interferenza di moltissime cause che in concreto è difficilissimo di poter scindere le une dalle altre. Voi mi potete dimostrare all’evidenza che gli Stati Uniti hanno progredito assai di più sotto il regime protezionista che non l’Inghilterra sotto il regime liberista; potete – sebbene sia impossibile, i fatti essendosi svolti ben diversamente – accumulare prove su prove che l’Italia liberista dal 1867 al 1887 è rimasta stazionaria, mentre progredì dal 1888 al 1912 quand’era protezionista; e non avrete dimostrato un bel nulla. Perché non avrete dimostrato che quella stazionarietà, o regresso o progresso non fossero dovute ad altre cause del liberismo o protezionismo e che il primo non abbia reso meno accentuato il regresso, come il secondo il progresso che si andavano verificando per altre cause.

 

 

Ed allora, interrompe Colajanni, giù le mani con le statistiche anche voialtri liberisti! Nessuno dei due le adoperi; poiché se non servono a niente a dimostrare la tesi protezionista, non giovano neppure a provare la tesi liberista. La finiscano i liberisti con le loro eterne cifre sul progresso dell’Inghilterra a causa del liberismo!!

 

 

Nella quale conclusione sono d’accordo col Colajanni, quando subito si aggiunga che le statistiche, inservibili da sole a creare una teoria, giovano, quando siano interpretate con grandissima prudenza, come riprova, sperimentale di una teoria che il ragionamento abbia dimostrato vera.

 

 

Nessuno di noi si è mai rifiutato di riconoscere la verità di un ragionamento protezionista, quando il ragionamento sia stato davvero fatto e sia stato riscontrato corretto. Gettarci addosso dei mucchi di statistiche è tempo perso; fare dei ragionamenti sensati ed addurre a loro riprova delle belle e buone statistiche è tempo utilmente impiegato. Anzi, se si bada bene, tutte le tesi protezionistiche, resistenti, entro i loro limiti logici, al fuoco della critica, sono state esposte non dai pseudo scienziati protezionisti, ma da economisti purissimi. Così:

 

 

  • 1) fu Stuart Mill, il quale espose la teoria dell’utilità di concedere una protezione doganale temporanea alle industrie giovani e promettenti in un paese nuovo all’industria. I protezionisti non fecero altro che copiare Stuart Mill, esagerandone grottescamente ed indecentemente i concetti, facendo passare per giovani certe industrie che erano vecchissime, e trasformando la protezione da temporanea in perpetua; sicché lo Stuart Mill, in alcune lettere memorande, che ho fatto sunteggiare nella Riforma Sociale, si dichiarò dolentissimo dell’abuso che i protezionisti facevano delle sue teorie, con danno grave dei popoli, e conchiuse che il suo principio della protezione doganale alle industrie giovani, se teoricamente era inattaccabile, praticamente non poteva essere applicato senza pericolo grandissimo. Che cosa hanno aggiunto i protezionisti a queste regole esposte dall’insigne economista inglese?

 

 

  • 2) furono gli economisti, di ogni razza e tempo, i quali esclusero dal novero delle industrie normali le industrie di guerra: arsenali, fabbriche di cannoni e di armi. Non nel senso che convenga economicamente far sorgere cotale industria in paese, ma che sia d’uopo sottostare ad un sacrificio economico per essere sicuri di potersi provvedere delle armi con cui difendere l’indipendenza paesana. Che cosa hanno aggiunto i protezionisti a queste regole? Se non erro, hanno saputo approfittare di un ragionamento inspirato ad un ragionevole senso del proprio dovere verso la patria, per giustificare il dazio sul grano, tentando di far credere che il grano sia la stessa cosa delle armi da fuoco e delle corazzate, che in tempo di guerra non si possono più acquistare dall’estero; mentre, persino per l’Inghilterra, a non parlare dell’Italia, ricca di tante frontiere di terra e di mare, il pericolo di moltitudini affamate per mancanza di grano, è sogno di immaginazione malata. Questi sogni si possono lasciare fare ai pennaiuoli della stampa gialla sensazionale, ma sono indegni di persone serie. E sarebbe sempre meno costoso impiegare una volta tanto mezzo miliardo di lire per formare una riserva di guerra in frumento, bastevole a far vivere un paese per sei mesi, piuttostoché assoggettarsi all’onere annuo di mezzo miliardo di protezione, quanto forse non basterebbe per fare produrre in casa a caro prezzo tutto il grano di cui si ha bisogno. Ma i protezionisti, i quali fanno per burla il prognostico della fame in tempo di guerra, non vogliono il tesoro frumentario; poiché il loro scopo non è di assicurare il paese contro la fame, bensì di mettere un mezzo miliardo all’anno in tasca ai proprietari di terre granifere;

 

 

  • 3) fu Pantaleoni, se non erro, ad esporre la teoria della possibile convenienza di un dazio protettivo in tempi di transizione. Sia un periodo A in cui conviene coltivare grano in un paese; e sia un periodo successivo B, in cui per la messa a cultura di terre nuove americane, il prezzo scenda da L. 20 a 12, in guisa che nel nostro paese la cultura del grano non sia più possibile. Se si prevede che il periodo B è permanente, duraturo, non c’è nulla da fare; ed è utile che la cultura del grano sia abbandonata, nonostante le perdite momentanee derivanti da tale abbandono e da tale trasformazione di cultura. Ma se si prevede – occorre però che la previsione non sia fatta per uso e consumo dei proprietari di terre a grano da indagatori compiacenti – che il periodo B avrà una durata relativamente breve, perché la produzione delle nuove terre americane sarà presto assorbita dalla crescente popolazione, ed in seguito il prezzo, in un periodo C, tornerà a risalire da 12 a 20 lire, sicché nel nostro paese ritornerà la cultura ad essere conveniente, allora si pone il problema: conviene lasciar morire l’industria agraria cerealicola, con una perdita, ad es., di 1 miliardo per macchine, strumenti, miglioramenti culturali divenuti inutili, ed impiantare ex novo, durante il periodo B, altre industrie, con una spesa di un secondo miliardo per poi ritornare, nel periodo C, alla cultura a grano? o non conviene piuttosto istituire un dazio sul grano, perdere ogni anno 200 milioni a causa della anti economicità temporanea della cultura frumentaria, conservata in tal modo artificiosamente in vita? Il problema si riduce al paragone di due perdite: di 1.000+1.000 milioni nell’un caso, di 200 milioni all’anno nell’altro caso. Quale delle due sia per essere la perdita maggiore è difficilissimo il dire dipendendo dalla esattezza delle previsioni e dalla durata del periodo di transizione; onde il principio, che è di applicazione assai svariata – per es. potrebbe essere invocato per i casi di dumping – dà luogo a molti sbagli. Quali perfezionamenti hanno i protezionisti apportato a questa teoria? Si sono forse curati di distinguere i casi in cui la teoria può essere applicata ed i casi in cui la sua applicazione probabilmente avrebbe dato luogo ad errori? Mai no. Nel loro profondo disprezzo per le teorie, essi non sono buoni ad altro che a gridare come pappagalli: ci vuole della pratica e non della teoria, intendendo per «pratica» una cosa invero praticissima, che è di mettere le mani, per diritto e per traverso, nelle tasche dei consumatori, ossia degli altri produttori di merci o servigi non protetti o non ugualmente protetti;

 

 

  • 4) fu Pareto, se non erro, il quale mise in rilievo l’importanza di non trascurare lo studio dei fattori politico sociali, accanto a quelli prettamente economici. Siano due danni alternativi in vista: l’uno è economico e consiste nel pagare ogni anno ai Junker prussiani 300 milioni di tributo, a causa del dazio protettivo sui cereali prodotti nelle terre di quella classe proprietaria semi feudale; e l’altro è il prevalere incontrastato del socialismo e della disorganizzazione da esso inoculata nel corpo politico tedesco, prevalere che si avrebbe se, abolito il dazio protettore, la classe dei Junker scomparisse e venisse meno, come è venuta meno in Francia, la forza attuale di resistenza della società tedesca e della sua classe politica proprietaria alla malattia socialista. Sono due mali – almeno son mali per chi si mette dal punto di vista della conservazione dell’attuale organismo politico sociale tedesco – che devono essere messi a confronto: val la pena di pagare 300 milioni di lire all’anno, per far vivere gli Junker prussiani, e mercé la forza del loro braccio salvarci dal socialismo? Non si discute pel momento – sebbene io ritenga la cosa discutibilissima – se il mezzo sia adeguato al fine; ma, posto ché si crede che il mezzo sia adeguato, si domanda se il sacrificio dei 300 milioni non sia eccessivo. Se si risponde che no, ecco spiegato un dazio protettore.

 

 

Argomentazioni di simil genere possono essere addotte in molti altri casi; ed hanno il pregio della sincerità. La lotta è posta nettamente tra chi vuole la conservazione dei Junker prussiani o dei marchesi o baroni siciliani, e chi li vuole abbandonati alla loro sorte, né considera il prevalere del socialismo come una calamità, o forse ritiene che il socialismo prevalga e si rafforzi anche perché si mantengono i dazi doganali a favore dei proprietari terrieri. La quale ultima ritengo sia l’opinione maggiormente fondata sui fatti.

 

 

Ancora una volta che cosa hanno aggiunto a questa teoria i protezionisti? Nulla, salvo il tentativo antiscientifico di annebbiare la sostanza del problema, facendo passare per «interesse nazionale» ciò che è «interesse dei Junker»; tentando cioè di far credere ai popoli che la questione non stia nel decidere fra due malanni, l’uno economico e l’altro politico, ma nella opportunità di crescere la ricchezza del paese mercé il dazio doganale sul grano, il quale non può avere mai questo effetto, bensì unicamente l’altro di impoverire le masse agrarie socialiste, che si vogliono deboli, e di arricchire le classi proprietarie che si vogliono forti.

 

 

Colajanni, il quale s’è subito accorto dell’argomentazione paretiana, la sbandiera ai quattro venti per dire che Pareto è un empirico, come lui, e come lui, odiatore dei fanatici del liberismo. Con buona pace sua, ho ancora da leggere in Pareto un fatto empirico addotto a caso solo per schernire, coll’esempio della pratica contraria, la teoria economica, o per difendere le male pratiche protezioniste dei governanti. Pareto è un empirico, come dovrebbero esserlo tutti; egli ama i fatti, per scrutarne il significato; ama correggere le conclusioni astratte della scienza economica con le conclusioni pure astratte di altre scienze sociali, pur di ricostruire la realtà concreta, complessa, la quale si compone di tante astrazioni separate, le quali prima si studiano analiticamente, per conoscerne le leggi fondamentali, e poi si raccolgono in una sintesi per scoprirne le leggi reali. Così accade che vi sia una legge tendenziale economica; la quale dice che, per ottenere un massimo di ricchezza, bisogna adottare il libero scambio doganale; e vi sia – od almeno si crede vi sia – un’altra legge tendenziale sociologica, la quale dice che, dato il libero scambio, la classe proprietaria semi feudale, che oggi è l’élite dirigente della Germania, tende ad essere sostituita da una nuova classe, composta dei burocrati e faccendieri della social democrazia; onde si può concludere che la classe proprietaria, la quale non vuole cedere il campo ai dirigenti della social democrazia, fa bene a mettere un dazio protettore sui cereali.

 

 

Ma questa legge concreta non trasforma in errore la verità della legge tendenziale economica, anzi la lascia intatta.

 

 

Quali altri ragionamenti, oltre quelli sovra indicati e quei pochi altri che gli economisti già esposero, seppero tirar fuori i protezionisti, i quali non siano assolutamente risibili? Invece di ragionamenti, essi hanno ripetute le solite divagazioni sentimentali e verbali, che sono errori vecchissimi e marchianissimi, le cento volte messi in luce e in ridicolo, come la necessità di rispondere, con offese alle offese altrui, con dazi ai dazi altrui, l’indipendenza nazionale, il tributo agli stranieri per l’acquisto di grano, il do ut des, la divisione nazionale del lavoro, ecc., ecc. Vero è che a sentir Colajanni, noi liberisti saremmo in errore ritenendo, come sempre facemmo, che il protezionismo debba la sua fortuna alla presa che sulle menti incolte fanno i suoi argomenti sentimentali, radicati nei pregiudizi più comuni del volgo, e dei suoi eccitamenti al disfrenarsi di istinti congeniti nell’uomo, sebbene malvagi, come l’odio contro il proprio simile straniero, la persuasione che nei contratti ci sia sempre uno che lucra e l’altro che perde, ecc., ecc. Il Colajanni ci rimprovera invero di usare argomenti «seducenti, veramente adatti ad accaparrare i voti della grande massa analfabeta degli elettori meridionali». Gioverebbe sperare che i nostri argomenti avessero tal virtù. A vedere la facilità con cui i sofismi protezionisti avevano persuaso le classi cosidette colte, c’era venuto il dubbio che la teoria liberista fosse una cosa troppo fine ed elegante ed inaccessibile ai più. L’on. Colajanni ci insegna che facciamo presa sugli analfabeti; il che vorrebbe dire che le menti vergini di costoro, non annebbiate da pregiudizi interessati, presentano una certa attitudine alla ricezione del vero, e sono in grado di comprendere, ad esempio, una verità elementarissima, che la borghesia italiana non è ancora riuscita ad intendere e che, a leggere il suo articolo, neppure l’on. Colajanni deve avere compreso: e cioè che la libertà degli scambi è utilissima se è bilaterale, ma altresì utilissima se unilaterale. Forse agli analfabeti sarà possibile di far capire ciò che le classi dirigenti non hanno mai voluto comprendere, che cioè il contadino meridionale sarà avvantaggiato se potrà comprare, quando i dazi saranno tolti, la micca di pane a 30 centesimi e lo zucchero ad 1 lira, invece degli attuali 40 centesimi o lire 1,50, anche se, per disavventura, tedeschi, austriaci e russi si rifiuteranno a togliere i loro dazi sul suo vino. Forse al contadino analfabeta sarà possibile far capire che, certo, l’ideale per lui sarebbe di vendere il vino caro e comprare il pane a buon mercato; ma che, se proprio egli deve ribassare il prezzo del suo vino di qualche lira per sormontare gli ostinati dazi altrui, questa non è una buona ragione per ostinarsi lui a volere crescere il danno proprio, conservando il dazio sul grano e quindi aumentando il prezzo del suo pane. Credo anch’io che la nostra predicazione – la quale dice al contrario: «Se lo straniero ti dà uno schiaffo mettendo un dazio sul tuo vino, almanco non lasciartene dare un altro dal proprietario tuo compatriotta, consentendo ad un dazio sul grano che ti vende o per darti licenza di produrre il quale sulle sue terre ti fa pagare un fitto o gabella più forte in proporzione al dazio» – sia più seducente pel contadino di quella dell’on. Colajanni, il quale lo vuol persuadere che i fitti alti dei terreni e la micca cara sono una bella cosa.

 

 

Ma che colpa ne abbiamo noi se alla gente, la quale, non avendo letto i sofismi protezionisti, ragiona col buon senso, la verità liberista appare sotto una luce seducente?

 

 

Che colpa ne abbiamo noi se anche il contadino più analfabeta del mezzogiorno capisce subito che i trattati di commercio non sono – come tentano di far credere i protezionisti per annebbiare la visione della realtà e per sovrapporre alla luce dei ragionamenti uno sciovinismo che falsamente appare anti straniero, mentre è soltanto anti italiano – un negoziato fra italiani e stranieri, in cui l’Italia guadagna se i negoziatori concedono le minime riduzioni sui dazi proprii mentre ottengono le massime sui dazi altrui; sibbene sono il risultato di una lotta fra la grande massa italiana dei consumatori produttori da un lato ed un piccolo gruppo pur esso italiano, o quasi, di produttori dall’altra, in cui l’Italia guadagna riducendo al minimo i proprii dazi ed approfittando dei dissensi interni altrui per ottenere le massime riduzioni sui dazi stranieri?

 

 

Certamente spiace ai protezionisti che il problema venga chiarito e denudato nei suoi veri termini, giovando ad essi far vedere che l’Italia ha interesse a tenere alti i proprii dazi. Plaudono perciò a quei negoziatori, i quali riescono a dare poco per ottenere molto. Con loro sopportazione, l’Italia non ha affatto bisogno di queste cime di negoziatori. Essa ha bisogno che il problema venga discusso all’interno; che all’interno si chieda apertamente al popolo se esso ritiene opportuno che il costo della vita sia rincarato dai dazi sul grano, sullo zucchero, sui tessuti, sul ferro e sull’acciaio, ecc., ecc., se esso ritenga utile che una moltitudine di industrie derivate – ben più importanti, nel complesso delle poche industrie realmente protette – sia oppresso dal caro delle sue materie prime. E se il popolo, quando veda chiaramente il quesito, risponderà di no, i dazi dovranno essere ribassati, con o senza negoziati, con o senza l’armeggio del do ut des doganale, che sarebbe prova di una grottesca ignoranza se non comprovasse invece l’abilità con cui i protezionisti sanno condurre il toro alla morte, ossia il popolo italiano ad inferirsi da sé ferite gravissime, agitandogli dinnanzi lo straccio rosso dello straniero in agguato!

 

 

Le quali premesse parvero indispensabili a chiarire come quelle statistiche e quei fatti, che all’on. Colajanni piacciono assaissimo e che a me piacciono altrettanto, finora sono stati interpretati bene soltanto dalla scienza economica, la quale non è liberista, né protezionista, ma ha appunto, per iscopo, di mettere in luce le uniformità dei fatti. La scienza economica, la quale, piaccia o non piaccia all’on. Colajanni, attraverso alle sue naturali variazioni individuali ed ai perfezionamenti via via apportati ai principii, primamente esposti in modo grossolano e poi in maniera più raffinata, ha una tradizione secolare di continuità ed ha costrutto un corpo di dottrine stupendo, ha dimostrato incontrovertibilmente che la libertà degli scambi interni ed internazionali è una condizione necessaria per il raggiungimento di un massimo di ricchezza; ed ha, essa e non la cosidetta scienza doganale, che non si sa dove stia di casa, chiarito in quali casi e per quale durata teoricamente possa ammettersi una deviazione della libertà degli scambi.

 

 

Essa medesima ha poi chiarito come, scendendo dalla teoria delle applicazioni concrete, quei pochi casi teorici di protezione utile si riducono a pochissimi e forse soltanto a quello delle industrie di guerra, e questa dimostrazione l’ha data col mettere in luce la quasi impossibilità di applicare i postulati teorici del protezionismo. Perché, ad es., lo Stuart Mill, l’inventore della protezione alle industrie giovani, si corresse subito dopo e concluse che il principio, teoricamente inoppugnabile, è di quasi impossibile applicazione? Perché vide che di fatto della sua teoria si giovavano i trivellatori – i «grandi ladroni», come con dolore Colajanni afferma essere essi chiamati dai liberisti, rabbiosi di non essere ascoltati – per ottenere la protezione ad industrie vecchie e niente affatto promettenti; perché vide che il connotato di «giovane» si attribuiva a certe industrie che con abili campagne di stampa ed in alcuni casi – in America il presidente Wilson ha denunciato con coraggio casi di questo genere all’opinione pubblica – con sapienti distribuzioni di fondi ai membri dei parlamenti, erano state truccate sì da trasformarle da vecchie lercie e cadenti in giovanette provocanti e bisognose di temporaneo aiuto o prestito. Che importa che in un caso su dieci la protezione venga data ad un’industria giovane sul serio, quando negli altri nove casi la teoria serve di pretesto a dare il diritto, ad industrie fruste o rachitiche dalla nascita, di spogliare a man salva i consumatori? Il buon senso non insegna forse di rinunciare al piccolo beneficio pur di evitare il grosso malanno? L’esperienza provò altresì che, pur ammettendo di aver potuto rinvenire l’araba fenice di un’industria realmente giovane, questa, quando sia protetta, inopinatamente prende l’abitudine di non giungere mai più all’età virile. Anzi bambineggia sempre più, sino a regredire, in vecchiezza, quando sono passati i 10 od i 20 anni, che avrebbero dovuto bastare ad irrobustirla ed a metterla in grado di resistere da sola alla concorrenza straniera, allo stadio di neonata.

 

 

L’osservazione dei fatti e delle statistiche non tardò a spiegare simigliante meravigliosa regressione. Poiché si vide subito che la protezione ha la virtù di far sorgere numerose intraprese, avide di trivellare il prossimo o di godere rapidamente dei lucri che il diritto di rapinare altrui dava loro. Ne sorgono troppe di queste imprese, di cui molte male attrezzate, sovraccariche fin dall’inizio da enormi spese di impianto, di lucri di lanciamento da parte dei promotori, di false spese di acquisto, di macchinari sbagliati, ecc. Più si va innanzi, più queste intraprese artificiosamente venute su coi dazi gridano di non poter vivere, affermano che la protezione non basta ed occorre aumentarla. Le imprese bene impiantate hanno quasi sempre interesse a non uccidere del tutto le concorrenti mezzo rovinate; ed anche quando si stringono con esse in sindacato, usano tenere in vita, ad ostentationem, le fabbriche ad alti costi; per potere avere un argomento, probante agli occhi dei parlamentari in cerca di voti e di popolarità, atto a dimostrare che non solo occorre conservare, ma bisogna aumentare la protezione esistente. O che forse in Italia non è questo il caso conclamato della siderurgia, delle industrie cotoniere e laniere e di quella coltivazione del grano, che si pretenderebbe di far credere che non può vivere senza dazio, coi prezzi a 18-20 lire senza dazio, citando i casi di alti costi su campi posti in situazioni sfavorevolissime? Così accade che un paese, dopo aver subito con pazienza per 20 anni il sacrificio di un dazio doganale protettivo, nella illusione di poter riuscire a possedere un’industria forte, sana, robusta si sveglia facendo la amarissima scoperta che, alla fine dei 20 anni – dal 1887, on. Colajanni, ne saran passati nel 1917 ben 30 di questi interminabili anni di giovinezza – l’industria bamboleggia sempre più ed ha bisogno del finanziamento della Banca d’Italia, delle grucce dell’Istituto cotoniero, della revoca della convenzione di Bruxelles e di simiglianti svariatissimi puntelli. I consumatori, i quali avevano con patriottismo – questo è il vero patriottismo, quello di chi paga e tace, non l’altro dei trivellatori, i quali l’hanno sempre al sommo della bocca, finché ad invocarlo si riempiano le scarselle, e subito si mettono ad inveire contro il governo del proprio paese e ad invocare gli esempi, faticosamente racimolati, di prodighi governi forestieri, appena non ottengano quanti dazi, premi, favori, preferenze nei prezzi essi pretendono – per 30 anni sopportato prezzi di carestia nella speranza di dar vita, coi loro denari, sacrosantemente loro, risparmiati col sudore della loro fronte, ad un’industria forte e capace di vendere a bassi prezzi, si veggono trattati con scherno e respinti a guisa di cani rognosi. Ohibò! vi lagnate di pagare 10; ebbene pagherete d’or innanzi 20!

 

 

Questa è la sequela dei fatti, osservati le mille volte, comprovati da statistiche numerose, in Italia, in Francia, in Germania, negli Stati Uniti. In quest’ultimo paese fu l’osservazione di questi fatti e di queste statistiche, fu l’esposizione di essi al popolo in manifesti, in disegni parlantissimi, ben altrimenti eccitatori dell’ira delle plebi derubate, di quel che non lo possano essere i miserelli manifesti veduti dal Colajanni nel mezzogiorno e che a lui parvero «monumenti di ignoranza o mala fede»[2]; fu una campagna ben altrimenti violenta di quelle che or s’annuncia in Italia, condotta da migliaia di propagandisti, di quella che riuscì a fare una prima fortissima breccia nella muraglia protezionista americana. Ben so che il Colajanni si ostina a chiamare la riforma doganale Wilson quasi quasi un trionfo del protezionismo. Lasciamoglielo credere. Non sono alcune clausole, dovute mantenere od introdurre nella legge tariffaria per salvare il grosso di questa, che ne possono mutare il carattere sostanziale. Si consolino come possono i protezionisti dello scacco subito; ma si persuadano che una riduzione di tariffa da una media del 40 ad una media del 25% sui prodotti colpiti è uno scacco, sovratutto se si tiene conto che molte voci che prima erano colpite, ora sono esenti e figurano sulla free list, che tra le voci gravemente colpite ora sono aumentate le voci puramente fiscali, sugli oggetti di lusso e di ricco consumo, che colla protezione non hanno nulla a che fare, mentre le voci protezioniste sono state notevolmente ridotte. E si persuadano anche che se nel 1917 la Germania non infliggerà loro un altro scacco, ciò sarà esclusivamente dovuto al fatto che la politica doganale in quel paese privilegio di alcuni gruppi economici che hanno in mano il governo prussiano ed all’arte sovrana con cui questi gruppi cercano di togliere al Reichstag la possibilità di interloquire sul serio in argomento. L’on. Colajanni non ha del resto bisogno di andare in Germania per convincersi del modo con cui i trattati di commercio sono fatti passare in silenzio attraverso i Parlamenti, senza che il problema sia stato discusso in pubblico, come un problema di lotta fra le masse e le classi: nomina di commissioni d’inchiesta, che lavorano in segreto, invio di questionari alle associazioni commerciali od industriali, alle camere di commercio, ecc. ecc., le quali, come un sol uomo, rispondono che bisogna proteggere il lavoro nazionale, conclusioni unanimi della commissione, sentito il parere dei «pratici», – e s’intende che i «pratici» sono i trivellatori od aspiranti trivellatori; perché come si potrebbero interrogare gli altri, e come potrebbero rispondere a ragion veduta, se prima ad essi non s’insegna il congegno con cui le loro tasche sono trivellate? – che l’industria nazionale attende dal governo una efficace difesa dei suoi interessi contro la concorrenza straniera e nel tempo stesso un efficace impulso ai progressi delle esportazioni all’estero, come se, le due cose non fossero logicamente e concettualmente contraddittorie.

 

 

Senonché, in una cosa la Germania differisce dall’Italia: nella opposizione crescente, sebbene forse, non ancora vittoriosa, che il regime protezionista incontra nel ceto industriale e commerciale. Invero gli industriali ed i commercianti tedeschi – i quali hanno la loro massima espressione organizzatrice nell’Hansa Bund e giornalistica nella Frankfurter Zeitung – si sono accorti che il regime protezionista, pur pretendendo di avvantaggiare tutti gli industriali ed i commercianti, in realtà avvantaggia massimamente, nel campo industriale, la Schwerindustrie, l’industria pesante della siderurgia, rappresentata dal Verband Deutschen industriellen, e nel campo dell’agricoltura i cerealicoltori, rappresentati dal Bund der Landwirte ed hanno incominciato una campagna insistente di dimostrazioni a base di dati e di fatti, ben altrimenti probanti, dei centoni ammannitici dai protezionisti, di queste verità: essere il progresso economico della Germania nell’ultimo quarto di secolo dovuto a cause diverse dal protezionismo, come la utilizzazione delle miniere di carbone e di ferro, il processo Thomas Gilchrist di defosforazione dei minerali di ferro, le invenzioni chimiche ed elettriche, la cultura tecnica diffusissima; avere la protezione avvantaggiato sopratutto i produttori di materie prime, ferro, acciaio, e carbone, e di derrate alimentari, frumento e segala, ed avere quindi danneggiato le altre industrie che rappresentano il grosso dell’operosità tedesca. Vuol sapere l’on. Colajanni come la Frankfurter Zeitung si ostina a chiamare le due grandi organizzazioni protezioniste dianzi citate? Der Bund der Verteuerer, il che, se non erro, in linguaggio corrente si direbbe La lega dei rincaratori, ovverosia degli affamatori! E la Frankfurter Zeitung, che io mi sappia, non è un organo né socialista, né liberista. È semplicemente l’organo delle classi industriali non appartenenti al gruppo privilegiato delle classi commerciali e bancarie, dei veri leaders del progresso economico tedesco; e combatte il protezionismo – per ora si contenterebbe di una moderazione di dazi come in America – soltanto perché, avendo gli occhi per vedere, si è persuasa dei danni che i dazi affamatori producono all’economia tedesca. Fa insomma, su più vasta scala e con grandissima competenza veramente «pratica», quel che dovrebbe fare da noi il Sole, se questo, che è pure un bello e ben fatto giornale economico, sapesse far astrazione dai pochi gruppi di grossi industriali, che riempiono di sé il mondo, e sapesse guardare alle falangi ben più numerose degli industriali e dei commercianti suoi lettori, i quali nell’Alta Italia sono danneggiati dall’alta protezione doganale.

 

 

È probabile che, quando si potranno analizzare i fatti che l’on. Colajanni riporterà nel prossimo volume sul «Progresso economico italiano», essi potranno essere spiegati benissimo dagli economisti liberisti e costituiranno una riprova delle leggi le mille volte dimostrate vere coi ragionamenti e colla riprova dei fatti. E notisi che i ragionamenti economici non sono, come con dispregio si compiacciono di dire i protezionisti, quando non sanno cosa dire per confutarli, «campati in aria» ma sono essi stessi il succo di osservazioni numerose, di fatti largamente raccolti e di statistiche studiate con occhio critico, osservazioni fatte e statistiche collegate insieme da un filo logico, senza di cui essi sono materia bruta, privi di qualsiasi significato. Invece di scaraventarci addosso delle valanghe di statistiche per dimostrare che questo o quel paese progredì col protezionismo, o questa o quella industria decadde col liberismo, per sentirsi rispondere persino dagli studenti che la prova non serve a nulla, perché quel tal paese può essere progredito malgrado il protezionismo, o che la decadenza di quell’industria non fu dovuta al liberismo, o, se dovuta ad esso, fu un beneficio per la società considerata nel suo complesso, l’onorevole Colajanni farebbe assai meglio ad analizzarne alcune poche, magari una sola, corredando la sua analisi di dimostrazioni logiche e di riprove le quali tendessero a dimostrare, per quanto si possa fare in simile maniera di ragionamenti:

 

 

  • 1) che il progresso di quelle tali e tali industrie non solo avvenne durante il protezionismo, ma per causa di esso;
  • 2) che non vi è traccia di altre cause le quali possano avere spiegato il progresso; o di queste altre cause si può misurare l’importanza, in guisa che il residuo non spiegato deve essere attribuito alla protezione doganale;
  • 3) che il progresso è stato veramente tale, ossia ha messo in grado le industrie protette di fare a meno della protezione doganale; essendo manifesto che un mero incremento di macchinario o di produzione può volere anche soltanto dire un incremento della quantità di merce prodotta ad alto costo, e su cui i consumatori nazionali saranno chiamati a pagare tributo in avvenire, ossia non un progresso, ma un lagrimevolissimo regresso;
  • 4) che il progresso in talune industrie non è stato accompagnato da sofferenze o mancato sviluppo in altre; spiegandosi anche i motivi logici e di fatto per cui si poté verificare una simile stravagante eccezione alla teoria ed alla esperienza universali.

 

 

Che, se Colajanni riuscirà a dare colle sue statistiche una dimostrazione cosiffatta, la quale uguagli in rigore di logica e ricchezza di prove statistiche, sapientemente analizzate, quelle che gli economisti hanno dato in passato della verità delle loro teorie, è probabile che egli assisterà al fatto miracoloso della conversione in massa degli economisti alle sue escogitazioni.

 

 

Fino a quel momento, egli consenta che gli economisti ostinatamente rimangano persuasi di avere dimostrato la verità razionale e sperimentale delle loro teorie, le quali comprendono, badisi bene, la esposizione della dottrina generale dell’utilità della libertà degli scambi, delle deviazioni particolari, logicamente immaginabili, e della impraticità quasi assoluta della applicazione di queste deviazioni, pur teoricamente ammissibili.

 

 

Nella quale ostinata convinzione essi si rafforzano meditando le due prove che egli adduce a favore del protezionismo e contro il liberismo, l’una relativa all’Italia e l’altra, all’Inghilterra. Prove e controprove egli afferma di addurre; ma è da ritenere che le altre dimostrazioni che egli dice di tenere in serbo pel suo volume prossimo valgano di più, ché queste non valgono proprio nulla.

 

 

Rispetto all’Italia agricola, egli afferma che i 26 anni dell’Italia liberista dal 1861 al 1887 sono la prova delle tristissime condizioni in cui il liberismo lasciò l’agricoltura; mentre i 26 anni dell’Italia protezionista dal 1887 al 1913 sono contrassegnati da un progresso confortante e notevolissimo.

 

 

Con buona pace sua, questo del progresso aritmetico del regime liberista o del progresso geometrico del regime protezionista è un paragone che non onora davvero la mente acuta di uno scienziato dalle severe abitudini scientifiche, come è l’on. Colajanni. Il suo odio al color rosso contro i liberisti gli impedisce di vedere che egli, nel fare questo paragone, dimentica le regole più elementari della logica statistica, le quali egli insegna pure ogni anno ai suoi studenti.

 

 

Le dimentica queste regole della comparazione statistica, appellandosi, non si sa perché, a Bastable ed a Pareto, i quali probabilmente volevano ammonire gli studiosi contro pericoli di paragonare due paesi differenti sotto molti rispetti e non solo sotto il rispetto della politica doganale. Probabilmente altresì, Bastable e Pareto se avessero preveduto il malo uso, che egli avrebbe fatto della comparazione tra due epoche diverse entro uno stesso paese, lo avrebbero ammonito che non bisogna paragonare, nello stesso paese, due epoche le quali differiscono, oltrecché per la mutata politica doganale, anche per altre circostanze importantissime e capaci da sole di spiegare le diverse conseguenze di fatto che il Colajanni vuole affibbiare al protezionismo ed al liberismo. Come è invero possibile un paragone fra due epoche così profondamente differenti tra di loro, come furono in Italia i due periodi 1861-1887 e 1888-1912? in cui gli effetti diversi, se ci furono, sono spiegabilissimi senza ricorrere alla testa di turco del libero scambio come fattore di decadenza od alla provvidenza protezionista come cagione di progresso. Ricorderò solo alcuni tra i fattori diversi i quali rendono assurdo di attribuire la decadenza dell’agricoltura italiana nel primo periodo al liberismo ed il progresso nel secondo al protezionismo:

 

 

  • 1) il risparmio nazionale fu nel primo periodo, ben più vigorosamente che nel secondo, assorbito dalle continue emissioni di titoli del debito pubblico ad alto tasso di interessi, dalla alienazione dei beni dell’asse ecclesiastico, e degli altri beni demaniali, dagli inasprimenti tributari succedentisi ad ogni anno, ecc., ecc. Il capitale non andò alla terra, essendo assorbito da altri impieghi attraenti o dagli acquisti della terra medesima, i quali, sebbene la cosa sembri paradossale, sottraggono capitali all’agricoltura, invece di portargliene;
  • 2) il primo periodo coincide nella prima parte, 1861-73, con un periodo di rialzo di prezzi e nella seconda parte, dal 1879 al 1887, con un periodo di ribasso mondiale di prezzi. A qualunque causa queste variazioni di prezzi siano dovute – al rincaro dell’oro, secondo gli uni, alla concorrenza transatlantica, secondo altri – certo esse producono l’effetto che le serie statistiche hanno nell’intero periodo una tendenza logica ad andare giù, perché si passa da anni di prezzi cari e crescenti ad anni di prezzi non ancora bassissimi, ma già calanti. Che cosa ha da fare il libero scambio in tutto ciò, io non riesco a comprenderlo. È chiaro che, liberismo o non liberismo, l’agricoltura italiana passò durante il 1861-87 da un periodo in cui i prezzi crescenti la incoraggiarono a progredire ad un periodo in cui i prezzi calanti scoraggiavano gli agricoltori da nuovi investimenti;
  • 3) tutto contrario fu il secondo periodo 1887-1913, in cui l’on. Colajanni immagina di vedere i trionfi agricoli del protezionismo. Esso si scinde in due parti: la prima, la quale va dal 1887 al 1894-96, in cui continua e si accentua il ribasso già iniziato nella ultima parte del periodo precedente; ed una seconda, dal 1896 ai dì nostri, in cui si inizia e progredisce quel grande incremento odierno dei prezzi di cui tutti favellano e discorrono. È altresì chiaro che in questo secondo periodo, artificiosamente fatto cominciare dal 1887, le serie statistiche debbono tendere nel complesso all’aumento, poiché si passa da anni di prezzi calanti ad anni di prezzi crescenti, da un periodo in cui gli agricoltori si astenevano da ogni nuovo investimento capitalistico, perché vedevano che i prezzi del grano, del vino, del bestiame andavano giù, ad un periodo in cui il crescere continuo dei prezzi spinse ad un inopinato fervore di vita e di audacie gli agricoltori. Gli storici protezionisti ed officiosi somigliano alla mosca cocchiera, la quale immaginava di trarre il carro, perché stava sulla schiena del bue. Essi immaginano che la «sapienza del governo» nell’istituire le «provvidenze» mirabili dei «dazi protettori del lavoro nazionale» sia stata la causa della maggiore energia produttiva degli agricoltori italiani, dei concimi chimici che si comprano in maggior copia, dei formaggi che a Reggio Emilia ed a Parma si producono in quantità crescente, delle conserve di pomidoro che spargono il nome d’Italia fino nella lontana Australia, e non s’avvedono che i governanti ed i loro dazi protettori sono delle mosche cocchiere, e che il bue il quale ha tirato innanzi il carro dell’agricoltura italiana è stato in primissimo luogo l’agricoltore italiano – che i governanti apprezzano solo per la sua pazienza nel pagare imposte ed i trivellatori per la ingenuità con cui si lascia indurre a pagare fitti alti ai proprietari di terre, e prezzi esorbitanti per gli aratri, i concimi chimici, i rimedi cuprici, i vestiti, i materiali da costruzione, ecc. – allettato dalla speranza di prezzi meno bassi di quelli che prevalevano prima. Si illudono le mosche cocchiere di condurre il mondo scarabocchiando carte a Roma od esigendo dazi alla frontiera: e non si accorgono che il mondo andrebbe assai meglio senza il fastidio della loro presenza; e, malgrado esso, va innanzi da sé;
  • 4) una storia più esatta degli avvenimenti succedutisi dal 1861 in poi dividerebbe, forse, la storia dell’agricoltura italiana in tre periodi, diversi da quelli immaginati dall’on. Colajanni. Un primo, il quale va dall’unificazione fin verso il 1880, e che non dovette essere di regresso, se in quel tempo si compì la grande trasformazione agricola del Mezzogiorno, con lo sviluppo della viticoltura e della agrumicoltura, se i fitti malgrado l’assenza di dazi, in ogni parte d’Italia erano in aumento e se si ottenevano prezzi persino eccessivi, sebbene, dopo il culmine del 1873, già leggermente calanti, per i prodotti agrari. I progressi forse non furono quanto potenzialmente potevano essere, a cagione della scarsità dei risparmi nuovi e del loro assorbimento da parte dello Stato. Ma non furono nemmeno irrilevanti.

 

 

Un secondo periodo comincia già verso il 1880, si accentua col 1887, dura acutissimo sin a quasi tutto il 1898, in cui si hanno le sue più rumorose, sebbene tarde manifestazioni, finché colla fine del secolo ha termine un periodo di depressione economica, in Italia, come in tutto il mondo. La grande ondata dei prezzi bassi, la quale si abbassa al livello minimo verso il 1894-96, era cominciata fin dal 1873, ma solo dopo il 1880 si era resa sensibile. Quell’ondata toccava gli agricoltori italiani a causa dell’irrompere della concorrenza transatlantica; ma tutti gli indagatori sono d’accordo coll’indicarne la causa più importante, sebbene forse non unica, nella diminuzione della produzione dell’oro e nella febbre di smonetizzazione dell’argento da cui furono colti i principali Stati del mondo, che fecero rincarire la moneta e svilire i prezzi. Fu allora che fu compiuta la grande inchiesta agraria, la quale ebbe il colore pessimista del tempo. Ma che in realtà l’agricoltura italiana dal 1861 fino al 1880 avesse regredito sul serio, da quell’inchiesta non fu potuto dimostrare. Si vedeva la possibilità di ulteriori grandi miglioramenti, cosa ben diversa dalla constatazione effettiva di un regresso avvenuto nel passato. E che il libero scambio dei prodotti agrari non fosse creduta la cagione di un regresso inesistente è dimostrato dalle conclusioni del presidente e relatore generale dell’inchiesta, il conte Jacini, il quale si palesò contrario all’introduzione dei dazi protettori per l’agricoltura. L’avviso contrario di chi fu davvero l’economista agrario principe dell’Italia vale almeno almeno il consenso ai dazi protettori di tutto un esercito di agricoltori pratici e di cattedratici ambulanti – non tutti però, nemmeno adesso, sono convinti della necessità del dazio! – cresciuti, dopo, all’ombra delle 7,50 lire di dazio. Ciononostante il dazio fu aumentato via via da 0,50 a 3 e poi a 5 e poi a 7 e poi a 7,50 perché la finanza, assillata dai disavanzi caratteristici dei periodi di depressione economica, trovò comodissimo di ascoltare il gridio degli agricoltori organizzati, a cui il senatore Rossi da Schio faceva eco a nome degli industriali.

 

 

Colajanni ha un bel dire il dazio sul grano non fu il pretium sceleris del patto fra agricoltura ed industria ai danni dei contribuenti; ma la verità storica, è proprio quella affermata dall’amico Prato e che, non si sa perché, dà ai nervi al Colajanni.

 

 

Si può ammettere che i bisogni della finanza abbiano avuto la lor parte nella formazione della tariffa doganale italiana; ma è certo che se i saltimbanchi della sinistra non avessero abolito il macinato, imposta incommensurabilmente migliore, dal punto di vista di quella che si usa chiamare «giustizia tributaria», del dazio sul grano, la finanza non avrebbe avuto affatto bisogno di un dazio, che pei contribuenti è quattro volte più pesante, pur rendendo i due terzi all’incirca soltanto di quanto oggi renderebbe l’odiatissimo macinato. I bisogni della finanza condussero a cercare nuove entrate; ma il patto orrendo sancito tra fisco, agricoltori ed industriali indusse il governo a scegliere i dazi protettori quale mezzo di procacciare all’erario nuove entrate, mentre altri mezzi assai più corretti, potevano essere adottati. E, dicasi quel che si voglia, le sorti dell’economia italiana, in quanto dipesero dalla tariffa doganale del 1887, volsero pessime. Io non dirò, imitando i sofismi protezionisti, che i disastri dell’agricoltura ed in genere di tutta l’economia nostra dal 1887 al 1898 siano stati dovuti soltanto alla tariffa protettiva. Molti fattori contribuirono all’uopo: la liquidazione della crisi economica scoppiata in seguito alle pazzie ed agli errori commessi nel periodo 1880-87 (crisi edilizia, crisi vinicola, crisi bancaria), agli errori commessi dal governo nella politica internazionale e nella gestione della finanza, alle dilapidazioni del tenue risparmio nazionale nei grandiosi programmi ferroviari e nelle campagne eritree, ecc., ecc. Ma quando si vede, paragonando gli anni immediatamente precedenti e quelli immediatamente successivi al 1887, verificarsi una contrazione notevole del commercio internazionale, quando si assiste al languire di alcune italianissime industrie, mentre andavano sorgendo quelle protette; quando si riflette che, a così breve distanza di tempo, gli altri fattori influenti non possono aver subito dei mutamenti profondissimi, allora si ha una certa ragione di concludere che il peggioramento avvenuto nella economia italiana dal 1887 fino verso il 1898 non possa essere considerato privo di ogni relazione di effetto a causa con la mutazione del regime doganale. Allora ci troviamo di fronte ad una di quelle riprove statistiche, che, se non hanno assoluto valore probatorio, l’hanno di gran lunga maggiore dei paragoni assurdi istituiti da Colajanni tra due periodi così diversi, così lontani come il 1861-87 ed il 1888-912.

 

 

Col 1898 circa, comincia l’ultimo periodo storico dell’agricoltura nazionale, che è periodo di ascensione. Ecco, dicono i protezionisti, i beneficii della politica protettiva! E perché, rispondiamo noi, il protezionismo ha aspettato tanto a manifestare i suoi benefici effetti?

 

 

Perché ha aspettato proprio a rivelare le sue virtù, quando l’asprezza dei dazi delle tariffe del 1887 era stata temperata dai successivi trattati di commercio, specie da quelli del 1902 con le potenze centrali? In verità anche quest’ultimo periodo della nostra storia economica è straordinariamente complesso. Il risparmio, non più assorbito dallo Stato, può dedicarsi a migliorie agricole. La classe contadina dai prezzi crescenti delle derrate agrarie riceve i mezzi per intensificare le culture. L’ascesa coincide, in Italia come altrove, coll’inizio della nuova grande ondata all’insù dei prezzi, provocata sovratutto dalla straordinaria e crescente produzione d’oro (Transvaal). In questi periodi di prezzi crescenti, i redditi aumentano, gli scioperi procacciano agli operai aumenti di salario, i quali si convertono in aumenti di consumo, di vino, di carni, di latticini, formaggio, uova, frutta, ecc., ecc. A questo risveglio economico, segnalato dagli osservatori in tutti i paesi del mondo ed in non pochi compiutosi con metro assai più rapido che in Italia, è dovuta la risurrezione dell’agricoltura padana, che nell’inchiesta agraria del Jacini era parsa la più sofferente e che sola in Italia, salvo la provincia di Napoli, aveva chiesto l’acceleramento delle operazioni catastali, perché si riteneva la più gravata d’imposte in confronto a redditi allora decrescenti. La rifioritura della terra padana è contrassegnata specialmente da quale fatto specifico nel rapporto del regime doganale? dalla minore importanza data alla cultura del grano, fortemente protetta e dalla crescente tensione della cultura dei foraggi, assai meno protetti, e dall’allevamento del bestiame e dei caseifici e dalle altre culture secondarie, come la frutta, la pollicoltura, l’orticoltura (pomidori di Parma!!), le quali o non sono protette, od hanno una protezione nominale, perché essendo industrie esportatrici, il dazio non funziona rispetto ai prezzi, non essendosi finora stabiliti sindacati simili a quelli degli zuccherieri e dei siderurgici per estorcere ai consumatori i prezzi massimi consentiti dalla protezione. E qual è il fatto caratteristico della cultura a grano? che essa, per l’alto prezzo del grano, alto non solo per i prezzi migliori mondiali, come per gli altri prodotti, ma per l’enorme sovraprezzo dovuto al dazio, si è estesa per modo da diventare un vero flagello economico. Il Colajanni ha certamente meditato a lungo le pagine del Valenti sull’agricoltura italiana nella grande pubblicazione dei Lincei e più le statistiche pubblicate da lui quand’era a capo dell’ufficio di statistica agraria, sulla ripartizione delle culture nelle varie regioni d’Italia, a seconda dell’altitudine. Se una verità chiarissima zampilla fuori da quelle indagini è questa: che la cultura del grano non ha bisogno, per vivere, di dazio dove essa è produttiva e sarebbe meglio non ci fosse, ove il dazio è indispensabile a renderla conveniente. Andiam gridando: boschi, boschi! ed ogni giorno lasciamo distruggere sotto i nostri occhi i boschi, perché il contadino vuole rubare in fretta ed in furia tutta quella maggior quantità di grano caro che la terra diboscata gli può dare, né si cura se, dopo alcuni anni, quelli che eran boschi diventano gerbidi incolti e rocce nude. Ecco gli effetti specifici del dazio sul grano e non i progressi mirabili di talune plaghe agricole d’Italia, a tutt’altre cause dovuti!

 

 

Aspetto, dopo ciò, che il Colajanni documenti le sue incredibili affermazioni intorno ai rapporti di causa ad effetto tra protezionismo e progresso agricolo. Ma deve essere una dimostrazione la quale abbia almeno quell’apparenza di un principio di prova, che le sue cifre odierne, buttate giù a casaccio, non hanno neppure da lontano.

 

 

Prove alquanto più ragionevoli dovrà altresì addurre il Colajanni per dimostrare sul serio che la sequela delle cifre da lui addotte riguardo ai rapporti fra consumi e prezzi del frumento in Italia costituisce davvero «un paradosso economico assai impressionante e molto sconcertante pei liberisti».

 

 

Egli tira fuori le seguenti cifre:

 

 

Anni

Prezzo medio del grano per q.le

Anni

Consumo medio del grano per abitante

1871-75

L. 34,81

1870-74

Kg. 145

1881-83

25,09

1879-83

132

1891-93

24,83

1894-96

119

1908-912

29,53

1907-911

156

 

 

e dice che esse ci dovrebbero impressionare e sconcertare, perché dimostrerebbero che:

 

 

  • a) è diminuito il consumo quando diminuiscono i prezzi e viceversa; diguisaché non sarebbe vero che sempre ai prezzi bassi corrisponda benessere ed ai prezzi alti malessere delle classi lavoratrici;
  • b) è erroneo supporre perciò che i dazi doganali, facendo aumentare i prezzi del frumento, ne facciano diminuire il consumo; mentre invece il regime protezionista migliorando la condizione economica dei lavoratori permise loro di acquistare maggior quantità di grano, malgrado i prezzi più alti.

 

 

L’on. Colajanni è felice, stavolta, di avere «un paradosso economico» capace di farci diventare verdi di bile. Purtroppo – è doloroso doverlo disingannare così presto – il suo non è un paradosso, ma, in quanto è vero, è spiegabilissimo senza ricorrere ai nefandi delitti del liberismo ed alle mirifiche virtù del protezionismo; ed in quanto è mal spiegato ripete un vecchissimo sproposito dei protezionisti, le cento volte confutato, fin dall’epoca della buon’anima di Bastiat. Innanzitutto, io non so, ma è cosa certissima che lo ignora anche l’on. Colajanni, se il paradosso da lui scoperto corrisponda al vero. Esso riposa tutto sulla esattezza delle tre prime cifre del consumo del grano: Kg. 145 nel 1871-75, Kg. 132 nel 1881-85 e Kg. 119 nel 1891-95. Non parlo dell’ultima cifra di Kg. 156 pel 1908-912 su cui può aver avuto influenza la nuova organizzazione della statistica agraria operata dal Valenti e che quindi può avere una certa approssimazione alla verità. Ma le tre prime cifre donde le ha tratte l’on. Colajanni? Esse si leggono, è vero, negli Annuari statistici ufficiali: ma sono ricavate dalle vecchie statistiche della produzione agraria, che sono da tutti riconosciute come erronee.

 

 

Trattasi di statistiche conclamate false da tutti gli studiosi, che è noto essere state raccolte in modo burlesco a mezzo di sindaci e di segretari comunali, statistiche su cui pesava il vizio d’origine, a partir dagli anni in cui la perequazione dell’imposta fondiaria minacciava di diventare una realtà, ossia dal 1880 in poi circa, dell’interesse di ogni comune a rimpicciolire la propria produzione agraria. Statistiche di questo genere si buttano nell’immondezzaio, on. Colajanni, e non si sbandierano a prove di fantastici paradossi economici.

 

 

Poiché il paradosso, se le statistiche false si suppongono per un istante vere, esiste solo nella immaginazione iraconda e turbata di Colajanni.

 

 

Proprio a farlo apposta, non si potrebbero inventare cifre più atte ad essere spiegate con i fatti della nostra storia economica, senza ricorrere al babau liberista od all’arcangelo liberatore protezionista. Il consumo maggiore del frumento sarebbe stato naturale nel 1871-75 e fin verso il 1883 – le cifre di 145 e 132 presentano una differenza che, vorrà ammetterlo Colajanni, deve essere trascurata in tanta incertezza sulle fonti – se si ricorda ciò che ho detto dianzi del periodo ascensionale attraversato dall’economia mondiale fino al 1880 circa. Gli anni dal 1891 al 1896 furono gli anni di depressione massima dell’agricoltura in tutto il mondo, di crisi economica in Italia e si comprende come il consumo del frumento abbia potuto diminuire. Ma ciò che non si comprende, è che Colajanni abbia la mente così turbata dalla vista dello straccio rosso liberista da addurre la cifra di 119 kg. di consumo minimo nel 1894-96 come una prova a sostegno della sua tesi. Se quella cifra è vera, essa è una riprova luminosa della verità della teoria liberista, per cui il protezionismo, inaugurato nel 1887, aveva immiserito per modo la popolazione italiana che essa, malgrado i prezzi bassi del frumento, doveva ridurne il consumo. Io non dirò che questa sia stata la sola causa del diminuito consumo. A produrlo cooperarono le rovine cagionate dalla protezione doganale nei primi anni di sua applicazione, le conseguenze delle crisi edilizie e finanziarie da cui allora era travagliata l’Italia e le ripercussioni italiane della ondata mondiale verso i prezzi bassi. Ed ho già detto sopra che, a partir dal 1900, tutto il mondo economico è portato in su da un’ondata di rialzo di prezzi, che vivifica lo spirito di intrapresa, aumenta i guadagni, sommuove le classi operaie, ne eleva il tenor di vita e ne fa quindi crescere i consumi.

 

 

Che cosa v’è di paradossale in tutto ciò? Nulla. Non è la sua la sola statistica, la quale metta in chiaro consumi crescenti a prezzi crescenti e consumi calanti a prezzi calanti. Altre parecchie, ed esatte, specialmente nel campo minerario, se ne potrebbero addurre. Provano desse qualcosa contro la verità della teoria che, a prezzi bassi, il consumo è più alto che a prezzi alti? Prezzi bassi non sono prezzi calanti; come prezzi crescenti non sono prezzi alti. I liberisti dicono che se un dazio protettore fa aumentare il prezzo del grano, i consumatori, che sono poi tutti gli altri produttori del paese con le loro famiglie, fuori dei proprietari di terre a grano, non avendo un soldo di più in tasca, debbono per forza restringere il consumo del grano o, più probabilmente, per una legge ben conosciuta della domanda congiunta, aumentare ancora di più il consumo del grano, che è cibo inferiore, e restringere altri consumi superiori, come carne, vino, vestiti, casa, ecc. dove tali consumi superiori esistano e siffatte restrizioni siano quindi possibili.

 

 

Ma se i prezzi del grano salgono, per un movimento mondiale dei prezzi al rialzo, non ci troviamo più dinanzi ad un mero fenomeno statico di trasposizione di denaro da una tasca all’altra, bensì di fronte ad un movimento dinamico. Salgono i prezzi, ma salgono anche i guadagni, fanno scioperi vittoriosi gli operai, la gente è allegra e spende volontieri; i governi diventano imperialisti; tutti sono presi dalla fregola del consumo e dalla grandigia. Tutto il mondo economico e sociale cambia faccia ed uno degli aspetti di questo mutamento di faccia è l’aumento dei consumi.

 

 

Colajanni dirà: ma anche il dazio sul grano, accompagnato da un regime protezionista generale, è un lievito di progresso introdotto nel corpo sociale. Il protezionismo fa aumentare i prezzi e quindi i guadagni degli industriali e quindi i salari e perciò dà modo agli operai di consumare di più. Ed io umilmente professo di essere pronto a credergli quando egli mi avrà dato la dimostrazione logica ed empirica – logica ed empirica insieme però, perché i fatti non spiegati e non collegati da ragionamenti non valgono nulla – che noi siamo nel torto quando dimostriamo, con ragionamenti celebri da un secolo, che i protezionisti affettano di disprezzare solo perché non hanno trovato in essi ancora la minima falla, che il protezionismo non vuol dire progresso dell’intiera società economica, ma semplice spostamento di capitale e lavoro da un impiego ad un altro e precisamente da impieghi più produttivi ad impieghi meno produttivi.

 

 

Sarebbe certamente interessante sapere in qual modo un dazio protettivo per una o parecchie o magari – se la cosa non fosse logicamente ed effettivamente assurda – per tutte le industrie di una nazione, possa riuscire ad aumentare la quantità di risparmio nuovo – di quello vecchio non occorre parlare, ché esso era già tutto, salvo i casi nei tempi odierni trascurabili, e del resto indipendenti dal protezionismo o liberismo, di tesaurizzazione, impiegato fin da prima – che via via si viene producendo nel paese; e come quindi il dazio protettivo possa, per sua virtù specifica, produrre una occupazione maggiore ed una più viva produzione complessiva di ricchezza. Ma il mistero, che sarebbe per ogni studioso avido di conoscenze nuove appassionante di poter svelare, rimane finora un mistero profondissimo. Sino al giorno in cui esso non sia svelato, Colajanni potrà sfiatarsi a gridare che i suoi fatti sono maschi e le nostre teorie sono femmine. Noi gli risponderemo che sono maschi solo i fatti che hanno parlato e che si sono organizzati in una teoria rispondente a verità; mentre i fatti, i quali non hanno ancora potuto in tanti anni od in tanti secoli dar ragione di sé stessi sono fatti mutoli, son fatti eunuchi.

 

 

E passo all’Inghilterra. Intorno a cui i protezionisti italiani si sono divertiti ad inventare ogni sorta di stravaganze contrarie alla verità storica. La più diffusa è la vecchia leggenda, secondo cui l’industria inglese si sarebbe rafforzata col protezionismo, e solo dopo essersi cosiffattamente rafforzata da non temere la concorrenza estera avrebbe voluto il libero scambio, allo scopo di poter schiacciare meglio l’industria straniera od impedirle di sorgere nei proprii paesi. Tesi la quale storicamente contrasta al vero, essendo ben diverse le cause per cui l’industria inglese assurse a grandezza nell’ultima parte del secolo XVIII e nel primo terzo del secolo XIX; non la protezione doganale, ma l’utilizzazione del carbon fossile e delle miniere di ferro insieme con l’invenzione delle caldaie a vapore furono le cause per cui l’Inghilterra vinse quella battaglia industriale, che ancora verso la metà del secolo XVIII sembrava pendere a favore dei paesi continentali. L’amico Prato ha dimostrato nella memoria sul Problema dei combustibile nel periodo pre-rivoluzionario come fattore della distribuzione topografica delle industrie (su cui confronta la relazione pubblicata a pag. 582 della «Riforma Sociale» del 1912) la mancanza di foreste aveva impedito all’Inghilterra di prendere un gran posto nel novero delle nazioni industriali europee, tra cui eccellevano la Francia, la Germania, l’Austria, la Scandinavia e ultimo anche il Piemonte; e solo la caldaia a vapore e la utilizzazione del carbon fossile condussero l’Inghilterra al primo posto tra i grandi paesi industriali. Ciononostante, l’alto costo delle provvigioni, dovuto ai dazi doganali protezionisti, danneggiava per modo l’industria, che questa durante tutto il primo terzo del secolo XIX era ben lungi dall’aver acquistato quella floridezza impareggiabile che i, protezionisti nostrani favoleggiano; e non fu per rassodare un dominio, già conquistato, ma per trarsi di mezzo ad una condizione di languore e d’inferiorità che gli industriali inglesi, più accorti in ciò degli odierni industriali italiani, vittime in gran parte di pochi gruppi privilegiati, accolsero con entusiasmo la predicazione liberista dei Cobden e dei Bright.

 

 

Questa è la vera sequela dei fatti storici: non una industria arricchita dal protezionismo e vogliosa di distruggere con un diabolico piano liberista le industrie straniere, ma un’industria che si credeva rovinata dal protezionismo e voleva col libero scambio ridurre i proprii costi di produzione. Sarebbe interessante di conoscere le prove che i protezionisti adducono della loro teoria storica. Dovrebbero essere ben diverse da quelle che il Colajanni adduce per accagionare il liberismo della rovina dell’agricoltura inglese.

 

 

Qui il groviglio delle affermazioni infondate e delle interpretazioni erronee dei fatti è siffatto che occorre procedere quasi a caso, affrontando la battaglia in ordine sparso.

 

 

  • 1) Il libero scambio sarebbe stato la causa della rovina dell’agricoltura inglese. Ha fatto Colajanni attenzione alle date? Il libero scambio si instaura nel decennio dal 1840 al 1850, e la rovina – non dico ancora la «cosidetta» rovina, per non confondere argomentazioni diverse – dell’agricoltura comincia ben dopo il 1880, e raggiunge il suo acme nel 1896, anno in cui chi scrive pubblicò sul Giornale degli economisti la sua brava tesi di laurea appunto intorno alla crisi agricola inglese. È una causa di nuovo genere questa, la quale cova sotto la cenere per quarant’anni ed esplode a distanza enorme di tempo con furia distruggitrice. Nell’intervallo nessuno si era accorto che il libero scambio avesse prodotto la crisi dell’agricoltura. I fittaioli avevano prosperato come forse non mai prima, ed i fitti delle terre avevano toccato altezze che non avevano raggiunte neppure durante il grande periodo aureo della scala mobile e dei prezzi del frumento a 100 scellini e più al quarter. Sia detto ancora una volta con sopportazione dei protezionisti, ma sembra a me che se il libero scambio era capace di tutti quei malanni, di cui ora lo accusano, avrebbe dovuto produrli subito. Tutti gli osservatori sono d’accordo invece nel ritenere che l’aculeo della concorrenza aveva giovato agli agricoltori come agli industriali inglesi, sicché essi avevano perfezionato i loro metodi culturali e diminuito i loro costi di produzione.

 

 

Non voglio con ciò affermare che la prosperità dell’agricoltura inglese fosse dovuta allora al libero scambio, poiché, non volendo cadere negli errori di logica che rimprovero ai protezionisti, debbo avvertire che fattori concomitanti e potentissimi di prosperità erano due fatti: 1) l’incremento rigoglioso dell’industria, dovuto a sua volta in parte alla possibilità di comprare le materie prime sul mercato mondiale ed interno senza alcun ostacolo di dazi protettivi, incremento il quale apprestava falangi di consumatori operai a salari crescenti per prodotti del suolo inglese; 2) l’ondata dei prezzi che dal 1850 fino al 1873, dalla scoperta delle miniere d’oro di California e di Australia sino alla smonetizzazione dell’argento, volsero al rialzo in Inghilterra come in Italia. Non che i prezzi raggiunti fossero alti come quelli del blocco continentale; ma erano crescenti e quindi incitavano gli agricoltori agli investimenti per la speranza di ottenere quei profitti che gli imprenditori godono sempre nei periodi storici «dinamici» con tendenza al rialzo.

 

 

Quarant’anni dopo l’instaurazione del libero scambio l’ondata dei prezzi si rovescia, e timidamente dal 1873, più accentuatamente dopo il 1880, rapidamente dopo il 1890 fino al 1896 i prezzi precipitano e si avvera quello che fu detto il periodo della grande depressione agraria. Ed allora i sicofanti, che erano rimasti zitti per quarant’anni, si svegliano e tornano a gridare: il libero scambio, ecco il nemico! Come se una data politica economica potesse essere chiamata responsabile delle grandi mutazioni storiche che sconquassano a tratti il mondo; come se il libero scambio potesse essere ritenuto responsabile del fatto che dal 1873, fin quasi verso il 1900, il mondo intiero attraversò un periodo di stasi e di languore, dovuto a cause imperfettamente conosciute, di cui la più importante sembra essere stato il rincaro dei metalli preziosi ed il rinvilio dei prezzi, con tutti i conseguenti fenomeni, di crisi industriale, diminuzione di profitti, perdite di capitale, disavanzi dei bilanci degli Stati, ecc. ecc[3]. Quel periodo fu di stasi e di languore dappertutto, nell’Inghilterra liberista, come nella Francia, nella Germania e nell’Italia protezionista; e, se si facessero le opportune esatte misure, riterrei ben difficile provare che le perdite siano state maggiori nell’Inghilterra che negli altri paesi. Così ad occhio e croce, disastri come quelli edilizi, bancari e viticoli dell’Italia, o come la crisi del 1873 in Austria, o come la crisi economica che travagliò la Germania, con tanto stupore di Bismarck, dopo il 1875 fin verso il 1885, non si ebbero in Inghilterra. Come pure, checché vadano dicendo gli impressionisti, le crisi economiche del periodo liberista per molte cause hanno in Inghilterra una intensità minore delle crisi del periodo protezionista e spesso minore delle contemporanee crisi europee ed americane. La crisi del 1907 informi; conclamata negli Stati Uniti, acutissima in Germania, eterna e non ancora guarita in Italia, quasi non lasciò traccie durature in Inghilterra, dove il boom della gomma elastica e il grande sciopero carbonifero passarono senza intaccare sensibilmente valori e profitti.

 

 

La depressione mondiale del periodo 1880-900 cagionò però, dicono i protezionisti, la rovina dell’agricoltura, la quale si sarebbe potuto evitare se verso il 1880 si fossero applicati dei dazi protettivi, così come insegna la scienza economica (vedi sopra l’esposizione della teoria dei tre stadi A, B, e C) per consentire all’agricoltura inglese il passaggio dallo stadio a prezzi alti A del 1850-73 allo stadio C del 1900-912 pure a prezzi alti, senza la scossa intermedia del periodo B, 1873-1896-900 a prezzi calanti. Ragion vuole che si ammetta la ragionevolezza della cosa per il motivo che subito si dirà; ma verità vuole che si ricordi subito come durante la grande inchiesta inglese del 1882 detta del Duke of Richmond Commission, citata dal Colajanni e durante la successiva inchiesta del 1890-95 on the agricultural depression, furono precisamente gli economisti quelli che misero il dito sulla piaga, analizzarono le cause del fenomeno dell’ondata dei prezzi al ribasso e videro quale era il rimedio: rimedio lontano, difficile ad attuarsi, ma unico esente da pericoli, ove si trovasse la maniera tecnica di attuarlo, ossia la creazione di un tipo monetario internazionale stabile, in cui la quantità delle emissioni di moneta sia regolata per modo da conservare stabilità al livello generale dei prezzi.

 

 

Escluso questo rimedio, che anche ora, malgrado i geniali sforzi di tanti indagatori, e recentemente del Fisher, appare di assai ardua e forse impossibile attuazione, si sarebbe potuto seguire la via che gli economisti esposero e che si potrebbe riassumere schematicamente così:

 

 

Schema primo

 

 

 

Periodo di prezzi crescenti

calanti

crescenti

 

1850-1873

1873-96

1896-912

Livello medio fuori dogana dei prezzi agricoli

30

20

30

Dazio doganale

10

Livello medio dei prezzi entro dogana

30

30

30

 

 

Si sarebbe potuto seguire questa via di una protezione temporanea, perché l’ondata dei prezzi calanti del periodo 1873-96 coincideva, non si sa se casualmente o per qualche nesso causale non bene chiarito, con la grande ondata della concorrenza cerealicola transatlantica. I prezzi dei cereali – in seguito si aggiunse, per l’applicazione dei sistemi refrigeranti ai trasporti marittimi, la concorrenza delle carni conservate argentine, neo zelandesi, nord americane, ecc. – precipitavano per l’azione combinata di due circostanze: il rincaro dei metalli preziosi e la concorrenza dei cereali prodotti a basso costo delle pianure, che parevano sterminate, degli Stati Uniti. Contro il rincaro dei metalli preziosi, il rimedio del dazio doganale protettore appariva disadatto, sia perché era ben difficile prevedere la fine del periodo dei prezzi calanti per azione della scarsa produzione aurifera, sia perché contro un’azione la quale agisce su tutti i prezzi di merci e di servizi sarebbe stato scorrettissimo applicare un rimedio, il quale, per definizione, poteva agire solo per alcuni prezzi.

 

 

Ammettendo, cosa per sé stessa dubbia, che con un dazio protettore si fosse potuto fermare la tendenza al ribasso dei prezzi dei cereali, in un periodo di prezzi calanti per cause monetarie, perché contrastare siffatta tendenza solo per i cereali e non per i carboni – che ribassavano anch’essi grandemente, onde si ragionava in quel tempo in Inghilterra anche di crisi mineraria – e non per i cotoni, e non per tutte le altre merci e servizi, la cui rimunerazione scemava per causa del ribassare del livello generale dei prezzi? Proteggere solo il grano e non tutte le altre merci, soggette alla medesima influenza, era manifestamente scorretto ed avrebbe avuto sapore di un ladrocinio di classe; proteggere tutte le merci era impossibile. Come proteggere, in Inghilterra, il carbone, che era merce di esportazione?

 

 

Il dazio protettore era dunque astrattamente ammissibile, durante il passaggio dal periodo A al periodo C, solo per contrastare la causa specifica di ribasso dei cereali, particolare ad essi e non a tutte le altre merci, consistente nella concorrenza transatlantica. Astrattamente ammissibile, dato si potesse misurare esattamente l’importanza di questa causa specifica, la durata probabile del suo agire e si potesse dimostrare con fondamento che il costo della protezione temporanea era minore del costo delle trasformazioni successive agricole nel passaggio dall’uno all’altro periodo economico. L’Inghilterra, fatti suoi calcoli, opinò che il costo della protezione fosse troppo alto e preferì che i prezzi ribassassero da 30 a 20 e poi risalissero a 30, sottoponendosi a tutte le perdite derivanti dal movimento dinamico dei prezzi, ora schizzato con cifre che non vogliono pretendere ad alcuna esattezza, ma furono addotte solo a delineare l’andamento generale dei fenomeni.

 

 

E sinceramente, a vedere che cosa è accaduto nei paesi continentali, i quali pretesero di seguire gli insegnamenti degli economisti, vien voglia di dire a questi ultimi di pigliarsi ben guardia dall’immaginare casi teorici di possibili vantaggiose applicazioni di dazi protettori, ché i trivellatori ne faranno sicuramente qualche sconcissima contraffazione.

 

 

Ecco che cosa è successo sul continente:

 

 

Schema secondo

 

 

 

Periodo di prezzi crescenti

calanti

crescenti

 

1850-1873

1873-96

1896-912

Livello medio fuori dogana dei prezzi agricoli

30

20

30

Dazio doganale

10

10

Livello medio dei prezzi entro dogana

30

30

40

 

 

Nel terzo periodo il dazio avrebbe dovuto essere abolito sia perché mancava il pretesto del ribasso dovuto a cause monetarie, sia perché la concorrenza transatlantica dell’Argentina e del Canadà ora si esercita a prezzi ben più alti di quanto dal 1880 al 1900 si esercitasse la concorrenza, degli Stati Uniti, i quali hanno finito di appartenere al novero dei paesi esportatori di grano e tutto fa credere diventeranno paesi importatori.

 

 

Malgrado ciò di fatto, è assurdo sperare che i trivellatori si decidano al sacrificio. Hanno trovato e troveranno per lunghi anni ancora ogni specie di pretesti per rifiutarsi all’abolizione. Accade in questo caso, come in quello delle industrie giovani, che i dazi si sa quando si mettono, non si sa quando, saranno tolti. Nessun agricoltore protetto troverà mai che i prezzi del grano sono troppo alti, e tutti sono pronti a fare dei conti dei costi di produzione che dimostrano, come quattro e quattro fanno otto, che essi perdono a coltivare grano. Naturalmente tra gli elementi del costo mettono l’interesse al 5% del prezzo capitale del terreno, il quale, per accidente, vale proprio 2000 lire all’ettaro e vale proprio 2000 lire all’ettaro perché i prezzi del grano sono rincarati dal dazio di protezione.

 

 

In Inghilterra pensarono che, dopotutto, lo schema primo valeva meglio dello schema secondo; e che era meglio adattarsi a perdere una grossa somma per le occorrenti trasformazioni agricole[4], piuttosto che caricarsi di dazi protettori per un tempo indefinito. Ed hanno avuto ragionissima.

 

 

  • 2) Poiché importa dire subito una verità. Coloro i quali ragionano di crisi dell’agricoltura inglese, di depressione e rovina agricola, applicano ai fatti dell’oggi le loro reminiscenze di quindici o vent’anni addietro.

 

 

Certo il passato vicino esercita ancora una influenza notevolissima sulla situazione odierna; certo l’agricoltura inglese, per motivi che dirò subito, i quali però non hanno nulla a che fare col libero scambio, ha atteggiamenti che a noi ed a molti inglesi possono sembrare dannosi all’economia generale del paese; ma è un errore grossolanissimo discorrere oggi di crisi agricola, nel senso proprio, economico, che si suole attribuire alla parola crisi: di prezzi bassi, non remuneratori, di terre abbandonate perché non offrono modo d’impiegare in alcun modo capitale e lavoro. Possono descrivere così l’agricoltura inglese d’oggi gli scrittori citati dal Colajanni e cioè il Times, disgraziatamente caduto in mano dello stesso grande giornalista giallo, il quale è a capo del Daily Mail e del trust dei giornali imperialisti e protezionisti, il Ridder Haggard, giornalista sensazionale del genere di quelli che in Italia descrissero le meraviglie agricole libiche prima della guerra e nei primi tempi di essa, lo Stead, nobile tempra di combattente, ma fantastico e prontissimo alle montature più contraddittorie, i relatori della Tariff Commission inscenata dallo Chamberlain per persuadere l’opinione pubblica a lasciarsi mettere sul collo il giogo della protezione doganale, le cui statistiche e dimostrazioni sono però prese sul serio soltanto dai protezionisti continentali ed isolani, ma la cui esattezza e veridicità è vivamente contrastata dagli organi più competenti del pensiero economico e dal governo inglese medesimo. Di “finti” liberisti, come il Ridder Haggard, in Italia ne conosciamo molti. Il loro cuore spasima per la causa sacrosanta della libertà degli scambi; ma intanto il loro voto e la loro opera politica è diuturnamente spesa a favore dei trivellatori, i cui interessi servono assai meglio di quello che non facciano i protezionisti ingenui e dichiarati, come è il Colajanni.

 

 

Sulle condizioni attuali e sulle tendenze dell’agricoltura inglese nel momento presente un buon libro ancora da scrivere. Vi sono alcuni indizi intanto i quali fanno credere che le ombre non siano più così fitte come quindici o vent’anni or sono. È chiarissimo che coi prezzi del frumento a 30-32 scellini al quarter le condizioni dei farmers sono ben migliori di quelle che erano verso il 1896 coi prezzi intorno ai 20 scellini; e poiché mutarono in correlazione tutti gli altri prezzi dei cereali, è evidente come la luce del sole che il non ritorno dell’agricoltura inglese alla cultura dei cereali deve essere dovuto a qualche altra circostanza diversa dalla libera entrata dei cereali esteri a prezzi bassi. La concorrenza delle carni refrigeranti argentine anch’essa si è chiarita incapace di far scendere i prezzi a livelli non rimuneratori.

 

 

Due fatti singolari testimoniano che la terra e l’agricoltura inglese sono sulla via della ripresa. Da un lato le vendite di latifondi agricoli non furono mai così vive come negli ultimi anni; e gli indagatori osservano che la causa di queste vendite non fu il timore dell’applicazione delle imposte di Lloyd George, bensì la possibilità, dopo trent’anni, di poter vendere a prezzi crescenti. Ora, la domanda di terreni per caccia non è in questi ultimi anni salita improvvisamente tanto da spiegare cotale rialzo dei prezzi capitali dei terreni, i quali si spiegano invece per il desiderio dei farmers di acquistare terreni, il cui reddito essi presumono crescente in futuro. Di tali vendite discorse l’Economist negli anni scorsi, mettendone in luce il significato rilevante. Un altro fatto è l’estendersi della piccola cultura orticola. Va sorgendo, specie nelle vicinanze delle grandi città, tutta una classe di piccoli farmers, i quali non occupano più vaste farms a grano, ma ottengono ugualmente prodotti di grande valore da piccole superfici. Per ora il movimento è appena sugli inizi; ma è promettentissimo.

 

 

  • 3) Più di tutto il fatto che le lagnanze attuali intorno allo stato dell’agricoltura inglese – fatta eccezione della questione agraria propriamente detta, che è un’altra cosa – sono lagnanze di letterati del protezionismo e non di agricoltori veri e proprii; il fatto che le lagnanze degli agricoltori veri e proprii e dei professori di agricoltura non superano in intensità quelle che ordinariamente si sentono in ogni paese del mondo, compresi i paesi protezionisti, intorno alle cattive annate, ai metodi arretrati dell’agricoltura nostrana in confronto all’agricoltura estera, che è ognora più progredita, all’abbandono delle terre da parte della gioventù, attratta dall’emigrazione e dalle grandi città (oh! che in Italia non si sentono forse di cotali lagnanze?), dimostrano che in Inghilterra si è iniziato quell’adattamento alle nuove condizioni di vita, che si è compiuto in Danimarca ed ha fatto tanta strada in Irlanda.

 

 

Poiché la grande ossessione di coloro i quali cianciano della rovina dell’agricoltura inglese è la diminuzione del numero degli acri coltivati a grano e la notoria insufficienza del suolo inglese a soddisfare ai bisogni di più di un quarto dell’anno della popolazione britannica. Ed io non so le quante volte fu risposto e sarà ripetuto in avvenire che la diminuzione degli acri coltivati a grano non vuole affatto dire rovina dell’agricoltura, ma può essere benissimo l’indice di un grande e notevolissimo progresso di quella medesima agricoltura. In Italia non credo, per quanto se ne sa ed è assai poco, che la superficie coltivata a frumento sia molto progredita dopo l’avvento del protezionismo; od almeno pare che essa si sia ristretta nelle regioni piane, cedendo il posto all’allevamento del bestiame ed allargata nelle regioni collinose e montane a spese dei pascoli e dei boschi; e tutti sono d’accordo nel ritenere che quella restrizione sia stata un beneficio e quell’allargamento un malanno. Così è probabilissimo che in Inghilterra la restrizione delle terre a grano sia stato un beneficio e che la terra frutti più di prima, in grano sugli ettari adatti, in cui quella cultura si è conservata, ed in pascoli dove si è creduto opportuno sostituire il pascolo al grano.

 

 

La differenza fra il fine a cui tende l’agricoltura inglese e quella a cui il protezionismo spinge – per fortuna la spinta sua è contrastata da forze potenti che le impediscono di fare tutto il male di cui sarebbe capace -, l’agricoltura italiana è questa che, nel passaggio dal periodo A al C, il protezionismo tende a perpetuare la cerealicoltura ed i vecchi metodi agricoli, mentre il libero scambio ha costretto i paesi, privi di un tranquillo ponte di passaggio, a cercare nuove vie di progresso, diverse dalle antiche e più adatte alle condizioni mutate del mercato mondiale.

 

 

I protezionisti hanno in Italia la grottesca persuasione che fuori della cerealicoltura non ci sia salvezza, e l’altra persuasione, ancor più grottesca, che i liberisti debbano insegnare essi agli agricoltori che cosa sostituire alla cultura a grano che, dicono essi, sarebbe rovinata dal libero scambio. È vero che gli agricoltori accolgono volontieri il consiglio dei protezionisti di seguitare a coltivare grano, anche laddove la sua cultura è disadatta, perché è comodo non affannarsi a cercare nuove vie, ed è comodissimo non passare attraverso a nessuna crisi. Epperciò essi si uniscono al coro delle oche protezioniste e schiamazzano contro ai liberisti: fuori i nomi! fuori le culture che dovremo intraprendere invece di quella a grano! fuori la dimostrazione lampante che esse saranno più redditizie di quelle a grano a prezzi alti! fuori i clienti sicuri che ci compreranno le derrate o le frutta che noi produrremo! fuori questo e fuori quell’altro! Parrebbe che i liberisti debbano essere i distributori della ricchezza e della infingardaggine a tutto il mondo. I liberisti non hanno nessuno di questi obblighi di insegnare agli altri a torsi d’impiccio; il loro ufficio consistendo nel dimostrare che il paese intiero non si cava d’impiccio, solo perché gli agricoltori sono riusciti a rendere produttiva la cultura a grano, traendo i quattrini, a forza di legge, dalle tasche di altri loro compatriotti. A trarsi d’impiccio debbono pensare, da sé, gli agricoltori protetti.

 

 

In Danimarca dicevano lo stesso i protezionisti e volevano alti dazi di protezione contro la segala ed il frumento della Russia. Ma poiché non l’ebbero, gli agricoltori si ingegnarono a cercare qualche surrogato e divennero i maggiori fornitori di burro e di formaggi dell’Inghilterra; copersero il paese di una fitta rete di latterie sociali e salvarono se stessi e l’agricoltura.

 

 

Oggi, sul mercato inglese, i danesi devono sostenere una concorrenza accanita, e sa l’on. Colajanni di chi? degli agricoltori irlandesi. I quali, se non erro, sono sottoposti al medesimo regime liberista dell’Inghilterra; e ciononostante hanno fatto miracoli negli ultimi venti anni e specialmente, con moto accelerato, negli ultimi dieci anni. Del quale progresso dell’Irlanda agricola, che è uno dei fatti più caratteristici del nuovo secolo, due furono i fattori: la legislazione agraria, la quale operò il trapasso della terra dalla cosidetta English garrison, ossia dai discendenti dei conquistatori inglesi, ai tenants discendenti degli irlandesi oppressi; e l’opera intelligente ed energica di un gruppo di agricoltori irlandesi per la diffusione della cooperazione agricola. Con buona pace dell’on. Colajanni, il libero scambio non poteva per se stesso avere la virtù, che sarebbe stata taumaturgica, di operare il grande trapasso della proprietà della terra da una ad un’altra specie di proprietari. Poiché in altre condizioni ed in altro ambiente – quello meridionale italiano – vi fu chi sostenne che il libero scambio avrebbe favorito la spezzamento del latifondo, l’on. Colajanni si inquieta e grida che il libero scambio non produsse cotal miracolo di là della Manica. Io non so che cosa accadrà del latifondo nel Mezzogiorno dell’Italia dopo l’instaurazione del libero scambio. Riducendo le rendite dei proprietari di terre a grano esso avrà certamente per effetto, sino a che non sia superato il periodo di transizione e non si siano adottate altre maniere di cultura più vantaggiose, di diminuire il valore capitale dei latifondi. Se questo fatto, che par certo, e che soltanto si può sperare dal libero scambio, avrà per ulteriore effetto di spezzare il latifondo oppure no, dipende da altre circostanze, che non è in potere del libero scambio di dominare. Lo spezzamento si avrà, se contemporaneamente ci sarà una classe di contadini, ritornata, per ipotesi, dall’America, con risparmi disponibili; poiché questa probabilmente troverà convenienza a comprare a lotti il latifondo a buon mercato. Se invece siffatta classe non ci sarà, il libero scambio non la potrà creare dal nulla, ed il latifondo cambierà semplicemente padrone. E sarà sempre un bene, poiché una classe nuova di proprietari, più energica, non carica di un peso sproporzionato di interessi sul capitale d’acquisto, potrà più agevolmente imprimere all’agricoltura un nuovo indirizzo.

 

 

In Irlanda, gli agricoltori non avevano i risparmi necessari per comprare la terra, neppure dopo che il libero scambio ebbe, per fortuna, ridotto le rendite della English garrison e deprezzati i valori terrieri; perciò li dovette fornire lo Stato. I liberisti non ebbero nulla a ridire in tutto ciò, poiché, come essi avevano deplorato la espropriazione violenta e sanguinaria avvenuta nei secoli XVII e XVIII degli antichi piccoli e medi proprietari irlandesi a favore dei conquistatori inglesi – la quale espropriazione, si vorrà concederlo, non era stato per nulla un provvedimento informato a quei principii di libertà di contratto a cui si ispirano i liberisti – così non poterono non riconoscere doverosa l’ammenda ora fatta dall’Inghilterra, la quale, con gran sacrificio dei suoi contribuenti, ridiede ai discendenti degli antichi proprietari le terre di cui erano stati ingiustamente spogliati. La virtù propria del libero scambio si vide dopo questo trapasso di proprietà. Se l’Irlanda avesse potuto adottare una politica doganale propria, forse i suoi leaders politici, a cui non va tolto il merito della tenace battaglia per l’home rule durata tanti anni, ma a cui non si può certo riconoscere il vanto di aver antiveduta e promossa la risurrezione agricola odierna del loro paese, avrebbero circondato l’Irlanda di una barriera doganale contro il grano transoceanico e contro il bestiame e le industrie inglesi; sicché l’Irlanda sarebbe rimasto un paese fossilizzato nelle vecchie pratiche agricole. Non lo poterono fare, perché l’Inghilterra non consentì a cedere ai primi clamori; e non lo potranno fare in avvenire, perché le dogane saranno sottratte alla competenza del parlamento irlandese. Che cosa accadde allora? Che mentre l’Irlanda politica seguiva il Redmond e gli altri benemeriti propugnatori dell’home rule, l’Irlanda agraria ascoltò la predicazione di Sir Horace Plunkett. Io spero di poter pubblicare presto in appendice alla Riforma Sociale la versione italiana del magnifico libro del Plunkett: Ireland in the new Century. Sir Horace Plunkett predico un verbo maschio; disse agli Irlandesi: ora che la terra è vostra, voi dovete conquistare da voi la vostra fortuna. Non dovete starvene neghittosi ad accusare l’Inghilterra di ogni vostra disgrazia; e proclamarvi impotenti ad andare innanzi a causa delle imposte inglesi e della mancanza di protezione alla vostra agricoltura; ma dovete colla vostra iniziativa, colla cooperazione, collo sforzo di tutti e di ognuno cercare di acquistare l’indipendenza e l’agiatezza economica.

 

 

Il sano, forte, maschio verbo di Sir Horace Plunkett fu ascoltato; l’Irlanda si coperse di cooperative per l’acquisto delle macchine, delle sementi, del bestiame, per la vendita del latte, del burro, delle ova, ecc., ecc.; e l’agricoltura irlandese ora vittoriosamente concorre con quella danese nella fornitura del mercato inglese. Ed a me sembra che la nuova prosperità irlandese e la oramai rassodata prosperità danese valgono qualche cosa di più, economicamente e socialmente, della pretesa vigoria della cerealicultura prussiana o francese od italiana; poiché quelle sono dovute unicamente alla iniziativa di chi sa offrire i suoi servizi a più buon mercato ai consumatori e questa sussiste solo grazie alla forza della legge doganale mercé cui i proprietari hanno ottenuto il diritto di derubare altrui. Tra le due classi sociali, da una parte di piccoli e medi agricoltori, che coll’intelligenza e la cooperazione traggono ricchezze dalla terra, e dall’altra di una media e grassa borghesia, tinta di alquanta nobiltà, la quale aumenta le sue rendite, rincarando il pane della povera gente, pare a me che la più forte e vigorosa sia la prima.

 

 

  • 4) Se si chiedesse perché l’agricoltura inglese non ha saputo così rapidamente trasformarsi così come accaduto in Danimarca o come accade ora in Irlanda, si deve rispondere che in un ambiente diverso naturalmente la storia degli avvenimenti deve essere diversa. Innanzitutto si noti che in Inghilterra non esiste oramai più quel vivaio di piccoli proprietari che era dato in Irlanda dalla classe dei tenants. In Irlanda la proprietà degli espropriatori era grande, ma la cultura degli espropriati era piccola. Bastò mettere i tenants o fittavoli, colla grande operazione di trapasso della terra, al posto dei proprietari e fu creata la piccola proprietà; e bastò che questa sorgesse in un ambiente in cui era necessario lottare per non perire, a causa della concorrenza libera di ogni altra regione del mondo, perché il tenant diventasse, sorretto dalla propaganda del Plunkett e dei suoi amici, un agricoltore progressivo ed ardito. Tutto diverse sono le condizioni dell’Inghilterra agricola: grande proprietà, ma anche grande cultura di farmers aiutati da contadini giornalieri avventizi. Manca in Inghilterra la classe dei piccoli proprietari o dei piccoli tenants, la quale possa fornire il personale ad una possibile risurrezione della piccola proprietà. E, notisi, cotesta mancanza di piccoli proprietari o tenants non è dovuta al libero scambio, come stranamente fantastica l’on. Colajanni, quando afferma che il liberismo «ridusse enormemente il numero dei piccoli proprietari». Fuori i dati! dirò anch’io con Colajanni. In quale storia dell’agricoltura inglese si legge che il liberismo sia colpevole di un eccidio così cruento di piccoli proprietari? Esistevano ancora i piccoli proprietari all’avvento del libero scambio? Le storie raccontano invece, a quanto pare, di enclosures, di chiusure di beni comunali, di evizioni di piccoli tenants in Inghilterra ed in Scozia, di scomparsa dei ceti numerosi di piccoli freeholders in epoche più antiche, durante quei secoli XVII e XVIII e primo terzo del XIX, che i protezionisti vantano come la culla protezionista della grandezza industriale dell’Inghilterra, malvagiamente convertitasi dappoi al liberismo. E sembra anche ragionevole che i grandi proprietari fossero stimolati all’evizione dei tenants piccoli e medi dai prezzi alti garantiti dalla protezione doganale e dalla convenienza, la quale non è né libero scambista né protezionista, ma semplicemente economica, di accrescere la rendita netta dei terreni, mercé la grande cultura, la quale fu la più adatta per un lungo periodo storico ed in parte è ancora la più adatta a massimizzare il reddito netto della terra inglese.

 

 

Porre il problema: quale dei due sistemi, il liberista od il protezionista è il più favorevole alle sorti della piccola proprietà? è porre un problema anti scientifico. Poiché se il libero scambio è atto, come pretendiamo noi, a far prevalere quelle culture le quali sono meglio convenienti alle varie parti del territorio agrario d’un paese, è chiaro che esso favorirà eziandio il trionfo della grande o della media o della piccola proprietà a seconda che l’uno e l’altro di questi metodi meglio si confà alle culture più produttive che il libero scambio avrà fatto prevalere. Tutto ciò che si può dire è che il libero scambio tende – per dimostrazioni tratte dalla logica economica e suffragate dalla riprova di fatti – a far prevalere precisamente quella forma di proprietà, la quale meglio si adatti alle culture più produttive prevalenti col libero scambio. Ciò che tenda a verificarsi col protezionismo, confesso di non saperlo, e sarebbe una gran bella cosa se i protezionisti ci dicessero quali sono le conseguenze logiche di esso rispetto al problema della piccola e della grande proprietà. S’intende che il liberismo doganale tende ad avere gli effetti ora detti, quando non sia contrastato da altre forze potenti ed agenti in senso contrario.

 

 

Che se in un paese:

 

 

  • a) esistono istituti fedecommissari i quali rendono difficile il trapasso delle terre da una classe ad un’altra;
  • b) esistono consuetudini e tradizioni famigliari le quali operano nello stesso senso; c) se la libertà degli scambi, insieme all’esistenza di miniere di ferro e di carbone, ha attratto le popolazioni agricole verso le industrie, i commerci, la navigazione, le banche e gli affari coll’attrattiva di salari ben più alti di quelli che si potevano lucrare nell’agricoltura;
  • d) se il crescere straordinario della ricchezza del paese ha fatto aumentare il valore della terra, non come oggetto di investimento economico, ma come oggetto di investimento sociale, come strumento per l’acquisto di influenza sociale e politica;
  • e) se il crescere di classi ricche, viventi di rendita, ha dato alle campagne un alto valore, come luoghi di piacere (parchi, terreni di caccia, ecc.); è chiaro che, liberismo o protezionismo che fosse, non poteva venire in mente a nessuna persona ragionevole di abbandonare impieghi più lucrativi nelle città per investire i proprii risparmi nella compra di terra valorizzata, colla prospettiva di trarne redditi inferiori a quelli che altrove si sarebbero ottenuti.

 

 

Accagionare il liberismo della «cosidetta» rovina dell’agricoltura inglese è lo stesso errore logico che si commette col lodare il protezionismo per i progressi degli Stati Uniti e della Germania. Qui si dimenticano le immense estensioni di terreno vergine da dissodare, la varietà infinita di terreni, che rendono, nei rapporti interni, il territorio degli Stati Uniti il più vasto esempio esistente di applicazione della teoria del libero scambio, le miniere di carbone e di ferro, le scoperte tecniche e scientifiche, ecc., ecc. Là si dimentica che la cosidetta rovina o decadenza dell’agricoltura inglese si è accompagnata ad una profonda trasformazione di tutta intiera la società, la quale da uno stadio agricolo industriale, con redditi medi bassi è passata ad uno stadio industriale commerciale redditiero, con redditi medi assai superiori a quelli dell’epoca pre-vittoriana. Pretendere che gli uomini seguitassero a stare nelle campagne a farsi concorrenza pel lucro di 12 scellini la settimana, quando potevano venire in città a lucrare i 20 ed i 30 scellini e più, pretendere che la gente si ostinasse a coltivare grano in patria al costo di 40 o 50 scellini per quarter, quando potevano nella città produrre cotonate, piroscafi, macchine e, lucrando salari più elevati, comprare ciononostante dall’estero il grano a 20, 30 scellini il quarter, volere che la gente ricca rinunci al piacere di andare a caccia in riserve speciali affittate ad alto prezzo, per consentire a qualche centinaio di crofters di condurre su quei terreni una vita assai più miserabile di quella che essi possono condurre come minatori, tessitori, meccanici, guardiaboschi o guardiacaccia, è pretendere l’assurdo.

 

 

Il liberismo non poteva avere la virtù di soddisfare ai desideri maniaci dei laudatori sentimentali della vita rustica e sarebbe stata invero cosa stranissima se avesse avuto questa virtù. Esso doveva soltanto offrire agli uomini le condizioni più opportune per ottenere il massimo risultato utile dalla propria opera. Accadde che il massimo utile si otteneva coll’andare in città ed abbandonare le campagne? Ed il liberismo fece benissimo ad agevolare questa trasformazione delle condizioni di vita sociale. Domani, una nuova legislazione agraria toglierà alcuni degli impedimenti legali e tradizionali che ora esistono contro il trapasso della terra dalla classe dei grandi proprietari ad una classe di piccoli proprietari? Ed il libero scambio, riducendo al minimo le rendite fondiarie e quindi il valore capitale dei terreni, permetterà a più fitte schiere di lavoratori l’accesso, divenuto possibile, alla terra; più fitte certo di quelle che sarebbero col protezionismo, il quale, da che mondo è mondo, ha rialzato – od impedito il ribasso naturale, il che è la stessa cosa – i fitti dei terreni e quindi il valore capitale di essi, e quindi ancora ha rizzato, contro gli aspiranti alla proprietà della terra, il formidabile ostacolo di un alto prezzo capitale di essa. E se una nuova legislazione agraria avrà la virtù di spezzare – coadiuvante il libero scambio, in quanto freno al rialzo dei valori terrieri che si verificherebbe all’ombra dei dazi doganali, ed entro l’ambito del territorio adatto alle culture, per cui è conveniente la piccola proprietà – il latifondo, bisognerà pur notare che il merito non sarà se non in parte della legislazione agraria, ossia dei legislatori, i quali si vanteranno d’avere essi soli provocato la grande rivoluzione sociale, mentre essi avranno avuto soltanto il merito, che è già grandissimo – e che non hanno le mosche cocchiere del protezionismo continentale ed italiano – di aver intuito i segni dei tempi e di avere agevolato ed accelerato un movimento che forse è in via di compiersi in Inghilterra.

 

 

Imperocché vi sono indizi per ritenere che le mutate condizioni tecniche e sociali, favoriscano il ritorno alla terra delle grandi masse britanniche.

 

 

La terra, la quale finora si era valorizzata sovratutto come riserva di caccia o parchi di piacere pei grandi signori, oggi tende a diventare il grande parco di una popolazione industriale e commerciale arricchita nelle città ed anelante alla campagna. Le rapide vie di comunicazione, le fitte reti di tramvie spingono impiegati, professionisti, commercianti, operai dalla città verso la campagna. Sorgono le città giardino, ad iniziativa di antiveggenti industriali, i quali trasportano la fabbrica in campagna per dare un asilo di pace alla propria maestranza. L’operaio, che prima se ne stava nei fumosi quartieri cittadini, ora sogna il cottage e l’orto di mezzo acre, di un quarto od ottavo di acre, il professionista l’home col giardino, ecc., ecc. Il ritorno alla terra, in regime liberista, si effettua, senza rincarare il pane al povero con dazi affamatori uso Italia o Germania o Francia; dove l’adozione del verbo del grande pontefice del protezionismo, il Meline, non ha impedito in Italia l’abbandono dei campi nel Mezzogiorno, in Germania la fuga della popolazione agricola dalle regioni orientali e la sua sostituzione con le bande di polacchi o lituani, i quali a centinaia di migliaia vengono a fornire la mano d’opera necessaria ai junker tedeschi, pur mantenendo nelle provincie russe di confine le loro famiglie, allo scopo espresso e dichiarato di godere ivi dei prezzi più bassi, liberisti per forza, del frumento e della segala, ed in Francia non ha impedito che le ultime statistiche ci rivelassero una diminuzione non trascurabile nel numero dei proprietari. Il ritorno alla terra si effettua, lasciando comprare alle nuove schiere di piccoli proprietari, mezzo tra rustici e cittadini, il frumento a buon mercato da oltre oceano e facendo loro coltivare prodotti orticoli, frutta, ecc., di valore ben maggiore della eterna granicultura.

 

 

Le cose finora dette hanno già fatto comprendere la ragione del mio prefiggere l’aggettivo «cosidetto», ai sostantivi sensazionali di «rovina» o «decadenza» dell’agricoltura inglese. La questione si può dividere in «oggettiva» e cioè relativa alla «terra» e «soggettiva» ossia relativa agli «uomini viventi sulla terra».

 

 

Oggettivamente ho già spiegato che non di «decadenza» si tratta, ma di «trasformazione», la quale si è operata nell’agricoltura per rispondere alle nuove condizioni sociali e sarà succeduta da altre trasformazioni, se ancora muteranno le condizioni stesse. Ma nonostante le trasformazioni stesse ed il gran gridare che si è fatto di decadenza, sarebbe assai interessante se si potesse fare una ricerca, la quale:

 

 

  • a) ci dicesse qual era, prima del 1840, la quantità lorda della produzione agraria inglese;
  • b) qual è, adesso, la medesima produzione;
  • c) rendesse comparabili e sommabili le somme in quantità fisiche di merce adottando prezzi uniformi, in guisa da eliminare le influenze perturbatrici delle ondate dei prezzi.

 

 

Naturalmente in siffatta indagine, nessun elemento dovrebbe essere trascurato, principalmente per quel che tocca le produzioni cosidette «secondarie» che molti trascurano, come le produzioni orticole, i frutteti, gli allevamenti di animali da cortile, le produzioni di latticini, di burro, di formaggio, ecc., ecc., ed anche, non dimentichiamocene, i godimenti psichici, derivanti dal possesso di parchi, e riserve di caccia pei ricchi e di giardini ed orti per le classi medie e povere. Sono proprio sicuri i protezionisti che il dato del 1840 non abbia a riuscire inferiore a quello del 1913, malgrado tutto ciò che si è gridato a proposito del grano mancante, orribile dictu!, all’alimentazione del popolo?

 

 

Colajanni pare dica di sì, e scaraventa addosso ai suoi lettori le due fatidiche cifre delle Lire sterline 66.579.933 di reddito della terra nel 1875 e di L. 17.438.969 nel 1910-911. Devo averle citate anch’io queste cifre o le analoghe, a suo tempo; ma immagino con poca critica. Scrivo anch’io in un luogo di campagna, come Colajanni a Castrogiovanni, e, non avendo in proposito dati assolutamente completi a mia disposizione mi permetto innanzitutto di dubitare che la diminuzione, come afferma il Colajanni, sia proprio stata continua dal 1875 in poi. È davvero sicuro l’on. Colajanni che l’accelerazione nella discesa del reddito non si sia notevolmente rallentata col nuovo secolo? E non sarebbe stato molto più interessante il raffronto se, invece di prendere come punto di partenza il 1875 che fu forse l’anno in cui i redditi della terra raggiunsero l’acme – l’acme dei prezzi si toccò nel 1873, ma le ripercussioni tributarie sono sempre più lente – si fosse preso come punto di partenza il 1842, anno della nuova istituzione dell’income tax e dell’avvento contemporaneo e volutamente contemporaneo del liberismo ad opera di Roberto Peel? Se questo raffronto si fosse fatto, si sarebbero potuti scernere meglio gli effetti delle varie cause che hanno contribuito a mutare la cifra dei redditi tassati. Ed è davvero sicuro l’on. Colajanni, che le due cifre del 1875 e del 1910-11 siano comparabili? Può egli escludere l’intervento di qualche causa perturbatrice consistente nel diverso modo di valutare i redditi? Se non erro, oggi i farmers godono di una facoltà che non avevano prima; ossia di denunziare, come reddito loro tassabile, e sarebbero i 17 milioni del 1910-11, la cifra minore tra quella del reddito realmente da essi goduto e quella di una frazione, fissata per legge, del fitto pagato ai proprietari per la locazione della terra; e, se non erro, essi scelgono di preferenza la seconda cifra, come quella che è la più bassa. Se le cose stanno così, la cifra dei 17 milioni vorrebbe raffigurare non il reddito degli occupanti il terreno, ossia dei fittavoli – dalle parole del Colajanni parrebbe trattarsi di questo reddito – ma una quota parte di un’altra cifra, ossia del reddito dei proprietari. Di guisa che la cifra dei 66 milioni del 1875 sarebbe di un’indole diversa dalla cifra di 17 milioni del 1910-911. Né si deve dimenticare che dal 1875 al 1910 sono mutati i limiti di esenzione dell’income tax; cosicché ciò che era tassato e conosciuto statisticamente nel 1875 in parte non è più tassato ed è statisticamente ignoto nel 1910-911.

 

 

Sovratutto io non so sottrarmi all’impressione che la precipitosa caduta da 66 a 17 milioni sia il frutto di un abbaglio curiosissimo, dovuto al furore – 51 – statistico da cui è assalito l’on. Colajanni quando può mettere le mani sopra qualche cifra, che, nella sua fantasia morbosamente accesa, possa valere come arme utile nella lotta a coltello da lui combattuta contro quello che egli si diverte a chiamare il «fanatismo laido» dei liberisti. Ho qui sott’occhio alcune annate del Financial Reform Almanack, il noto annuario statistico pubblicato dalla Financiai Reform Association di Liverpool. È un annuario liberista; ma io mi arrischio a supporre che i suoi quadri statistici non siano sbagliati; e, non avendo mai avuto occasione di riscontrarli inesatti, uso recare con me alcuni di questi piccoli e non ingombranti annuari per non rimanere privo del tutto di referenze inglesi durante l’estate. Orbene, ecco che cosa leggo sotto il titolo di Gross Amount of property assessed to income tax:

 

 

 

SCHEDULE A

SCHEDULE B

 

From the ownership of lands

From the occupation of lands

1880-1881

Lst. 69.291.973

1884-1885

65.039.166

1890-1891

58.153.900

1894-1895

55.769.061

18.727.266

1899-1900

52.814.291

17.596.152

1904-1905

52.257.999

17.479.547

1909-1910

51.910.719

17.392.508

1910-1911

52.294.614

17.438.960

 

 

Queste due serie hanno un significato ben chiaro. Nella schedule o categoria A sono compresi i redditi dei proprietari di terreni (non comprese le case e le altre proprietà fondiarie); mentre nella schedule o categoria B sono compresi i redditi degli occupanti od affittavoli o coltivatori dei terreni stessi. Da un lato cioè i redditi della proprietà fondiaria, dall’altro quelli della industria agraria. Le mie cifre hanno un solo anno in comune con quelle del Colajanni e cioè il 1910-1911; ed accade che quest’ultima cifra di Lst. 17.438.960 è all’incirca identica nella mia fonte e nell’articolo di Colajanni; sicché possiamo essere certi che essa si riferisce al reddito – quello legalmente valutato e che ora è uguale ad una quota parte del reddito dei proprietari – dei coltivatori od affittavoli della terra (schedule B). A guardare la mia tabellina non viene ragionevole il dubbio che la prima delle due cifre citate dal Colajanni, e cioè le Lst. 66.579.933 del 1875, debba essere collocata in testa alla mia colonna della Schedule A e non in testa alla colonna della Schedule B? È un dubbio questo, che a me sembra ragionevolissimo, poiché pare improbabile che i 66 milioni del 1875 precipitino a 18,7 nel 1894-1895 e poi si mettano a scendere lentamente, con una lentezza che dovrebbe essere, esasperante per l’on. Colajanni. Non presumo che il mio dubbio sia una verità assolutamente certa; ma parmi meritevole di essere attentamente esaminato.

 

 

Se esso apparirà fondato, come è quasi certo, tutto il tracollo dai 66 a 17 milioni sbandierato con tanta gioia antiliberista dall’on. Colajanni si riduce ad un equivoco statistico; al confronto cioè tra il reddito dei proprietari nel 1875 (66 milioni) col reddito degli affittaiuoli nel 1910-1911 (17 milioni). È chiaro che, confrontandosi due cose diverse, il tracollo poteva essere ancor maggiore e non avrebbe avuto tuttavia alcun significato.

 

 

La vera riduzione dei redditi dei proprietari della terra nel Regno Unito (le mie cifre si riferiscono all’Inghilterra, Scozia ed Irlanda insieme, come del resto quelle del Colajanni; né ho modo per ora di sceverare le quote dei tre paesi) è dunque solo da 69.3 milioni di lire sterline nel 1880-1881 al minimo di 51.9 nel 1909-1910, mentre i redditi degli affittaiuoli sono diminuiti solo da 18.7 milioni nel 1894-1895 al minimo di 17.4 nel 1909-1910. Dico solo, perché la diminuzione, sebbene non sia irrilevante, ha l’aria, dopo il grande discorrere che si sente fare di «rovina» e di «distruzione dell’agricoltura inglese» dovute ai misfatti del liberismo, di essere innocentissima e tollerabilissima. E, notisi, la diminuzione, come già osservai, non solo si verifica con accelerazione minore a mano a mano che si viene innanzi negli anni, ma dà luogo ad un incremento positivo di redditi nel 1910-1911, incremento che ignoro se il Colajanni potrà dimostrare essersi arrestato negli anni successivi.

 

 

Parecchie altre cose ignoro altresì:

 

 

  • 1) se nell’Italia protezionista la diminuzione dei redditi dei proprietari dei terreni dal 1880 in qua sarebbe apparsa minore ai fitti del catasto, ove in Italia si fosse ogni anno ripetuta, come in Inghilterra, la rilevazione dei redditi dei terreni. Trattandosi, tanto in Italia come in Inghilterra, di redditi non effettivi, ma accertati ai fitti dell’imposta, non è ragionevole il dubbio che il gran baccano fatto per lunghi anni dai proprietari italiani di terre intorno alla diminuzione del loro reddito, baccano non del tutto ingiustificato in molte regioni e forse in tutte in epoche diverse, avrebbe avuto per risultato una diminuzione – scritta nelle statistiche fondiarie – dei redditi fondiari dal 1880 al 1910? La diminuzione del gettito dell’imposta fondiaria in Italia da 105 ad 82 milioni circa non è, tenuto conto dei diversi metodi di accertamento, il risultato ultimo della tendenza dei proprietari a fare apparire diminuito il loro reddito? Eppure né io né il Colajanni siamo disposti a credere sul serio che il reddito della proprietà fondiaria sia nell’ultimo quarto di secolo diminuito del 20 per cento in Italia. E, in tal caso, perché non nutrire altresì un ragionevole scetticismo intorno alla realtà della diminuzione dei redditi inglesi da 69 a 52 milioni di lire sterline? è probabile, dati i diversi metodi di accertamento, che la diminuzione sia in gran parte reale; ma perché escludere senz’altro la possibilità che in parte minore sia una diminuzione politica?
  • 2) se non esistano dati i quali provino che la diminuzione dei redditi terrieri, di cui il Colajanni affibbia per l’Inghilterra la responsabilità alla dottrina liberista, non si sia altresì verificata nella Francia protezionista. Forse affermo cosa che il Colajanni respingerà senz’altro come assurda ed impossibile; ma ho un fiero sospetto che se le statistiche tributarie accusano in Inghilterra una diminuzione dal 1875-1880 al 1910 dei redditi fondiari da 66 o 69 a 52 milioni di lire sterline, ossia del 21 o 25 per cento, le medesime statistiche tributarie accusino in Francia, all’incirca nello stesso periodo di tempo, una diminuzione superiore al 20%. È un sospetto incomodo per chi non ama le facili ritorsioni; ma l’on. Colajanni farebbe bene ad accertarsi del fatto. Se il fatto non esiste, avrà occasione di aggiungere all’elenco dei suoi aggettivi anti liberisti quello di «fantastico». Se però il fatto è vero, non io incrudelirò contro Colajanni, obbligandolo, come egli logicamente dovrebbe fare, ad attribuire al protezionismo francese la colpa della rovina dell’agricoltura francese. No. Gli chiederò soltanto di astenersi finalmente dal dedurre da un fatto immaginario, come la «rovina», dell’agricoltura inglese, la illazione logicamente grottesca che quella rovina sia dovuta alla dottrina liberista[5]. Qualunque ne sia la causa, e sia che si voglia misurare con distanza che corre da 66 a 17, come vuole Colajanni, ovvero con quella da 66 a 52, come credo io, siamo logicamente indotti a concludere che quella diminuzione sia una brutta cosa? Quel salto mortale è davvero del tutto un salto dannoso per la collettività? Qui si incede davvero per ignes, tanti sono i fattori di cui si deve tener conto, per dare un giudizio di un fatto così complesso, come il ribasso del reddito dominicale dei terreni. Ma guardando il fatto nelle sue grandi linee, sotto l’aspetto che lo rende storicamente così importante, quale è il suo significato? Fino verso il 1873 – cito questa data come una specie di pietra miliare divisoria tra due epoche storiche successive – l’incremento della ricchezza inglese e della capacità di consumo delle masse, aveva urtato contro lo scoglio della difficoltà di produrre in regioni lontane e di far arrivare in paese le derrate alimentari a poco prezzo per i bisogni della crescente popolazione cittadina inglese. Epperciò – come insegnano quelle dottrine economiche, che Colajanni ha in tanto dispetto, benché siano fondatissime sui fatti, sebbene non sui fatti raccolti a caso e scagliati contro gli avversari a guisa di catapulta, ma sui fatti lungamente meditati e sottoposti ad analisi raziocinativa – la domanda crescente della popolazione cittadina doveva premere tutta contro il territorio limitato del paese e provocare un aumento della rendita fondiaria ricardiana o di monopolio. Era logico che i fitti salissero e di fatto crebbero. Immaginino pure i protezionisti che questo incremento sia stato un bene; ma abbiano la pazienza di lasciarsi dire che fu un bene solo per i proprietari ed un male per la collettività, la quale doveva pagare quei fitti più elevati. Dopo il 1873, quelle dighe si ruppero, perché il sistema ferroviario si era esteso alla grande regione cerealicola degli Stati Uniti e la Russia si apriva anch’essa sempre più alla esportazione dei cereali; sicché questi poterono giungere in Europa a bassi noli per i perfezionamenti grandi della navigazione a vapore. Era logico – e la teoria economica aveva previsto anche ciò; ma i protezionisti si sollazzarono, facendo assai sconci lazzi, intorno ad un preteso fallimento delle teorie ricardiane, come se queste avessero affermato che le rendite fondiarie dovevano di fatto sempre salire, mentre avevano esposto soltanto le condizioni, date le quali dovevano salire e le opposte, dalle quali discendeva logicamente la previsione di un ribasso – prevedere che, messo in comunicazione il grande mercato europeo di consumo, con le nuove feconde terre produttrici americane o russe, i prezzi dei cereali dovessero ribassare e le rendite fondiarie dovessero scemare. Così, infatti, accadde in Inghilterra; e così sarebbe accaduto in Italia, in Francia, in Germania se i proprietari non fossero corsi al riparo, innalzando quella barriera dei dazi doganali protettivi, la quale economicamente è soltanto un mezzo per sopprimere l’esistenza delle terre nuove, delle ferrovie e dei piroscafi veloci, mezzo che par sapientissimo, mentre tuttavia non si teme di cadere in contraddizione, magnificando l’energia e la capacità inventiva dell’uomo, che colonizza terre, inventa il vapore, unisce i continenti, ecc.

 

 

Tra i due fatti, ribasso grande dei fitti in Inghilterra e ribasso in genere, sebbene non dappertutto, come prova l’esempio francese, meno accentuato sul continente, quale è il più benefico alla collettività? Chi è ipnotizzato dal puro suono delle cifre, dirà che l’Inghilterra va alla rovina, perché i proprietari han visto discendere i fitti delle loro terre da 66 a 17 od a 52 milioni di lire sterline. Chi guarda alla sostanza delle cose dirà: quale delle due alternative preferite; che i 49 o 14 milioni di differenza siano rimasti nelle tasche dei consumatori come in Inghilterra o che, come in Italia, si sia trovato il mezzo, con un bel dazio, di seguitare a farli fluire nei forzieri dei proprietari di terre?

 

 

La risposta può essere diversa; ma la diversità proviene non più da considerazioni economiche, bensì da preferenze sociali, come il Pareto mise bene in luce. Colajanni stranamente contorce il pensiero paretiano, quando afferma (vedi suo articolo sulla Tribuna dell’8 ottobre) che questo economista, con la teoria il cui succo ho tentato sopra di delineare, si sia imbrancato con gli economisti cosidetti «pratici» i quali fanno un’insalata di teoria e di pratica, di astratto e di concreto, allo scopo di potere nel torbido delle idee pescare più facilmente dei dazi. Il Pareto non ha mai negato la verità della dottrina del libero scambio, pur mettendo in luce alcuni casi eleganti di possibile convenienza teorica della protezione doganale; ma, nel caso nostro, se l’avesse preso in esame, probabilmente avrebbe detto: sebbene dal punto di vista economico la protezione doganale sia un errore, pur tuttavia chi avesse voluto conservare la forza e la potenza politico sociale della aristocrazia britannica avrebbe dovuto imitare quel che si fece in Germania, a prò dei Junker e torre, con un dazio, i 49 o 14 milioni di tasca alle classi produttrici operaie e borghesi delle città per darli agli aristocratici della campagna, sia per conservare una classe dirigente necessaria alla vita politica dell’Inghilterra sia per consentire a questa classe dirigente di conservare attorno a sé un ceto di clienti rustici, forti e devoti, vivaio di prodi soldati per la difesa del paese.

 

 

Qui è il punto su cui deve essere portata la disputa: non sulla rovina dell’agricoltura in sé stessa. Il problema non è oggettivo, ma «soggettivo»; non è problema di «vita della terra» ma di «vita degli uomini» viventi sulla terra. È pronto Colajanni a difendere l’ideale di una società dominata da una aristocrazia terriera, circondata da clienti rustici viventi della spesa delle sue rendite? Se sì, allora egli è logico nel lamentarsi che le rendite della aristocrazia inglese siano scemate da 66 a 17 o 52 milioni di lire sterline. Ma se egli, invece, ritiene utile e necessaria quella trasformazione della società inglese, per cui le classi più forti sono diventate la borghesia industriale e commerciale e la classe operaia scelta, allora le sue querele sui milioni che non hanno più i nobili signori inglesi sono stravaganti ed illogiche.

 

 

È grottesco lamentarsi della rovina dell’«agricoltura». Questa non è una persona fisica la quale mangi, beva e vesta panni; può andare in rovina e non vi sarà alcuno che soffrirà alcun dolore, salvo, s’intende, la classe dei proprietari terrieri, che immagino non stia molto a cuore all’on. Colajanni. Se, come suppongo, a questi stanno invece a cuore le sorti delle masse, operaie e contadine, e delle classi realmente e fattivamente dirigenti, si consoli; poiché, dall’avvento del libero scambio in poi, in Inghilterra:

 

 

  • a) sono aumentati notevolmente i salari dei contadini rimasti sulla terra. Non credo che per nessuna classe di contadini inglesi si possa affermare ciò che ho letto in un ultimissimo Bollettino dell’Ufficio del lavoro italiano (dell’1 ottobre 1913) a proposito dei contadini coloni udinesi, secondo cui la media della spesa per ciascun membro delle famiglie coloniche è di 155 lire all’anno, in cui su 5980 famiglie coloniche, ben 1998 chiudevano il bilancio dell’annata con disavanzo – il che, se si deve dare un significato logico alle statistiche, vuol dire col provento di elemosine o di furti, essendo materialmente impossibile consumare ciò che non si ha – ; dove il vitto delle famiglie meno disagiate si compone al mattino della polenta con latte e formaggio, a mezzodì della minestra di fagiuoli o pasta condita con carne di maiale o parte di questa carne per companatico; alla sera di verdura e formaggio o latte con polenta, con vino solo d’inverno; mentre le famiglie più disagiate, che paiono essere il terzo del totale, ossia quelle chiudenti il bilancio in disavanzo, mangiano al mattino solo polenta e spesso solo patate; a mezzodì minestra di fagiuoli con olio di cotone; alla sera verdura cruda o polenta. Questo è il quadro che, mutatis mutandis, si poteva fare del modo di vita del contadino inglese nell’ultimo terzo del secolo XVIII e nel primo terzo del XIX quando l’agricoltura non era «rovinata» e l’Inghilterra ossia, per essere precisi, l’aristocrazia inglese godeva i benefici del protezionismo. Ma l’on. Colajanni vorrà concedermi che i pochi contadini inglesi viventi oggi dell’agricoltura «rovinata», appunto perché sono pochi, vivono meglio oggi di quanto non vivessero sotto il regime protezionista e di quanto non vivano i contadini dell’udinese, descritti sovra colle parole del Bollettino dell’Ufficio del lavoro, i quali non debbono sicuramente essere i contadini più disgraziati d’Italia. vivono forse male in senso assoluto anche i contadini britannici; ed a questo proposito Colajanni non vorrà astenersi certamente dal citarmi con aria di trionfo i recentissimi discorsi irruenti del cancelliere inglese dello scacchiere, signor Lloyd George, contro il monopolio del suolo. Ma il loro salario «derisorio» e lo «scandalo» delle loro condizioni di vita, denunciati dal Lloyd George, sono tutto un problema di prospettiva. Probabilmente i mezzadri dell’udinese od i contadini di tanta parte dell’Italia meridionale od insulare anche oggi, che, per l’emigrazione ossia in parte per una reazione contro i dannosi effetti del protezionismo, vivono meglio di prima, sarebbero prontissimi a mutare le loro sorti con quelle del lavoratore agricolo inglese. Il cui tormento massimo è la difficoltà di migliorare i proprii cottages e di ottenere un pezzo di terreno adiacente al cottage per farne un orto o per culture agricole, casalinghe, a cagione della ostinata opposizione dei landlords contro la costruzione di nuovi cottages e persino contro le riparazioni ai vecchi cottages rovinanti. L’opposizione dei landlords, che ha cause politiche e sociali, non ha però, come osservai già, nessun rapporto col libero scambio, né i liberisti hanno nulla a dire contro l’adozione di provvedimenti legislativi atti a rendere la terra un oggetto di facile contrattazione. Sono dunque spiegabilissime le aspirazioni al meglio; ma queste non possono oscurare la visione della verità storica, secondo cui i contadini inglesi vivono meglio oggi che all’epoca del protezionismo. Ritorna allora sempre il medesimo problema: è meglio lasciar rovinare l’ente «astratto» agricoltura o l’ente «concreto» contadino?
  • b) sono aumentati grandemente i salari nominali e quelli reali degli operai delle città, reclutati tra i discendenti dei miserabili labourers campagnuoli di una volta;
  • c) sono aumentati i redditi delle classi professionali, commerciali, industriali e burocratiche;
  • d) è sorta una classe di nuovi aristocratici, i quali vivono delle rendite d’oltre Oceano e le consumano in paese; ed è questa non ultima fra le classi che vorrebbe ritornare alla terra, col possesso di ville situate nella campagna e non sempre può, per gli ostacoli frapposti dal regime fondiario.

 

 

Insomma, gli inglesi stanno meglio e nella loro grande massa poco si curano delle strida di quelli i quali dichiarano minata l’agricoltura, solo perché essi inglesi non sono più costretti dai dazi protettori a pagar tributo alla classe proprietaria. È bensì crescente la tendenza al ritorno verso la terra ed alla trasformazione del regime fondiario; ma quelli stessi che sono a capo di questo movimento riconoscono che condizione essenziale della sua riuscita è il mantenimento del libero scambio doganale, poiché vedono chiaramente che il protezionismo aumenterebbe le rendite e quindi i prezzi di espropriazione delle terre possedute dagli attuali landlords.

 

 

Dopo ciò, che cosa resta delle lagnanze intorno alla rovina della agricoltura inglese? Una inconcepibile incapacità a comprendere il più grande fatto storico verificatosi nell’Inghilterra del secolo XIX; un grande errore di prospettiva storica, il cui esame profondo è compiuto in modo così attraente nel mirabile libro del Seeley, The expansion of England.

 

 

Quelli che parlano dell’Inghilterra come di un tutto economico, chiuso entro i brevi confini dell’isola britannica non hanno compreso che quella è appena la capitale di un impero; non hanno compreso che l’agricoltura inglese non si fa più nell’isola chiamata Gran Bretagna; si fa, invece, nel Canadà, nell’Australia, nell’India, nel Sud Africa; si fa anche in paesi non appartenenti alla corona britannica, ma colonizzati col capitale inglese, nell’Argentina principalmente, ove il capitale proveniente dall’Inghilterra si è alleato col lavoro proveniente dall’Italia. On. Colajanni, guardate a questi paesi nuovi per vedere che cosa è stata capace di fare col libero scambio l’agricoltura inglese! Il pregiudizio protezionista è talmente ottenebrante che agli uomini più chiari impedisce di vedere che le ferrovie e la navigazione a vapore hanno cambiato la faccia dal mondo; che oggi Londra è più vicina alle magnifiche provincie cerealicole di Alberta, di Saskatchewan, di Manitoba nel Far west canadese, di quanto non fosse alle contee inglesi del nord nell’epoca felice del protezionismo; che l’esistenza del maggior mercato mondiale di consumo, liberamente aperto alle importazioni di tutti i paesi ha fornito le condizioni per il sorgere ed il fiorire dell’agricoltura nei paesi dove i costi erano i più bassi, permettendo agli inglesi ben pagati e fruenti di rendite coloniali di ottenere le derrate alimentari ai prezzi più bassi che si conoscano in Europa. Il suolo inglese divenuto un parco ed una riserva di caccia? Non è vero se non in parte; e per quella parte per cui è vero, esso è il parco e la riserva di caccia non di una piccola isola, ma di un grande impero, su vastissime superficie del quale fioriscono l’agricoltura e l’industria per modo che i suoi abitanti ben possono darsi il lusso di un parco apparentemente vastissimo, ma non sproporzionato all’estensione mondiale dell’impero. Oggi il parco è ancora di pochi; domani, se le nuove leggi agrarie saranno approvate, potrà diventare il parco, il giardino, l’orto di molti tra gli abitanti della capitale dell’impero britannico.

 

 



[1] In un articolo Il ciarlatanismo liberista pubblicato nella «Rivista Popolare» del 30 settembre, ricevuto dopo che le presenti pagine erano in gran parte scritte. Con questi tre articoli, due usciti sulla «Tribuna» ed uno sulla «Rivista Popolare» è probabile che il Colajanni abbia appena cominciato la sua campagna anti liberista. Poiché sembra difficile che, con la sua bella foga di polemista, egli si trattenga dal rispondere agli articoli con i quali alcuni valorosi giovani – ricordo tra gli altri il Fancello ed il Lanzillo – lo hanno assalito, sicché la polemica dilagherà, con grande vantaggio della educazione economica del paese, sui giornali politici italiani. A questa opera di educazione economica ho voluto portare anch’io un mio piccolo contributo. Per esigenze di altri lavori in corso, mi sarà impossibile di tener conto di ciò che dopo la data del presente scritto (12 ottobre 1913) verrà pubblicato in proposito dal Colajanni e dai suoi oppositori. Ma spero che di tale forzata omissione mi si concederà venia, sovratutto riflettendo alla mole già esagerata del presente scritto, ed allo scopo suo, che non era quello di contrapporre dati a dati, statistiche a statistiche – non l’avrei potuto fare con quel sicuro ed ampio esame critico delle fonti, con cui simili lavori devono essere compiuti, avendo scritto tutto il presente articolo in campagna, lontano dalle biblioteche e dalle collezioni di fonti – bensì di esaminare una forma mentis, ossia il modo particolare di pensare e di ragionare e di presentare statistiche che ha uno tra i più valorosi protezionisti italiani ed un protezionista indubbiamente sincerissimo. Malgrado la mancanza dei grandi strumenti di studio, ho fatto ogni sforzo per non affermare cosa che non fosse fondata sui fatti; e, quando non ero sicuro, ho esposto il mio pensiero dubitativamente. Nei tre articoli che formano oggetto di questo esame critico, il Colajanni parla anche di molte altre cose, che a lui pare debbano servire di armi formidabili di lotta contro la improntitudine e testardaggine liberista, e di cui mi fu impossiblle fare un esame particolare approfondito, perché sarebbe stato necessario scrivere un grosso volume. Così:

  • a) egli se la piglia col prof. Antonio De Viti De Marco per l’atteggiamento da questi tenuto in occasione del modus vivendi colla Spagna nel 1905, quando combatté la riduzione del dazio protettore sul vino spagnuolo e per un voto protezionista che avrebbe dato in occasione di non so che rimaneggiamento dell’imposta di fabbricazione degli spiriti. «Ciò che – aggiunge stranamente Colajanni – gli venne rimproverato dall’on. Pantano».

Mettiamo da un canto questo rimprovero del Pantano. A me sembra un onore incorrere nell’indignazione di questo signore, uno dei padreterni dell’economia nazionale, il quale ha una gran parte di responsabilità di parecchie fra le maggiori disgrazie che siano capitate all’Italia: esercizio ferroviario di Stato, navigazione di Stato con le isole, legislazione protezionista degli spiriti, peggioramento del sistema di protezione alla marina mercantile, e, se non erro, equo trattamento degli agenti delle ferrovie di Stato. Non c’è argomento economico, intorno al quale costui non discorra ed intorno al quale egli non sia persuasissimo di possedere maggior sapienza «disciplinatrice» degli interessati. La sua persuasione che sia possibile con leggi, con regolamenti, con l’azione governativa «ben regolata e ben disciplinata» far progredire tutte le industrie che van male ed anche quelle che van bene è la prova della sua sconfinata superbia. Passa, in Parlamento, per un grande economista; e gli manca quel minimum di modestia il quale fa persuaso ogni economista, che abbia non solo meditato sui libri ma guardato attorno a sé, essere il pilota più analfabeta d’Italia meglio in grado di risollevare le sorti depresse della marineria italiana di quanto non possa essere la sapienza distillata di 508 Pantani messi insieme a scrivere relazioni ed a pontificare in interviste come padreterni salvatori del paese. Immagino perciò che l’on. De Viti De Marco deve essere rimasto assai poco impressionato della disapprovazione di un sapientone siffatto; mentre, forse, gli sarà doluto di più di non essere riuscito a far comprendere al Colajanni che egli combatteva la riduzione del dazio doganale sul vino non perché fosse favorevole a questo dazio, ma perché gli pareva ingiusto che la protezione fosse tolta ai viticultori del sud e conservata ai grandi trivellatori della siderurgia, dei cotonifici, degli zuccheri e via dicendo, ecc., appartenenti in prevalenza al nord. Su questo terreno sono d’accordo in Italia col De Viti parecchi altri liberisti i quali ritengono che non giovi all’abbattimento del regime protettivo la lotta impostata solo contro il dazio sul grano o sul vino o sullo zucchero, perché osservano che ai cerealicoltori, o viticultori o zuccherieri riescirà facile conservare il dazio, lamentandosi della iniquità di trattamento in loro esclusivo odio. La lotta, essi dicono, deve essere combattuta su tutto il fronte e non solo contro alcuni dazi e specialmente contro quei dazi che costituiscono un tenue compenso al Mezzogiorno delle grandi trivellature del nord industriale. È una questione di pura tattica nella lotta anti protezionista. Io non sono del parere di questi amici miei, e credo che, se qualcosa si riuscirà ad ottenere, sarà facendo sovratutto impeto, nel momento più opportuno, contro il punto più debole della baracca protezionista: sia grano o zuccheri o ferro, non importa, purché un anello della catena si rompa. Rotto un anello, i danneggiati getteranno alte strida e grideranno all’ingiustizia e si uniranno a noi nel chiedere l’abolizione degli altri dazi. Tatticamente sembra a me che sovratutto convenga rompere l’accordo fra agricoltori ed industriali; poiché, portata la discordia nel campo di Agramante, sarà più facile ottenere la vittoria. Su questa, che è una quistione disputabile di tattica, è ingiusto fondare un’accusa di contraddizione e di protezionismo contro l’on. De Viti De Marco, il quale è oggi uno dei più strenui combattenti per la causa liberista. Certo io avrei preferito che egli si fosse messo contro i suoi Pugliesi, che sbraitavano contro il modus vivendi senza nulla sapere di liberismo o di protezionismo: ed, a rischio di perdere il seggio di deputato, avesse lasciato, per quant’era in lui, approvare il modus vivendi, salvo poi ad eccitare alla rivolta – nelle forme legali, s’intende – quelle popolazioni contro un sistema che tutto regalava a certi industriali senza nulla o quasi nulla poter dare alle masse degli agricoltori. Sono convinto che convenga lasciare o far togliere persino l’apparenza di equilibrio di favori a tutti su cui fanno tanto assegnamento i protezionisti, equilibrio irraggiungibile, e sempre sgangherato, il quale giova soltanto a mascherare il fatto fondamentale del ricco banchetto largito ai pochi e delle briciole della mensa alle moltitudini; e per questo motivo sono d’accordo con Colajanni nel desiderare dal De Viti e dagli amici suoi una condotta diversa intorno al dazio sul vino. Per conto mio sono un piccolissimo viticultore, e, come tale, un’unica volta in cui mi toccò di parlare in un pubblico comizio di viticultori, difesi lo zucchero a buon mercato, sebbene ai viticultori del nord lo zucchero a buon mercato sia sempre parso un concorrente formidabile ed ho dichiarato che il vino straniero doveva essere lasciato entrare in franchigia;

  • b) non contento dei suoi vagabondaggi in Italia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti, Colajanni si appella anche alla esperienza della Russia e dell’India. È un po’ difficile seguirlo in questi lontani paesi, di cui probabilmente abbiamo amendue una assai pallida idea. Colajanni pare ritenere che il fatto dei contadini russi ed indiani i quali producono grano e non lo mangiano, sebbene desso sia a buon mercato e sebbene russi ed indiani muoiano spesso di fame, sia un fatto anti liberista.

Come mai questo sia il significato del fatto, è alquanto difficile capire. Sembra che Colajanni faccia questo ragionamento: (1) i liberisti combattono il dazio sul grano perché rialza il prezzo del pane; (2) dunque essi ritengono che il liberismo sia una bella cosa perché il prezzo del pane è basso; (3) dunque, ancora, essi ritengono che al prezzo del pane basso si debba necessariamente accompagnare il benessere delle popolazioni; (4) dunque essi dicono delle ridicolaggini perché in India ed in Russia i popoli muoiono di fame, malgrado il prezzo del pane sia bassissimo. A me sembra che sia stravagante la sequela dei dunque di Colajanni; poiché i liberisti accettano la (1) e la (2) proposizione; ed accettano la (2), facendo però l’aggiunta che il liberismo fa ribassare il prezzo del pane, in confronto al prezzo che avrebbe col protezionismo, a parità di altre condizioni; essendo possibilissimo che il prezzo del pane in un paese libero scambista sia alto, pur mantenendosi ad un livello più basso di quanto non si avrebbe col protezionismo nello stesso paese e nello stesso tempo. Ma essi non accettano affatto la proposizione (3); poiché il libero scambio non può, come per un tocco di bacchetta magica, mutare d’un tratto le condizioni misere di popolazioni arretrate o densissime, condizioni dovute ad una moltitudine di cause storiche, con cui il libero scambio non ha nulla a che fare. Forseché, del resto, se il prezzo del grano fosse stato alto per merito (!) del protezionismo i contadini della Russia o dell’India non sarebbero morti di fame? Pare a me che il dover pagare il pane un buon terzo più caro, a simiglianza dell’Italia, avrebbe, caso mai, accelerato la loro morte. Non pare all’onorevole Colajanni? E non gli sembra anche probabile che le morti deploratissime dei contadini russi si debbano forsanco ascrivere in parte al fatto che i loro salari, decurtati dalle ladrerie dei cotonieri, lanaiuoli, siderurgici, ecc., della Russia, non hanno loro concesso di dedicare alla compra del grano, sebbene a buon mercato, tutta quella somma di denaro che essi avrebbero pur desiderato? c) non soddisfatto del «paradosso economico studiato nel testo intorno alla correlazione fra consumi e prezzi, Colajanni cita una recente statistica del Board of trade inglese da cui risulterebbe che i prezzi erano aumentati dal 1900 al 1912 più in certi paesi liberisti che in altri protezionisti, ed egualmente in paesi diversi per regime doganale. Ricordo di aver letto un’analisi della medesima statistica nella Frankfurter Zeitung nella quale si cercava invece di dimostrare che l’aumento dei prezzi era stato più sensibile nella Germania protezionista che nella Inghilterra liberista. Al solito trattasi di affrettate interpretazioni; poiché, per rendere il paragone significativo, rispetto alla questione del protezionismo, sarebbe stato necessario:

  • scindere i numeri indici globali in numeri indici particolari diversi per merci protette e merci esenti, per generi di merci (materie prime, prodotti industriali, prodotti alimentari, ecc.), essendo possibile che siano diverse, le progressioni di prezzi dei diversi gruppi di merci;
  • tener conto dei diversi punti di partenza dei numeri indici, poiché se, per esempio, l’aumento nel prezzo dei generi alimentari in Inghilterra fu da 100 a 130 ed in Germania da 100 a 120, non ancora si potrà dir nulla intorno all’influenza possibile del regime doganale, se il 100 dell’Inghilterra rispondeva a 20 lire ed il 100 della Germania a 30. I prezzi nella prima salirono infatti da 20 a 26 e sono ancora sopportabili; mentre il rialzo nella seconda da 30 a 36 li rende, malgrado l’uguale peso assoluto dell’incremento, gravosissimi;
  • tener conto anche della opportunità di stabilire periodi di tempo pei diversi paesi che siano realmente significativi per la questione di cui si tratta.

Supponiamo che la mutazione dei prezzi sia avvenuta nella seguente maniera:

Paese 1895 1900 1905 1910 1912
A (liberista) 20 20 22 24 26
B (protezionista) 25 30 32 34 36

 

Ben diversi sono i risultati che si ottengono a seconda che si assume il 1895 od il 1900 come la base dei prezzi per la formazione dei numeri indici. Se facciamo uguali a 100 i prezzi del 1895 abbiamo i seguenti risultati:

 

Paese 1895 1900 1906 1910 1912
A (liberista) 100 100 110 120 130
B (protezionista) 100 120 128 131 144

 

L’aumento pare assai più accentuato nel paese protezionista che nel paese liberista. Se invece facciamo uguali a 100 i prezzi del 1900 abbiamo i seguenti diversi risultati:

 

Paese 1895 1900 1906 1910 1912
A (liberista) 100 100 110 120 130
B (protezionista) 83 100 108 113 120

 

L’aumento apparente diventa più sensibile nel paese liberista. Quale delle due date convenga scegliere come punto di partenza non può dirsi, a priori. Può darsi che per ogni indagine convenga mutarlo; e la scelta può essere fatta solo in base a molte considerazioni contingenti, che è compito dell’indagatore mettere in luce. Quante cautele – parmi sentir dire dal mio avversario – pretende Einaudi dai protezionisti quando maneggiano statistiche! Ed è vero che le pretese sono molte; e son tante appunto perché è stupefacente il semplicismo frettoloso dei protezionisti, sicché occorre continuamente dire e ripetere che i fatti sono più complessi di quanto non s’immaginino. S’intende che ai protezionisti spetta uguale libertà di critica contro l’eventuale semplicismo di taluno di noi. È lecito però chiedere che, nel criticarci, i protezionisti si degnino di separare le posizioni di ognuno di noi, evitando di rinfacciare a me i dati eventualmente semplicisti che potrà citare l’Eco o la Campana o la Squilla di Cavoretto o di Roccacannuccia, supposto che a Cavoretto od a Roccacannuccia sorga un giornale settimanale ed aderisca alla lega anti protezionista? I quali dati, d’altronde, non saranno mai tanto semplicisti come sono artefatti quelli che sugli organi siderurgici e zuccherieri citano i difensori delle attuali protezioni alla siderurgia od agli zuccheri, che vedo con piacere Colajanni comincia a qualificare sulla sua rivista scandalose od esagerate.

[2] Sulla «Rivista popolare» del 30 settembre il Colajanni parla di «esagerazione pericolosa e di fanatismo semplicista e laido» dei propagandisti meridionali della lega antiprotezionista e cita a prova il seguente manifesto «pubblicato in uno dei più simpatici e battaglieri giornali, che hanno aderito alla lega antiprotezionista». Lo riproduco anch’io, a titolo documentario di uno dei primi saggi della propaganda antiprotezionista, dolente di non conoscere la fonte da cui il Colajanni l’ha tratto: Una terribile rapina «viene consumata ogni giorno contro ogni italiano. Ogni giorno gli italiani si trovano di fronte al pauroso dilemma: o la borsa o la vita! E ogni giorno gli italiani debbono vuotare la borsa per salvare la vita. Se vogliono mangiare debbono comprare il pane. Ma dentro il pane sta nascosto un nemico, pronto ad aggredire i compratori. Non si mangia pane senza pagare due soldi il chilo oltre il giusto prezzo del pane. È una malvagità fare rincarire il pane. E se gli italiani vogliono vestirsi devono comperare le vesti a caro prezzo. Tutto è rincarito. Anche la camicia nasconde un nemico. Questo nemico si chiama dazio doganale». Tutti gli italiani «debbono pagare di più le merci perché esse sono rincarite dalla dogana. Pagano più cara la camicia, le scarpe, il cappello, pagano più caro il pane e il companatico, pagano più care tutte le merci di cui hanno bisogno. Così spendono irragionevolmente i propri denari e devono dolorosamente constatare che la dogana impoverisce la maggioranza degli italiani. Perché dunque è stata approvata una legge iniqua che danneggia i figli d’Italia? Perché ci rovinano con i dazi?» Pochi speculatori «hanno imposto la propria volontà a trentaquattro milioni di italiani. Pochi speculatori hanno imposto il dazio sullo zucchero. Pochi speculatori hanno imposto il dazio sui tessuti di cotone coi quali si veste la povera gente. Pochi speculatori hanno imposto il dazio sui tessuti di lana. Pochi speculatori hanno imposto il dazio sul grano. Pochi speculatori hanno imposto il dazio sul ferro. Pochi speculatori hanno imposto la rovina della nazione!» Non si può più vivere «Tutto costa caro. E ogni giorno che passa costa di più. Non si può più mangiare! È cara la biancheria. Dobbiamo quindi restare nudi? È cara la pigione di casa. Dobbiamo restare senza casa? Sono care le calze e le scarpe. Dobbiamo andare scalzi? Sono cari gli strumenti del lavoro: zappe, incudini, martelli, ecc. Restiamo disoccupati?» Non vogliamo morire «di fame, di denutrizione, di miseria. Vogliamo lavorare! Protestiamo contro il dazio che ci toglie il lavoro. Vogliamo mangiare! Protestiamo contro il dazio che ci toglie il pane. Vogliamo allevare i nostri figli! Protestiamo contro il dazio che li rende gracili. Vogliamo il pane e il lavoro! Protestiamo contro i dazi!» Duecentosessanta milioni «costa all’Italia il protezionismo siderurgico. Per favorire pochissimi affaristi si rovina una popolazione intiera. Tutti gli oggetti di ferro costano enormemente perché così vogliono i milionari della siderurgia. E la povera gente è sacrificata. E la nazione è impoverita. Bisogna abolire i dazi sul ferro. Costano troppo! Duecentosessanta milioni ogni anno! Duecentosessanta milioni ogni dodici mesi! Duecentosessanta milioni che sono il sangue dei poveri!» Bisogna protestare «Bisogna dire che il regime protezionista è un regime iniquo! Protestate contro il protezionismo doganale!». Colajanni, a leggere questo manifesto, deve essere divenuto scarlatto per la collera, perché scrive: «Non aggiungo alcun commento a questa brutale manifestazione del più bieco fanatismo liberista; dico soltanto che se il protezionismo in sé e per sé è disonesto, non lo è meno questo liberismo… elettorale escogitato alla vigilia delle elezioni e che si propone di rubare voti. Per parte mia come ho lottato sempre contro i ladri nel senso ordinario della parola intendo anche lottare contro i ladri di voti, anche se i voti rubati potranno andare al benefizio del partito in cui milito, perché al disopra del partito amo il mio paese». Ora, ognuno ha le sensazioni che corrispondono al suo temperamento. Colajanni, il quale si vede urtato nei suoi sentimenti protezionisti, sinceramente va in collera e grida ai ladri di voti. Ed avrebbe ragione di andare in collera se le male parole del manifesto fossero indirizzate anche a lui. Si tranquillizzi. Nessuno, neppure il più bieco e fanatico liberista, può aver pensato di includere lui tra gli speculatori e trivellatori congiurati ai danni d’Italia. Siamo tutti persuasi che egli vuole il dazio sul grano, come vuole il regime protettivo perché lo crede, e profondamente e sinceramente lo crede, utile al paese, come lo credeva Cognetti. Di lui possiamo deplorare la cecità, che lo induce a vedere dappertutto statistiche protezioniste; non mai la consapevole intenzione di volere il male. E se le sorti del protezionismo fossero raccomandate solo alla penna di dottrinari del protezionismo pari suoi, noi liberisti potremmo dormire i sonni tranquilli. Il protezionismo non sarebbe mai sorto: e, se per miracolo fosse sorto, non si durerebbe fatica ad abbatterlo. Gli autori del protezionismo, i responsabili delle trivellature in Italia non sono i dottrinari tipo Colajanni. Sono coloro che dai dazi doganali hanno tratto lucri, sono i piccoli gruppi di industriali e di agricoltori protetti; sono quelli, che avendo forse avuto trent’anni or sono ragione di chiedere una temporanea protezione, ora vogliono ad ogni costo perpetuarla. Contro costoro e contro i loro scribi è diretto il manifesto riprodotto con tanta indignazione dal Colajanni, rozza ed ancora inesperta, imitazione dei tracts che a milioni si rovesciavano sugli elettori inglesi ed americani nelle ultime campagne terminate colla vittoria dei liberali in Inghilterra e di Wilson negli Stati Uniti. Certo, il linguaggio del manifesto è chiaro, semplice, da scuola elementare, senza perifrasi e senza velature di frasi sapientemente scelte per «temperare» il pensiero; certo non il linguaggio accademico che il professore deve tenere in un’aula universitaria, dove pacatamente si possono esporre ad ascoltatori addestrati al ragionamento economico i principii della teoria degli scambi internazionali e le numerose illazioni che se ne possono ricavare; certo non è il linguaggio che si tiene in una rivista scientifica, la quale ha una clientela scelta, la quale conosce il valore delle parole e delle dimostrazioni raffinate; certo, vi è un abuso di parole e di frasi improprie, come «speculatori», «rapina», «o la borsa o la vita», «sangue dei poveri», «prezzi giusti» e «dazi iniqui» i quali tradiscono la mano di uno scrittore abituato a fare appello più ai sentimenti che alla ragione del popolo; certamente sarebbe stato preferibile che le classi dirigenti avessero educato il contadino meridionale in guisa da fargli capire le verità economiche, senza d’uopo di rivestirle di un frasario sentimentale e giornalistico; ma – fatta questa premessa – dopo aver letto e riletto il manifesto, non ho riscontrato una parola che non fosse la traduzione popolare di quelle verità sacrosante che gli economisti hanno lo strettissimo dovere di coscienza di esporre a chi ascolti le loro parole o legga i loro libri. È vero che ai protezionisti importa poco delle lezioni dei professori e dei libri dottrinari. Le prime si dimenticano, appena passato l’esame, tantoché la classe politica dirigente la quale in Italia ha votato dazi protettori composta per tre quinti di avvocati che, in tempo di loro gioventù, hanno ripetuto fedelmente ai loro professori la dimostrazione degli errori del protezionismo. Ed i libri sono grossi e nessuno li legge. Io però mi sono messo a polemizzare con Colajanni appunto e solo perché lo ritengo un protezionista diverso dagli altri o desideroso che i problemi doganali vengano apertamente discussi ed appassionatamente portati dinanzi alle masse perché esse decidano quella via che deve essere seguita. Sarebbe comodo se la controversia potesse contenersi nelle chiuse aule universitarie e sui fogli economici. Sarebbe comodo, ma sarebbe indice di imperfetta educazione civile. Io mi rallegro pensando che vi siano finalmente in Italia alcuni giovani pieni di fede, che hanno sentito le nostre parole, che si sono accesi di santa collera contro i tiranni del loro paese e che hanno avuto il coraggio di tentare di tradurre le nostre dimostrazioni complicate e difficili in sentenze e dimostrazioni brevi, chiare, efficaci, atte a far presa sul popolo. Spero che questa sia l’alba del giorno in cui il paese intiero, l’analfabeta più indurito potrà dai manifesti popolari, dai disegni allegorici, dalle figure parlanti della micca grossa liberista e della micca piccola protezionista imparare finalmente quale, secondo noi, sia l’essenza predatrice del regime protezionista sotto cui noi viviamo. Fate altrettanto voi protezionisti. Diffondete anche voi dei manifesti, dei credo, delle novelle in senso protezionista. Affiggete alle mura i vostri manifesti coll’agricoltore protetto che raccoglie ampia messe di grano e paga volentieri il vestito o l’aratro caro, dell’operaio che riscuote la paga settimanale di 30 o 40 lire e che se ne infischia del pane a 46 centesimi al chilogramma; raffigurate pure la moglie, cui il liberismo ha condannato il marito alla disoccupazione, costretta a chiedere l’elemosina del pane a buon mercato per i figli affamati. La Tariff Reform League vi fornirà a centinaia ed a migliaia i campioni di manifesti e di affissi sensazionali a colori per trarre il popolo a votare a favore della causa protezionista. Sarà una bella battaglia questa, il giorno in cui la si potrà fare in piazza, sulle mura, nei comizi all’aria aperta. Io non ci sarò, poiché chi ha l’abitudine dello studio, non è atto alla propaganda; ma plaudirò l’opera santa di coloro che alla propaganda protezionista opporranno la propaganda liberista. La quale non è propaganda di odio e di furto, come voi immaginate, on. Colajanni. Quello che avete scritto contro il manifesto liberista non sono parole degne di voi, che alla libera ed aperta e fervida battaglia di idee avete incitato, tanti giovani, avete incitato anche me, che fin da studente ammiravo in voi l’uomo sincero desideroso di combattere contro avversari aperti, i quali espongono il loro pensiero con chiarezza, con sincerità, senza perifrasi. Quello del manifesto non è linguaggio di fanatici o di ladri; è, salvo i menzionati, dissensi sulla forma, il linguaggio doveroso che al popolo devono dirigere coloro che sono convinti della verità dei principii che è vanto della scienza economica di avere incrollabilmente dimostrato. A voi opporre altro linguaggio ugualmente franco e chiaro.

[3] Intorno al legame fra produzione aurea e periodi economico sociali ho scritto un articolo sul «Corriere della Sera» del 4 settembre 1913, col titolo Prezzi, salari e movimenti sociali. Fondamentale a tale riguardo è la memoria, che duolmi di non aver potuto utilizzare nell’articolo mio, scritto innanzi di averle ricevuta, di Vilfredo Pareto, su Alcune relazioni tra lo stato sociale e le variazioni della prosperità economica (in «Rivista italiana di sociologia», 1913).

[4] Notisi, perché i protezionisti non si valgano del ragionamento economico per ingrossare spaventosamente le cifre delle perdite derivanti dalle mutazioni agricole, che la perdita è quella sola derivante dalle necessarie e successive trasformazioni agricole e non quella dello sminuito valor capitale della rendita fondiaria. Sia un ettaro il quale dia una rendita fondiaria di 100 lire ed al 5% abbia un valor capitale di 2000 lire, composte di 1800 lire di valor del terreno, in quanto terreno ammendato, spianato, prosciugato ed adatto genericamente ad ogni cultura, e 200 lire di valore dei miglioramenti, i quali hanno valore solo se la terra è destinata alla cultura a grano. È una ipotesi esageratissima, perché non si capisce bene in che cosa possano consistere questi miglioramenti che hanno vita specifica solo a causa della cultura a grano. Se si trattasse di una cultura arborea si capirebbe una forte perdita, ma in una cultura annuale no. La crisi cerealicola fa abbandonare la cultura a grano ed adottare, con una nuova spesa di 200 lire, la cultura a pascolo (periodo B); ed in seguito, colla ripresa dei prezzi, provoca il ritorno del terreno alla cultura a grano con un nuovo impiego di capitale di 200 lire (periodo C). La perdita delle successive transizioni è delle 200 lire perdute nel passaggio da A in B, più le 200 lire perdute passando da B in C; ossia in tutto 400 lire. Le 200 lire spese al principio del periodo C non sono perdute, perché conservano il proprio valore derivante dalla cultura a grano che nuovamente si persegue. Notisi che la perdita non è neppure di tutte le 400 lire; perché essa dev’essere diminuita delle frazioni dei costi dei miglioramenti culturali che si sono potute ammortizzare, o si sarebbero dovute ammortizzare se l’agricoltore non fosse stato un balordo od un inesperto – di questi nessuno deve preoccuparsi, essendo opportunissimo lasciarli andare in malora e provvidenziali le crisi che li spazzano via, – durante i periodi A e B. Se questi periodi sono stati sufficientemente lunghi, per es. di 20 anni, tutta la spesa dei miglioramenti si può ritenere ammortizzata, e quindi la perdita delle successive transizioni di cultura deve reputarsi uguale a zero. È questo il caso più frequente, poiché le grandi mutazioni economiche che importano mutazioni di culture agrarie avvengono a distanza notevole di anni, sicché, tutto o quasi tutto il costo delle trasformazioni agricole si è potuto ammortizzare. Per esporre tuttavia un esempio esagerato a favore della tesi protezionista diremo che il costo dello transizioni da A in B e da B in C oscilla fra zero e 400 lire all’ettaro. A ciò si riducono le perdite dell’agricoltura e della collettività. È vero che può darsi la rendita fondiaria dell’ettaro di terreno sia discesa da 100 lire nel periodo A a 30 lire nel periodo B, per risalire solo a 50 nel periodo C, di cui però, se si faccia astrazione dalle 10 lire annue di reddito corrispondenti alle 200 lire di valore dei miglioramenti rinnovati in ogni successivo periodo, solo, 90, 20 e 40 lire sono il reddito dell’ettaro di terreno in «indistinto» migliorato, cioè, od ammendato in guisa da poter ricevere poi gli investimenti specifici delle varie possibili culture agrarie. Cosicché il valore dell’ettaro in «indistinto» da 1800 lire nel periodo A scende a 400 nel periodo B per risalire solo ad 800 nel periodo C. La differenza fra 1800 e 400 è una perdita per l’agricoltura ed è un guadagno per questa l’elevarsi successivo da 400 ad 800? Non pare. Se 400 lire sono nel periodo B ed 800 lire nel periodo C una somma sufficiente a consentire agli agricoltori di apportare ai terreni nuovi od incolti e che sia conveniente di coltivare quei miglioramenti che valgano a renderli genericamente atti alla cultura, quella diminuzione di valore capitale da 1800 a 400 è perfettamente indifferente all’agricoltura. È bensì spiacevolissima per i proprietari di terreni, i quali avevano la proprietà di un bene raro (terra inglese in un mercato chiuso) ed ora hanno la proprietà di un bene abbondante (terra inglese in concorrenza con terra americana in un mercato aperto dalle ferrovie o dai piroscafi); ma è utilissima per gli altri membri della società. L’alto prezzo delle terre era nel periodo A l’indice di gravi ostacoli frapposti all’uomo nella produzione di alimenti, il basso prezzo in B di ostacoli grandemente diminuiti, il cresciuto prezzo in C di ostacoli nuovamente più aspri. Dal punto di vista del benessere umano, il periodo migliore dei tre era indubbiamente il periodo B, che si suole chiamare della «grande depressione agricola». Chiamasi così però solo in Europa, ché in America è da tutti reputato periodo di grande prosperità e di colonizzazione rapidamente progressiva.

[5] Faccio un’unica eccezione al proposito, manifestato nella prima nota al presente articolo, di non aggiungere nulla a ciò che avevo scritto il 12 ottobre – ci sarà tempo a ritornare su ciò che Colajanni ha scritto di poi ed in ispecie sui suoi due volumi che portano il titolo Il Progresso economico (vol. 1, 2, 3 della Raccolta «L’Italia d’oggi», edita dall’editore C.A. Bontempelli di Roma) e sono in ispecie od in parte una diatriba contro le solite teste di turco liberiste! – ; per dare qualche schiarimento sul sospetto che nel testo manifestai. Si compiaccia l’on. Colajanni di leggere nell’Economiste français del 31 agosto 1912 l’analisi critica dell’ultimo rapporto pubblicato dal governo francese su quella operazione di accertamento tributario che da anni si prosegue tra i nostri vicini col nome di évaluation des propiétés non baties. Certamente vi inorridirà leggendo che, nei 25.364 comuni censiti all’1 gennaio 1912 e comprendenti il 77,47% della superficie imponibile, il valore locativo ossia il reddito netto annuo dei proprietari dei terreni era solo di 1.281.532.442 franchi, in diminuzione di ben 370.289.705 franchi, ossia del 22,65 per cento in confronto allo stesso reddito netto valutato nel periodo 1879-1884. Egli, che ha letto i quadri raccapriccianti della desolazione delle contee cerealicole inglesi, non so cosa dirà, constatando che in soli 11 dipartimenti francesi si constata un aumento, poco importante del resto, nei redditi netti; mentre in 9 dipartimenti la diminuzione varia dal 6 al 10%, in 20 dall’11 al 20%, in 18 dal 21 al 30%, in 20 dal 31 al 40%; ed il «tracollo» sale in 6 dipartimenti dal 41 al 50% ed in 3 oscilla dal 50 al 75 per cento. Stia tranquillo l’on. Colajanni; a nessun liberista salterà in mente di strillare, come fa lui per il liberismo in Inghilterra, che la causa unica di questa «rovina» è il protezionismo francese. Non si può negare che la responsabilità del «delitto» non risalga in parte anche al protezionismo; ma è certo che le cause sono complesse, sebbene questo non sia il momento di discorrerle. L’esempio si addusse solo per dimostrare che la virtù della carità verso i nemici può giovare, anche quando si vogliono stritolare i liberisti sotto il peso «sperimentale» delle cifre. Nota aggiunta il 20 novembre 1913.

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