La lotta fra intellettuali e follaiuoli

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 20/11/1901

La lotta fra intellettuali e follaiuoli

«La Stampa», 20 novembre 1901

 

 

 

Il dissidio fra i socialisti milanesi si accentua. I nuovi fatti sono già conosciuti dai nostri lettori. È noto come la Direzione centrale del partito socialista, a togliere il dissidio milanese, avesse pensato di affidare ad una Commissione, nominata per metà da ognuna delle due frazioni dissidenti fra i membri dell’altra, l’incarico di vagliare le domande di coloro che intendessero far parte della nuova Federazione.

 

 

È appunto in questo incarico di cernita fra i postulanti all’onore di far parte del partito socialista che va cercata l’occasione prossima dello scoppio odierno di nuove ire e di nuovi contrasti.

 

 

Infatti la Commissione nell’ultima sua adunanza, espressamente convocata per la revisione delle domande di ammissione a socio nella Federazione, respingeva con una maggioranza di sei voti contro cinque la domanda dell’attuale direttore dell’Azione Socialista, organo della vecchia Federazione socialista, Walter-Mocchi. La ragione di tale esclusione la si volle ricercare nell’opera da lui esercitata nel suddetto periodico, opera ritenuta piuttosto avversa all’auspicata fusione. Di più il Mocchi sarebbe stato qualificato come un anarcoide. La maggioranza della Commissione inoltre avrebbe tenuto in sospeso et judicondo altre 20 domande, fra cui notiamo quelle di Paolo Valera, dell’avv. Rugarli, del dott. Petrini, ecc.

 

 

In seguito a tali gravi deliberazioni hanno rassegnato le loro dimissioni da commissari il capomastro Luigi Arienti ed il tipografo Vittorio Strazza, già soci della Federazione. Altri due commissari, pure già appartenenti alla stessa sezione, hanno annunziato di voler seguire l’esempio dei precedenti colleghi. È a notarsi poi che fra i commissari che votarono il rigetto della domanda Mocchi ve n’è uno pure socio della Federazione.

 

 

In seguito a questo ostracismo dei redattori ed inspiratori dell’Azione Socialista, si è radunata d’urgenza la Commissione esecutiva dell’antica Federazione. E nella assemblea si presentò il caso come un tentativo di sopraffazione degli intellettuali contro compagni di irreprensibile condotta e di indiscutibile fede socialista e si deliberò di radunare i soci. Nessun dubbio che questi protesteranno contro l’operato della Commissione, che potrebbesi chiamare di cernita, e riaffermeranno integra la propria fiducia nei Mocchi, Valera, Rugarli, ecc.

 

 

Questa la cronistoria dell’ultimissima fase dei dissidio milanese. La quale, come si vede, consta di due atti: nel primo dei quali i turatiani o moderati riuscirono a far escludere dal seno del costituendo nuovo partito socialista gli uomini più accesi ed intransigenti della Federazione, i follaiuoli più autentici.

 

 

Mentre nel secondo atto i follaiuoli e gli intransigenti, vistisi posti al bando, ricorsero al sistema di una nuova secessione, questa volta non più dal partito, ma dall’accordo, ed ora tentano, e probabilmente riusciranno, a ricostituire su basi indipendenti l’antica Federazione, ossia la parte più forte di numero dell’intero partito.

 

 

A chi spetti la colpa od il merito di aver dato occasione al novello dissidio non importa ricercare; poiché ben si vede come l’espulsione di Mocchi e Valera e le proteste secessioniste di costoro non siano se non la manifestazione di una profonda incompatibilità che per un momento parve tramontare per i consigli della Direzione centrale, ma rinacque più viva che mai quando le due parti si trovarono a contatto. Da parecchie settimane si vedeva prepararsi qualcosa di grosso: i due giornali l’Azione Socialista del Mocchi e la Lotta di Classe di Turati e Treves, ogni domenica si punzecchiavano, quella più dispettosa e provocante, questa più calma ma altrettanto ferma. Ora la corda troppo tesa si è rotta…

 

 

Ma se si trattasse soltanto di incompatibilità personali non varrebbe la pena di fermarcisi su. In realtà il dissidio è ben più grave e profondo. Come lo facemmo rilevare spesse volte, la lotta si combatte fra la tendenza rivoluzionaria o, meglio, rivoltosa di coloro che vogliono agire a qualunque costo, che vogliono lottare sempre e contro tutti i Governi, che partono in guerra a parole ogni altro giorno contro l’odiosa borghesia e la tendenza di coloro che preferiscono conciliare la rivoluzione delle cose con la temperanza dei mezzi, che accettano la necessità del regime presente di cose e vogliono riformarlo a poco a poco, con prudenza.

 

 

I primi si chiamano Walter-Mocchi, ecc.; i secondi Turati, Kuliscioff, Claudio Treves.

 

 

Forse la vittoria nel momento presente spetterà ai primi. Essi hanno già in loro possesso la macchina più antica e più numerosa di organizzazione operaia che sia a Milano; essi fanno appello ai sentimenti, umani e diffusissimi, di moltissimi della folla contro ogni disuguaglianza sociale, sia pure soltanto di ingegno; essi hanno fatto finta di aderire alla pace decretata da Roma, ma hanno continuato a stuzzicare in ogni modo i loro avversari di ieri ed amici dell’oggi, e li hanno stuzzicati con tanta veemenza da farsi espellere da una Commissione abbastanza imparziale. E dopo che ebbero ottenuto il loro intento gittarono alla folla il grido della riscossa contro gli aristocratici avversari, insofferenti di critica, autocrati per temperamento, ostracizzatori per sistema dei veri difensori del popolo.

 

 

Il popolo li seguirà. Non è da farne meraviglia. La massa sempre segue chi più grida.

 

 

Ma nemmanco i Turati e gli altri rimarranno soli. Un nucleo di fedeli si stringerà attorno ad essi nel nuovo isolamento. Soltanto sarà un nucleo ristretto.

 

 

Noi non faremo degli augurii al piccolo drappello degli intellettuali. Sarebbe una cosa strana in noi, che parliamo dal punto di vista tutt’affatto diverso da quello dei socialisti.

 

 

Ma nell’interesse della classe operaia un augurio dobbiamo farlo: ed è che gli operai ben presto si accorgano della vacuità delle predicazioni puramente politiche degli amici dell’azione immediata; e nel tempo stesso gli intellettuali sappiano persuadersi che per attaccare a sé durevolmente gli operai non bastano le teorie socialiste, ma occorrono i fatti a pro della classe lavoratrice. Se il dissidio odierno valesse a dare a Milano un po’ più di Cooperative, sia pure socialiste, condotte dai più intelligenti duci, disillusi della politica parolaia, noi potremmo dichiararcene contenti.

 

 

Poiché siamo convinti che chi ha fatto un’opera di bene, non guarderà mai più con sguardo maligno i suoi simili, fossero pure dei volgari borghesi.

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