La nuova imposta Schiavi-Turati

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 15/04/1922

La nuova imposta Schiavi-Turati

«Corriere della Sera», 15 aprile 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 673-677

 

 

 

Il disegno di legge Turati, Lollini, Lucci e Matteotti, per risolvere la crisi degli alloggi, è modellato sul disegno di legge Schiavi, di cui ebbi ad intrattenermi qualche tempo fa. Non si può certamente affermare che i proponenti abbiano tenuto conto delle obbiezioni fondamentali formulate contro il disegno Schiavi. Probabilmente l’hanno fatto, perché le ritenevano trascurabili; ma sia lecito ripeterle, per avere almeno la soddisfazione di dire ancora una volta che le obbiezioni rimangono e, nell’interesse di quella tal risoluzione della crisi degli alloggi, debbono essere eliminate.

 

 

Il disegno si propone di formare un fondo con cui si promuoverebbe la costruzione di case nuove, mercé un aumento di pigione da pagarsi dagli inquilini delle case vecchie vincolate. La teoria è che gli inquilini delle case vecchie, i quali traggono dai vincoli il vantaggio di pagare fitti minori di quelli liberi, debbano assoggettarsi ad un ulteriore aumento di fitto che, dall’1 luglio 1923 al 30 giugno 1930 (data della definitiva cessazione del regime di vincolo), andrebbe in complesso dal 55 per la prima categoria al 20% per la quarta categoria. Questi aumenti sarebbero in aggiunta a quelli stabiliti dai decreti vigenti. Del nuovo aumento tuttavia solo un quarto rimarrebbe a beneficio del proprietario; mentre i tre quarti andrebbero al fondo e sarebbero divisi in tre parti uguali: la prima a vantaggio dell’Istituto per le case popolari, la seconda degli enti morali e delle cooperative edilizie e costruttrici di case popolari; e la terza a favore di enti e privati costruttori di case di abitazione non di lusso. Le parti prima e terza potrebbero anche andare a favore del comune per opere di risanamento e di impianto di servizi pubblici a favore dei nuovi quartieri. Questo, trascurando i particolari secondari, il piano nelle sue linee generali.

 

 

Prima obbiezione: il sistema irrita gli inquilini, danneggiando i proprietari. In sostanza trattasi di una imposta sugli inquilini delle case vecchie, in cui i proprietari fungono soltanto da esattori; con questa differenza che invece di percepire un aggio, come fanno tutti gli esattori, sono obbligati a pagarlo. Supponiamo, invero, che un proprietario, in virtù della legge Schiavi-Turati, incassi 100 lire di più di fitto dagli inquilini. In virtù della medesima legge Schiavi-Turati egli deve versare di queste 100 lire al fondo per le case popolari. In apparenza gliene restano 25; ma è pura apparenza. Infatti, la imposta Schiavi-Turati non fa cessare le vigenti imposte e sovrimposte sui fabbricati. Queste esistono e le agenzie delle imposte hanno il sacrosanto dovere di applicarle. Le revisioni speciali dell’imponibile si fanno ed il proprietario, avendo riscosso 100 lire in più di fitto, si vede aumentare il reddito imponibile di 75 lire (come si sa dall’affitto si deduce un quarto per spese). Quale onere d’imposta e sovrimposta cadrà su queste 75 lire? Credo di essere moderatissimo affermando che l’imposta sia al minimo del 60% dell’imponibile. Sono dunque 45 lire d’imposta nuova che il proprietario deve pagare allo stato, alle province ed ai comuni. Dunque, il progetto Schiavi – Turati da un lato dà 100 lire al proprietario, dall’altro lo grava di un tributo nuovo di 75 lire, lasciandolo soggetto al vecchio tributo di 45 lire, in totale 120 lire. Una beffa più atroce per i proprietari è difficile inventarla. Si scatenano le ire degli inquilini contro i proprietari, facendo ad essi pagare 100 lire; ed ai proprietari non solo non ne viene nulla in tasca, ma sono costretti a pagare con la loro borsa 20 lire in aggiunta al ricevuto, passando il tutto a questa o quella cassa pubblica. Schiavi e Turati diranno che si tratta di una mia interpretazione. No. È la conseguenza necessaria delle leggi vigenti e di quella da essi proposta. Se non si vuole che l’enormità succeda, è necessario dir ben chiaro e tondo, che resti, per gli aumenti soggetti all’imposta speciale del 75%, sospeso il diritto della finanza alle revisioni. Ma anche tolta l’enormità, resta l’immoralità. Quando si vuol mettere una imposta su una classe di persone, lo si dice. Qui si vuol mettere una imposta sugli inquilini di case vecchie a favore degli enti per le case popolari, cooperative, privati costruttori, ecc. ecc. Lo si dica. Si faccia versare la somma richiesta direttamente dagli inquilini in una cassa pubblica, senza passare per l’inutile trafila dei proprietari. Altrimenti si fa il giuoco dei bussolotti. Si sa che le imposte sono sgradite: ma i beneficiari devono rassegnarsi all’odiosità. Enti, cooperative, privati costruttori vogliono quest’imposta? Devono rassegnarsi a dirlo apertamente. Avranno una bruttissima accoglienza dagli inquilini di case vecchie: ma le patate marce sono uno solo dei lati della medaglia tributaria. Chi vuole i quattrini, deve pigliarsi le patate marce. Ma volere i quattrini per sé, con un’aggiunta per soprammercato, e indirizzare le patate marce ad un terzo, che non c’entra, è politica demagogica e immorale. Non so se l’opinione pubblica riuscirà a persuadersi della convenienza e necessità della nuova imposta; in ogni caso bisogna persuaderla dicendo la verità e dichiarando le cose come stanno, senza travestimenti subdoli.

 

 

Seconda obbiezione: sebbene dal 1889 non si sia più fatta una revisione generale dei fabbricati, e sebbene il decreto-legge Tedesco sospenda la revisione generale fino al termine dei decreti di vincolo; la finanza va facendo un lavoro assai proficuo di revisioni parziali, lavoro che essa preferisce perché più produttivo alle mastodontiche revisioni generali. Soltanto la faciloneria dei fabbricanti di decreti di imposta può immaginare che la finanza abbia gli organi necessari per eseguire il censimento dei fitti, non già edificio per edificio, ma alloggio per alloggio che il disegno Schiavi-Turati impone. La finanza non ha e per decenni non avrà questi organi. È un lavoro immane che, se fosse intrapreso, ridurrebbe la finanza all’assoluta impotenza per quanto ha tratto all’imposta patrimoniale, alla ricchezza mobile ed alla complementare sui redditi. Tutto facile, per i fabbricanti di disegni di legge. Voglio sperare che il governo vorrà interrogare in merito il direttore generale delle imposte. Risponda questi al quesito preciso: quante centinaia di milioni farà perdere all’erario l’applicazione del disegno Schiavi-Turati per l’arenamento assoluto dei lavori, felicemente intrapresi, di censimento della ricchezza e dei redditi?

 

 

Dal punto di vista tributario, tutte queste imposte speciali sono pasticci improduttivi. C’è l’imposta sui fabbricati? Perfezioniamola, applichiamola. Intensificando le revisioni parziali, a mano a mano che i proprietari percepiscono maggiori fitti, noi siamo sicuri che la finanza è in grado di riscuotere al minimo il 60% di ogni aumento di reddito. L’essenziale è di riscuoterlo, questo 60%, utilizzando gli organi e le procedure esistenti. Ma lasciar stare le imposte vecchie e crearne una nuova, su basi diverse, è un volere il caos, l’arresto di tutto. Con qual vantaggio della collettività non si capisce davvero.

 

 

Terza obbiezione: in fondo, il sistema Schiavi-Turati si distingue dal sistema di imposte vigenti solo per ciò che le imposte vigenti vanno a favore dello stato, delle province e dei comuni, i quali ne fanno poi l’uso che ritengono opportuno; mentre l’imposta nuova andrebbe a favore di un fondo speciale, diviso in due parti. E qui sta una delle maggiori immoralità politiche del sistema. Esso significa che il legislatore statale devolve una somma non definita a favore di enti non chiaramente specificati, i quali si possono costituire a bella posta per profittare della manna celeste. Ciò non è tollerabile in un paese civile e libero. In un paese a base democratica, sono i parlamenti, i consigli provinciali e comunali quelli i quali decidono anno per anno in sede di bilancio dell’uso migliore da farsi del provento delle imposte. Vogliono essi dedicare tutto il gettito e magari più del gettito delle imposte e sovrimposte fabbricati ad incoraggiare le costruzioni edilizie? Benissimo. Occorre però che la spesa sia proposta, discussa e votata. Così si opera, quando il fine è utile; alla piena luce del sole. Il sistema dei fondi speciali è immorale; perché sottrae al parlamento ed ai consigli il diritto di critica e di scelta dell’uso dei fondi. Crea delle nicchie, degli interessati a sfruttare tutto il fondo destinato in generale, con una legge fatta all’ingrosso per tutta Italia, a raggiungere uno scopo che potrà essere assai diversamente sentito da caso a caso. Quale garanzia c’è che il fondo non gitti troppo in taluni comuni, troppo poco in altri; che continui a gittare quando il bisogno è cessato e cessi dal dare anche prima il necessario? Bisogna persuadersi che il principio che tutte le imposte devono fluire in un’unica cassa – statale, provinciale e comunale – e che una pubblica discussione deve, in concorrenza fra tutti gli scopi possibili, indicare gli scopi da raggiungersi a preferenza degli altri, è un principio sacrosanto, che nessun partito ha interesse ad abbandonare. S’intende quando si abbia di mira l’interesse collettivo e si vogliano evitare le mangerie delle cricche ed il perpetuarsi dei parassitismi prosperanti nell’ombra oscura dei fondi e bilanci speciali.

 

 

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