La nota americana ed il commercio internazionale
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 20/03/1945

La nota americana ed il commercio internazionale

«Risorgimento liberale», 20 marzo 1945

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 5 maggio 1945

 

 

 

Il comunicato ufficiale sui risultati delle conversazioni condotte dalla missione Quintieri Mattioli con i dipartimenti di stato e del commercio e la tesoreria degli Stati Uniti ha già informato l’opinione pubblica intorno alla importanza di quelle conversazioni ed all’avviamento notabile che esse hanno dato alla ripresa di relazioni normali fra i due governi americano ed italiano.

 

 

Quelle conversazioni hanno con vantaggio integrato le trattative contemporaneamente condotte a Roma fra la commissione alleata ed i ministri italiani competenti; tra i quali giova sovratutto ricordare, oltre quello degli esteri, i ministeri del tesoro e dell’industria ed il comitato interministeriale per la ricostruzione presieduto dal ministro dei lavori pubblici.

 

 

La nota ufficiale consegnata dal dipartimento di stato americano alla missione Quintieri Mattioli tocca così numerosi problemi che, quando non ci si voglia limitare ad una parafrasi è giocoforza esaminare ad uno per uno. Riproduco perciò soltanto i paragrafi ottavo e nono della nota allo scopo di chiarirne il contenuto logico;

 

 

Paragrafo ottavo: In linea generale, il governo degli Stati Uniti spera che l’Italia potrà ricostruire la sua economia secondo le linee di produzione meglio adatte alle risorse ed alle attitudini del suo popolo e vorrà adottare una politica commerciale che faciliterà l’espansione del commercio italiano con l’estero e i pagamenti all’estero su una base multilaterale e non discriminante e attraverso l’intermediazione commerciale privata. Questa si reputa essere la via da adottarsi per ristabilire la prosperità interna in Italia e per assicurare pacifiche relazioni politiche ed economiche tra le nazioni del mondo.

 

 

Paragrafo nono: Nell’affrontare gli immediati problemi delle relazioni commerciali tra l’Italia e gli Stati Uniti durante il presente periodo di guerra, i principii generali detti più sopra debbono essere modificati secondo le esigenze della guerra, la quale è ancora combattuta su una parte del territorio italiano. Nonostante il desiderio del governo degli Stati Uniti di facilitare lo scambio di merci fra i due paesi, l’espansione del commercio è ostacolata dalla grande scarsità di molte merci nei due paesi, dall’assenza di facili tramiti per le comunicazioni e gli scambi finanziari e sopratutto dalle limitazioni nell’uso del naviglio per scopi militari e per le necessarie esigenze civili.

 

 

Par chiara l’interpretazione la quale deve essere data alla nota. Sinché dura lo stato di guerra e sinché nell’immediato dopo guerra le merci da scambiare, il naviglio necessario per i trasporti di quelle merci e le possibilità di pagamento da parte dell’Italia, a causa dell’inevitabile supero, in valore, delle importazioni sulle esportazioni, continueranno a difettare, il controllo dello stato sul commercio internazionale si impone. Guerra vuol dire economia comandata dall’alto; guerra è sinonimo di statizzazione.

 

 

Lo stato deve stabilire quali e quante merci estere si possono comperare con i limitati mezzi a sua disposizione, e quali e quante merci nazionali si possono e debbono esportare senza recar danno alla difesa del paese.

 

 

È necessario catalogare e graduare le merci di importazione affinché si importino solo e prime quelle le quali servono alla ricostruzione economica del paese, ed alla alimentazione dei cittadini, ad esclusione delle merci di comodo e di lusso, accessibili solo ai consumatori intesi a sciupare le ricchezze antiche e nuove – queste forse in maggior misura – in maniera contrastante al severo abito di vita imposto a tutti dalle esigenze belliche ed ai più dalla riduzione dei redditi reali.

 

 

Fortunatamente, una parte dei beni di consumo necessari alla popolazione civile e dei beni strumentali di ricostruzione sono oggi importati dagli alleati per ragioni di guerra ed, essendo stati collocati in una categoria speciale (detta A), formeranno oggetto, per il pagamento, di trattative fra le Nazioni Unite ed il governo italiano al momento delle trattative di pace. Questi beni sono, sulla base di un piano predisposto dal nostro governo, determinati, in quantità e qualità, dalla commissione e dai governi alleati e principalmente da quello americano e non premono, almeno per ora, sulla bilancia dei pagamenti internazionali dell’Italia. Per gli altri beni, il cui acquisto avviene con criteri commerciali, e dietro pagamento, la bilancia, sinché dura la situazione determinata dalla guerra, non può essere automatica. Essa è un affare di stato. Da noi vi sovraintendono due enti pubblici: l’uno detto I.C.E. (Istituto per il commercio estero), e l’altro sinora, abbreviatamente, detto Istcambi (Istituto nazionale per i cambi esteri).

 

 

 

La delimitazione fra i due istituti non è del tutto nitida; ma in generale si può dire che l’I.C.E. sovraintende alla determinazione delle quantità e qualità e relativo acquisto dei beni esportati ed all’acquisto, ricevimento e distribuzione dei beni da importare, laddove l’Istcambi provvede al regolamento delle relative transazioni finanziarie (pagamenti, riscossioni, compensazioni) nelle valute nazionale e forestiere. Sovraintendere non vuol dire fare tutto: una certa libertà di azione può essere concessa a produttori e consumatori, ad importatori ed esportatori. Ma vuol dire certamente non lasciar fare nulla di quel che non sia approvato dall’autorità; ossia, ancora, vuol dire che l’I.C.E. e l’Istcambi debbono avere il monopolio del commercio e dei cambi esteri.

 

 

Il monopolio così creato potrà temporaneamente essere utilizzato al fine del risanamento finanziario e monetario del nostro paese. Lo stato, il quale acquista, attraverso l’I.C.E., suppongasi 10.000 vetture automobili, del tipo che oggi si vende correntemente al prezzo di un milione di lire, dopo averne assegnato 2000, al prezzo di costo, ad ipotesi, di 1000 dollari, ossia 100.000 lire l’una, alle pubbliche amministrazioni ed agli enti di pubblico interesse, potrà vendere le altre 8000 al più alto offerente incassando dicasi 600 mila lira l’una, con un guadagno complessivo netto di 4 miliardi ed 800 mila lire.

 

 

Parimenti importando 10.000 autocarri, dopo averne assegnati 2000 al prezzo di costo di 3000 dollari agli enti pubblici di trasporto e distribuzione dovrà vendere gli altri 8000 al più alto offerente al prezzo medio a cagion di esempio, di 3 milioni di lire (30 mila dollari), prezzo inferiore a quello oggi corrente, col lucro complessivo di 21 miliardi e 600 milioni di lire.

 

 

Così pure, se lo stato importasse 10.000 tonnellate di caffè, del costo, ad ipotesi, di 100 lire al chilogrammo, lo potrebbe agevolmente vendere al prezzo di 600 lire al chilogrammo, con un lucro netto di 500 lire per chilogrammo e totale di 5 miliardi di lire.

 

 

Sarebbe strettissimo dovere dello stato di comportarsi in siffatta guisa; perché, se volesse invece vendere automobili, autocarri, caffè e tutti gli altri beni importanti al prezzo di costo, la condotta sua, apparentemente benigna, si risolverebbe nel dare impulso alla camorra più sfacciata a pro di ogni sorta di intermediari, politicanti, mezzani e truffatori.

 

 

Costoro acquisterebbero la roba importata a basso prezzo dallo stato, od I.C.E. od altro ente o consorzio intermediario; ma, poiché l’averla acquistata a basso prezzo non ne farebbe venir meno affatto la rarità, la merce arriverebbe pur sempre al consumatore definitivo al prezzo di lire 600.000 l’una per le automobili, di 3 milioni per gli autocarri e di 600 lire al chilogrammo per il caffè. Il profitto sarebbe lucrato dalle diverse tordinone italiane e dai loro fornitori, sia pure equamente distribuiti fra i varii concorrenti partiti; laddove urge che il profitto vada tutto al pubblico erario e giovi all’ufficio che è oggi porro unum et necessarium della finanza italiana: raccogliere biglietti vecchi esistenti per provvedere alle spese pubbliche senza ricorrere al torchio di stampa dei biglietti nuovi.

 

 

A questo fine sacrosanto intende il nuovo prestito in buoni del tesoro; ma fa d’uopo che al medesimo fine sia volto altresì lo strumento del monopolio del commercio estero imposto temporaneamente dalle circostanze belliche.

 

 

Cessate le attuali contingenze di guerra, al monopolio dovranno sostituirsi gli strumenti normali dei dazi fiscali e delle imposte di produzione. Dovranno, dico, se la nota del governo americano sia interpretata secondo il suo significato logico. Infatti, secondo il tenore dei due paragrafi sopra riprodotti, sia l’I.C.E. che l’Istcambi sono conseguenze necessarie dello stato di guerra, ma sono altresì due pubbliche calamità del tempo di pace, due tra le minacce più gravi alla economia del nostro paese.

 

 

La nota americana afferma chiaramente e correttamente che nessuna prosperità potrà essere riconquistata all’interno dell’Italia, nessun ristabilimento di pacifiche relazioni politiche ed economiche fra le nazioni del mondo potrà aversi se il commercio internazionale non sia di nuovo affidato alla libera iniziativa privata; se non siano dati alle fiamme tutti gli accordi di compensazione bilaterali (così detti clearings) e se non si torni alle regole del commercio con compensazioni multilaterali, senza discriminazione a favore o contro alcuna nazione straniera.

 

 

In un altro paragrafo (13mo) la nota americana dichiara ancora che il governo degli Stati Uniti è pronto ad entrare, con il governo italiano, in un accordo col «quale i governi si impegnino a cooperare per un programma inteso a promuovere una più ampia produzione mondiale, un più largo impiego di mano d’opera, scambio e consumo di merci e la eliminazione di tutte le forme di trattamento differenziale nel commercio internazionale, la riduzione di tariffe ed altre barriere commerciali».

 

 

Sebbene ciò non sia consentito per ora dalla ragione militare, la nota spera che «al più presto sia possibile per i rappresentanti italiani di visitare gli Stati Uniti con lo scopo di promuovere il commercio» (par. 12), restituendo così «il più rapidamente possibile tale commercio alla intermediazione commerciale privata».

 

 

Non si nasconde il governo americano che «le attuali condizioni dell’offerta del tonnellaggio mercantile e quelle finanziarie possono ostacolare un rapido raggiungimento di questi fini»; tuttavia spera che il governo italiano voglia «cooperare nello stabilire le misure per raggiungere questi obbiettivi». (par. 15).

 

 

Tutte queste, che ho citato, sono parole di buon senso e di verità. L’Italia ha oggi due interessi dominanti: utilizzare il malanno, purtroppo necessario, dei due monopoli dell’I.C.E. e dell’Istcambi allo scopo di cavarne il massimo profitto possibile a favore dell’erario e quindi della lira e ridurre nel tempo stesso la durata del malanno alla minima possibile. Perciò, mentre dolorosamente è necessario adattarsi a riorganizzare i due istituti, si deve aver l’occhio fisso alla meta della loro abolizione del minor lasso di tempo immaginabile.

 

 

Se vogliamo prosperità e pace nel mondo, dobbiamo combattere contro i monopoli di ogni sorta; epperciò anche contro quelli che, per nascondere la propria natura nemica all’uomo, si chiamano monopoli di stato.

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