La Mostra della Previdenza

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 21/08/1906

La Mostra della Previdenza

« Corriere della sera», 21 agosto 1906

 

 

 

È un padiglione nel quale non s’aduna grossa folla di visitatori e che i più visitano frettolosamente con una ammirazione ritenuta doverosa verso le egregie persone che tanta fatica e studio hanno dovuto impiegare nello scrivere le relazioni ed ideare e compiere i bei diagrammi e cartogrammi che adornano le pareti delle sale. Ma in mezzo ai visitatori indifferenti si vedono anche gli studiosi che leggono con interesse, contemplano con ammirazione consapevole e pigliano appunti; si vedono operai – forse segretari o direttori di qualche Società di mutuo soccorso, Lega di resistenza o Cooperativa di lavoro – i quali vengono a vedere quanto da altri si è fatto e trarre dall’esempio altrui nobile stimolo a faticati progressi novelli. Questa Mostra medesima è del resto la prova dei progressi giganteschi che nel mondo del lavoro si sono fatti in quest’ultimo decennio. Chi ricorda le sezioni della previdenza alle Esposizioni italiane che precedettero questa di Milano, vede subito come per varietà e per numero gli sforzi verso l’elevazione delle masse si sieno fatti più vigorosi e meglio diretti. Allora erano sovratutto il Mutuo Soccorso, le Assicurazioni; la Cooperazione di Consumo, gli Istituti di risparmio e di credito popolare che tenevano il campo. Oggi questi provvidi mezzi di elevazione sociale hanno allargata la loro cerchia d’azione; e ad essi si sono aggiunti gli Istituti di resistenza, di collocamento, di prevenzione ed attenuazione degli infortuni sul lavoro, di assicurazione contro la disoccupazione, contro i danni degli scioperi, di patronato per gli agenti addetti ai trasporti ed ampissima è la parte dedicata agli Istituti per la costruzione di case popolari, questo urgentissimo fra i problemi sociali dell’età nostra.

 

 

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Lo slancio ammirevole col quale Istituti, Associazioni e privati hanno risposto all’appello della Commissione ordinatrice della Mostra della Previdenza, impedisce a chi scrive di fare un cenno particolareggiato di tutto ciò che merita l’attenzione degli studiosi, degli amministratori, degli industriali e degli operai: sono più di 800 le Società che hanno esposto ed il solo elenco ne riuscirebbe lunghissimo. Basti quindi scegliere a caso qualche esempio, che serva ad indicare al visitatore non specialista quale sia il succo dei diagrammi e degli scritti esposti nel padiglione della Previdenza. Chi non si commuove ogni giorno nel leggere sui giornali dei danni cagionati dagli infortuni sul lavoro e di quelli gravissimi prodotti dagli incendi, dalla grandine? Nelle prime sale del padiglione è accolta tutta una serie bellissima di quadri e documenti, i quali dimostrano come la commozione non sia rimasta uno sterile sentimento, ma abbia spinto ad uno studio paziente e ad un’azione feconda uomini d’affari o filantropi.

 

 

Vedete quel disegno di uomo colorato in rosso più o meno vivo esposto dall’Assicuratrice italiana? Indica quali sono le parti del corpo che più spesso sono colpite da sinistri; ed il rosso più intenso lo si ha sul pollice, l’indice ed il medio delle mani e sul ginocchio sinistro. Ecco un altro diagramma interessante dell’Associazione fra gli industriali italiani per prevenire gli infortuni sul lavoro: sulla carta geografica italiana spiccano per colorazione intensa Milano, Como e poi Bergamo, Genova, Bari, Brescia. Sono le regioni dell’Italia che hanno il triste privilegio del massimo d’infortuni; ma sono anche le regioni dove contro gli infortuni si lotta con maggior vigoria. Altri diagrammi indicano li vicino come si distinguono gli infortuni rispetto alle cause ed agli effetti e come per alcuni si noti una consolante diminuizione dovuta ai perfezionati mezzi tecnici per prevenire gli infortuni. Ai quali si dedica oramai un’opera assidua di prevenzione e di indennizzo; il solo Sindacato torinese per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro aveva al 31 dicembre 1905 liquidato tante indennità per 1.123.301 lire.

 

 

Dopo l’assicurazione, ecco i trionfi della Cooperazione. Nella grande sala delle adunanze, in faccia a chi entra, un bel diagramma dalla forma di un ventaglio rappresenta il lavoro compiuto dalla Federazione delle Cooperative di lavoro e di produzione, che tutte insieme nel 1905 aveano 5.523 soci, 1.483 operai, distribuivano 404.700 giornate di lavoro, aveano 784.401 lire di capitale sociale e facevano affari per lire 4.109.302 lire. La bacchetta più corta del ventaglio è quella della Cooperativa del vetro soffiato con 1.300 lire di affari; la più lunga rappresenta il milione e 300 mila lire di affari della Cooperativa dei lavoranti muratori. Queste cooperative di produzione e di lavoro sono quelle su cui si indugia più volontieri, poiché qui il successo arride assai difficilmente agli iniziatori. Ecco i bilanci della Vetreria operaia federale di Livorno, uno dei più promettenti e geniali sforzi delle elites operaie italiane verso la propria trasformazione in imprenditori-operai. I soci al 30 giugno 1903 erano 147; al 31 marzo 1906 salivano a 947; e nel frattempo gli operai impiegati passavano da 142 a 1.338, il capitale sociale da 45.550 a 272.952 lire, il fondo di riserva da 1.920 a 29.864 lire; e mentre col bilancio 1903-904 si avevano avute lire 2.530,42 di perdita, quello 1905-06 si chiudeva con un guadagno di lire 44.621,14. Progresso confortante, il quale fa sperare in alcuni casi dalla cooperazione di produzione risultati utilissimi, se anche forse non quelli desiderati dai loro promotori, che vogliono creare organismi che siano l’auspicio di una futura società socialista, mentre non riescono spesso che a rendere accessibile l’impresa capitalista ad un numero maggiore di persone scelte. Che cosa sono infatti quei 947 soci della Vetreria di Livorno di fronte ai 1.338 operai impiegati, se non una elite che s’avvia a separarsi dalla massa operaia? Nulla di male del resto in ciò, per chi pensi che il progresso sociale si compie coll’elevarsi di gruppi sempre più numerosi al disopra della massa che non sa o non può o non ha l’energia per fare altrettanto.

 

 

Nel campo della cooperazione la trionfatrice è pur sempre l’Unione Cooperativa di Milano, i cui progressi sono così indissolubilmente uniti con il nome del Buffoli. La storia di quest’Unione è veramente epica; e nulla ha da invidiare ai famosi esempi stranieri dei Probi Pionieri di Rochdale, ecc., ecc. Dal 1886 al 1904 – per non ricordare che le cifre principali – il capitale versato passa da 7.941 a 2.840.755 lire, la riserva da nulla a 797.708 lire pel fondo ordinario, i soci da 396 a 9.188, di cui 3.411 donne, le vendite da 7.005 a 7.388.420 lire, i risparmi sul consumo da 1.058 a 165.410 lire. E dopo il passaggio alla sede di palazzo Turati si ha una nuova mirabile ascensione.

 

 

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La via lunga ci fa affrettare: sicché un accenno soltanto possiamo dare ad Istituzioni che formano il vanto d’Italia. Il Ministero d’agricoltura ha pubblicato una Storia – statistica delle Casse di risparmio italiane dal 1822 al 1904, che è preziosa guida per gli studiosi; ma chi volesse studiare la storia economica dell’Italia nel secolo diciannovesimo, quale preziosa messe non troverebbe nelle pubblicazioni varie esposte a Milano dalle Casse di risparmio! Vi è, fra l’altro, una serie di bilanci della cassa di risparmio delle provincie lombarde dal 1857 ai dì nostri, che da sola fornirebbe argomento ad un volume di storia economica interessantissima. Quei primi volumi, degli anni anteriori alla liberazione, non si possono sfogliare senza una commozione intensa. Al di sopra della serie dei bilanci una grande carta della pianura padana fa vedere a colpo d’occhio la diffusione dei depositi presso questo antico Istituto di risparmio, divenuto adesso, coi suoi 768 milioni di patrimonio e depositi, il più potente del mondo. Ed accanto alla Cassa lombarda, quante altre Casse di cui vorremmo pur ricordare il nome a titolo di benemerenza, e quanti istituti di credito popolare, a cominciare dal simpatico Primo gruppo italiano delle Banche popolari di Pieve di Soligo, Vittorio, Oderzo, Motta di Livenza, Asolo, Castelfranco Veneto. Valdobbiadene, Montebelluna, San Donà di Piave, Conegliano e Roncade, che su tutta una parete racconta la storia della propria attività!

 

 

Nelle sale della Previdenza, i fautori delle idee più opposte stanno tranquillamente vicini, ed accanto alle mostre delle Società di resistenza e delle Camere del lavoro socialiste (quanti insegnamenti non si potrebbero trarre dal rapido abbassarsi negli ultimi anni delle punte dei diagrammi dopo i massimi del 1902-904!) si veggono i diagrammi e le vetrine della Unione cattolica del lavoro di Brescia e del secondo gruppo generale dell’Opera dei Congressi, con sede in Bergamo. Chi voglia farsi una idea dell’opera larga, tenace e svariata sviluppata dai cattolici in alcune provincie dell’alta Italia, vada a leggere alcuni dati sulla parete occupata dall’Opera dei Congressi. Leggerà di 121 Unioni rurali ed agricole, di 50 affitti collettivi, di 185 Unioni professionali e Leghe del lavoro, di 71 Circoli, Gruppi, Fasci democratici cristiani, di tre Società di credito anonime per azioni, di sette Società cooperative di credito, di 680 Società di mutuo soccorso, di nove Società cooperative, di tre Dormitori pubblici, di undici Segretariati del popolo, di 142 Mutue assicuratrici contro la mortalità del bestiame bovino, di 26 Società di assicurazione contro gli incendi e la grandine, di 152 Cooperative di consumo, produzione e lavoro, di 14 Società edificatrici di case operaie e del popolo. Quale meraviglia se nella località dove queste utili istituzioni fioriscono, i cattolici siano forti anche nelle pubbliche amministrazioni!

 

 

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Il concorso dell’estero alla Mostra di Previdenza è meno largo di quanto forse si sarebbe potuto sperare; ma – essendo del resto stato limitato dai programmi di concorso agli infortuni del lavoro, disoccupazione, prevenzione degli scioperi, case popolari e previdenza e patronato per gli addetti alle imprese dei trasporti – si presenta assai istruttivo. Nelle sale della Svizzera vi è un diagramma sul risparmio nei diversi paesi del mondo che meriterebbe di essere meditato. A capo si trova la Danimarca con 46 lire per abitante, poi la Svizzera con 42, il Belgio con 41. Seguono la Svezia con 33, la Norvegia con 30, la Germania con 26, la Francia con 25, l’Australia con 24, la Gran Bretagna con 22, l’Olanda con 18, l’Italia con 16, l’Austria-Ungheria con 12, gli Stati Uniti con 8, il Giappone con 7, il Canadà con 3, la Rumenia con 2, la Russia europea con 2, la Bulgaria con una lira e mezza, la Spagna con 1, la Serbia con 50 e la Gracia con 25 centesimi. Non sembra di vederci balzare dinanzi agli occhi l’immagine dei diversi popoli con le loro qualità di previdenza, con i loro sistemi di risparmio e di impiego del denaro? Nelle sale della Gran Bretagna, oltre molti tipi di case operaie, spicca un diagramma della grande Unione delle Cooperative inglesi: 1.657 Società federate nel 1905, con 2.205.942 soci, 703 milioni di lire italiane di capitale, 258 milioni di profitti e 2 miliardi e 257 milioni di vendite. è il campo in cui si è più vigorosamente affermata l’iniziativa delle classi piccolo – borghesi ed operaie, come le Trade-Unions sono la conquista maggiore del ceto operaio puro in Inghilterra.

 

 

La Francia ha concorso alla Mostra più largamente di tutti gli altri paesi stranieri; e veramente nella assicurazione, nella mutualità, nella beneficenza, nelle Casse di risparmio, nei Sindacati agricoli, la Francia ha una eminente posizione nel mondo. Complessa e varia ci appare sopratutto l’opera dei Sindacati di agricoltori, che tanto bene hanno fatto al progresso agricolo presso i nostri vicini: in 1.200 Sindacati si raggruppano oramai 400 mila soci.

 

 

Insieme alle mostre riunite nel padiglione della Previdrenza dobbiamo ricordare, per affinità di materia, quelle che in chioschi separati, presso la stazione della ferrovia elevata, fecero la Cassa mutua cooperativa italiana per le pensioni di Torino e l’Umanitaria di Milano. Quella – che ha saputo oramai raggruppare attorno a sé più di 200 mila soci e quasi 25 milioni di capitale – espone i dati statistici e i documenti del proprio sviluppo; questa, oltre la serie compiuta delle sue interessanti pubblicazioni, presenta saggi dei bei lavori che si fanno nelle sue scuole professionali e riproduce due stanze eleganti ed a buon mercato – provviste di fornello, ripostiglio, lavatoio e latrina – dal quartiere popolare eretto a sua iniziativa a Milano. Anche la Cooperativa case ed alloggi di Milano ha costruito al Parco una casetta tipo popolare del costo di 5.000 lire, arredata di tutto punto. Ma delle case popolari sarà opportuno parlare a parte. Per progetti di tipi diversi di case popolari fu anche bandito un concorso, che promette di riuscire fruttuosissimo.

 

 

Finimo con un augurio: che il prezioso materiale di studio, raccolto nel padiglione della Previdenza non abbia ad andare disperso e costituisca il nucleo di un istituto permanente che riuscirebbe un centro utilissimo di informazioni per uomini d’azione e di scienza. Sappiamo che il proposito di un Museo sociale da fondarsi a Milano, ad imitazione del Musee Social di Parigi e del laboratorio di Economia Politica «S. Cognetti De Martiis», di Torino, sta per diventare, se già non è diventato, un fatto concreto per iniziativa dell’avv. Umberto Ottolenghi e per opera della Società Umanitaria.

 

 

In questo Museo dovrebbero essere concentrate tutte le pubblicazioni, i manoscritti, le tavole, di cui gli Enti espositori potranno privarsi senza danno; ed al materiale odierno dovrebbe essere dato seguito di anno in anno, guisa da costituire nella capitale industriale e commerciale d’Italia un istituto di studi sperimentali, dal quale irradiasse luce permanente per tutti coloro che attendono all’opera di elevazione sociale. Sarebbe questo non piccolo risultato che alle generazioni venture perpetuerebbe il ricordo della odierna Mostra mondiale.

 

 

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