La lotta per il fermo del franco

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 20/01/1924

La lotta per il fermo del franco

«Corriere della Sera», 20 gennaio 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 563-567

 

 

 

Le proposte che il signor Poincarè ha presentato alla camera francese per stabilizzare il mercato del franco hanno un duplice contenuto, d’apparenza e di sostanza.

 

 

Siamo oramai troppo scettici in Italia sugli effetti del controllo sui cambi, per credere che un qualche risultato si possa raggiungere facendo obbligo a coloro, i quali vogliono vendere franchi per comperare sterline o dollari, di ottenere la previa autorizzazione delle camere di commercio. Ciò può servire a dare un fastidio notevole agli industriali ed ai commercianti genuini, i quali dovranno piatire consensi per poter pagare le merci che essi hanno importato dall’estero. In Italia abbiamo avuto industriali rovinati per il diniego opposto dall’istituto dei cambi a concedere la necessaria quantità di divisa estera. È in piedi ancora una annosa disputa intorno alle gravissime perdite subite da certi armatori liguri, i quali avrebbero potuto pagare i piroscafi comprati in Inghilterra comperando sterline a 35, e non li poterono pagare, perché l’istituto dei cambi negò la fornitura delle sterline ed ora queste si debbono acquistare intorno a 100.

 

 

Uno dei metodi che l’esperienza consiglia per evitar rischi di cambi è quello di coprirsi, in caso di importazione, con l’acquisto immediato di cambi a consegna futura. Tizio ha acquistato, pagamento a tre mesi, 10.000 sterline di materie prime, che sa di potere convenientemente trasformare quando ogni sterlina non gli costi più di 97 lire o franchi. In qualità di industriale, egli non vuole fare lo speculatore sui cambi; non vuole attendere tre mesi a coprirsi, anche se spera che fra tre mesi le sterline varranno solo 90 lire o franchi, perché non vuole neppure correre il rischio che esse salgano a 100 e il rialzo annulli il beneficio della sua fatica industriale. Il controllo ufficiale dei cambi rende assai difficile tale opera di giusta previdenza industriale. Nel linguaggio ufficiale comperare o vendere cambi in anticipazione si chiama «speculazione» ed è cosa illecita.

 

 

A poco varranno l’obbligo per gli intermediari di essere autorizzati dal ministero delle finanze per negoziare in cambi, e la minaccia della revoca dell’autorizzazione in caso di irregolare tenuta del repertorio dei cambi. Non credo che mai in Italia le banche – poche, scelte con grande cautela e costrette a rendiconti minuziosi – abbiano guadagnato tanto sulle oscillazioni dei cambi come nel periodo in cui i cambi erano controllati. Colui, il quale ha paura di tenere in paese i suoi capitali, ha mille modi per trafugarli all’estero; né certamente va a chiederne licenza ai controllori governativi.

 

 

Ad impedire la fuoruscita dei risparmi importa inspirar fiducia ai capitalisti ed evitare di incutere loro inutili spaventi. Le imposte in se stesse non spaventano, quando si sa che esse sono necessarie e sono applicate a fini utili al risanamento del bilancio. Spaventano invece talvolta le modalità con cui certe imposte sono esatte. Ad esempio, spaventa in Italia più la temuta nominatività dei titoli che la imposta patrimoniale in atto. Questa implica il pagamento di una certa data somma; e, se si dura fatica ad abituarvisi, se talvolta in certi casi di esagerate valutazioni si ha la sensazione di un ingiusto trattamento, il sacrificio ha una data dimensione, nota e precisa. La nominatività parve peggiore, perché era l’ignoto; perché immobilizzava il titolo in mano al possessore, perché gli faceva temere, non a torto, noie grandissime, per realizzarlo, per liberarsi dal pagamento delle imposte dovute in passato ed, a causa di perdite, non più dovute in presente, perché gli toglieva la possibilità di procurarsi facilmente credito in quei modi semplici che il titolo al portatore consente e sono vietati al titolo nominativo. I danni indiretti della nominatività parvero ai detentori di gran lunga maggiori del vantaggio dello stato; e quel provvedimento, insieme con gli eccessi dell’imposta di successione e le asprezze nel non consentire giuste detrazioni di spese in imposte le quali giungevano al 100% furono causa che la coraggiosa abolizione del prezzo politico del pane non avesse subito tutto quell’effetto di fiducia cresciuta che essa meritava di produrre. È possibile perciò che l’istituzione del carnet di tagliandi per i titoli al portatore possa avere in Francia un effetto simile a quello della nominatività in Italia. Il carnet sarebbe una specie di nominatività attenuata: rimanendo i titoli al portatore, non si potrebbero incassare le cedolette di dividendi ed interessi senza staccare da un proprio carnet un foglietto da consegnare alla banca, istituto, agente pagatore, foglietto che, trasmesso alla finanza, servirebbe per controllare le dichiarazioni dei contribuenti. Questo il concetto del carnet, che si presta a mille inganni, che recentemente le camere francesi volevano introdurre, ma dovettero respingere per l’opposizione ferma del ministro delle finanze, il quale dichiarò allora che l’adozione della proposta sarebbe stata deleteria per il credito francese. Giudicando la questione, non dal punto di vista di una astratta giustizia tributaria, ma della convenienza di un paese in cui i prestiti pubblici non classati sono imponenti, è grandemente dubbio se l’inasprire i detentori di titoli mobiliari giovi a sostenere il franco.

 

 

Gioveranno invece indubbiamente le altre proposte; di cui la principale è l’aumento del 20% di tutte le imposte eccetto i dazi doganali vincolati da trattati internazionali. In molti casi l’aumento è apparente: pagare 5 franchi di imposta di fabbricazione o di prezzo di monopolio o di dazio doganale su ogni quintale di una data merce, quando il franco vale 30 centesimi-oro o pagare 6 franchi quando il franco vale 25 centesimi-oro è indifferente. In ambi i casi si pagano 1,50 franchi-oro. L’aumento del 20% è effettivo per le imposte dirette sui redditi e per quelle sugli affari; altra cosa essendo pagare il 5% su un reddito 100, ovvero il 5% cresciuto del 20% ossia portato al 6% su un reddito anch’esso cresciuto, per la svalutazione monetaria, a 120. Nel primo caso si pagano 6 franchi-carta equivalenti, a 30 centesimi l’uno, a 1,50 franchi-oro; nel secondo 7,20 franchi-carta, equivalenti, a 25 centesimi l’uno, ad 1,80 franchi-oro. Se l’amministrazione finanziaria francese saprà, come promette uno speciale provvedimento per le terre e le case, rivalutare i redditi, qui ci sarà un vero incremento di imposte. Incremento doveroso e sopportabile; ché le percentuali d’imposta in Francia sono sempre state straordinariamente più basse che in Italia. Quando da noi si pagava il 7,50, il 9, il 10 ed il 13,20% sulla ricchezza mobile, in Francia i contribuenti pagavano il 2 ed il 4% e strillavano forte. Anche ora, dopo gli aumenti progettati, le aliquote francesi continueranno ad essere ragionevoli; ed in ciò fanno bene, perché le aliquote assurde non furono mai produttive.

 

 

I provvedimenti annunciati intorno ai premi per anticipo di contribuzioni dirette e di multe contro i ritardatari devono essere l’indice di un male che in Italia non è conosciuto. Il ritardo nel pagare imposte da noi si ha solo quando l’ammontare è in contestazione; ed in tal caso il ritardo è inevitabile e sarebbe immorale far pagare interessi di mora e multe per ritardi derivanti da esagerate pretese della finanza. Ma quando la cifra è accertata e l’imposta va a ruolo, l’esazione avviene da noi con puntualità grandissima.

 

 

Il provvedimento più benefico è quello relativo alle economie. Non si deve calcolare fra queste la creazione di una cassa per le pensioni di guerra, la quale si assumerebbe il servizio delle pensioni. È un vecchio espediente che consiste nel sostituire ad un onere di bilancio decrescente, in un certo numero di anni, da 100 a zero, un onere costante, ad esempio, di 40. Puro spediente senza contenuto sostanziale, che in realtà si riduce a contrarre un debito con una cassa, incaricata di fare il servizio delle pensioni. Ma le economie che si vogliono ottenere per un miliardo all’anno sono vere economie e saranno vantaggiosissime. La Francia è un vecchio paese, i quadri della cui amministrazione risalgono a Napoleone. Dopo di allora non si abolì mai nulla di ciò che esisteva e solo si fecero appiccicature di nuovi servizi sui vecchi, con doppioni, triploni senza numero. Ricordo di aver letto che la sola soppressione di piccoli ospedali militari e marittimi senza malati poteva recare un’economia di 7 milioni di franchi; la fusione dei sorveglianti dei ponti con quelli delle strade 8 milioni; la soppressione dei piccoli collegi nazionali con pochi allievi 5 milioni; la soppressione di 240 piccole carceri senza scopo in tempi di ferrovie 2 milioni; la soppressione dei sottoprefetti 7 milioni per lo stato e 4 per i dipartimenti; la riduzione delle scuole normali ad una per regione 9 milioni e così via. In fondo, si tratta degli stessi problemi che furono in parte posti ed in parte risoluti in Italia; né credo che noi abbiamo da imparare gran cosa dalla esperienza francese. Lo spavento del franco calante non sarà tuttavia passato invano sulla Francia se l’avrà potuta persuadere alla revisione di vecchie usanze amministrative e tributarie divenute col tempo antiquate o nocive.

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