La mediazione del lavoro

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 24/04/1901

La mediazione del lavoro

«La Stampa», 24 aprile 1901

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 334-338

 

 

Lo sciopero, che ancora dura, dei marinai di Genova, quello, prolungatosi a lungo nella nostra Torino, degli operai fonditori ed altri numerosi che si minacciano nelle campagne dell’alta Italia hanno reso di attualità un argomento: quello della mediazione del lavoro.

 

 

In tutti codesti scioperi si è discusso e si discute di molte questioni: di salari, di ore di lavoro, di cottimo, ecc. ecc. In fondo a tutte queste contese sta un problema fondamentale: in qual modo debbano essere trattate e risolute le questioni insorgenti tra operai e principali. Ieri a Torino gli operai fonditori chiedevano che fosse riconosciuta la loro lega come l’emanazione collettiva della loro classe, come il corpo con cui gli industriali dovevano trattare e discutere le questioni di orario, di paga, di assunzione in servizio, di modalità del lavoro, di licenziamento. Oggi a Genova i marinai chiedono che alla loro lega venga riconosciuto il diritto di stabilire il turno di servizio sulle navi e soltanto agli iscritti regolarmente sia data dagli imprenditori occupazione.

 

 

Son domande che dimostrano come sia sentito ed universale il bisogno di un istituto il quale metta a contatto operai e principali, faccia conoscere gli uni agli altri, togliendo in tal modo una delle principali cause della disoccupazione; e dia ad essi il mezzo di trattare i patti del lavoro non individualmente ma in quel modo ordinato e collettivo che è richiesto dalle condizioni dell’industria moderna.

 

 

Tre sono i sistemi principali a cui si può ricorrere per creare gli istituti di mediazione del lavoro: il sistema che si può dire inglese delle leghe autonome, il sistema francese del patronato, ed il sistema germanico degli uffici municipali. Tutti e tre questi sistemi sono stati applicati con varia fortuna anche in Italia; ed è utile che del loro concetto informatore e delle loro applicazioni italiane si tenga parola affinché il pubblico conosca i mezzi ai quali si può ricorrere per risolvere i problemi tra capitale e lavoro e gli uomini di stato ne traggano argomento ad una azione legislativa, la quale sembra ogni dì più urgente.

 

 

Il primo sistema, delle leghe indipendenti, ha registrato i maggiori trionfi nei paesi di stirpe anglo – sassone. In conformità al loro genio nazionale, gli inglesi e gli americani, sia operai che padroni, di malavoglia tollerano l’intervento nelle loro questioni dei poteri governativi o cittadini; e neppure si piegano gli operai a subire il patronato degli imprenditori. Dotati di notevole iniziativa, gli operai hanno costituito una meravigliosa rete di Trade-Unions od unioni operaie, le quali provvedono ad accumulare fondi di resistenza in caso di sciopero, di assicurazioni contro la vecchiaia, la invalidità, la disoccupazione, ecc. Non solo, ma per mezzo di un proprio ufficio permanente di segreteria, le unioni forniscono ai soci le indicazioni opportune sui luoghi dove abbonda o difetta il lavoro, trattano cogli industriali le questioni del lavoro e di solito felicemente le risolvono.

 

 

Dal canto loro gli industriali, ad imitazione degli operai, si sono stretti in potenti leghe, le quali, per mezzo di propri uffici di segreteria, si mettono a contatto delle leghe operaie, ricevono forniscono notizie intorno all’offerta ed alla domanda di lavoro e discutono, come si disse, le vertenze che ogni giorno insorgono nel campo industriale.

 

 

Al tipo inglese di organizzazioni autonome di operai e di imprenditori, indipendenti le une dalle altre ed indipendenti amendue dalla tutela e dall’ingerenza governativa o comunale, si inspirano od almeno vorrebbero inspirarsi le camere del lavoro in Italia; le quali però, talvolta hanno sollecitato ed ottenuto l’aiuto finanziario dei comuni, dandosi un’apparenza – estranea alla loro genuina natura di emanazione pura e semplice della classe operaia – di organi imparziali di mediazione del lavoro. Poiché tuttavia le camere o leghe degli operai non furono quasi mai volute riconoscere dagli industriali sia singoli, sia associati, è mancato il modo di scorgere se dal vicendevole contatto di questi due diversi ordini di leghe potesse sorgere, come in Inghilterra, un’azione benefica di soluzione dei problemi operai.

 

 

Appunto a causa degli ostacoli che nel nostro paese incontrò l’istituto libero britannico, si pensò ad altri modi di mettere a contatto capitale e lavoro.

 

 

Il metodo cosidetto del patronato, – che ha avuto fortuna specialmente in alcune industrie francesi e per cui la funzione di intermediazione viene esercitata da un ufficio istituito da filantropi, appartenenti per lo più alle classi dirigenti – non sembra in Italia destinato a successo.

 

 

I filantropi si stancano spesso di pagare, e gli operai, spesso non senza ragione, divengono sospettosi di uffici istituiti da uomini di ceto diverso per procacciar loro i benefizi di un’occupazione e di equi patti di lavoro.

 

 

Favore crescente incontra invece il terzo sistema, imitato dalla Germania, dove è floridissimo, e di cui hanno preso l’iniziativa da noi le città di Brescia, Vercelli ed Asti.

 

 

È il sistema degli uffici municipali. Non leghe autonome di operai e di imprenditori, a cui si rimprovera di essere non tanto organi di pace e di lavoro quanto strumento di lotta; non uffici di patronato che per il loro carattere di filantropia esercitata benignamente dai ricchi a pro dei poveri non ispirano ai poveri fiducia; ma uffici imparziali, istituiti con determinate guarentigie dai comuni, di cui tutte le classi sociali siano chiamate a far parte e che si consacrino col solo intento dell’utile sociale a trovar lavoro ai disoccupati, a mettere a contatto operai ed industriali ed a facilitare, col consiglio e coll’arbitrato, la soluzione delle questioni del lavoro. È un ente autonomo, che non è l’emanazione di una sola classe, ed in cui tutte le classi sono rappresentate e discutono sotto la guida moderatrice ed imparziale di un pubblico magistrato municipale.

 

 

A Vercelli, ad esempio, per iniziativa dell’on. Piero Lucca, tipo di conservatore all’inglese, è stata approvata la istituzione di un consiglio» e di un «ufficio del lavoro». Il «consiglio del lavoro» propone al sindaco i provvedimenti utili all’incremento dell’industria e del commercio cittadino, si interessa affinché le contrattazioni del lavoro si concludano con equità fra committenti e lavoratori, interviene onde risolvere equamente le divergenze fra capitale e lavoro, vigila a che siano applicate le leggi protettive del lavoro e sovraintende all’andamento dell’ufficio del lavoro.

 

 

Il consiglio è presieduto dal sindaco o da un assessore delegato ed è composto da dodici membri eletti dal consiglio comunale e scelti:

 

 

  • uno, fra i consiglieri comunali;
  • uno, fra tre industriali proposti dalla camera di commercio di Torino;
  • uno, fra tre industriali e commercianti proposti dal casino di commercio di Vercelli;
  • uno, fra tre proprietari e conduttori di fondi proposti dal consiglio agrario;
  • uno, fra tre capo-mastri;
  • uno, fra tre esercenti proposti dalla società degli esercenti;
  • cinque, fra quindici operai di varie arti e mestieri proposti dai soci effettivi delle associazioni di operai aderenti all’ufficio municipale del lavoro;
  • uno, fra tre lavoratori della terra proposti dal consiglio agrario.

 

 

Come agevolmente si scorge, tutte le classi sociali sono chiamate a partecipare alla costituzione del consiglio del lavoro che, sotto la guida del sindaco, cercherà di risolvere a Vercelli le questioni operaie.

 

 

Ma prima che a risolvere le possibili quistioni occorre pensare a procacciar lavoro agli operai che ne difettano; ed a ciò provvede l’ufficio del lavoro, pure esso municipale, presieduto dal sindaco o dall’assessore delegato e diretto dal segretario – capo del municipio.

 

 

L’ufficio del lavoro raccoglie le notizie e fornisce ai committenti ed ai lavoratori le informazioni necessarie al fine di procurare agli uni il personale, agli altri l’occupazione, assistendo i lavoratori per facilitare il loro collocamento; raccoglie le notizie, consiglia, istruisce ed assiste i lavoratori del comune per la ricerca del lavoro anche in altri comuni all’interno ed all’estero; assiste gli emigranti nell’esaurimento delle pratiche necessarie al fine di garantire che il lavoro promesso sia assicurato.

 

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