La municipalizzazione in Italia. La relazione al Senato. Un’inchiesta

Tratto da:

La Tribuna

Data di pubblicazione: 04/02/1903

La municipalizzazione in Italia. La relazione al Senato. Un’inchiesta

«La Tribuna», 4 febbraio 1903

 

 

 

Il Senato è chiamato ad esaminare il progetto sulla municipalizzazione dei servizi pubblici: e quest’oggi appunto verrà distribuita ai membri della Camera vitalizia la relazione dell’Ufficio centrale, nella quale il Senatore Mezzanotte, con molta chiarezza e diligenza da ragione dei singoli provvedimenti contenuti nel disegno di legge già approvato dalla Camera dei deputati.

 

 

L’Ufficio Centrale del Senato e per esso il senatore Mezzanotte nella sua relazione, propone che si adotti il disegno di legge così come venne dotato nell’altro ramo del Parlamento, dopo un’esauriente discussione; ma sente per altro il bisogno di richiamare l’attenzione del Governo sulla responsabilità che gli incombe «per la presa iniziativa e per la rilevante azione che dovrà spiegare affinché noncuranza nella esecuzione non eluda i benefici intenti, i quali, mediante le nuove disposizioni legislative, Parlamento e Governo confidano di veder conseguiti».

 

 

Ed a suggello delle sue preoccupazioni intorno alle ripercussioni che il disegno potrà avere sul sistema tributario locale, l’Ufficio Centrale propone il seguente ordine del giorno:

 

 

«Il Senato invita il Governo del Re a studiare e proporre, nel più breve tempo possibile, tali modificazioni al presente sistema tributario locale, che garantiscano la reintegrazione ed il mantenimento di un ragionevole equilibrio fra le varie fonti di contribuzioni locali».

 

 

Il tema così additato alla meditazione del Governo è certo di primissima importanza, ma poiché lo stesso Ufficio Centrale non ha creduto di trarne motivo ad ulteriori indugi che impediscano l’attesa riforma della municipalizzazione, rimaniamo noi pure, per oggi, nei confini di questa: e, nell’imminenza della discussione innanzi al Senato, esaminiamo i risultati di un’inchiesta che sulla municipalizzazione in Italia ha conseguito testé la Riforma Sociale, consegnandone i risultati nell’ultimo suo fascicolo. Il prof. Bachi vi riassume in un lungo ed interessante studio le risposte ricevute da circa 100 amministrazioni municipali ad un minutissimo questionario che si estende dalla fornitura del gas illuminante e dell’acqua potabile alle officine elettriche ed ai bagni popolari, dalla manutenzione delle vie e dallo sgombro della neve, alla nettezza ed all’inaffiamento delle vie.

 

 

Sarebbe troppo lungo riassumere tutta la inchiesta, la quale dovrà essere studiata con la massima attenzione dagli uomini dello Stato. Ci basti ricordare alcune fra le sue principali risultanze.

 

 

Ed anzitutto non bisogna credere che l’inchiesta presente conduca ad affermare sempre ed a negare in tutti i casi la bontà della municipalizzazione. Il problema non ammette soluzioni generali. A Cosenza il consumo del gas municipale si mantiene esiguo – mc. 3970 complessivamente con 31 abbonati – e va anzi scemando con l’uso crescente dell’acetilene.

 

 

Invece a Voghera il consumo che nel 1898 – ultimo anno di esercizio privato – era di 300.000 mc. circa, salì nel 1899 a 421.624, nel 1900 a 652.243, nel 1901 a 661.070 ed i contatori crebbero da 473 (1 gennaio 1989) a 979 (1 gennaio 1902); è notevole specialmente l’aumento nel consumo per usi industriali: da 34.573 mc. (1899) sali a 106.463 (1901). A Spezia il consumo salì da 144.529 mc. nel 1875 (ultimo anno di esercizio privato) a 995.058 (1901), e il numero degli abbonati è più che decuplato da 97 (1877) giunse a 998 (1901) e durante questo periodo il consumo medio per abbonato si elevò da 600 mc. a 997.

 

 

E così pure a Vicenza, a Padova, ecc.. Le tariffe sono dovunque – eccettuata Bologna – scemate con l’esercizio municipale. A Voghera da 40 a 18 centesimi per il metro cubo per l’illuminazione privata, a Vicenza da 38- 45 a 22-28 secondo gli anni, a Spezia da 50 a 23, a Padova da 38 a 18 sempre per l’illuminazione privata. A Bologna la tariffa è rimasta quasi invariata colla municipalizzazione, essendo stabilito che «il gas debba pagare il gas» che cioè, il servizio dia utili rilevanti, capaci di ammortizzare rapidamente i mutui contratti.

 

 

L’esercizio municipale significa talora un risparmio nelle spese per l’illuminazione pubblica. A Voghera tale spesa è computata in L. 18.000, compresi i salari agli accenditori e gli altri dispendi inerenti al servizio; prima era di circa L. 17.000 con meno della metà dei fanali ora esistenti. A Vicenza nell’ultimo anno di esercizio privato (1897) la spesa per l’illuminazione pubblica fu di L. 45.000; nel 1900 la spesa per l’illuminazione a gas fu di lire 37.596,72. A Spezia la spesa fu nel 1876 di lire 25.857,37 e nel 1901 di lire 48.193,64 con un servizio di molto accresciuto. A Padova la spesa scemò da 83.000 a 55.675.

 

 

Non dappertutto fioriscono però le rose. Le officine elettriche municipali indicano spesso dei disavanzi nella loro amministrazione che vanno da L. 35 ad Altamura ad 11.558 lire a Voghera. Qui l’inchiesta dice che il servizio d’illuminazione pubblica a luce elettrica risulta generalmente più costoso del servizio anteriore alla assunzione, ma fa rilevare che il maggiore costo può ritenersi compensato alla maggiore estensione e perfezione del servizio.

 

 

È interessante anche vedere come siano diversi i metodi adottati per le tariffe. Ad esempio fra 32 casi di acquedotti municipali, uno solo – Scicli – basa la tariffa sul reddito imponibile (sistema inglese); 6 fissano un canone unico per ciascun consumatore; gli altri basano il compenso per l’acqua fornita sulla entità della fornitura; talora esigono dai consumatori canoni direttamente basati sulla quantità misurata di acqua consumata, talora stipulano invece dei contratti di abbonamento: sovente ammettono contemporaneamente le due forme di contrattazione ed anche talvolta una forma mista esigendo un compenso suppletivo sulla base della quantità effettivamente consumata, per la eccedenza sulla quantità fissata nel contratto di abbonamento. 14 fra questi Comuni hanno tariffe proporzionali al consumo: 9 hanno tariffe inversamente progressive, cioè esigono canoni che unitariamente decrescono col crescere del consumo; 2 hanno tariffe miste proporzionali e inversamente progressive.

 

 

Se sotto questo rispetto la varietà è fonte di utili esperienze, vi è un punto però in cui è tale da recare seri imbarazzi: ed è nel modo di tenere i conti. Non vi è quasi nessun comune che segua lo stesso sistema. Talvolta essi tengono conto degli interessi e dell’ammortamento dei debiti, qualche volta di uno solo e talvolta di nessuno di questi due fattori del costo. Gli stipendi del personale dirigente ora sono calcolati da parte ed ora sono confusi cogli stipendi degli uffici tecnici cittadini. Di guisa che bene spesso l’utile di una impresa significa disavanzo e talvolta il deficit si converte in utile, perché nelle entrate si comprese solo il provento dell’illuminazione privata e non il provento della pubblica. Una vera babele.

 

 

A questo grosso guaio converrebbe porre riparo, perché non solo mette nell’imbarazzo gli studiosi, ma toglie alle medesime amministrazioni la possibilità di sapere se e di quanto un’azienda sia attiva o passiva. E non è a dire che sia questa una ragione di poco rilievo.

 

 

Come si vede, l’inchiesta compiuta dalla Riforma sociale mette in luce risultati interessanti, concreti. E per questo abbiamo creduto opportuno riferirne alcunché nelle nostre colonne, mentre l’invocata riforma si avvia a divenire un fatto compiuto.

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