La «Mostra degli Italiani all’estero»

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/09/1906

La «Mostra degli Italiani all’estero»

« Corriere della sera», 18 settembre 1906

 

 

 

Che la «Mostra degli italiani all’estero» sia una delle più interessanti fra quelle di piazza d’Armi non può essere posto in dubbio, con eguale certezza non si oserebbe affermare che essa sia apprezzata in misura corrispondente al suo merito dal pubblico, il quale forse si preoccupa più delle innocenti razzie al minuto che può fare, nella sala dove sono esposti i prodotti eritrei che delle erudite monografie e delle belle dimostrazioni di attività operosa che si ammirano nelle altre sale della Mostra.

 

 

Non già che la sala dell’Eritrea sia notevole soltanto per le facilità che essa offre ai collezionisti di sementi e di frutti esotici; poiché anzi l’Ufficio agrario sperimentale di Asmara ha saputo, ad opera del dott. Baldrati, organizzare una Mostra che per molti attenti osservatori sarà stata una rivelazione di quella colonia ritenuta fino a poco tempo fa un ammasso di pietre e di terreni sterili ed infocati dal sole.

 

 

C’è da scommettere che parecchi avranno creduto di sognare vedendo tutto il ben di Dio che la colonia produce e potrebbe produrre in maggior quantità, e persuadendosi che non si tratta di culture da serra, bensì di prodotti da pieno campo che possono formare oggetto di intraprese proficue. Indaco, caffè, cassia, cotoni, tabacchi, durà, sesamo, fagiuoli, piselli, palma dura coi suoi numerosi prodotti, gomme, incenso, resina, arachide, girasole, gianturco giallo e nero, aranci selvatici, ecc., tutto ciò è prodotto nell’Eritrea, e viene spesso allo stato selvaggio senza cultura. Di legnami durissimi e preziosi pare sia ricca la nostra colonia e tali che potrebbero dar luogo ad industrie proficue, ove i mezzi di comunicazione fossero più facili. Coloro che all’Esposizione di Torino del 1898 erano rimasti scettici dinanzi ai pezzi di quarzo esposti in una campana di vetro debbono ora ricredersi vedendo i modelli in grande e lo spaccato dei lavori delle miniere di quarzo aurifero del filone di Medrizien e di Simmagallé. A meno che modelli e spaccati siano delle ingegnose falsificazioni, un fatto è certissimo: che dei capitalisti intenditori hanno trovato conveniente di profondere molti denari nell’impianto costosissimo della miniere: il che con tutta probabilità non sarebbe successo se costoro non sperassero di cavare dalla loro iniziativa un qualche guadagno. Che anche nell’Eritrea ci sia qualcosa da fare per il capitale e per il lavoro italiani? È ciò di cui parecchi cominciano a dubitare sommessamente, senza osare di dirlo ad alta voce, forse perché dieci anni fa avevano reclamato con strepito l’abbandono della colonia. Certo è intanto che gli industriali ed i commercianti italiani avrebbero interesse a visitare la ricca Mostra campionaria di tessuti, filati, coperte, stoffe colorate, manti, camicie ricamate, abiti da donna che si importano nell’Eritrea dall’India e che forse si troverebbe utile di produrre ed esportare noialtri.

 

 

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La colonia che, insieme coll’Eritrea, occupa maggior posto nella Mostra degli italiani all’estero, è quella dell’Argentina. A prescindere dal magnifico volume illustrato dove largamente è detto dell’opera mirabile degli italiani nella grande Repubblica del Plata, la sala argentina è una bella affermazione tenace e fortunato. Noi non faremo nomi perché troppi bisognerebbe farne; ma dalle grandi fabbriche di tessuti ai produttori di ceramiche, dai fabbricanti di biscotti e di conserve alimentari agli stabilimenti di incisione e cesellatura ed ai fabbricanti di ingegnosi ferri da cavallo, dalla mostra di grandi produttori di vini alle fabbriche di fiammiferi, dai mulini colossali ai fabbricanti di mobili, di chiavi e forzieri di sicurezza, dai produttori di cuoi a quelli di sigari, non vi è quasi ramo dell’industria in cui gli italiani non si siano provati e non abbiano vinto. Anche in questa sala industriali e commercianti dovrebbero andare per istruirsi, come nella Mostra Eritrea. Poiché la Camera di commercio di Buenos Aires ha presentato una mostra campionaria di legnami delle Ande e di lane, che forse varrebbe la pena di esaminare con attenzione. Noi esportiamo nell’Argentina circa 130 milioni di lire all’anno, ma ne importiamo solo 30 – 40, o meglio ne importiamo direttamente per quella cifra: acquistando il resto ad Amburgo, Londra, ad Anversa, sovraccarica di spese per commissione e trasporti. Non sarebbe bene studiare le possibilità grandissime di quel mercato, anche come centro di rifornimento delle nostre industrie? Fra i legnami riuniti nel campionario della Camera di commercio bonaerense ve ne sono dei bellissimi e durissimi, di quelli che servono per concie, ecc.

 

 

Anche i librai, che non apprezzano a sufficienza il mercato italiano del Sud-America forse per la triste esperienza fatta in altri tempi, quando l’emigrante italiano leggeva solo i «Reali di Francia» e il «Guerin Meschino», dovrebbero dare uno sguardo alla mostra che del «libro italiano nell’Argentina» ha fatto il cav. Cerboni. Alcuni editori intraprendenti riuscirebbero ad emulare ciò che pochissimi hanno fatto con profitto non piccolo.

 

 

Fuori dell’Argentina sono parecchi i paesi dai quali gli espositori italiani sono venuti in copia. La Colonia italo-svizzera di Asti in California con vedute dei suoi vigneti e campionario dei suoi prodotti, ancora una volta dimostra di aver conservato il primo posto fra i grandi produttori di vino del Nord-America. Dal Brasile la Camera di commercio italiana di S. Paulo manda un magnifico album dove sono vedute di opifici e di lavori degli italiani: e parecchi produttori di caffè, di cappelli, di istrumenti musicali, di filati, tessuti e maglierie, di cementi, espongono i loro prodotti.

 

 

Sono numerosi anche gli italiani di Parigi che si dedicano sopratutto a industrie fini e a negozi di lusso. La benemerita Camera di commercio di Parigi espone un suo diagramma sul commercio italo-francese dal 1827 al 1905, interessante perché rimonta ad epoche sulle quali le statistiche italiane non possono dare alcuna luce e perché mette in chiaro in guisa suggestiva l’influenza degli avvenimenti politici ed economici sui rapporti fra i due paesi.

 

 

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Uno dei lati più simpatici della Mostra è la dimostrazione dell’attività degli italiani all’estero nei vari campi dell’arte, delle lettere, del teatro, della musica, dell’architettura e delle opere pubbliche. Salvo pochi casi l’esposizione qui non è fatta da privati che si presentano per ottenere un premio; ma a carattere storico e documentario. Sono raccolte fatte da collezionisti intelligenti o messe insieme con cura infinita dal Comitato ordinatore. Forse non mai in un luogo solo si trovarono riunite tante testimonianze dell’opera artistica multiforme degli italiani all’estero, anche nei secoli passati. Ricchissima è la raccolta delle fotografie dei monumenti veneziani nell’isola di Creta dal secolo tredicesimo al secolo diciottesimo, dei monumenti genovesi sul Bosforo ed in Crimea dal secolo tredicesimo al sedicesimo, dei genovesi e dei veneziani nel Mediterraneo, nell’Istria, in Grecia e in Dalmazia dal secolo tredicesimo al diciottesimo. I curiosi e gli specialisti troveranno ampia materia di lettura e di interessamento nei libri e nei programmi – manifesti relativi al teatro italiano, ai comici, ai musici, agli schermidori che levarono grido fuori d’Italia. Persino sui figurinai lucchesi si è riuscito a raccogliere un piccolo pregevole materiale di studio. I collezionisti di giornali possono vedere gli esemplari di un gran numero di riviste, giornali e fogli pubblicati in terre straniere e durati quali per alcuni anni per qualche giorno soltanto. Vi sono giornali il cui intiero contenuto capirebbe in mezza colonna del Corriere: e ve ne sono altri, come la Patria degli italiani di Buenos Aires che si pubblicano normalmente in 8-12 grandi pagine: e in certi giorni – come il 20 settembre 1906 – giungono a tirare 60 mila copie in 28 pagine splendidamente illustrate.

 

 

Accanto alle raccolte di libri, di giornali, di fotografie di opere d’arte, i modelli ed i disegni di grandi opere pubbliche: dal Porto Belgrano a Bahia Blanca, con un bacino di carenaggio, eseguito per conto del Governo argentino dall’ing. Luigi Luiggi, ai modelli dei ponti regolatori (Barrages) del Nilo eseguiti a Kocheche e Maghoura da ditte italiane, alla mostra retrospettiva e di attualità dei lavori pubblici compiuti da italiani nella Svizzera, alle ferrovie eseguite dai nostri al Caucaso, al Congo, nella Rumenia, nella Bosnia, a Serajevo, ecc.

 

 

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Ricca pure è la parte destinata alla cultura materiale ed alla tutela morale degli italiani in terra straniera: Società di mutuo soccorso, Scuole, Associazioni civili e religiose hanno partecipato con slancio a questa rassegna del lavoro italiano. La larga partecipazione di Istituti religiosi è notevole qui, come nella Mostra della previdenza. La Chiesa Valdese espone i piani delle sue fiorenti colonie agricole nell’Uruguay, l’Istituto delle figlie di Maria Ausiliatrice i lavori donneschi eseguiti nelle sue scuole, l’Opera di don Bosco fotografie, libri, lavori che fanno testimonianza dei risultati conseguiti da questi operosissimi salesiani e via via i missionari di San Calocero, le missionarie del Sacro Cuore di Gesù, i Gesuiti, l’Associazione nazionale per soccorrere i missionari cattolici italiani, e sovratutto l’associazione fondata dal vescovo Bonomelli per la protezione degli operai emigranti in Europa, danno prove esaurienti dell’utilità di giovarsi all’estero – dimenticando le divisioni di parte – di tutte le forze nazionali nella difesa dell’italianità. Vicino alle associazioni cattoliche e valdesi trovasi, entrando nel padiglione degli italiani all’estero, la bella mostra della Dante Alighieri, che a torto un giorno fu accusata, con grave suo nocumento, di essere troppo infetta di massoneria. Non è suggestiva questa concordia nelle opere buone di istituzioni mosse da ideali tanto diversi?

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