La nota britannica

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 11/02/1925

La nota britannica

«Corriere della Sera», 11 febbraio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 69-74

 

 

 

La nota ufficiale inglese sui debiti interalleati non ha ricevuto in Francia un’accoglienza entusiastica; né la freddezza può apparire fuor di luogo ove si rifletta alla natura degli impegni che la Francia dovrebbe assumere.

 

 

Un primo impegno dovrebbe essere la rinuncia ad una parte delle riparazioni tedesche dovute alla Francia in virtù del piano Dawes. La Francia cederebbe, senza garanzia di buon fine, una parte della sua quota delle riparazioni tedesche all’Inghilterra. Questa è la più semplice delle richieste inglesi e sarebbe forse di non rigorosa osservanza per l’Italia la quale non ha mai fatto troppo assegnamento sulle riparazioni tedesche per l’equilibrio del suo bilancio. Ma per la Francia, la quale ha contratto prestiti colossali per le province invase ed è ben lontana dalla ricostruzione, la rinuncia ad una quota parte delle riparazioni tedesche potrebbe essere gravemente pericolosa per il bilancio e per la stabilità del franco. Tuttavia, non sarebbe forse impossibile un’intesa su questo punto ove fosse chiarito che la Francia ed eventualmente l’Italia ritenessero per sé la quota riparazioni la quale potrà dalla Germania essere trasferita all’estero e cedessero all’Inghilterra a preferenza la quota o parte della quota riparazioni che il comitato dei pagamenti sentenzierà non potersi trasferire fuor della Germania senza mettere in forse la stabilità del marco. Francia ed Italia rinuncerebbero a ciò che non possono esigere e l’Inghilterra acquisterebbe diritti su fondi esistenti in Germania e non trasferibili, fondi che essa potrebbe investire nella Germania medesima. Essa che, come vedremo, investe capitali dappertutto, investirebbe le riparazioni tedesche in Germania.

 

 

Ma l’impegno più grosso che la Francia dovrebbe assumere sarebbe quello di una somma fissa, pagabile in ogni caso, sia che la Germania faccia o non faccia onore ai suoi impegni e riducibile solo nel caso poco probabile che la Germania giunga a pagare molto più del previsto. La nota britannica non fa cenno dell’ammontare di tale quota fissa; e solo afferma che nel determinarlo si dovrà tener conto «delle ricchezze della Francia, rispetto agli altri paesi, e delle sue capacità fiscali».

 

 

La formula è vaga ed è nei rapporti con gli alleati inammissibile. Per la Germania è noto che si fece un calcolo di tal fatta, assumendo che essa potesse pagare somme progressivamente crescenti in cinque anni da 100 a 2.500 milioni di marchi oro. Ma altro è pagare, ossia versare in una cassa tedesca, altro trasmettere ai creditori esteri. Perciò fu creato un comitato dei pagamenti, il quale trasmetterà solo quelle somme il cui invio non metta in pericolo la stabilità del nuovo marco tedesco. Il resto rimarrà in Germania, a disposizione, parziale, dei creditori. Questi potranno con esso, in parte, acquistare interessamenti in aziende tedesche.

 

 

Se ciò si è fatto per la Germania, niente di peggio, almeno, dovrà farsi per gli alleati. Con alcune fondamentali differenze. Francia ed Italia non potranno mai essere assoggettate a qualsiasi controllo sulle loro finanze. Un paese vinto può essere costretto a vedere controllori esteri insediarsi nei ministeri, nelle ferrovie, nelle dogane. Un paese vincitore ed alleato mai.

 

 

Non può, inoltre, per la Francia e per l’Italia farsi alcuna differenza fra pagato e trasferito. In ogni eventualità, dovrà pagarsi solo ciò che possa essere trasferito. Tenere in paese una qualsiasi somma a disposizione degli Stati uniti e dell’Inghilterra equivarrebbe a dare a questi due paesi il diritto di comprare, fino a concorrenza, in paese, terre, case, azioni industriali e di banca. Basta porre il quesito per vedere l’assurdità della cosa. Avremmo fatta la guerra, per consegnare poi, coi nostri danari, la padronanza delle nostre imprese migliori ad americani ed inglesi. Chi può pensare sul serio ad una simile mostruosità?

 

 

Dunque il massimo dei pagamenti possibili (il che non vuol dir dovuti) è dato dalla capacità del paese debitore di trasmettere capitali all’estero. È ben noto che questa capacità è uguale alla differenza fra attivo e passivo della bilancia dei pagamenti internazionali; «pagamenti» e non «commercio» il che porta a comprendere anche le importazioni ed esportazioni invisibili. Se uno stato deve pagare per merci comprate, per interessi di debiti, per noli passivi 1.000 e deve riscuotere, per merci vendute, per interessi di crediti, per noli attivi, per rimesse di forestieri e di emigranti 1.200, si dice che ha una eccedenza di 200, ossia che ha la potestà di investire o di pagare all’estero 200. Nessun paese può pagare di fatto alcunché all’estero se non ha una simile eccedenza attiva.

 

 

Quale è la capacità di pagamento della Germania e nostra? Si dice, da scrittori autorevoli, che la Germania investiva all’estero prima della guerra 1.250 milioni di lire-oro. Dopo le amputazioni sofferte, dopo le rovine dell’inflazione, è gran mercé che possa investire ovverossia pagare metà di tal somma e correranno anni parecchi prima che essa possa giungere al livello antico.

 

 

La Francia prima della guerra aveva investito all’estero forse 40 miliardi di franchi-oro. Ma li aveva in notevole parte investiti disgraziatamente in Russia ed in altri paesi andati a male. Del reddito di tali investimenti, che era il capitolo principale della sua eccedenza, ben poco le rimane; e di una parte di quel poco dovranno contentarsi Stati uniti ed Inghilterra. Dico di una parte perché l’Inghilterra, la quale ha ereditato buone colonie tedesche, gli Stati uniti che pacificamente intendono a controllare con le loro esportazioni di capitali mezza America e si allarmano ogni qualvolta non è ad essi, possessori delle terre a petrolio più estese del mondo, fatta adeguata parte dei giacimenti petroliferi della Persia, della Turchia, della Cina, ecc. ecc., non possono certo pretendere che la Francia si spogli di tutti i suoi diminuiti risparmi esportabili a favor loro e lasci in secco le proprie colonie, pur esse assetate di risparmi della madrepatria.

 

 

Ed a favore di chi la Francia dovrebbe spogliarsi di tutti i suoi risparmi esportabili? Dell’Inghilterra, la quale nel 1924 poté investire all’estero ben 130 milioni di lire-sterline – 3.250 milioni di lire-oro o 15 miliardi di lire-carta -; degli Stati uniti, che nel 1924 esportarono 1.200 milioni di dollari, equivalenti a 6.000 milioni di lire-oro ed a 30 miliardi di lire-carta. Notisi, di sfuggita, quanto esagerate siano le lagnanze britanniche intorno alle dolorose condizioni dei contribuenti di quel paese, che si dipingono immiseriti dal dover pagare 30 milioni all’anno di interessi agli Stati uniti. Non son trenta, perché fino a concorrenza delle riparazioni tedesche trasferite trattasi di un giro di accreditamenti dell’Inghilterra a favore degli Stati uniti; e non devono essere troppo pesanti se quegli stessi contribuenti all’imposta sul reddito, che si affermano ridotti allo stremo per dover pagare un 5% di più di tributo sul reddito a causa dell’annualità americana, hanno ancor tanto fiato da risparmiare, oltre tutto il risparmio investito in patria, ben 130 milioni di sterline all’anno per investimenti esteri.

 

 

La Francia farà, non v’ha dubbio, calcoli esatti prima di avventurarsi in un piano preciso di pagamenti ai due creditori anglosassoni e non vorrà certamente fissare la cifra inglese prima di avere accertata quella americana. La capacità di pagamento è una sola; e misera come è la veste da dividere, Stati uniti ed Inghilterra dovranno pure fraternamente dividersela e non pretenderne ognuno di essi una nuova per sé solo.

 

 

All’Italia si applicano i medesimi ragionamenti fatti per la Francia; con questo di diverso, che l’ultimo calcolo eseguito sull’eccedenza della bilancia italiana dei pagamenti (prof. P. Jannaccone, a p. 10 dei Documenti sulla condizione finanziaria ed economica dell’Italia comunicati dal ministro De Stefani al parlamento l’8 dicembre 1923) dava per il 1921 un saldo passivo di 1.005 milioni e per il 1922 un saldo attivo di 232 milioni di lire-carta. Ma anche questi non ci sarebbero stati, se non avessimo riscosso 440 milioni di riparazioni tedesche. Ammettasi pure che nel 1923, 1924 e 1925 una eccedenza ci sia, astrazion fatta dalle riparazioni tedesche. Essa deve essere tuttavia una quantità così piccola da essere a mala pena bastevole agli investimenti coloniali ed a quegli altri investimenti di protezione delle nostre correnti emigratorie che la nostra situazione di paese sovrapopolato ci impone.

 

 

Se la eccedenza della bilancia dei pagamenti è piccola, se quindi le nostre disponibilità di pagare sono scarsissime, dobbiamo forse vergognarci di confessare apertamente tale impotenza? La Germania non soffrì di siffatti pudori e subito Inghilterra e Stati uniti si commossero e premettero su di noi fortemente per indurci a rinunciare a diritti sanciti da solenni trattati.

 

 

Il pudore franco-italiano è stato finora l’arma più potente delle due nazioni creditrici. Non ne hanno altra. Quale sanzione infatti potrebbero avere inglesi ed americani se Francia ed Italia si ostinassero a non pagare? Non ci sono, come per la Germania, teste di ponte su fiumi di confine; è inimmaginabile e, dopo la fatta esperienza della Ruhr, assurda una qualsiasi occupazione militare od economica. Rappresaglie doganali o migratorie? Ma più alti di così non potrebbero essere i dazi americani contro le nostre esportazioni; ridotta al disotto di 4.000 persone all’anno non può essere la quota di immigrazione italiana: e non è pensabile che l’Inghilterra stabilisca dazi sulle merci francesi ed italiane solo per vendicarsi, a danno dei suoi consumatori, dei non pagati interessi. La sola sanzione economica possibile, il rifiuto di nuovi prestiti, lascia indifferenti noi, che prestiti non chiediamo a nessuno e sarebbe una gran fortuna per la Francia se fosse applicata, ché le sarebbe evitata la tentazione di sostenere, con la caffeina dei prestiti esteri, artificialmente la propria economia.

 

 

L’unica sanzione è quella morale. Ad essa Francia ed Italia si inchinano; ma dinanzi ad essa non è vergogna confessare la propria impotenza economica a pagar le somme esorbitanti che talun creditore chiede ed è sacrosanto diritto ricordare che l’impotenza economica deriva dai sacrifici di uomini e di beni sopportati durante la guerra per la causa comune. Finché la Francia e l’Italia proclamano la loro decisa volontà di pagare, gli anglo-sassoni si sentono incoraggiati a considerare il problema dei debiti interalleati come se fosse un puro problema commerciale. Non è questa la posizione del problema. I debiti interalleati nacquero da una guerra, da un’opera comune e devono rimanere sino alla fine debiti contratti per ragion di vita e di morte di tutti gli alleati ed associati. È gran titolo di onore essere impotenti a fronteggiare l’onere immane di debiti di tal natura. Ciò vuol dire che molto si è sofferto e molto si è pagato. Quando siffatta idea fondamentale sia dai debitori fermamente ricordata agli alleati, non saremo lontani da una soluzione.

 

 

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