La mobilitazione industriale

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 11/06/1915

La mobilitazione industriale

«Corriere della Sera», 11[1] e 14[2] giugno, 1[3] e 5[4] luglio 1915

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 203-221

 

 

I

Le notizie le quali giungono da molte ed autorevoli fonti intorno alle cause della ritirata dell’esercito russo sono concordi nell’attribuire la massima responsabilità al difetto di munizioni e di materiale da guerra. La insufficiente potenzialità, a cui si sta ora energicamente ponendo rimedio, delle officine russe, la eccezionale prolungata chiusura del porto di Arcangelo, lo scarso rendimento della Transiberiana hanno posto il valoroso esercito russo in una condizione temporanea di inferiorità, la quale deve fare meditare tutti intorno ad uno dei caratteri essenziali della guerra odierna. In Francia ed in Inghilterra già si afferma che noi facciamo una guerra di materiale e di industria e si è decisi a fare ogni sforzo alfine di sormontare l’ostacolo.

 

 

In Inghilterra oramai il problema più difficile non è quello degli uomini, ma del munizionamento. La nomina del signor Lloyd George a titolare di un nuovo dicastero delle munizioni ed il silenzio sulla coscrizione obbligatoria, insieme con l’allontanamento del signor Churchill dall’ammiragliato, dove la sua attività esuberante era divenuta pericolosa, sono, dal punto di vista militare, i fatti essenziali dell’ultima crisi di gabinetto. Lasciando a lord Kitchener di provvedere alla organizzazione dell’esercito, si è voluto affidare ad un uomo, di cui anche coloro che non lo ammirano sono costretti a riconoscere l’attività entusiasta e l’energia di persuasione, l’ufficio di accelerare la produzione del materiale e delle munizioni da guerra. Qui il problema non è più militare, ma industriale e tecnico; epperciò se ne volle affidare la soluzione ad un uomo il cui ascendente sugli industriali e sugli operai è grande e che sembrava in grado di risolvere l’inquietante dilemma sorto fra la necessità di molti combattenti e l’uguale necessità di molte munizioni. Il contrasto, è inutile negarlo, esiste. Se si spingono gli arruolamenti, si diminuisce la potenzialità delle fabbriche; e nel momento presente questa importa anzitutto di accrescere, se si vuole la vittoria. Il Board of Trade (ministero dell’industria e del commercio) ha compiuto delle indagini speciali in proposito, da cui è risultato che nei mesi scorsi gli arruolamenti avevano gravemente diminuito la capacità di produzione di materiale e munizioni da guerra. Ogni settimana, i rapporti provenienti dai centri siderurgici inglesi mettono in chiaro come i ritardi negli approvvigionamenti dipendano da mancanza di operai pratici ed abili. I ministri unionisti andati ora al governo non insistono nelle loro idee favorevoli alla coscrizione obbligatoria perché si sono persuasi che il problema delle munizioni debba avere la precedenza su ogni altro. In questo momento la coscrizione obbligatoria disorganizzerebbe le industrie di guerra.

 

 

Anche in Francia, il problema è stato posto in occasione di varie proposte parlamentari intese a promuovere revisioni delle liste dei riformati, esentati o classificati nei servizi ausiliari, affine di crescere l’esercito mobilitato. Le ampie discussioni avvenute sui giornali francesi hanno dimostrato come le revisioni siano state utili in generale ed abbiano consentito di aumentare di più di 600.000 uomini l’esercito combattente. Ma hanno altresì chiarito come la utilità di questi provvedimenti incontri un limite, nel punto in cui comincierebbe la disorganizzazione dell’industria, dell’agricoltura e dei trasporti. Gli eserciti moderni, vere leve in massa, non possono sussistere senza che dietro ad essi vi sia una nazione che lavora e produce. Bisogna che gli eserciti siano mantenuti, vestiti, forniti di armi e di munizioni; e, mentre gli eserciti consumano quantità strabilianti di ogni cosa loro occorrente, fa d’uopo che, sia pure in proporzioni minori, gli alimenti non manchino alla popolazione civile. Ora, se per la agricoltura e per molti lavori sedentari, anche un personale di vecchi, di deboli, di donne può bastare, non così per talune industrie essenziali, come i trasporti e gli stabilimenti industriali. Qui sono necessari uomini nel fiore della vigoria e sovratutto esperti nel genere di lavoro che a loro si domanda. Nei primi mesi della guerra, non essendosi posto mente a sufficienza a questo punto, molte industrie francesi rimasero disorganizzate; e ben presto gli effetti si fecero sentire sugli approvvigionamenti dell’esercito e sui munizionamenti. Sicché oggi si sta facendo un po’ di cammino all’indietro, essendosi persuasi che questa è una guerra, come fu detto sopra, di materiale e di industria. Se si vuole che gli uomini al fronte vincano, occorre che tutta l’industria sia mobilitata e che ai lavori delle officine attendano uomini alacri, esperti e vigorosi.

 

 

In Italia, il ministero della guerra si è lodevolmente preoccupato di queste impellenti esigenze industriali della guerra moderna, esentando dall’obbligo militare gli uomini necessari alle forniture necessarie per l’esercito e la marina da guerra.

 

 

Importa che questa esenzione non venga considerata come un privilegio, bensì come un modo di servire efficacemente l’esercito combattente. Di ciò occorre siano specialmente persuasi gli industriali. Ciò che ora sta facendo il signor Lloyd George in Inghilterra dovrebbe farsi in Italia. Bisogna pensare che il consumo delle munizioni è spaventevolmente rapido e che quindi è urgente il concorso di tutte le forze disponibili. Siamo noi sicuri che tutti gli stabilimenti siderurgici, meccanici, che tutti gli opifici i quali, con mutamenti più o meno grandi, possono essere adattati alla fabbricazione di forniture militari, abbiano rivolta la loro attività a questo intento?

 

 

È probabile che i ministeri militari siano pronti a dare nuove ordinazioni di munizioni, di materiale e di forniture e siano costretti a tenerle in sospeso, perché gli stabilimenti attrezzati all’uopo lavorano già tutti in pieno e non si ricevono dall’industria privata nuove offerte di assunzioni di lavoro. In questi frangenti, ogni industriale dovrebbe fare un esame di coscienza: il lavoro in corso, remunerativo fin che si voglia, non può essere sospeso, per far luogo a qualche altro lavoro per lo stato? Non sarebbe possibile, con qualche nuova macchina o qualche modificazione agli impianti mettersi in grado di soddisfare alle richieste del governo? Se si sono assunti obblighi di consegna verso privati, parmi che sia sempre possibile prorogarne l’esecuzione, grazie al decreto del 28 maggio, di cui, ove occorra, potrebbe estendersi la portata, il quale considerava la guerra come un caso di forza maggiore. Le ordinazioni militari dovrebbero avere la precedenza assoluta su tutte le ordinazioni private. Nessuno sforzo dovrebbe dagli industriali essere risparmiato. Tanto meglio se il risultato potrà essere ottenuto volontariamente e per iniziativa degli stessi industriali. Ogni produttore dovrebbe fare presenti al ministero della guerra le sue offerte, indicare che cosa si sarebbe disposti a fabbricare, con quali termini di resa ed eventualmente con quali modificazioni negli impianti. Trattandosi di lavori urgenti, non vi potrebbero essere obiezioni neanche ad eventuali anticipi governativi, concessi con le dovute garanzie a quegli industriali i quali non si trovassero in grado di eseguire con capitali propri le necessarie modificazioni agli impianti esistenti.

 

 

Tutto questo lavoro, che deve essere di esecuzione rapida, è certo nella mente del governo. Occorre che gli industriali lo secondino e lo prevengano. Non attendano che la mobilitazione dell’industria sia decretata per obbligo. In Inghilterra a questo si è già arrivati, decretando che lo stato possa impadronirsi di ogni stabilimento od ordinare ai proprietari di produrre secondo le direttive ministeriali. In Italia il governo ha già all’uopo i poteri occorrenti. Ma sarebbe desiderabile non fosse costretto a servirsene. Gli accordi volontari fra industriali e ministeri militari promettono di riuscire più efficaci. Se ognuno penserà ai lavori privati, i quali possono essere sospesi senza danno ed alle forniture militari che si potrebbero assumere; se gli industriali collaboreranno tutti col governo, per agevolare a questo la continuata e febbrile produzione di munizioni e di materiali richiesta dalla guerra, il problema sarà risoluto. E si sarà vinta una grande battaglia.

 

 

II

Importa ritornare sopra al problema della mobilitazione industriale, la cui importanza non è certo minore in Italia di quanto non sia in Francia ed in Inghilterra, dove uomini di governo e giornali sono oramai persuasi che la guerra sarà vinta nelle officine non meno che sui campi di battaglia. Il problema è poliedrico; molteplici essendo i punti di vista da cui lo si può riguardare. Non bisogna soltanto apprestare la massima quantità di munizioni e di strumenti bellici per il nostro esercito; ma impedire eziandio che gli eserciti avversari possano crescere la loro forza grazie ad aiuti che la nostra industria inconsapevolmente può essere tratta a fornire ad essi. Né gli strumenti della vittoria sono sempre soltanto bellici od almeno non sono sempre direttamente tali. Un arricchimento degli avversari procurato per mezzo nostro può equivalere ad un rafforzamento militare e può fornire ad essi i mezzi per resistere più a lungo contro i nostri eserciti. D’altro canto non bisogna dimenticare mai che confische e rappresaglie sono armi a doppio taglio e che può darsi sia maggiore il danno nostro di quello recato al nemico quando il provvedimento scelto sia inefficace o parziale. È difficile operare in questa materia secondo una linea retta; ed i provvedimenti più ovvi non sono sempre quelli più efficaci. Qui, senza porre regole generali, si faranno alcune osservazioni particolari a guisa d’esempio.

 

 

Il nemico può avvantaggiarsi militarmente ai nostri danni non solo se noi non apprestiamo tutti gli strumenti atti a combatterlo in copia bastevole e con la necessaria rapidità; ma anche se noi consentiamo l’approvvigionamento suo attraverso al nostro territorio e fors’anche per mezzo di ordinazioni commesse alla nostra industria. Sono troppo insistenti le voci, secondo le quali Germania ed Austria continuerebbero a far notevoli acquisti in Italia ed a far lavorare ad alta pressione talune nostre fabbriche, grazie al transito attraverso la Svizzera, perché si debba essere sicuri che quelle voci siano del tutto fantastiche. Naturalmente non tutte le consegne che noi facessimo, attraverso la Svizzera, al nemico, sarebbero in ugual modo pericolose per noi. Se gli austro-tedeschi continuassero ad acquistare da noi aranci e limoni, libri scientifici, tessuti di seta, mobili di lusso e simiglianti cose innocue, ben potremmo consentire tale traffico, il quale ridonderebbe a nostro beneficio, crescendo la domanda di lavoro di persone poco atte ad altre occupazioni e creando una ragione di credito all’estero a favore dell’Italia. Ma è molto dubbio se gli austriaci abbiano molta voglia di approvvigionarsi ora di siffatti gingilli in Italia: mentre si dice facciano sforzi energici per acquistare derrate alimentari, filati di cotone ed altre merci che possono giovare a prolungare la loro resistenza bellica.

 

 

Impedire l’attuazione di questo piano non dovrebbe essere impossibile. Noi siamo in eccellenti relazioni di amicizia con la Confederazione svizzera; ed abbiamo già concluso accordi con essa intorno al quantitativo mensile di parecchie derrate che la Svizzera può introdurre dall’Italia sul suo territorio. Si estendano e si perfezionino questi accordi sulla base del vero fabbisogno della vicina nazione, il quale può dedursi dalle statistiche delle importazioni degli anni scorsi dall’Italia, dalla Francia e dagli altri paesi esteri e dalle statistiche dei raccolti interni. La Svizzera ha ragione di acquistare all’estero tutto ciò che le è necessario per vivere; e noi abbiamo dovere e convenienza di aiutarla a sorpassare, senza sacrifici non necessari, la terribile tormenta, da cui è stata avviluppata. I suoi uomini di stato sono certamente concordi nel volere che la neutralità svizzera non serva di pretesto all’esercizio di un contrabbando utile ad uno solo dei gruppi politici combattenti. Il traffico di merci e derrate non può rimanere nascosto; e, volendo, si può impedire che i paesi nemici si approvvigionino ai nostri danni. Più difficile a scoprirsi e più complesso nei suo effetti è il traffico del denaro. A cominciare dall’Inghilterra, dove si sono risuscitate vecchie leggi contro i nemici del re allo scopo di impedire ogni pagamento di denaro fatto da inglesi o stranieri abitanti in Inghilterra a tedeschi od austriaci, è stata tutta una fioritura di provvedimenti, i quali intendono ad impedire l’arricchimento del nemico. Il metodo a cui si ricorse più spesso fu il sequestro delle aziende, dei beni, dei titoli, dei crediti e del denaro spettante a stranieri. Sequestro, si noti; il che è una cosa assai diversa dalla «confisca» ripudiata da tutti gli stati moderni e che sinora nessuno stato ha osato far rivivere. Il sequestro ha effetti puramente conservativi, ed ha per iscopo di impedire che, durante la guerra, il nemico possa disporre degli averi suoi ai nostri danni. Contro il quale suo unico vantaggio, si possono notare parecchi inconvenienti: le spese enormi di amministrazione degli uomini di legge o ragionieri nominati sequestratari, l’arresto dell’attività di aziende, le quali potevano forse essere utili al paese, talvolta la loro rovina con danno dei proprietari stranieri ed insieme delle maestranze e dei clienti nazionali, spesse volte preoccupazioni e spese per quei nazionali, i quali si trovavano in rapporti di affari con le ditte sequestrate e che non possono continuarli, perché i sequestratari si incaricano solo di liquidare e di incassare denari. Lagnanze infinite contro l’opera dei sequestratari si lessero sui giornali francesi.

 

 

Ove non si voglia venire ad una confisca, il punto essenziale non è di rovinare le imprese nemiche esistenti sul territorio nazionale, ma di impedire che il nemico possa arricchirsi, per loro mezzo, durante la guerra. Il problema pare si riduca a questo: impedire al nemico di procacciarsi munizioni economiche di guerra e cioè denaro contante e mezzi per far denaro contante, grazie a rimesse dei suoi connazionali od anche di italiani. Fra lo straniero, residente in Italia, il quale realizza 100.000 lire di sue merci e ne invia l’importo in Austria e l’italiano, il quale paga all’Austria un suo debito di 100.000 lire non c’è sostanzialmente differenza; amendue crescendo di 100.000 lire la capacità d’acquisto dell’Austria. Perché ne sia aumentata anche la forza di resistenza militare, occorrerà, è vero, che l’Austria riesca a trasformare le 100.000 lire di denaro in derrate o merci, attraverso la Scandinavia o la Romania o la Svizzera; ma certamente la rimessa di denaro fatta dall’Italia le giova per raggiungere lo scopo.

 

 

Impedire quindi, oltre alle esportazioni di merci o derrate, anche i pagamenti al nemico; ecco un postulato della nostra difesa economico-militare. Forse il mezzo migliore di attuarlo, oltre le proibizioni legali, può essere l’opera di persuasione sulle banche, attraverso a cui passa tutto il traffico della divisa estera; e senza la cui cooperazione male possono farsi pagamenti di qualche entità. Il recente inasprirsi del cambio sulla Svizzera in confronto del cambio su Francia tenderebbe a provare che l’Italia sta facendo pagamenti in Germania ed Austria, coll’intermediazione degli istituti di credito del vicino paese. Il governo e gli istituti di emissione possiedono troppi mezzi di persuasione, specie nel momento attuale, in confronto a quanti esercitano l’industria bancaria, per ritenere che sia impossibile impedire i pagamenti all’estero. Gioverà all’uopo molto il tatto e la cognizione di ogni singola concreta operazione; poiché un pagamento fatto al nemico può essere giovevole a noi, quando esso sia fatto a condizione che il nemico paghi a noi una equivalente somma in saldo di un suo debito. Nel qual caso nessuno dei due si arricchisce nel momento attuale, cancellandosi unicamente i debiti rispettivi. Nessuno meglio dei dirigenti del mercato monetario può risolvere, con vantaggio del paese, siffatti delicati problemi di economia bellica. La Banca d’Italia ed il ministero del tesoro sono gli organi naturali di attuazione di questo punto del programma di difesa economica; e, quando ne avessero la facoltà, non dubito che saprebbero egregiamente assolvere il loro compito.

 

 

III

Vi sono alcuni punti del problema delle munizioni, i quali meritano di essere discussi pubblicamente, poiché la formazione di una sana opinione pubblica è di grande aiuto al governo nella sua opera di organizzazione delle forze produttive del paese. E poiché il problema, prima che in Italia, si è presentato in Inghilterra ed in Francia, è opportuno mettere in luce alcuni dei punti più caratteristici che in quel paese si stanno agitando. Il signor Lloyd George nel suo discorso alla Camera dei comuni e gli oratori, che dopo di lui parlarono, ebbero il merito di insistere assai francamente su questo punto.

 

 

Come ed a chi dare le ordinazioni? In un grande paese industriale, esistono, in tempo di guerra, numerosi stabilimenti siderurgici e meccanici, i quali non hanno ordinazioni per il consumo ordinario e sarebbero felici di lavorare per conto del ministero della guerra. Ecco i due fattori che potrebbero rendere possibile e facile la produzione: il bisogno da parte dello stato ed il desiderio di produrre da parte degli stabilimenti industriali. Né occorre che questi siano senza lavoro, perché si dedichino alla produzione di armi e munizioni. Gli industriali sono sempre pronti a fabbricare le cose che fruttano maggior profitto ed a sospendere o ritardare la fabbricazione di ciò che rende meno.

 

 

Tuttavia, non sempre «bisogno» e «capacità di soddisfarlo» riescono a mettersi d’accordo. In quella stessa seduta alla Camera dei comuni sir Arthur Markham narrò di alcuni stabilimenti bene attrezzati, con una maestranza abbondante, che erano ben noti all’ammiragliato ed al ministero della guerra, i quali non avevano ricevuto una sola richiesta di fabbricare munizioni da guerra. Il fatto era vero; poiché il signor Lloyd George non oppose alcuna smentita.

 

 

Compito del nuovo ministero inglese delle munizioni, presieduto appunto dal signor Lloyd George, è di porre rimedio a questi ed altri difetti nell’organizzazione industriale della guerra. I capi dei ministeri militari, che distribuiscono le ordinazioni, e gli industriali non si conoscono abbastanza direttamente. I direttori degli uffici ministeriali pare che in Inghilterra fossero abituati a stipulare i contratti sempre sul medesimo stampo, nei modi più confacenti a certe abitudini tradizionali. Essi perciò erano portati a contrattare con intermediari, i quali a loro toglievano ogni fastidio e redistribuivano poi le ordinazioni tra i vari fabbricanti.

 

 

Dei danni prodotti da questo sistema dei sub-appalti il signor Lloyd George diede un esempio calzante, che in parte i giornali italiani già riprodussero, ma che è bene mettere in rilievo: in un certo distretto, in una città, il ministero della guerra era riuscito ad ottenere soltanto una produzione di 10.000 proiettili al mese; e ciò perché il ministero dava le ordinazioni ad alcune grandi ditte di armamenti, e queste, che erano sovraccariche di lavoro, subappaltavano le ordinazioni ricevute. Non sempre la collaborazione dei fabbricanti che potevano produrre veniva richiesta; forse le grandi ditte non avevano interesse a crearsi dei concorrenti. Quando il signor Lloyd George vide che occorreva andare sul posto e trattare direttamente, in pochi giorni stipulò contratti con ditte finanziariamente e tecnicamente capaci per 150.000 proiettili al mese. Ed il ministro ha fiducia di poter giungere in pochissimo tempo a 250.000-350.000 proiettili.

 

 

Un altro punto che il discorso di Lloyd George ha messo in luce è la necessità di decentrare e di affidare in ogni località, con piena libertà di movimenti e responsabilità, il compito di organizzare il lavoro a persone pratiche di industria. Sebbene, come era naturale, trattandosi di un suo collega, il ministro delle munizioni non abbia detto verbo in proposito, parecchi oratori apertamente rilevarono che lord Kitchener, insieme con i grandi suoi meriti di organizzatore militare, aveva avuto un grave difetto: di voler vedere tutto, di voler far tutto e di essersi circondato di puri soldati. Così si perdettero i mesi di inverno e di primavera senza pensare abbastanza al grande problema delle munizioni. Nessuno pensava fosse un problema di tanta gravità; ma anche i tentativi per risolverlo furono insufficienti.

 

 

Il signor Lloyd George ha visto che sarebbe stata una pretesa assurda di regolare tutto dal centro; ed ha diviso il paese in 10 distretti per la produzione delle munizioni. A capo di ogni distretto ha messo un comitato composto di industriali e commercianti locali (local business men), dotati di conoscenze locali, ed accanto ad esso ufficiali del ministero delle munizioni, incaricati di fornire tutte le indicazioni necessarie sul fabbisogno dello stato. Poiché la maggior parte dei fabbricanti inglesi non sa nulla intorno al modo con cui si fabbricano fucili, cartucce, granate, bossoli, mitragliatrici, ecc., si è provveduto a fornire agli industriali desiderosi di fabbricare munizioni per lo stato il mezzo di impratichirsi negli arsenali governativi e privati. Il governo cioè provvederà campioni, disegni, consigli ed insegnamenti di persone tecniche e di ufficiali specialisti. Spetta poi agli industriali stessi utilizzare tutto ciò nel modo che essi crederanno migliore. Il lavoro dovrà essere diviso fra di loro: gli uni dovranno fabbricare esplosivi, gli altri fucili, gli altri occuparsi dei metalli, altri ancora delle mitragliatrici ecc. ecc. Ma, quando si dà ad essi l’assistenza voluta, si lascino liberi di lavorare a modo loro.

 

 

Quando il governo – sono parole del Lloyd George – si è assicurato i servizi di alcuni dei migliori uomini d’affari del paese, fa d’uopo dare la maggiore ampiezza di iniziative alle loro energie. Voi dovete avere fiducia in essi. Non li dovete far lavorare colle catene ai piedi.

 

 

In Italia probabilmente il problema si deve presentare con qualche carattere suo peculiare. Da noi la burocrazia, anche quella militare, soffre di due malattie: una è la legge di contabilità di stato e l’altra è il timore del sospetto. La legge di contabilità dice che tutti i contratti devono essere fatti secondo certi dati stampi, anche se questi non si adattano alle urgenze del momento; ed il timore di essere sospettati persuade a seguire la via legale, quella meglio capace a scaricare il funzionario da ogni responsabilità. C’è una fabbrica capace di fabbricare un dato oggetto – che oggi è una munizione in guerra e domani potrà essere l’arredamento di un palazzo scolastico – bene, con la desiderata rapidità e con le necessarie garanzie? è quella fabbrica attrezzata all’uopo e dispone della maestranza necessaria? Il contratto non si può conchiudere senz’altro, perché la legge di contabilità oppone non si sa quali ostacoli e sovratutto perché il funzionario teme di essere sospettato di favoritismo verso quella fabbrica. Bisogna fare l’appalto o la licitazione; si perde tempo e la ordinazione va magari a finire nelle mani di chi non ha mai fabbricato quell’oggetto; di chi deve ancora comprare parte del macchinario, procurarsi gli operai, ecc. Intanto la prima fabbrica rimane senza lavoro; e le ordinazioni vengono consegnate con ritardo. Si è però guadagnato qualche centesimo e si sono fatte le cose in maniera legalmente ineccepibile.

 

 

Tutto ciò può andar bene in tempo di pace, perché, in un regime di controlli e di sospetto, non è possibile agire diversamente. In tempo di guerra occorre che i funzionari si persuadano che nessuno sospetta di loro, che l’opinione pubblica li loderà assai di più per avere provveduto a tempo che non per avere risparmiato qualche centesimo sul prezzo delle forniture; che sono stati messi al loro posto appunto perché il paese ha fiducia in essi.

 

 

Poiché il nostro esercito è oggi agguerrito e bene munito, esso deve essere persuaso che i suoi capi fin d’ora alacremente provvedono alla eventualità che la guerra abbia a prolungarsi oltre ogni previsione ed accumulano armi e munizioni come se la durata di essa fosse indefinita. Il paese ha dato ai suoi capi carta bianca. Se ne servano per organizzare la produzione nel modo più rapido ed efficace; con accordi diretti, affidando ad ognuno il lavoro che ognuno è meglio capace di compiere; non temendo di scendere ai piccoli produttori e di saltare gli intermediari. Ritornata la pace, rimetteremo sugli altari la legge di contabilità di stato ed il timore del sospetto. Ritorneremo a far girare le carte per gli uffici ed a perdere tempo. Per ora, i capi pensino soltanto che essi godono tutta la nostra fiducia e se ne servano per giungere sempre prima del tempo, prima del momento del bisogno.

 

 

Il signor Lloyd George sta compiendo una delle sette fatiche d’Ercole catechizzando gli operai inglesi e tentando di persuadere le trade-unions a rinunciare, almeno provvisoriamente, alle discipline con cui avevano irretito la produzione industriale e l’avevano resa incapace di quella libertà di movimento che è fattore importantissimo di vittoria nella lotta di concorrenza. Ben gli sta. Dopo aver tenuto tanti discorsi privi di contenuto serio contro i monopolisti della terra, dopo di avere rivoluzionato la secolare costituzione inglese per prendersi lo sterile gusto di istituire alcune imposte quasi improduttive dal lato fiscale ed utili solo ad irritare i proprietari fondiari, gli odiati percettori della rendita «non guadagnata» della terra; oggi è costretto a partire in guerra contro altre «rendite» non guadagnate; la rendita della domenica inglese, del sabato inglese, del lunedì inglese, la rendita delle leghe, le quali avevano monopolizzato un certo lavoro e vietavano che altri, altrettanto capace ma non appartenente alla lega, lo compiesse a minor costo. Egli ha citato, nel suo discorso, una lettera, che a ragione dice «angosciosa», di un operaio non specializzato il quale desiderando di fare qualcosa per lo stato, chiese lavoro in una fabbrica, dove si fabbricavano proiettili. Fu accettato ed un operaio acconsentì ad impratichirlo nel lavoro. Fabbricare proiettili non è un lavoro molto difficile. Può essere imparato in assai breve tempo. Ma non poté riuscirvi. La lega operaia gli ordinò di andarsene, poiché egli non era un operaio specializzato, iscritto nella lega. Dovette ubbidire.

 

 

Questi non sono aneddoti, ma ammonimenti di profonda significazione. In questa crisi suprema della loro vita nazionale, gli inglesi si accorgono che importa lavorar di nuovo, sul serio e assiduamente, come si faceva prima della grande ondata di prosperità iniziatasi un ventennio fa all’incirca. Il metodo più efficace per giungere alla meta, in un paese d’opinione, come l’Inghilterra, non è la forza, non è la obbligatorietà del lavoro: è la persuasione che è sorto un nuovo dovere; e che è moralmente necessario ubbidire al suo imperativo. E gli operai tanto più volontieri, a quanto pare, ubbidiscono all’appello del ministro evangelizzatore, quando più si persuadono che governo ed industriali tengono conto degli aggravi che la guerra ha cagionato e riaggiustano i salari, adattandoli al mutato livello dei prezzi.

 

 

Questo è uno dei più delicati punti del problema delle industrie di guerra. Occorre che gli operai ottengano quegli aumenti di salario, i quali sono giustificati in rapporto all’aumento delle sussistenze ed alla rarefazione delle maestranze: occorre che essi si persuadano di dovere lavorare di più per soddisfare ad una necessità pubblica e non per arricchire gli assuntori di forniture governative; ed occorre dall’altro canto che non sia tolto l’incentivo agli industriali di concorrere con tutte le loro forze al rapido compimento dei lavori che allo stato sono necessari.

 

 

Un’idea grezza si è presentata per la prima ai giornalisti ed ai dottrinari inglesi: tassiamo i profitti straordinari dei fornitori militari con un’imposta straordinaria di guerra. È un’idea grossolana che fa sorgere obiezioni fortissime. Perché certi industriali ottengono profitti colossali? perché le loro forniture erano particolarmente necessarie allo stato nel momento presente e convenne allo stato offrire prezzi largamente rimuneratori per indurre gli industriali a fare ogni sforzo per aumentare ed accelerare la produzione? Se questo è vero, un’imposta straordinaria di guerra, speciale su questi profitti, non spaventerà e scoraggerà precisamente quegli industriali, di cui lo stato ha bisogno di stimolare l’attività? Per fare a meno dello stimolo del lucro, converrebbe che lo stato irreggimentasse industriali e maestranze, li mobilitasse, per così dire, trasformandoli in suoi dipendenti, lavoranti a profitto ed a salario fissati per ordine dell’autorità. Tutto ciò funziona sulla carta, non nella realtà della vita. Poiché ciò che importa è produrre presto e bene, l’intento non si ottiene convertendo industriali ed operai in impiegati pubblici, lavoranti a guadagno moderato ma sicuro.

 

 

L’arma della requisizione degli stabilimenti deve essere più uno spauracchio che una realtà. Deve servire ai capi degli uffici ministeriali delle munizioni e delle forniture per ridurre alla ragione gli industriali troppo avidi: deve essere, come mi pare che in sostanza si proponga il Lloyd George, un’arma in mano agli uomini d’affari da lui preposti ai vari distretti di munizionamento per ottenere prezzi, i quali garantiscano un salario normale agli operai ed un profitto corrente agli industriali, senza tornare di insopportabile aggravio per il tesoro; ma si deve fare a meno, fin quando è possibile, di servirsene sul serio. Che ci siano talvolta industriali, ai quali una lezione possa far bene, non si può escludere. In Inghilterra, ci dice sempre il ministro delle munizioni, uno dei motivi più potenti della ripugnanza degli operai a lavorare molto è il timore, anzi l’esperienza già fatta, che gli imprenditori abbiano a ridurre la base del loro salario. «Che importa – dicono essi – lavorare molto, quando, se noi giungiamo alla fine della settimana a mettere insieme un beI salario, il principale ci dice: – Voi avete guadagnato 10 lire sterline! Ciò è troppo. Bisogna rivedere la base del cottimo». Agli operai non conviene lavorare molto finché gli industriali ne traggono argomento per ridurre la base del salario.

 

 

A quanto pare, tutto il mondo è paese.

 

 

Di questi giorni ho ricevuto parecchie lettere, riguardo al problema delle munizioni. Una, fra le altre, scritta da un centro di 900 operai, mi segnala la loro disoccupazione ed il contegno di alcuni fabbricanti i quali se ne giovarono per imporre agli operai condizioni peggiorate di salario. Ed aggiunge la lettera:

 

 

L’operaio di questi luoghi è svelto, assiduo al lavoro, capace di lavorare 14 ore al giorno per tutta la settimana, ma vorrebbe non essere sfruttato. La incertezza sul prezzo si ripercuote sul lavoro, perché l’operaio, sapendo per esperienza che se lavora e guadagna troppo, l’industriale diminuisce le mercedi, lavora appena da guadagnare 3 lire al giorno, sicché le commesse non vengono consegnate in tempo. Vi fu anche chi, dopo aver fatto domande per il rilascio dell’operaio richiamato, pretese che questi accettasse nuove tariffe, altrimenti scriveva al Comando che l’operaio non faceva più parte dell’officina.

 

 

La lettera è firmata e lo scrivente si dichiara pronto a fornire nomi, date, fatti e testimoni. Contro questi casi eccezionali, il governo usi dei suoi poteri larghissimi ed avrà il plauso della grande maggioranza degli industriali, i quali comprendono la necessità della collaborazione con la classe operaia e del miglioramento dei salari, quando esso sia necessario a raggiungere l’intento di una più abbondante e più rapida produzione delle cose utili alla condotta della guerra.

 

 

IV

L’egregio comm. Ferdinando Bocca, presidente della Camera di commercio di Torino, mi scrive:

 

 

Ho letto sul «Corriere della sera» il suo articolo sui problemi delle industrie di guerra nel quale ella riferisce e commenta alcuni provvedimenti adottati recentemente dal governo inglese.

 

 

Mi permetta ch’io le faccia notare:

 

 

  • che fin dall’inizio delle ostilità in Europa, e cioè con decreto 4 agosto 1914, i ministeri della guerra e della marina vennero esonerati dall’obbligo di attenersi alla legge sulla contabilità generale dello stato per le provviste e le lavorazioni di generi e materiali, per l’acquisto e noleggio dei mezzi di trasporto e per l’imbarco e sbarco di materiali. Né mi consta che dallo scorso autunno ad oggi cotesti ministeri abbiano fatto ricorso per le loro più urgenti provviste ad aste od a licitazioni. Se per avventura questo avvenne in qualche circostanza, fu per eccezione e non per regola. Ai capi dei servizi logistici e degli armamenti nostri venne dal governo data carta bianca nel più ampio senso della parola ed essi se ne dimostrarono, è bene riconoscerlo, altamente meritevoli;
  • una delle prime cure dei preposti agli approvvigionamenti di stato fu appunto quella di mettersi in diretto rapporto coi produttori, superando la cerchia amorfa dei soliti intermediari.

 

 

Si fece anzi di più, nell’intento di trarre dalle industrie paesane il massimo rendimento e di eccitarle a produrre: vennero chiamate le presidenze delle maggiori associazioni, rappresentanti alcuni grandi rami della produzione italiana, la lana, il cotone, la metallurgia, il cuoio, ecc., e con esse si stabilirono i prezzi unitari delle principali forniture.

 

 

Ed è grazie a questo felice spediente se da parecchi mesi centinaia di stabilimenti che mai avevano avuto rapporti con lo stato, né mai forse li avevano cercati, lavorano intensamente per provvedere all’equipaggiamento delle nostre truppe ed al loro munizionamento bellico;

 

 

  • anche nella formazione di speciali commissioni di uomini d’affari possiamo vantare di essere in anticipo di qualche mese sull’Inghilterra. Ne fanno fede i consorzi metallurgici e siderurgici che si sono assunti di fronte allo stato il compito di organizzare e disciplinare la produzione delle artiglierie e delle munizioni fra tutti gli stabilimenti di qualche importanza che lavorano il ferro e l’acciaio, utilizzando ciascuno di essi per quelle lavorazioni a cui è più adatto. Ne fa fede la commissione mista di industriali e funzionari dello stato creata con decreto reale del 27 aprile u. s., per l’approvvigionamento delle calzature che appunto ha per mandato di raccogliere le sparse unità produttrici di questo essenzialissimo oggetto di equipaggiamento del soldato e di alimentarne costantemente l’enorme consumo;
  • fortunatamente, ed è lealtà riconoscerlo, le nostre maestranze non si sono a tutt’oggi abbandonate a quegli esperimenti ricattatori dei quali pare si compiacciano singolarmente le maestranze inglesi. E d’altra parte mi consta in modo certissimo che molto ragionevolmente i conduttori d’industrie sogliono accedere a quelle eque domande di miglioramento che vengono loro avanzate, giustificate dalla eccezionalità del momento.

 

 

Non mi immagino dove e come abbia potuto verificarsi il caso che le venne riferito e che ella cita, di industriali che in queste contingenze abbiano tentato di ridurre la mercede dei loro operai in modo ch’essa non possa superare le 3 lire giornaliere! Questo solo posso assicurarle, ed è che in Torino non riesce facile trovare manovali al disotto di una mercede di lire 4 giornaliere, e che tentativi del genere da lei citato troverebbero la più viva disapprovazione in tutta la classe industriale.

 

 

Dall’insieme di quello che avviene nel campo dell’industria servente ai bisogni della guerra, e tenendo conto delle condizioni speciali in cui essa versava allo scoppio della conflagrazione europea, ricevo costantemente la impressione ch’essa non sia stata sinora inferiore a quella inglese e francese dinanzi all’arduo compito che gli avvenimenti le assegnarono e che molto efficacemente sia stata mobilitata dagli alti funzionari che il ministero prepose all’ardua bisogna.

 

 

Forse ancora una volta ed in un momento veramente epico per la nostra vita nazionale avrà campo di esplicarsi e di rifulgere quello spirito di adattabilità che è tanta parte del patrimonio spirituale di questa nostra italica gens.

 

 

E la conoscenza di quanto si fa o si tenta di fare all’estero nello stesso ordine di iniziative non può che giovare al nostro perfezionamento o almeno rassicurarci, come nel caso presente, di esserci incamminati per tempo sulla via migliore.

 

 

Se non erro, nel mio articolo sui problemi delle industrie di guerra, io non avevo, rispetto all’Italia, affermato che in Italia non esistessero consorzi di fornitori dello stato; né che non si fosse fatto nulla per accelerare la produzione delle forniture e degli armamenti. Sapevo anzi che in molti campi si lavora febbrilmente; sono certo che nel momento attuale e per lungo tempo ancora le nostre provviste, accresciute dalla produzione giornaliera, bastano ampiamente a tutte le più larghe esigenze. Ma una preoccupazione avevo ed ho: che faccia d’uopo accelerare, intensificare ancor di più la produzione per provvedere anche all’imprevedibile. Perché la coscienza di tutti noi sia tranquilla, bisogna porre il problema così: provvedere all’imprevedibile. Dato ciò, non sembreranno forse fuor di posto gli incitamenti dati anche a coloro i quali, nei ministeri della guerra e della marina e nelle industrie adatte agli approvvigionamenti militari hanno compiuto e stanno compiendo miracoli. Opera assai bene il Rocca segnalando alcuni dei risultati raggiunti all’opinione pubblica; e dal canto loro gli industriali ed i funzionari dei ministeri militari devono essere orgogliosi di sapere che noi attendiamo e siamo sicuri di ottenere da loro risultati anche più notevoli: forse non urgenti oggi, ma che domani possono improvvisamente diventare urgentissimi. La costituzione, avvenuta or ora a Milano, di un comitato lombardo di preparazione per le munizioni, dimostra del resto che parecchio rimane ancora da fare e che gli incitamenti della stampa non sono stati vani.

 

 

Ragioni evidenti di delicatezza vietano di esporre le ragioni di fatto, per cui ho ritenuto opportuno di insistere sulla necessità di liberarsi dell’ossequio alle forme contabili e di usare della carta bianca che il governo e l’opinione pubblica hanno dato ai capi delle amministrazioni pubbliche. Lieto che ciò accada già quasi sempre, mi auguro che in avvenire ciò diventi la regola senza eccezioni.

 

 

Anch’io avevo qualificato di eccezionale il caso citato di industriali, i quali nelle attuali contingenze cercano di decurtare i salari operai al disotto del normale corrente: e sono certo che la vigilanza della «grandissima maggioranza» degli industriali riesca a far scomparire le poche e non belle eccezioni.

 

 

Poiché ho la penna in mano, mi sia consentito di notare che in questi giorni ai consorzi ed alle associazioni degli industriali fornitori dello stato spetta un altro compito: stimolare e provocare le sottoscrizioni al prestito nazionale. L’opinione pubblica non comprenderebbe una fiacca partecipazione di questa speciale categoria di industriali al prestito. Mentre parecchie altre industrie hanno languito, queste delle forniture di guerra hanno largamente guadagnato. A parere mio, hanno giustamente guadagnato; ed io non sono favorevole alle imposte di guerra su questi lucri straordinari che da tante parti sono messe innanzi in molti paesi. Ma ciò che non si deve fare per forza, gli industriali favoriti dalla guerra devono fare per dovere civico. Essi dovrebbero sottoscrivere al prestito di guerra per l’intiera somma dei loro guadagni superiori al normale, realizzati o presunti sino alla fine del 1915. Le sottoscrizioni potrebbero essere un po’ minori per quelle industrie che uscissero da gravi crisi od avessero urgenza di liberarsi da debiti cambiari gravosi. Il governo del resto ha pensato a non privarli del capitale circolante, con le anticipazioni degli istituti di emissione. Praticamente, se essi non possono privarsi del contante, o devono ancora attendere il pagamento delle forniture, essi sanno che le anticipazioni permetteranno loro di non sborsare alcuna somma in contanti. Ma è necessario che essi si assumano l’obbligo di ritirare a poco a poco la maggior quantità possibile di titoli del prestito. Specialmente questo obbligo morale si impone alle grandi società anonime, per tutti i guadagni che superano la misura del dividendo dell’anno scorso. In Inghilterra, quando si pubblicò il primo bilancio di una società anonima, la quale aveva – e giustamente, dico io, perché aveva fornito cose utili allo stato – tratto profitto dalla guerra e si seppe che essa tranquillamente proponeva di aumentare il dividendo agli azionisti, fu un grido di indignazione. È inutile andare ricercando se questi sentimenti siano utili e giustificati ovvero no. Non possiamo chiudere gli occhi di fronte al fatto che, nei nostri paesi «d’opinione» quei sentimenti esistono. Se gli amministratori delle società anonime hanno caro l’ avvenire delle loro imprese, diano ai loro utili straordinari una destinazione «pubblica». Questo atto patriottico li salverà in futuro da persecuzioni e da fastidi. Dopo la pace, quando il mercato finanziario sarà riassestato, sarà agevole ad essi rivendere le obbligazioni ora acquistate e reimpiegarne il ricavo nella loro impresa. Frattanto essi avranno compiuto il loro dovere di riconoscenza verso la patria.

 

 


[1] Con il titolo, Le munizioni nella guerra moderna. La mobilitazione industriale. [ndr]

[2] Con il titolo, Problemi di economia bellica. [ndr]

[3] Con il titolo, Cannoni e munizioni. I problemi delle industrie di guerra e gli insegnamenti della esperienza inglese. [ndr]

[4] Con il titolo, Cannoni e munizioni. I problemi delle industrie di guerra. [ndr]

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