La nominatività dei titoli

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 24/11/1901

La nominatività dei titoli

«La Stampa», 24 e 27[1] novembre 1901

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 445-450

 

 

I

 

Un telegramma alla «Stampa» da Roma, 23, ore 22 dice:

 

 

Il «Giornale d’Italia» riconferma, malgrado le smentite, che nel consiglio dei ministri domani si discuterà se si debbano rendere o no nominativi i titoli industriali.

 

 

La proposta nominatività dei titoli delle società anonime acquista terreno alla camera. Ho domandato a Maggiorino Ferraris che pensava di questa innovazione, ed egli mi ha dichiarato che è ad essa favorevolissimo. Mi ha ricordato che nel congresso economico, tenuto nella vostra città nel 1893, egli sostenne ardentemente una proposta in quel senso, che il congresso dopo viva controversia approvò.

 

 

Nella commissione dei quindici, nominata dalla camera per esaminare i provvedimenti finanziari del gabinetto Saracco, Maggiorino Ferraris rinnovò i suoi sforzi pel trionfo della nominatività dei titoli.

 

 

Egli fermamente convinto che sia questo un provvedimento di sana morale, il più adatto a frenare le truffe a cui sogliono talvolta abbandonarsi, con piena irresponsabilità, talune società anonime. Con le azioni al portatore, niente è più facile che distribuire un certo numero di azioni a nove o dieci teste di legno per far loro rappresentare nell’assemblea la parte che si vuole, e far figurare come approvati anche i bilanci o le deliberazioni più scorretti e più rovinosi.

 

 

Il deputato d’Acqui è convinto che le società anonime prenderanno il loro assetto normale e rispettabile quando i loro titoli saranno nominativi. Egli è talmente convinto della bontà della riforma, che mi ha detto queste parole: «Se il ministero proponesse un provvedimento a mio giudizio meno buono e lo accompagnasse con l’altro della nominatività dei titoli, subirei il primo pur di assicurare il trionfo del secondo».

 

 

Ho voluto citarvi l’opinione del Ferraris, non solo perché egli in siffatta materia ha competenza indiscutibile, ma perché non è l’opinione d’un ministeriale puro, ma sì d’un indipendente, lontano dai gruppi e dalle chiesuole.

S.

 

 

La crescente favorevole accoglienza nella camera alla proposta nominatività obbligatoria dei titoli industriali corrisponde ad un desiderio sentito dei finanzieri italiani.

 

 

Gli studiosi della pubblica finanza sono impressionati dal fatto che soltanto la ricchezza immobiliare sottostà all’intero tributo che per legge la colpisce, mentre la ricchezza mobiliare vi sfugge in un modo o nell’altro. Le terre e le case non si possono nascondere da un erede agli occhi del fisco; mentre con tutta facilità i titoli al portatore possono essere occultati e sottratti all’imposta.

 

 

La quota d’imposta che avrebbero dovuto pagare i titoli al portatore viene perciò a gravare la ricchezza immobiliare, già duramente colpita. Di qui l’ingiustizia stridente che gli agricoltori, i proprietari di case, piccoli e grossi, che il miserabile tugurio del contadino siciliano od il minuscolo straccio di terra dell’alpigiano piemontese siano oberati di balzelli, mentre i ricchi possessori di rendita, i capitalisti detentori di titoli industriali, i banchieri che negoziano il denaro sfuggono quasi del tutto ai tributi.

 

 

Né, si osserva, il male è di modeste dimensioni. L’on. Gagliardo riconosceva sino dal 1892 che nelle sole casse di risparmio ordinarie si raccoglievano su libretti rimborsabili al portatore 1.200 milioni, che, suddivisi per il numero degli anni costituenti la media sopravvivenza dell’erede o legatario a coloro, che morendo lasciano beni, dovrebbero annualmente concorrere alla tassa di successione con l’imponibile di 33 milioni, mentre contribuiscono per un 2 o 3 milioni appena. Aggiungeva l’on. Gagliardo che il capitale effettivo delle azioni, obbligazioni ed ogni altro titolo negoziabile, esclusi i titoli di stato, poteva, nel 1892, valutarsi in 5.500 milioni, di cui almeno due terzi (cioè 3.600 milioni) al portatore, che avrebbero dovuto contribuire all’imposta ereditaria mediante 100 milioni all’anno, mentre non vi contribuivano che per 10 milioni appena. Il debito pubblico dello stato al portatore ammonta a circa 6.700 milioni, che dovrebbero contribuire all’imponibile della tassa di successione per circa altri 100 milioni, mentre ne offrono non più di 15 o 16. Nel 1892, insomma, ben 8.500 milioni di ricchezza mobiliare sfuggivano all’imposta sulle successioni a cui sottraevano nientemeno che un imponibile di 204 milioni annui. Più recentemente il ministro Rubini, nella esposizione finanziaria del 2 dicembre 1900, calcolava che ad 8 miliardi ascendessero i titoli al portatore, di stato e privati, che si trovano nel regno e che di essi ben 6 miliardi e 500 milioni sfuggissero all’imposta ereditaria.

 

 

La nominatività dei titoli industriali avrebbe per intento di ovviare a siffatto danno. Nessuno più potrebbe occultare i titoli, i quali fossero resi nominativi e sarebbe tolta la stridente ingiustizia a cui si accennava innanzi. Più ancora, aggiungesi, con siffatta legge sarà facile correggere quello che v’è di abusivo e di pericoloso nelle speculazioni della borsa. Quivi sogliono spesso organizzarsi, per tutt’altri fini che quello di un onesto commercio, vere campagne, sia per esaltare un titolo, sia per deprimerne un altro; essendo tutte basate sul vuoto e d’ordinario anche su titoli che neppure esistono, riesce facile agli speculatori, se bene organizzati, di portare alle stelle un titolo che non lo merita o di deprimerne un altro solido e rispettabile. Questo sistema è un veleno per il credito, giacché la gente seria che ha denari da impiegare si guarda bene di metterli in valori che possono dar luogo a così febbrili agitazioni. La nominatività dei titoli frenerà codesti abusi ed imprimerà ai giuochi di borsa una impronta più sana e morale.

 

 

Questi gli argomenti con cui si propugna la voluta riforma fiscale; né essi mancano di peso. Indubbia e veramente stridente è l’ingiustizia dell’esenzione dall’imposta, specialmente ereditaria, della ricchezza mobiliare. Ma il porre riparo a siffatta ingiustizia è ardua impresa, a cui indarno si cimentarono finanzieri insigni. La proposta del ministro Carcano risolve convenientemente il quesito?

 

 

II

 

Un telegramma da Roma, 26, ore 21, al giornale dice:

 

 

Credo utile di spiegarvi come è avvenuto il lieve cambiamento introdotto dal consiglio dei ministri nella parte dei provvedimenti finanziari che riguarda la nominatività dei titoli delle società industriali.

 

 

L’imporla a tutte indistintamente le società parve al Cocco-Ortu fosse contrario alle tassative disposizioni del codice di commercio per quello che riguarda le società anonime. Poiché la questione apparve subito di gran momento, fu osservato che l’innovazione avrebbe immancabilmente suscitato alla camera una lunga controversia.

 

 

Per ciò fu adottato un temperamento mediante il quale si comincia ad introdurre nella nostra legislazione il principio della nominatività, accordandole un premio.

 

 

La più comune obiezione che si suol fare alla novità è che per essa s’inceppa il movimento dei valori industriali. A questo proposito posso dirvi che il Carcano prima di risolversi ha interpellato la Banca d’Italia, i cui titoli sono nominativi, per sapere se i trapassi di proprietà delle azioni erano agevoli od erano turbati dalla nominatività.

 

 

La risposta del comm. Stringher fu che nel corso di un anno molte migliaia d’azioni passano da un proprietario ad un altro e che ciò si effettua senza il menomo inconveniente.

 

 

Dopo tutto, a noi il temperamento accolto dal consiglio dei ministri sembra migliore del primitivo disegno dell’on. Carcano di rendere obbligatoria la nominatività dei titoli.

 

 

Già lo dicemmo: il rendere nominativi i titoli industriali ed anche i titoli di rendita corrisponde ad esigenze di giustizia tributaria, affinché tutti i patrimoni e tutti i redditi vengano egualmente colpiti dall’imposta e nessuno possa a questa sfuggire rovesciandola su altri meno fortunati. Ora dobbiamo aggiungere che se la giustizia astratta questo vuole, la pratica tributaria ha esigenze alquanto diverse.

 

 

Né è il solo caso in cui giustizia astratta e convenienza pratica contrastano. Anzi il caso più comune è che le imposte più giuste teoricamente non possano essere adottate perché riuscirebbero vessatorie ed opprimenti. Che cosa vi è di più giusto in apparenza dell’imposta unica sul reddito? Eppure nessuna persona sana di mente oserebbe consigliarla sul serio, in primo luogo perché condurrebbe alla bancarotta dello stato ed in secondo luogo perché dovrebbe essere ad aliquota altissima, sì da raggiungere il massimo di vessazione.

 

 

Così è della nominatività dei titoli. Sarebbe certo una bella cosa che la proprietà mobile pagasse come la immobile; ma siccome come quella è di sua natura fluida, inafferrabile, invisibile, così bisogna rassegnarsi a lasciarla sfuggire parzialmente tra le maglie delle leggi tributarie; a meno di togliere alla proprietà mobile i pregi suoi peculiari e di ridurla suppergiù alla condizione della proprietà immobiliare.

 

 

Se questo si vuole, è mestiere dirlo chiaramente. Chi bada ai grandi fenomeni della storia contemporanea sa che una delle più potenti molle di progresso è stata ed è ancora il capitale anonimo, che si congrega da mille parti senza dire la sua provenienza, che si nasconde senza dire dove va, che crea le grandi imprese con capitali che non si sa a chi appartengano.

 

 

Togliete la anonimità al capitale, abolite la sua quasi completa irresponsabilità e voi avrete forse compiuta un’opera di giustizia astratta, ma avrete altresì distrutto uno dei più mirabili congegni di lotta e di vittoria economica.

 

 

Si dice: l’azione anonima al portatore crea la speculazione fittizia, crea gli aggiotaggi, le rovine bancarie, la sfiducia verso le grandi imprese che troppo spesso sono retate di ingenui pesciolini. Si potrebbe forse rispondere che tutte codeste sono esagerazioni inverosimili, che le disonestà di borsa e di banca sono piccoli incidenti di fronte agli immensi benefizi che la mobilità del capitale apporta; che in altri paesi si ebbero le stesse lagnanze, ora di moda da noi, e non vi si diede retta; che la speculazione è maledetta da chi non la conosce e rimpianta amaramente da quei popoli (vedesi la Germania) che con leggi pretesero scioccamente di liberarsene.

 

 

Basterà notare soltanto che se nelle borse e nelle banche italiane esiste del marcio, se la gente ama lasciarsi portare via i quattrini di saccoccia, non varrà certo la nominatività dei titoli a togliere di mezzo il malanno. Ben altro ci vuole. Una legge non basta a far sì che la gente diventi più intraprendente, più accorta, più atta a sapere impiegare i proprii capitali.

 

 

La agevolezza con cui si accolse il temperamento escogitato dal Di Broglio dimostra che in fondo non era il desiderio di arrecare un beneficio agli azionisti-allodole quello che spingeva a volere la nominatività dei titoli, ma che questo era soltanto un pretesto per mettere una nuova imposta, motivandola con sedicenti ragioni umanitarie.

 

 

Il nodo della questione sta in ciò, che l’aumento proposto di 60 centesimi renderà allo stato un due milioni di lire all’anno di più.

 

 

Vale la pena di cominciare un programma di sgravi proponendo una maggiore imposta; e la attrattiva dei due milioni e la chimera di acchiappare la proprietà mobiliare sono sufficienti a compensare l’Italia dei danni che le verranno dal nuovo ostacolo posto all’immigrazione dei capitali stranieri?

 

 

Questo invero sarà l’effetto più sicuro e tangibile della nuova imposta. Già abbiamo l’aggio, la malafede dei debitori, la lentezza delle procedure giudiziarie, le lungaggini interminabili dei trapassi di proprietà e delle concessioni governative a tenere lontani i capitali stranieri che vorrebbero venire a creare ricchezza e distribuire lavoro. Quasi ciò non bastasse, ora vi aggiungiamo un nuovo inasprimento della tassa di circolazione. È sempre il criterio stravagante dei popoli invidiosi: dove si preferisce che tutti muoiano di fame, a patto che nessuno abbia cibo a sufficienza e non si vede che meglio sarebbe permettere ad alcuni di arricchire quando gli altri potessero essere almeno sazi.

 

 

Così noi, per mettere nelle casse dello stato due milioni all’anno, per avere la soddisfazione di poter dire che le imposte sono egualmente oppressive per tutti e non lasciano per spirito di giustizia nessuno esente e per tener lontane dalle borse la lue della speculazione, diamo ai capitalisti dubitosi un nuovo motivo per andare ad impiantare altrove le loro imprese.

 

 

Tutto ciò non solo è molto strano; ma è inconcepibile che possa passare come un pensiero di democrazia e di giustizia. Tra il buon senso che fa largo ai milioni e non li tartassa con imposte, quando sa che altrimenti i milioni se n’andrebbero via o non verrebbero affatto, e la giustizia cosidetta democratica che rinuncia ai milioni inafferrabili della proprietà mobile pur di poter dire che l’imposta è uguale per tutti, noi stiamo col primo.

 

 



[1] Col titolo Giustizia e pratica tributaria [ndr]

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