La nuova commissione doganale

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 04/11/1899

La nuova commissione doganale

«La Stampa», 4 novembre 1899

 

 

 

Pochi giorni or sono un telegramma da Roma annunziava l’istituzione d’una Commissione amministrativa permanente per lo studio di quanto concerne il nostro regime economico doganale in rapporto colle condizioni della produzione agraria e manifatturiera e colla scadenza prossima dei nostri trattati di commercio a tariffe, come pure della politica commerciale dei paesi coi quali l’Italia ha maggiori traffici.

 

 

L’idea di istituire una Commissione doganale permanente è certo buona; essa può funzionare a guisa di un apparecchio che registri tutte le pulsazioni della vita economica del Paese e diriga l’opera dello Stato nel pelago sconfinato delle contrattazioni commerciali con criteri un po’ più stabili e più sensati di quelli che furono seguiti finora. Infatti tutte le volte che si trattò di negoziare nuovi trattati di commercio si nominarono persone, spesso egregie, ma che appunto per questo si presero gusto a disfare quanto era stato fatto prima ed a scombussolare le industrie ed i commerci a seconda della prevalenza nel Parlamento ora del partito degli agrari, ora del partito dei manifattori, ora dei setaiuoli, ed ora dei cotonieri.

 

 

A questi rimaneggiamenti continui delle tariffe ora in un senso ed ora in un altro, effettuati per soddisfare i desiderii di questo o quel gruppo di produttori, è tempo che succeda una nuova politica doganale informata ad un criterio sicuro e corrispondente ai bisogni del Paese intero. Ora una Commissione doganale permanente può darci l’inestimabile beneficio di additare al Paese una via da seguire e da seguire in guisa permanente, senza scosse continue e senza rimaneggiamenti funesti. Noi desideriamo, e lo abbiamo esposto più volte su questo giornale, e crediamo fermamente che questa sia la via da seguire dal partito liberale italiano, noi desideriamo che il Paese si avvii gradualmente sulla via della più completa libertà degli scambi.

 

 

Riteniamo inutile ripetere ai lettori della Stampa le ragioni, che del resto speriamo siano ancora fitte loro in mente, per le quali riteniamo che l’unica politica doganale giovevole al nostro Paese nel presente momento economico sia una politica libero scambista. Ma non possiamo nasconderci che sarebbe assai meglio che le cose continuassero come sono, se dopo un primo esperimento di libero scambio tentato dal partito liberale ritornasse subito in auge la politica protezionista invocata dal partito conservatore dei moderati lombardi e meridionali.

 

 

Ciò che soprattutto nuoce all’industria, all’agricoltura ed al commercio è la mancanza di stabilità, cioè occorre sovratutto che il regime doganale non muti ad ogni mutare di vento nei partiti predominanti nel Parlamento. Uno degli effetti più noti e sicuri della protezione doganale è questo: che essa distrae i capitali dalle industrie che naturalmente sono proficue, per altre industrie che diventano proficue in virtù dei dazi. Ora questo è un danno, è uno spreco di capitali, ma è uno spreco che avviene una volta tanto. In seguito avviene a poco a poco un adattamento per cui le industrie protette possono acquistare tanta vitalità da reggersi da sé. è il caso notissimo delle industrie giovani, le quali, sorrette dapprima coi dazi, diventano poi in seguito capaci di vivere di vita propria. Avviene nelle industrie lo stesso che accadrebbe a colui a cui fosse immobilizzato il braccio destro.

 

 

Dopo un po’ di tempo e di sforzi inutili diventerebbe capace di lavorare col braccio sinistro altrettanto bene come prima. Se a questo punto il braccio destro cessa di essere immobilizzato, l’uomo avrà, con fatica certamente, ma non senza una qualche sua utilità, acquistato l’abitudine di servirsi di amendue le braccia. Così è ora in Italia. Se si abolisse gradualmente la protezione doganale, alcune industrie, le quali per la loro gioventù forse richiedevano una protezione doganale, sarebbero capaci di vivere di vita propria. Noi non sappiamo quante possano essere queste industrie; perché il più grande abuso si è fatto in Italia ed altrove della famosa massima di Mill: potersi concedere una protezione doganale alle industrie giovani perché, diventate adulte, esse potranno reggere da sé alla concorrenza estera. Molto probabilmente capiterà questo: che alcune pochissime grandi industrie ora protette si reggeranno da sé perché avranno saputo conquistare durante l’era di protezione un grado di prosperità tale da resistere e forse anche vincere la concorrenza estera.

 

 

Ma la maggior parte delle industrie ora protette in Italia non furono mai giovani, e non seppero mai diventare adulte. Scomparsi i dazi, i capitali le abbandoneranno ed andranno verso le industrie che naturalmente offrono maggiori vantaggi. Sarà un bene indiscutibile, ed è appunto questo bene che noi vogliamo procurare al Paese, propugnando su queste colonne l’adozione d’una politica doganale francamente libero scambista.

 

 

Ma perché il bene non si converta in male sarebbe necessario che le cose si fermassero qui e che non si producesse un nuovo mutamento di tariffe. E che un nuovo mutamento sia da temersi si può arguire dal fatto che le industrie cronicamente malate (chiamiamole così per distinguerle dalle giovani e dalle adulte) subito eleveranno alte lagnanze per riottenere quella protezione doganale che, quantunque dannosa alla nazione, è indispensabile alla loro esistenza. Può darsi che il Parlamento, sotto l’influenza di altri gruppi politici, creda opportuno conceder di nuovo i dazi. L’effetto economico sarà pernicioso, perché al trasferimento dei capitali dalle industrie malate prima protette alle industrie naturali (trasferimento non certo potuto effettuarsi senza qualche perdita) dovrà far seguito un nuovo trasferimento, fonte di nuovi sprechi, dalle industrie naturali alle industrie malate che sono ridiventate proficue per la nuova concessione dei dazi.

 

 

L’esempio spiega come sarebbe meglio rinunciare alla libertà economica, che rappresenta la necessità più urgente del nostro Paese nel momento presente, quando l’adozione di questa libertà economica dovesse essere soltanto temporanea e dovesse dar luogo a nuove restrizioni e nuove protezioni.

 

 

Tutto questo fare e disfare sarebbe il metodo migliore per screditare la libertà economica, e di far credere alle masse ignoranti che la libertà è fonte di mali o di inconvenienti, mentre i mali e gli inconvenienti sono cagionati dal fatto che la libertà si concede sempre solo a mezzo e per poco tempo, e poi subito la si toglie via attribuendole i malanni che sono invece le conseguenze perduranti dei regimi precedenti. Perciò noi salutiamo con gioia la istituzione della Commissione doganale permanente nella speranza che essa riuscirà a mettere un po’ d’ordine nel caos doganale presente.

 

 

Certamente la nostra letizia, sarebbe ancora maggiore se la Commissione, per ottenere l’ordine e la stabilità, consigliasse al governo di ricorrere alla libertà; ma, qualunque sieno le sue idee a questo proposito, noi ci vorremmo augurare che essa, nel delineare la nostra prossima politica doganale, sapesse resistere alle pressioni dei gruppi politici e dei gruppi dei produttori, interessati in vario grado a far muovere in su od in giù i dazi esistenti.

 

 

Purtroppo il modo con cui è composta la Commissione non ci dà soverchio affidamento sulla sua capacità di resistenza alle pressioni degli interessati.

 

 

Il comm. Stringher, presidente, è certo un insigne specialista in materia doganale e, per la sua posizione di consigliere di Stato, è in grado di non tenere conto se non degli interessi generali del paese. Invece i membri della Commissione, degnissime persone, senza dubbio, ma tutti capi di dicasteri amministrativi, dal direttore delle gabelle al consulente diplomatico e commerciale, dal direttore dell’industria al capo gabinetto del ministero dell’agricoltura, dai capi sezione ai Ministeri delle finanze ai segretari all’agricoltura ed agli esteri, sono tutte persone atte ad essere imbevute di concetti che sono ben lontani dall’essere quelli più favorevoli agli interessi generali del paese. Senza volere fare nessuna supposizione sulle idee degli egregi membri della Commissione, sarebbe stato necessario, per il buon esito della nuova istituzione, che a farne parte fossero chiamate persone le quali, nemmeno lontanamente, potessero far nascere il sospetto di essere imbevute di quei principii stranamente protezionisti e fiscali che tutti sanno predominare nei Ministeri romani.

 

 

Accanto alle persone dipendenti dal Governo e, per riflesso, dai partiti politici dominanti al Parlamento, avrebbero dovuto essere chiamate a far parte della Commissione persone appartenenti ai ceti agricoli, industriali, commerciali ed operai, per modo che insieme a quelli che risentono un beneficio dalla attuale protezione vi fossero anche quelli che dalla protezione sono danneggiati, come i commercianti e gli operai. Non avrebbero nemmeno dovuto mancare gli scienziati. Nel Belgio la Commissione del lavoro è composta per un terzo di operai, per un terzo di industriali e per un terzo di scienziati.

 

 

Perché non chiamare a far parte della Commissione doganale alcuni dei nostri professori universitari più noti per la loro competenza in materia? Forse perché (mi si perdoni la indiscreta domanda) il ministro temeva che i professori di economia politica, al solito, avrebbero raccomandato l’adozione di una politica doganale libero scambista e non sarebbero stati pronti ad accettare per buone le ragioni che, ad esempio, alcuni deputati del Mezzogiorno vanno infiltrando nelle sfere governative sull’opportunità di adottare nuove misure protettive nel trattato di commercio che si sta ora negoziando colla Grecia?

 

 

N.B. – Per dimostrare quanto grande possa essere l’azione della Commissione doganale permanente, ricordiamo che pochi giorni fa alla Camera austriaca i deputati Troune e Bianchini presentarono una interpellanza per chiedere che il Governo volesse limitare l’iniziativa presa dall’Italia creando anch’essa una Commissione permanente doganale.

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