La lotta presidenziale negli Stati uniti

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 17/10/1896

La lotta presidenziale negli Stati uniti

«La Stampa», 17 ottobre 1896

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi,Torino, 1959, pp. 12-15

 

 

Da tre mesi negli Stati uniti si combatte una delle più accanite lotte elettorali che la storia della giovane repubblica americana ricordi. I candidati dei due antichi e storici partiti danno prova di una forza di resistenza davvero straordinaria; milioni di cittadini degli Stati uniti hanno potuto oramai sentire la voce del Mac Kinley e del Bryan.

 

 

I telegrammi europei danno quasi universalmente per sicura la vittoria del primo; ed è naturale, se si pensa che essi vengono quasi tutti da Londra e da Nuova York, due centri finanziari di primissimo ordine, dove la vittoria del Bryan sarebbe il segnale di una crisi intensa e di un perturbamento gravissimo nelle transazioni monetarie.

 

 

Il Mac Kinley è oramai troppo noto anche in Italia a cagione della tariffa doganale che da lui si intitola.

 

 

Nel pieno vigore dell’età, a cinquantatre anni, esso è il capo riconosciuto della falange protezionista che tanto danno ha fatto alle industrie europee. Nato povero come molti dei suoi compatrioti giunti alla presidenza, egli deve tutto a se stesso ed all’opera sua di avvocato. Rovinato dal fallimento di un amico, di cui si era reso garante, egli pagò fino all’ultimo centesimo, e si rimise al lavoro; soldato per quattro anni durante la guerra di secessione, conserva ancora il grado di maggiore; devoto fedelmente alla moglie da lunghi anni ammalata, egli nell’ultima campagna è sfuggito, per l’esemplarità della sua vita privata, agli attacchi furibondi della stampa avversa, poco incline a rispettare anche i segreti intimi della vita degli uomini pubblici.

 

 

Convinto protezionista, si può dire che nel congresso non si sia mai alzato se non per difendere la causa che egli crede avere la massima importanza pel suo paese. Egli è uno dei più poderosi oratori americani. Durante il grande giro del 1894, frutto della candidatura presidenziale, più di due milioni di persone in diciotto stati udirono la sua voce. Egli riuscì a pronunciare diciassette discorsi in ventiquattro ore; ad Hutchinson nel Kansas trentamila persone erano presenti ad un suo discorso; ed a Topeka non meno di venticinquemila si radunarono a sentire la sua parola. Quando parla si vede l’uomo d’affari; il suo discorso è netto, incisivo, privo d’ogni inutile declamazione; egli va diritto al suo scopo e disdegna i voli oratori e le fioriture poetiche.

 

 

Tipo compiutamente opposto è il suo avversario William Jennings Bryan. Sconosciuto, o quasi, fino a pochi mesi fa, egli deve la sua immensa popolarità attuale ad un discorso, o meglio ad una frase. Giovanissimo, ha appena trentasei anni; a dodici anni soggiogava già col fascino della sua parola migliaia di uditori; a 29 anni converte, dopo un’accanita campagna elettorale, una maggioranza di 3.000 repubblicani in una maggioranza di 6.700 democratici e riesce a farsi mandare al congresso; ed ivi i suoi discorsi sulla libera importazione della lana e sulla libera coniazione dell’argento lo fanno paragonare a Demostene. Nel 1894 si ritira per presentarsi candidato al senato, ed è sconfitto. Per due anni rimane nell’ombra e lavora nel giornalismo; ed ancora alla convenzione di Saint Louis, la quale nominò il Mac Kinley, mandava, confuso cogli altri giornalisti, corrispondenze ad un sindacato di gazzette argentiste. Un mese dopo, con stupore universale, era nominato, in mezzo a frenetiche acclamazioni, candidato del partito democratico alla presidenza.

 

 

Quando cominciò a parlare, nessuno credeva che egli sarebbe stato il vincitore. In realtà, la situazione economica era mutata dopo le precedenti elezioni; ed era diffusa l’opinione che la passata credenza nella prosperità nazionale fosse un mito sotto cui si nascondeva un’abile manovra degli industriali e dei monopolisti per procacciarsi eccessivi ed immeritati profitti. Il malcontento si è allargato sotto la pressione della crisi agraria ed industriale imperversante; ed in un paese dove la forza organizzatrice delle masse è grandissima, ha assunto forme imponenti. In pochi anni, dal 1888 al 1894, il People’s Party, schernito dagli avversari col nome di Populism è balzato da 150 mila ad un milione e mezzo di voti.

 

 

Il nuovo partito è il risultato della fusione dei Cavalieri del lavoro e delle organizzazioni agricole; esso, pure non dichiarandosi francamente socialista, domanda la nazionalizzazione delle ferrovie e dei telegrafi, l’imposta progressiva sul reddito, l’abolizione delle banche nazionali, la confisca delle proprietà degli stranieri e delle società ferroviarie, la giornata delle otto ore, il sistema dell’iniziativa o del referendum, un’abbondante circolazione di carta moneta rimborsabile, emessa dallo stato, in proporzione di 50 dollari per abitante, e la libera ed illimitata coniazione dell’argento secondo il rapporto di 16 ad 1.

 

 

Sarebbe ora troppo lungo accennare quali pericoli si annidino nella domanda veramente grave di una circolazione non minore di 50 dollari per abitante (a questo saggio l’Italia dovrebbe avere una circolazione di 7 miliardi e mezzo di lire) e quali strane illusioni i farmers nutrono nelle miracolose virtù della cheap money o moneta a buon mercato.

 

 

Vi è molto di passeggero e di temporaneo nella attuale agitazione dei populists e degli argentisti; il malcontento presente è la conseguenza necessaria della grave crisi economica attraversata negli scorsi anni dagli Stati uniti; quando, come è già avvenuto altre volte, ritornerà l’onda della prosperità e degli alti prezzi a beneficare le terre americane, verrà meno naturalmente l’agitazione prodotta dalle tristi condizioni in cui si trovano ora gli operai ed i farmers. Nel frattempo gli argentisti, se anche riuscissero ad eleggere alla presidenza il loro candidato, non riusciranno a fare molto male; la costituzione americana pone barriere infrangibili contro i mutamenti troppo rapidi nella legislazione e nella vita del paese. Il sistema dei contrappesi impedisce al solo organo del potere legislativo di imporre la sua volontà; e quasi mai un solo partito impera in tutte e tre le specie della rappresentanza popolare.

 

 

Quand’anche poi riuscisse al Bryan di far approvare i capisaldi del proprio programma, rimane la grande forza conservatrice degli Stati uniti: la Corte suprema di giustizia; e noi abbiamo visto recentemente come essa abbia osato dichiarare incostituzionale e nulla l’imposta progressiva sul reddito. Il germe gettato nella lotta elettorale presente non andrà però perduto; nuove questioni cominciano ad attrarre eziandio l’attenzione del popolo negli Stati uniti; l’esperienza dolorosa delle cose lo persuaderà ad affidarsi meno a rimedi chimerici e grossolani, come l’abolizione dei debiti, ed a seguire la via splendidamente tracciata dagli altri rami della grande famiglia anglosassone nell’Inghilterra e nell’Australia.

 

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