Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

La nota britannica sulle riparazioni

«Corriere della Sera», 15 agosto 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 335-339

 

 

 

La nota inglese sulle riparazioni, persuasiva nella parte critica, lo è assai meno nella ricostruzione e nelle proposte positive. È vero, e ormai tutti, probabilmente anche in Francia, ne sono persuasi, che l’occupazione militare della Ruhr non agevola il pagamento delle riparazioni da parte tedesca. La Francia, spendendo somme egregie, ha ottenuto consegne di gran lunga meno importanti di carbone di quelle che essa otteneva al tempo delle volontarie «inadempienze» tedesche; ed ha impedito che Belgio ed Italia ottenessero quanto si erano abituati a ricevere negli anni precedenti. È vero che l’occupazione militare turba l’assetto dell’economia tedesca; ne diminuisce la capacità di produzione, e quindi, nel tempo stesso, la capacità di vendita all’estero e di consumo di merci forestiere. L’Inghilterra a giusta ragione può dunque dar colpa alla Francia della persistenza della imponente sua disoccupazione e del ritardo nella ripresa del commercio mondiale.

 

 

Fin qui, la logica fila diritto. E siamo ancora su terreno saldo quando la nota riconosce in generale il legame esistente fra riparazioni e debiti interalleati. Come si può pretendere che Francia, Belgio ed Italia rinuncino alle riparazioni tedesche finché non siano sicure di non essere schiacciate dall’enorme peso dei debiti interalleati? Basta pensare un momento alla situazione nostra italiana per rimanere persuasi del nesso inscindibile dei due fatti. Al 30 giugno 1923 i debiti, in lire oro, dell’Italia verso l’Inghilterra, compresi gli interessi fino a tal data, ammontavano a 13.594 milioni; quelli verso gli Stati uniti, non conteggiati gli interessi, a 8.593 milioni. In tutto 22 miliardi in cifra tonda e forse 23 e più con gli interessi americani. Contro a questo debito imponente sta il diritto al 10% sulle riparazioni tedesche, le quali nominalmente ammontano a 132 miliardi di marchi oro. Come vuolsi che l’Italia rinunci ad una parte del suo decimo se essa non ha sicure le spalle dalle richieste di rimborso da parte degli antichi alleati? Con quali mezzi Francia, Belgio ed Italia provvederebbero agli scopi a cui le riparazioni debbono servire, ossia alla ricostruzione dei territori invasi e distrutti?

 

 

Bene dunque opera l’Inghilterra a riconoscere il legame inscindibile tra le riparazioni ed i debiti interalleati. Ma il riconoscimento è subito svalutato dalla singolarità del punto di vista insulare da cui l’alleata si pone. Se abbiamo compreso bene il ragionamento della nota britannica, esso conclude: noi siamo disposti a ridurre le nostre pretese di rimborso dagli alleati alla differenza tra i 14.200 milioni di marchi che noi dobbiamo pagare agli Stati uniti e la cifra «x» che ci sarà assegnata sulle riparazioni tedesche. Se, ad esempio, la quota parte inglese delle riparazioni tedesche ammonterà a 10.000 milioni di marchi, noi pretenderemo dagli alleati il rimborso di soli 4.200 milioni; se la quota nostra sarà di 8.000 milioni, noi pretenderemo 6.200 milioni; mentre rinunceremo a tutto, se ci saranno assegnati tutti i 14.200 milioni sulle riparazioni tedesche. In altri termini l’Inghilterra chiede che o la Germania o gli alleati (Francia ed Italia) si incarichino del pagamento intiero del suo debito di guerra verso gli Stati uniti.

 

 

Fra tutte le formule escogitate per liquidare riparazioni e debiti, questa non ci sembra davvero una delle più felici.

 

 

Essa riposa innanzi tutto su un fondamento morale assai dubbio: chiedendo alla Germania ed agli alleati, insieme collegati da una nuova e strana solidarietà passiva, di pagare, per conto suo, i debiti che essa ha verso gli Stati uniti, l’Inghilterra risuscita la teoria antica che quei debiti non furono contratti a proprio beneficio, sibbene, agendo essa quale semplice intermediaria, a semplice beneficio degli alleati. La quale teoria fu riconosciuta ufficialmente dai reggitori inglesi del tempo come non esatta. I debiti inglesi verso gli Stati uniti furono contratti senza alcuna procura altrui, nell’interesse proprio della condotta della guerra comune, che altrimenti sarebbe finita nella sconfitta.

 

 

La risurrezione di questa vecchia erronea teoria è infelice per parecchi rispetti.

 

 

In primo luogo essa crea un nuovo interesse nella Francia e nell’Italia a tener duro sulla cifra delle riparazioni tedesche. Finora esse avevano interesse a non cedere allo scopo di non scemare il valore della propria percentuale. Adesso, esse avrebbero altresì interesse a crescere al massimo il valore della percentuale inglese. Quanto più tale valore cresce e tende verso i 14.200 milioni di marchi, tanto più diminuisce il valore del debito verso l’Inghilterra di cui questa chiederebbe il rimborso. Non si capisce come l’Inghilterra, tanto giustamente desiderosa di creare un ambiente di ragionevolezza nella discussione del «quanto la Germania può pagare», erri in modo da giungere precisamente al risultato opposto. Francia ed Italia avrebbero interesse a pretendere molto per non pagar nulla agli alleati. La Germania, d’altro canto, si sentirebbe incoraggiata a seguitare nelle sue dimostrazioni di insolvenza, sicura di non essere molestata dall’Inghilterra, la quale, fissatasi sui 14.200 milioni di marchi, avrebbe deciso di farsi pagare dagli antichi alleati tutto ciò che la ex nemica non volesse pagare.

 

 

In un mondo di esagitati dalla psicologia della vittoria e della sconfitta, spetta a coloro, i quali conservano la capacità dei ragionamenti freddi e positivi, l’obbligo di mostrarsi generosi. L’Inghilterra tiene gran conto della necessità di ripristinare condizioni normali di vita, di commercio, di economia. Essa si inquieta per il permanere di uno stato di guerra guerreggiata e di commovimenti civili nel centro dell’Europa. Ed ha ragione. Ma che davvero il modo migliore di risolvere il problema sia quello di presentare un conto capitale da pagare e di chiedere frattanto il versamento degli interessi? Non è evidente che tutto ciò non può far altro che esasperare gli animi e spingerli agli ultimi eccessi? I francesi probabilmente hanno scelto una via cattiva per ottenere quanto ad essi è dovuto dalla vinta nemica; ma dalla via prescelta non li farà ritrarre la minaccia di dovere aggiungere alle spese della ricostruzione interna l’onere del rimborso dei debiti all’Inghilterra ed agli Stati uniti. La Germania si sentirà incoraggiata a resistere dal disinteressamento pratico di uno degli alleati rispetto alla cifra delle riparazioni.

 

 

La risurrezione della teoria sbagliata, per cui i debiti inglesi verso gli Stati uniti sarebbero in realtà debiti italo-francesi, è lamentevole anche per un’altra ragione. La nota britannica ha quasi l’aria di dire che l’Inghilterra è costretta a chiedere agli alleati, ove la Germania non li surroghi, il pagamento di quanto essa deve agli Stati uniti, perché i suoi contribuenti non possono sopportarne il peso. Ora qui, è mestieri ridurre le cifre al loro vero valore: 14.200 milioni di marchi oro sono una cifra che fa gran figura. Ridotta a lire sterline e messa in rapporto con le altre cifre del bilancio inglese, essa fa una impressione di gran lunga minore. Ecco quanto i contribuenti inglesi pagarono in imposte e come le imposte furono distribuite in interessi sul debito pubblico e in spese per altri servizi pubblici, escluse le poste, i telegrafi e gli altri servizi industriali e speciali che bastano, coi proprii redditi, a se stessi (in milioni di lire sterline).

 

 

Spese per

 

Entrate per imposte

servizi civili e militari

interessi sul debito interno

interessi sul debito americano

 

1913-14

162,4

135,6

19,1

1920-21

1031,7

682,6

341,7

1921-22

856,7

557,6

322,4

1922-23

774,8

406,6

280,4

22

1923-24

(previsione)

700

369,7

280

30

 

 

Queste cifre non sono addotte per svalutare il magnifico sforzo del contribuente inglese, il quale si è subito, durante la guerra, sottoposto a durissimi sacrifici pur di consegnare un bilancio in pareggio. Esse debbono anzi essere additate all’emulazione di tutti i paesi del mondo per l’energia mirabile con cui le spese civili e militari furono dal 1920-1921 al 1923-1924 quasi dimezzate.

 

 

Ma ci consentano gli amici inglesi di credere che il contribuente del loro paese sia già abbastanza soddisfatto di aver veduto diminuire di un terzo in pochi anni il proprio onere tributario (da 1.031 a 700 milioni di lire sterline) per sentirsi così oppresso da chiedere ulteriore sollievo a carico dei contribuenti del continente europeo. Che cosa sono quei 30 modesti milioni (destinati per molti anni a non crescere) di interessi sul debito americano, rimpetto ai 280 milioni di debito interno? La diminuzione avvenuta, grazie all’ottimo credito britannico, nell’onere del debito interno, non ha forse compensato e al di là l’onere nuovo del debito americano? Il contribuente britannico, il quale guarda i fatti nel loro complesso e sa che nel 1922-1923 ha pagato in tutto 302,4 milioni di interessi contro 322,4 nel 1921-1922 e 345,7 nel 1920-1921; e prevede che nel 1923-1924 pagherà 310 milioni, non distingue tra le due specie di debito. Sa che l’imposta sul reddito gli è stata scemata, in parecchie riprese, dal 30% del tempo di guerra al 22,5% dell’anno in corso; ha ottenuto parecchie riduzioni nelle imposte sulla birra, sullo zucchero, sul tè, nei prezzi delle lettere e dei telegrammi; e non è credibile che egli sia così accanito come la nota britannica vorrebbe farci credere, nell’esigere ulteriori diminuzioni a carico dei confratelli di Francia e d’Italia, i quali percorrono tuttora, nel complesso, il cammino ascendente nella scala delle imposte.

 

 

Manca dunque alla nota britannica una maggiore generosità nell’enunciazione della giusta idea della connessione tra riparazioni e debiti. Nessuno chiede che l’Inghilterra rinunci ufficialmente senz’altro ai suoi crediti. Essa ha ragione di porre la sua rinuncia come una posta nel gioco delle trattative le quali debbono condurre ad un assetto generale dell’Europa. Ma solo l’annuncio che la rinuncia sarà assoluta potrà condurre ad un felice accordo. Solo la sua rinuncia assoluta servirà di sprone e di esempio all’associato silenzioso, il quale si tiene lontano dall’Europa come da un nido di vespe. La generosità è ottima consigliera di buoni affari economici. Forse la Francia desidera di trovare un mezzo di uscire con onore dalla avventura in cui si è cacciata. Ma a ciò essa non si risolverà mai sotto la spinta di una richiesta di pagamenti. L’economia francese, così come ora è costrutta, con le fertili pianure produttrici di grano, con le migliori miniere di ferro e di carbone di Europa in suo possesso, con una capacità di risparmio quasi inesauribile, è forse l’economia europea meglio capace a resistere indefinitamente, anche se chiusa in se stessa. Bisogna incoraggiare i francesi i quali desiderano godere i beni della pace, non eccitare quelli i quali amano le avventure eroiche e pongono in cima dei loro pensieri la distruzione della Germania.

 

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