La Mostra Eritrea

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 22/07/1898

La Mostra Eritrea

«La Stampa», 22 luglio 1898

 

 

 

Pochi giorni fa ho avuto un interessante colloquio col signor Fatigati, l’operoso e solerte segretario della Camera di commercio italiana a Massaua. I giornali (quelli che se ne erano occupati) avevano parlato della Mostra Eritrea nella nostra Esposizione (Divisione IX. Italiani all’estero) come di una raccolta di bestie feroci, di armi e di scudi abissini e di pietrami. Invece le cose che vidi e sentii sotto l’intelligente guida del Fatigati sono state molto diverse e tali da farmi stupire, essendo io persuaso, nella mia ignoranza completa dell’Eritrea, che la Colonia fosse un mare di sabbie dove gli italiani non fosse possibile far nulla di buono. Riassumo brevemente ed oggettivamente.

 

 

A Massaua l’importazione commerciale (non tenuto calcolo dell’importazione militare) supera i 30 milioni di lire italiane; di cui 10 in dura, cereali, farine ed altri commestibili, 8 in tessuti e il resto in generi diversi, fra cui madreperle. In questo commercio abbastanza notevole gli italiani non hanno nessuna parte. Esso è tutto nelle mani di baniani, impiegati di grandi case di Bombay.

 

 

Questi baniani sono gente parsimoniosissima, che non spende nulla a Massaua, perché insieme ai tessuti e coi cereali fanno venire da Bombay i cibi in cassette per tutto il mese; se invece il commercio fosse in mano di importatori italiani, questi non foss’altro pei consumi famigliari, svilupperebbero un piccolo commercio locale. E non è difficile agli italiani soppiantare gli indiani. Veggansi i tessuti: ogni anno si importano a Massaua per 8 milioni di tessuti fabbricati a Manchester, in Svizzera ed anche nell’India colla marca in Bombay. Sono tessuti grossolani, di poco prezzo, a colori vivaci.

 

 

Ad esempio, un tessuto di cotone greggio dell’altezza di m. 0,97 si vende a talleri 78 ogni venti pezze di m. 35,42, aggio a circa 31 centesimi di metro. Non sarebbe difficile ai fabbricanti italiani produrre ad un prezzo di concorrenza. Nella Mostra Eritrea si trovano raccolti centotrentadue campioni di tessuti greggi e colorati coi prezzi, provenienza, lunghezza a larghezza. Il Fatigati sarà ben lieto di regalare, a quegli industriali ed esportatori che lo desiderano, dei campioni lunghi anche parecchi metri con tutte le indicazioni di prezzo, di pagamento e colle statistiche dei consumi, ecc. Se l’Italia potesse vincere gli inglesi nella propria colonia, attirerebbe a sé ogni anno una somma di otto milioni, non certo trascurabili.

 

 

Solo è necessario che gli italiani si adattino alle esigenze ed agli usi della piazza, producano tessuti secondo le mode di laggiù, e non secondo i gusti italiani; e non pretendano di essere pagati in contanti alla consegna della merce in Italia.

 

 

I pagamenti nell’Eritrea si fanno a tre mesi; il commercio all’ingrosso è solido, perché i grossisti vendono in grosse quantità alle carovane dell’interno e sempre per contanti, dimodoché non ci sono rischi. Ma bisogna aspettare che le carovane vengano per poter vendere e pagare l’esportatore italiano. Pigliar denaro a prestito per fare subito i pagamenti sarebbe rovinoso; il denaro costa il 6-8 per cento al mese a Massaua.

 

 

Tanto più poi gli industriali italiani dovrebbero destarsi dal lungo sonno se si pensa che le provenienze dall’Italia entrano in franchigia, mentre gli altri tessuti pagano il 15 per cento del valore in dazio.

 

 

I tessuti in seta vengono parimenti da Bombay; alcuni vengono già da Como; ma costituiscono finora un’infima minoranza. Anche qui la Camera di Commercio ha raccolto venticinque campioni di tessuti di seta, da distribuirsi gratuitamente agli industriali che ne facessero richiesta. Né questo è il solo campo aperto alla attività degli italiani nella Colonia eritrea.

 

 

Sembra che il suolo della Colonia non sia tutta sabbia e non sia solo coperto di spine e di ronchi, se la Camera di commercio di Massaua ha saputo portare a Torino una ricca raccolta di saggi di terre e di prodotti del paese.

 

 

I campioni di terreni della grande pianura di Saberguma, irrigabile per più di 5000 ettari con una derivazione dal fiume Ain, della pianura di Ambatocan vicino a Saati, dell’altipiano di Asmara, non lasciano alcun dubbio sulla esistenza di terreni ricchi, profondi e fertilissimi in parecchie zone della Colonia. Il visitatore della Mostra si accorge eziandio, con meraviglia, che nell’Eritrea crescono il grano e la dura, si espandono immensi boschi di aranci, di uva e di ulive allo stato selvatico e deve persuadersi che si potrebbe coltivare con profitto il cotone, qualità speciali di fibre per cordami, come la sansoviera, ed una qualità di tabacco fine ed odoroso.

 

 

A proposito di tabacco alcuni anni fa il Governo aveva cominciato a comprare il tabacco eritreo ad 1 1/2 centesimo per sigaretta data a Roma: ma siccome rivendeva la sigaretta confezionata a 12 centesimi, questa non poté attecchire.

 

 

Perché non venderla a 4 centesimi per accreditarla? Il profitto sarebbe stato ancora notevole. Nell’Eritrea si possono fare coltivazioni di erbe per fieno. Ora ai cavalli dell’esercito si dà lo stelo dell’erba seccata sul luogo, si può pensare con quanto vantaggio delle bestie. I Lazzaristi a Cheren seminarono una volta un campo di erba medica; durò 11 anni e dava fino sette tagli all’anno.

 

 

Né è la sola prova della fertilità della terra eritrea. A Cheren un tenente accomodò una volta due mandarini selvatici; subito si misero a fruttare una volta al mese; nella stagione delle pioggie si contarono fin 1000 mandarini su una sola pianta. Nelle vallate dell’altipiano viene il caffè: è possibile irrigarlo traendo alla superficie l’acqua che scorre sempre a poca profondità sotto la superficie. Sono abbondantissimi i pesci, di cui alla Mostra vi sono campioni conservati nello spirito; e sarebbe possibile impiantare uno stabilimento per salarli e conservarli.

 

 

Ora non valgono quasi nulla. Nell’interno si estendono foreste amplissime di alberi preziosi, del legno duro e resistente, di ginepro da lapis, e di ebano dal colore nero lucente. Né manca l’oro; alcuni pezzetti di quarzo aurifero e di oro ottenuto da italiani e da selvaggi dimostrano almeno la convenienza di eseguire ricerche, sia nelle sabbie alluvionali, sia nelle roccie quarzifere finora intatte.

 

 

Tutte queste ricchezze rimangono intatte ed inesplorate per un grave impedimento: la mancanza completa di vie di comunicazione. Le patate vengono benissimo a Ghinda: eppure torna più conveniente farle venire dall’Italia, benché Ghinda disti appena 90 chilometri da Massaua. Le spese di trasporto aumentano i prezzi in guisa incredibile. Se coi denari sprecati dai vari Governi finora succedutisi, nella Colonia si fossero costrutte delle ferrovie, le cose sarebbero andate ed andrebbero molto diversamente. Dal novembre al marzo, nella campagna che culminò ad Abba-Garima, si spesero, o meglio, si sprecarono ben 29 milioni in soli muli, cammelli e spese di trasporto. Con quella somma si sarebbe potuto, da persone dotate di previdenza e di buon senso, costruire una ferrovia fino a Goura, di un percorso di chilometri 110-120.

 

 

Si sarebbe aperto allo sfruttamento agricolo e commerciale un vasto paese e si sarebbero evitati molti disastri. Né si dica che gli indigeni non si servirebbero delle ferrovie. Già ora le carovane dell’interno non vengono più fino a Massaua, ma si fermano a Saati, donde spediscono le merci per ferrovia a Massaua. Si spesero centinaia di migliaia di lire in giardini sperimentali pei generali e l’onorevole Franchetti, si costruirono e ricostruirono per ben quattro volte i baraccamenti delle truppe in Massaua, prima in paglia, poi in stecche di legno coperte di frasche, in seguito di legname, basse e con verande di stuoie, e finalmente di legname, alte, e non si è mai fatto un lavoro durevole; ora si cominciano già a modificare le ultime; ed occorrono continue spese di riparazione.

 

 

Mentre si buttavano dalla finestra in così malo modo i quattrini dei contribuenti, si frapponevano ostacoli infiniti a quei pochi italiani che sul serio volevano sfruttare le ricchezze del paese. Nell’Eritrea non si concepisce un’immigrazione di coloni capitalisti; il capitale non va alle miniere, alla terra ed alle foreste: si ferma a Massaua, dove rende l’8 per cento al mese.

 

 

D’altra parte il capitalista italiano non si potrebbe servire dalla mano d’opera indigena. Gli indigeni sono infingardi ed astuti. Infingardi, perché non seminano se non lo strettamente necessario per vivere, ed appena hanno due o tre vacche, fanno i signori, rimanendo nell’ozio più completo. Astuti, perché sanno valersi dei bisogni del colono italiano, abbandonandolo nei momenti di maggior lavoro e rovinandolo colle pretese di salari altissimi.

 

 

E poi il loro lavoro vale poco. Nella Mostra eritrea vi sono esemplari degli arnesi di cui si servono per lavorar la terra. Un pezzo di ferro, messo trasversalmente ad un pezzo di legno, serve da zappa; e l’aratro è costituito da una sbarra rotonda ed acuminata di ferro che graffia il terreno. Dunque, niente colonizzazione di capitalisti italiani con torme di indigeni sotto di loro. L’unico elemento utile alla Colonia sarebbe quello di contadini, lavoratori sul serio e non poltroni, come molti di quelli che vennero a Massaua fin’ora.

 

 

A questi il Governo dovrebbe essere largo di favori, concedendo anticipazioni in sementi, arnesi di lavoro, buoi e mezzi di mantenimento fino al raccolto. Il Governo dovrebbe anche facilitare lo smercio delle derrate raccolte, acquistandole di preferenza per le truppe, ecc. Sovratutto poi il Governo dovrebbe fare delle leggi chiare, esplicite per le concessioni di terreni, in modo da impedire l’accaparramento di estensioni troppo ampie, ma da concedere la sicurezza assoluta ai coloni di godere dei frutti del proprio lavoro. Ora il caos domina in questa materia. Le terre si concedono per due o tre anni dopo pratiche lunghe, fastidiose e costose: esse sono gravate di tasse.

 

 

Passati gli anni di sperimento, il Governo manda un’ispezione a vedere se si sono fatti i miglioramenti stipulati nel contratto. E chi si fida a far spese, e coltivare la terra, col pericolo che dopo poco tempo salti il ticchio ad un capitano o ad un tenente di spossessarlo con un pretesto qualunque? Ciò che è avvenuto rispetto alle miniere d’oro è istruttivo. Le ricerche furono fatte per conto del Governo, che si riversa, a quanto pare, nell’Eritrea il monopolio delle miniere, che qui in Italia è stato abbandonato.

 

 

La conseguenza si è che nessuno intraprende lo scavo del sottosuolo. Un capitano offerse 30,000 lire per una concessione di terreni minerari, col patto ragionevole che lo lasciassero godere dei risultati. Fu fatto rimpatriare. Ad un altro richiedente, fu risposto che la concessione delle miniere si sarebbe fatta per nove anni, come se in nove anni in un paese come l’Eritrea fosse possibile trarre frutto dai capitali impiegati nella rischiosissima industria degli scavi.

 

 

Non è forse vero che le cose dettemi dal benemerito segretario della Camera di commercio italiana di Massaua dovrebbero invogliare i nostri commercianti ed industriali a far una visita alla Mostra Eritrea? Siccome l’Italia ha e con grande probabilità conserverà ancora per un pezzo la colonia, sembra ragionevole e conveniente che gli italiani ne traggano il maggior profitto possibile, e che il Governo nostro non metta dei bastoni nelle ruote alle persone intraprendenti e cessi fare delle spese pazze e degli sperimenti da serra sulle spalle dei contribuenti.

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