La nuova scalata alle banche e gli aumenti di capitale

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 12/03/1920

La nuova scalata alle banche e gli aumenti di capitale

«Corriere della Sera», 12[1] e 13[2] marzo; 30[3] e 31[4] luglio; 15 agosto[5] 1920

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 693-714

 

 

 

I

 

I gruppi Marsaglia e Perrone all’assalto della Banca commerciale

 

Il mondo delle borse è nuovamente messo a rumore da una di quelle operazioni che due anni fa avevano preso il nome di scalata alle banche. Le azioni della Banca commerciale italiana, le quali il 5 corrente valevano ancora 1.250 lire, volarono il 10 perfino a 2.300 lire e chiudono oggi 11 a 1.750 lire. Le cronache dei giornali hanno già spiegato trattarsi di una lotta fra due gruppi, quello cosidetto Marsaglia, ossia degli attuali amministratori della Commerciale, e quello detto dei fratelli Perrone, dirigenti della Società Ansaldo e già largamente interessati nella Banca italiana di sconto. Due anni fa era stato convenuto che le azioni possedute dai due gruppi fossero messe in sindacato e non potessero intervenire alle assemblee generali se non con voto dato in un sol senso, in seguito ad accordo delle due parti. Poiché le azioni non bloccate pare fossero uguali ai due terzi del totale, per un po’ le cose stettero tranquille. Dicesi che ora siasi risvegliata la voglia in uno dei due gruppi di impadronirsi della banca; sebbene nessuno dei due voglia essere stato il primo a dare fuoco alle polveri. Di qui compre, le quali dapprima passarono inavvertite, ma poi spinsero l’altro gruppo a replicare con altrettante compre. La lotta, inacerbitasi in questi ultimi giorni quando poco tempo manca alla scadenza del 19 marzo per il deposito dei titoli per la prossima assemblea generale, ha condotto agli attuali spostamenti di prezzo di centinaia di punti al giorno. Comunque la cosa finisca, o con la vittoria di uno dei due gruppi o con un accordo, è certo che una grave perturbazione è stata inflitta al mercato per interessi puramente privati e con nocumento del credito in generale delle banche, le quali, per la loro funzione, dovrebbero mantenersi in una atmosfera serena lontana dalle passioni e dalle sopraffazioni di gruppi di clienti, gli uni contro gli altri armati.

 

 

Non so se la cronaca sopra riferita sia in tutto esatta. Né importa discuterla troppo, per quanto ha tratto agli interessi privati in giuoco. Coloro che oggi gridano allo scandalo sono in parte venditori allo scoperto, i quali, persuasi che il prezzo di 1.200 lire fosse eccessivo ed esorbitanti quelli di 1.300 e 1.400, vendettero azioni della commerciale senza averle, nella fiducia di potersi ricoprire, ossia ricomprare ad un minor prezzo e lucrare la differenza. Adesso costoro guardano con terrore ai prezzi fantastici che debbono pagare per ricoprirsi, e col loro terrore e con le loro affannose domande sono uno dei coefficienti dell’ascesa.

 

 

Lo spettacolo delle grida affannose dei ribassisti ha sempre avuto un sapor di comico; né mi sono mai soverchiamente intenerito sulle sorti di chi, senza avere le cognizioni necessarie del mercato e del titolo, giuoca la propria fortuna e la propria reputazione vendendo la roba che non ha e non saprebbe come procurarsi quando ne fosse effettivamente chiesta dal compratore la consegna.

 

 

Nel caso presente il problema si complica per le conseguenze di quello che da anni mi ostino a considerare un errore della vigente legislazione di borsa. Gli articoli 34 e 40 del regolamento 4 agosto 1913 per l’esecuzione della legge sulle borse stabiliscono che il compratore di un titolo ha sempre diritto, anche quando abbia comprato per consegna a fine mese, di farsi consegnare il titolo subito, a richiesta, purché sia fatta offerta del pagamento immediato del prezzo per contanti. La norma ha per effetto di distruggere potenzialmente il mercato a termine, lasciando sussistere solo i contratti a contanti. È una concezione infantile, codificata da un legislatore incapace a comprendere il meccanismo della vita economica contemporanea ed incapace a capire che i contratti a contanti sono, per i titoli e le merci, quello che nei trasporti è il carro su strade ordinarie in confronto delle ferrovie o delle automobili.

 

 

Tutt’al più possiamo sopprimere i contratti a termine in tempo di guerra, se si vuole impedire addirittura, per buone o cattive ragioni, che si facciano contratti. Se, tuttavia, fa d’uopo contrattare, non lo si può senza aver riguardo all’avvenire, senza impegnarsi per il futuro, ossia senza contratti a termine. La quale verità è talmente lampante che di solito il cosidetto diritto di sconto, ossia il diritto di farsi consegnare subito ciò che si è comprato per consegna futura, cade in desuetudine, perché i contraenti lo considerano una bricconata, una immoralità. Quasi sempre, quando taluno esercita il diritto di sconto, lo fa per mancare ad un impegno contratto o per compiere qualche tiro mancino. Nel caso attuale, il compratore di azioni della commerciale si vuol far consegnare subito le azioni che si era convenuto doversi consegnare alla fine del mese – e su cui tacitamente si era rinunciato per desuetudine al diritto di sconto – allo scopo di depositarle entro il 19 corrente e di spadroneggiare alla prossima assemblea. La morale dei contraenti, la quale comanda di osservare il patto convenuto – consegna a fine mese -, è superiore a quella del legislatore, il quale ne consente la violazione. Lo scandalo odierno avrebbe prodotto qualche utilità se persuadesse il governo ad abolire senz’altro quel diritto immorale che è il diritto di sconto, riservandone tutt’al più l’esercizio al ministro del tesoro nei casi, a parer mio rarissimi, in cui esso possa addimostrarsi davvero utile alla difesa dei titoli di stato.

 

 

Lo scandalo odierno è ammonitore anche sotto un altro rispetto. Non si comprano decine di migliaia di titoli da 1.000 e da 2.000 lire l’uno senza avere la disponibilità di centinaia di milioni di lire. Donde sono venuti fuori tutti questi denari? Voglio sperare che ai Marsaglia ed ai Perrone i denari non siano stati forniti né dalla Banca commerciale né dalla Banca italiana di sconto e neppure dall’Ansaldo o da altre società anonime in cui i gruppi contendenti sono interessati. Sarebbe un malo uso dei denari forniti da depositanti e da azionisti per tutt’altro scopo. Deve dunque trattarsi di denaro proprio dei gruppi contendenti. Se così è, ricordo che nel regio decreto-legge 24 novembre 1919, n. 2.164, riguardante l’imposta sugli aumenti di patrimonio derivanti dalla guerra, si legge un articolo 5, il quale dice che:

 

 

«Quando risulti che a costituire il patrimonio del contribuente siano entrati cespiti nuovi dopo l’1 agosto 1914 e si abbia fondato motivo di ritenere che essi derivino da realizzazione di guadagni conseguiti in dipendenza della guerra, si terrà conto del corrispondente importo nel valutare l’aumento del patrimonio».

 

 

In virtù di questo articolo, un disgraziato acquisitore di terreni o di case per il valore di 50.000 lire sarà messo in croce per dimostrare che non li acquistò con denaro di guerra.

 

 

Se si fosse ascoltato l’avviso di coloro i quali volevano che i titoli di ogni specie fossero messi al nome, per accertare esattamente l’imposta dovuta, gli agenti delle imposte potrebbero domani chiamare i compratori di titoli di ogni specie e chiedere loro: quando e dove avete guadagnato i denari con cui avete acquistato queste e quelle azioni od obbligazioni o titoli? Trattasi di utili di guerra? Avete pagata o è in corso di liquidazione l’imposta sui sovraprofitti? Sarebbe altresì possibile applicare la decretata imposta sugli aumenti di patrimonio.

 

 

La conclusione principale che si può trarre dalla nuova scalata alle banche è che il fenomeno rafforzi la tesi di coloro i quali ritengono che la maggiore riforma tributaria possibile stia nella severità degli accertamenti; e che la condizione prima da osservarsi all’uopo sia la nominatività obbligatoria. Si intende, senza vessazioni burocratiche, senza spesa di bolli, senza tormenti per i venditori e i compratori.

 

 

Auguriamoci che i ministeri del tesoro, delle finanze e dell’industria studino alacremente il problema, interroghino i pratici competenti e sappiano preparare il passaggio dall’uno all’altro sistema con avvedutezza. Se non si prepara nulla, un bel giorno, quando non se ne potrà fare a meno, salterà fuori un decreto improvvisato che promulgherà da un giorno all’altro una nominatività così balordamente concepita da provocare un nuovo finimondo e screditare fin dal principio un sistema che per funzionar bene deve essere attentamente studiato e sapientemente preparato.

 

 

II

 

Gli aumenti di capitale a chi devono essere riservati?

 

Il campo delle banche è nuovamente messo a rumore. A breve distanza dal cosidetto assalto alla Banca commerciale, l’avv. Ernesto Turletti di Torino invia al parlamento una petizione per chiedere un’inchiesta contro diverse persone, fra cui anche taluni membri del gabinetto Nitti, allo scopo di fare luce sopra il retroscena di un recente aumento di capitale della commerciale. Il problema sollevato dal Turletti è abbastanza importante, perché, facendo astrazione da ogni rilievo personale, non sia doveroso esporne l’essenza. Cercherò di fare i necessari conteggi con la maggiore semplicità possibile, riducendo i dati ai pochissimi indispensabili.

 

 

Il capitale della Banca commerciale era fin qui di 260 milioni di lire, diviso in 520.000 azioni da 500 lire nominali l’una. La borsa valuta però quelle azioni circa 1.300 lire l’una, dando così al capitale della banca un valore patrimoniale (capitale versato, riserve ed avviamento) di 676 milioni di lire in complesso. L’assemblea del 30 marzo decise di elevare il capitale sociale da 260 a 400 milioni nominali di lire, emettendo le occorrenti 280.000 nuove azioni al prezzo di 800 lire intermedio fra il valore nominale di 500 lire e quello effettivo di 1.300 lire. Se tutte le 280.000 nuove azioni fossero state assegnate agli azionisti vecchi, non ci sarebbe stato alcun inconveniente ad emettere le nuove azioni ad 800 lire e neppure a 500 lire. Gli azionisti avrebbero versato 280.000 x 800 lire ossia 224 milioni di lire; e questi 224 milioni aggiunti ai 676 già esistenti prima avrebbero dato un patrimonio totale di 900 milioni di lire. Il valore medio delle vecchie e delle nuove azioni, 800.000 in tutto, sarebbe stato di 1.125 lire ossia un po’ meno delle 1.300 lire che valgono oggi le vecchie azioni ed un po’ più delle 800 lire versate sulle nuove. Gli azionisti avrebbero guadagnato sulle nuove esattamente quel che perdevano sulle vecchie: operazione normalissima e perfettamente corretta.

 

 

Ma ciò supponeva che tutte le 280.000 nuove azioni venissero date ai vecchi azionisti, cosicché essi potessero compensare la perdita col lucro. Invece, sulle 280.000 azioni nuove appena 104.000 sono riservate ai vecchi azionisti; mentre 176.000 sono concesse, ad 800 lire, ad un gruppo finanziario composto di quegli amici della Commerciale che l’avevano difesa nel marzo scorso contro gli assalti del gruppo Perrone ed avevano finito per riscattare dai Perrone un grosso blocco di azioni pagate a caro, sebbene imprecisato, prezzo. Quale la conseguenza? Che le 176.000 azioni nuove vengono sottratte ai veri proprietari, che sono i vecchi azionisti; questi vedono le loro azioni vecchie ridursi da un intrinseco di 1.300 lire ad un intrinseco di sole 1.125 lire, a causa del maggior numero di azioni tra cui riserve ed avviamento debbono dividersi; ma non ne ottengono il dovuto compenso col poter sottoscrivere ad 800 lire tutte le azioni nuove. Una parte, una grossa parte anzi, di queste viene attribuita al gruppo degli amici della commerciale, i quali lucrano la differenza fra 800 lire, prezzo di sottoscrizione, e 1.125 lire, prezzo futuro delle azioni. È un lucro di 57.370.000 lire, conseguito dal gruppo a spese degli azionisti della Commerciale.

 

 

L’avv. Turletti, il quale adopera altre cifre, che per brevità non posso riprodurre, valuta anzi la perdita degli azionisti in 73,2 milioni di lire. Indignato, invoca un’inchiesta parlamentare.

 

 

Sarebbe stato bene che il denunciatore si fosse indignato con altrettanto fervore di parola contro l’identico fatto che sta avvenendo per il Credito italiano. Anche qui, si eleva il capitale da 200 a 300 milioni di lire; e le 200.000 nuove azioni si emettono a 600 lire, prezzo intermedio fra il nominale di 500 e l’effettivo di 835 lire. Anche qui, però , soltanto 80.000 delle nuove azioni vengono riservate agli azionisti. Le altre 120.000 vengono concesse, pure a 600 lire, ad un gruppo di amici del Credito, i quali avevano difeso, anch’essi, la banca dagli assalti mossi, dicesi, dagli industriali signori Agnelli e Gualino ed avevano dovuto ricomprare da questi a caro prezzo un grosso stock di azioni. Il gruppo guadagna, fatti i conti, 20 milioni di lire a spese degli azionisti.

 

 

Tutto ciò ha fatto male il denunciante a tacere nella sua petizione al parlamento; e tutto ciò è bene mettere in rilievo. Dopo di che si può essere d’accordo col denunciante nel riconoscere che, in sostanza, il gruppo degli amici della Commerciale, pur facendo l’anzidetto lucro di 57 o 73 milioni, fu a tanto indotto «dalla necessità per risarcirsi di quel danno che avrebbe subito nella difesa della banca». Il punto vivo della questione è tutto qui. È vero, è indiscutibile che i due gruppi portano via un ragguardevole numero di milioni agli azionisti della Commerciale e del Credito. Ma essi possono rispondere: «Non per lucrare ci siamo decisi a danneggiare così gli azionisti; ma unicamente per risarcirci del danno subito nel difendere le banche, ossia in fondo gli azionisti, dal pericolo di cadere nelle mani dei Perrone, degli Agnelli e dei Gualino, degnissime persone per fermo, ma clienti delle banche medesime, e quindi aventi interessi collidenti con quelli delle banche».

 

 

L’osservatore spassionato, il quale non ha fiducia nella capacità dei parlamenti, dei governi e dei decreti a porre riparo a tutti questi inconvenienti ed ha invece una qualche ragionevole fiducia nella virtù della critica, della pubblicità e della opinione pubblica, dice: «Ai difensori delle banche potrà nel caso specifico concedersi sanatoria per la sottrazione commessa a danno degli azionisti quando essi rendino il conto preciso del dare e dell’avere; delle perdite subite nel difendere le banche e del guadagno ottenuto con l’assegnazione privilegiata delle nuove azioni». Il conto deve tornare; ché un lucro netto, anche piccolo, sarebbe veramente illecito e scandaloso. A questa sola condizione gli azionisti potranno darsi pace del danno sofferto. Né basta. I gruppi degli amici delle banche – adopero questa terminologia, che vedo accolta da altri, sebbene io non sappia di chi siano composti devono persuadersi che le banche compiono nella società moderna una funzione così gelosa e delicata da doversi ad ogni costo evitare tutto questo discorrere di assalti e di difese, di danni subiti e di risarcimenti a spese degli azionisti. Questi si sveglino e pensino ai casi loro: la loro è una proprietà che merita di essere tutelata e che impone doveri. Gli azionisti delle banche sono i fiduciari di molti miliardi del risparmio nazionale, i quali miliardi sono accorsi nella fiducia di essere amministrati nell’interesse dei depositanti e non in quello dei clienti della banca. Solo in questo modo, solo impedendo ad uno o più clienti di impadronirsi della banca, si può fare alla lunga l’interesse degli altri clienti, della grande massa dei clienti. La banca non deve essere una casa di vetro nel senso che tutti possano conoscere ciò che la banca fa o si propone di fare. Sarebbe questa la rovina del credito. Ma la banca deve essere una istituzione cristallina, la quale inspira fiducia perché si sa che gli amministratori curano solo gli interessi degli azionisti; e si sa che gli interessi degli azionisti coincidono con quelli dei depositanti e dei clienti. Nonostante tutto, la banca privata – privata in senso stretto o per azioni – raggiunge risultati sociali a cui la banca pubblica non può aspirare o non può aspirar da sola.

 

 

Leggo sempre le relazioni dei direttori delle grandi e gloriose banche inglesi: quale fierezza nel narrare l’opera annua della banca, la storia antica, i servigi resi al pubblico! Chi parla e chi pensa mai lassù ad assalti a banche? I dividendi guadagnati dagli azionisti non sono un ben meritato compenso dei grandi servigi resi alla società? Così deve anche essere in Italia. Auguriamoci che assalti e difese siano ben presto ricordi del passato; e che in avvenire i giornali non abbiano più ad intervenire ammonitori in una materia così delicata come il credito, del quale ben si può dire che esso è tanto più alto quanto meno se ne parla.

 

 

III

 

L’inchiesta sulla scalata alle banche

 

La discussione alla camera intorno alla scalata alle banche è naturalmente finita nel modo che i tempi comportano: con la deliberazione di un’inchiesta parlamentare. Sia lecito, ad ogni modo, esprimere liberamente il proprio pensiero in proposito. Indubbiamente, i fatti venuti alla luce nel marzo scorso, divulgati per i giornali ed esposti nella petizione del maggio dall’avv. Turletti e nella memoria aggiunta del 30 giugno sono tali da rendere necessario l’intervento della magistratura inquirente per accertare se e da chi si siano commessi reati contro il pubblico erario o contro privati cittadini. Chi ha rotto deve pagare, qualunque sia la sua posizione sociale e finanziaria. Se il reato fu commesso da qualcuno di coloro che il volgo qualifica miliardari – ricordiamo, a proposito di questa qualifica, che i veri miliardari sono rarissimi nella loro stessa patria d’origine, gli Stati uniti, e che parlarne tanto in Italia, come ora si usa, quasi ché molti se ne contassero da noi, ha l’inconveniente di fare passare il nostro paese per ricchissimo sovra tutti gli altri, cosa leggermente esagerata e forse pericolosa – a maggior ragione conviene si proceda senza pietà per essi. L’avv. Turletti nella sua memoria parla della necessità di far cessare al più presto possibile «il più immorale esempio di audacia e di delinquenza spavalda ed impunita che da Verre ad oggi abbia infestata l’Italia». Il linguaggio è forse un po’ magniloquente; ma se i fatti esistono, a far condannare i nuovi Verre non sarà necessaria l’eloquenza di Cicerone; basterà l’ossequio alla giustizia di una magistratura indipendente.

 

 

Ben distinto parmi debba essere il compito della magistratura ordinaria e delle commissioni parlamentari intorno a questi fatti. Spetta al magistrato ordinario accertare il reato commesso, se ci fu, e punire i singoli colpevoli. Gli accusati avrebbero ragione di lamentarsi di essere trascinati dinanzi ad un tribunale straordinario, per rispondere dei loro atti. Non solo lo statuto, ma i principii elementari di tutela delle libertà individuali contro gli arbitri governativi vietano che un accusato sia sottratto ai suoi giudici naturali e sottoposto ad un tribunale istituito dopo il fatto commesso per giudicare di esso in modo particolare. Anche se quel tribunale si chiamasse commissione parlamentare e fosse istituito da una legge regolarmente approvata dal parlamento e sanzionata dal re, rimarrebbe ciononostante un tribunale iniquo e privo di ogni autorità morale. Ogni cittadino – sia anche appartenente alla classe, che pare destinata ad essere messa al bando dell’acqua e del fuoco, dei miliardari o milionari o semplici possessori di centomila lire svilite – ha il diritto, il quale da nessuno, nemmeno dal parlamento, gli può essere negato, al suo giudice naturale; il che vuol dire al giudice eletto a conoscere del reato a lui imputato prima che esso fosse commesso. Sono principii elementari, a cui certamente non si rinuncierà mai in Italia, almeno fino a che tra di noi duri un governo libero e non sia instaurata la dittatura di un uomo solo o del proletariato.

 

 

Tutt’altro, ed altissimo, è il compito delle commissioni d’inchiesta parlamentari. Esse, volendo riuscire davvero utili al paese, debbono indagare sui fatti avvenuti, i quali hanno commosso l’opinione pubblica, allo scopo di proporre al governo ed al parlamento quei provvedimenti legislativi, i quali valgano ad impedire che in futuro si ripetano i medesimi fatti dannosi all’interesse pubblico. Se, nel corso dell’indagine, vengono alla luce fatti singoli a carico di determinate persone, i quali rivestano la figura di reato, le commissioni inquirenti debbono richiamare su di essi l’attenzione del magistrato ordinario, affinché questi provvedi a fare severa ed esemplare giustizia.

 

 

Tanto meglio la commissione d’inchiesta riuscirà nel suo compito quanto più le sue indagini saranno ampie e suffragate da indagini tecniche precise. In Italia vantiamo due grandi inchieste bancarie, le quali sono state utilissime e feconde: quella sulla istituzione del corso forzoso nel 1866 e sulle sue vicende e sui suoi effetti; e l’altra sulle banche d’emissione, occasionata dallo scandalo della Banca romana. Ambe le inchieste furono coronate da provvedimenti legislativi di gran momento; e perciò rimasero memorande e sono tutt’ora degne di studio attento. Chi volesse, potrebbe anche ricordare talune famosissime inchieste bancarie inglesi, a cominciare da quella conclusa colla presentazione del celebre Bullion Report, primo documento ufficiale, il quale abbia distrutto i tenacissimi errori che uomini di governo e parlamentari e pubblicisti concordemente professavano durante le guerre napoleoniche a proposito di banche e moneta. Giovano, a conseguire risultati degni, la pubblicità delle sedute, l’interrogatorio di periti appartenenti al mondo delle banche, delle borse e delle industrie, il contradittorio fra gli appartenenti ad interessi diversi e contrastanti. Una inchiesta segreta, condotta da uomini politici, anche imparziali, non affida. La materia bancaria è invero tecnica e delicatissima; è quella intorno a cui la scienza economica sa dire di più e meglio di quanto non sappia dire in qualsiasi altro campo dei suoi studi. Le dottrine sulla banca, sulla moneta e sulle borse sono le più elaborate fra quelle conosciute, di gran lunga più precise e più perfette di quelle relative ad altri argomenti, per esempio ai problemi genericamente conosciuti col nome di problemi sociali. Mentre in questi dominano le passioni e le soluzioni sono incerte e vaghe, nei problemi bancari impera il rigore e la precisione; rigore e precisione che talvolta si è quasi tentati di paragonare a quelli in uso nelle scienze fisiche e matematiche.

 

 

Appunto perciò, trattandosi di materia tecnica rigorosa, essa è scarsamente studiata fuor di una piccola cerchia di studiosi e di uomini periti praticamente nei negozi bancari. L’opinione pubblica, che non ha colpa di non sapere nulla di cose che non toccano direttamente la maggior parte degli uomini, concepisce le banche e le borse come covi di briganti dove si predispongono assalti ai denari di tutti; i negoziatori di borsa sono per lo più chiamati borsisti, quando, sguaiatamente, non si chiamano borsaiuoli. Alcuni di questi lazzi volgari trovarono, non sono molti anni, accoglimento sui banchi del governo; e non v’è deputato il quale non ami lanciare i suoi strali contro la «speculazione», ottima testa di turco per spiegare i fatti, di cui non si sa o non si vuole cercare la causa. Una stampa, poco esperta dei fatti bancari, più del pubblico, che essa pretende illuminare, lo confonde diffondendo notizie insussistenti o dando alle notizie vere una portata che esse non hanno e che suscitano il riso di chi abbia una pur lontana notizia delle cose di cui si tratta. Vi son uomini di governo, che dall’ignoranza propria ed altrui traggono argomento per una politica demagogica, incapace a fruttare un qualsiasi risultato utile, ma capacissima di procacciare popolarità.  Giova perciò vedere in qual modo le inchieste, in un ambiente di passioni, di ignoranza diffusa, possano, oltreché alla causa della giustizia, vagliare attentamente fatti meritevoli di essere denunciati alla magistratura e giovare alla pubblica educazione. Se a tanto giovassero, le inchieste non sarebbero compiute invano.

 

 

IV

 

La banda dei ribassisti e il diritto di sconto

 

Fin d’ora è possibile accennare a taluno dei compiti più importanti i quali dovrebbero essere assolti da una commissione di inchiesta sulle banche. Ogni provvedimento legislativo può essere collocato in due categorie: la prima di quelli che non si debbono prendere, perché consacrerebbero errori dannosi, e la seconda di quelli che invece possono, ove siano accortamente formulati, produrre un qualche vantaggioso risultato.

 

 

Che la prima categoria sia quella più numerosa, è evidente dal gran numero di cose senza senso che si sono sentite ripetere nella presente occasione. Ogni qualvolta la rendita 3,50% prima, ed ora il consolidato 5% ribassano di qualche punto – come in occasione della guerra libica – o di qualche decina di punti – come ora che si discutono provvedimenti tributari non certo utili ad aumentare il reddito dei titoli pubblici e privati – risuona il medesimo grido di guerra contro la speculazione, contro i ribassisti, contro le bande nere e simiglianti scempiaggini. Di nuovo, come negli ultimi mesi del 1911, si sente discorrere di congiurati, i quali venderebbero titoli a rompicollo allo scopo di farne ribassare il prezzo e screditare lo stato. Dinanzi a pubbliche assemblee si agita il panno rosso di misteriosi poteri i quali tramerebbero ai danni dello stato, per sostituire la loro volontà a quella dei poteri regolarmente costituiti; e le masse proletarie sono eccitate contro la plutocrazia tirannica di miliardari, i quali aspirerebbero a dominare subdolamente sulla cosa pubblica per mezzo di stratagemmi cartacei che la gente modesta non può comprendere ed alla cui virtù perciò tanto più volonterosamente presta cieca fede.

 

 

Che si ricorra a siffatte arti di governo è profondamente immorale e rattristante. Poteva non recarci danno, in tempi in cui l’Italia quasi non aveva contatti coll’estero, quando il nostro paese, accodato alle potenze centrali, quasi non aveva bisogno di fare politica estera. Oggi non più. L’Italia è diventata, grazie alla vittoria, una delle quattro potenze mondiali guida. È una posizione costosa; ma destinata col tempo a fruttare vantaggi materiali e morali. Importa tenerla con dignità; e fa d’uopo perciò non far ridere a nostre spese. Le nostre cose, i nostri giornali sono all’estero letti e commentati attentamente. Quale mai idea possono farsi di noi le grandi organizzazioni bancarie ed industriali straniere, da cui pure noi desideriamo di ottenere credito per comprare le materie prime e dare impulso al commercio internazionale, quando leggono sui nostri giornali acerbamente e passionalmente commentata la stupefacente notizia che in una sola borsa si sono venduti ben 7 milioni di consolidato!

 

 

È vero che noi sappiamo, per consumo interno, degnamente apprezzare la improntitudine demagogica di chi scrisse quei titoli grotteschi e quei commenti insulsi. Ma gli stranieri, che queste notizie nostre familiari non hanno, qual mai concetto possono formarsi di un paese, dove esistono ben 36 miliardi di consolidato 5% e dove i giornali si inquietano ed i cronisti raccontano novelle sensazionali, solo perché in una borsa si vendette una frazione infinitesima di quei 36 miliardi! I più frettolosi diranno che l’economia di quel paese è ben debole se risente una punzecchiatura così sottile; che il credito dello stato è ben basso se non esiste un mercato capace di assorbire con indifferenza una vendita per cifra così trascurabile. Gli altri cercheranno di informarsi e distingueranno in Italia due psicologie, due mentalità: quella della maggioranza composta di lavoratori indefessi, di agricoltori ed industriali intraprendenti, che produce, che va avanti, che fa onore al paese e che, se fosse lasciata libera, in poco tempo metterebbe a posto l’economia dello stato, come sta già mettendo a posto, ed in gran parte l’ha già messa, l’economia privata. Accanto a questa vi è un’altra mentalità: quella arretrata del politicante comune, del piccolo borghese, del giornalista analfabeta, il quale, non contento di mandare in galera, come si meritano, coloro che hanno rubato, fantastica di congiure, identifica l’intraprendenza coi loschi affari e vive e fa carriera alle spalle di quelli che arrischiano e lavorano, sommovendo le masse contro di essi.

 

 

Una inchiesta bancaria pubblicamente condotta potrà giovare a dimostrare ancora una volta che la cosidetta potenza della «speculazione» è un fantasma irreale, utile soltanto ai governi cattivi ed agli amministratori infedeli per liberarsi dalle proprie responsabilità. Un governo buono, il quale mette soltanto imposte serie, bene ripartite, realmente esigibili, e non eccedenti la capacità contributiva del paese, non ha nulla da temere dalla speculazione. Così nulla deve temerne l’amministratore capace ed onesto di una società. Quando mai si vorrà capire che lo speculatore vuole guadagnare e non perdere? Se vende allo scoperto, e cioè senza possederlo, un titolo buono, lo dovrà , per consegnarlo, ricomperare ad un prezzo più alto, perdendo la differenza? Gli speculatori comperano i titoli degli stati e delle società bene amministrati; e vendono quelli degli stati e degli enti i cui governanti fanno una politica cattiva o demagogica o rovinosa. Perciò importa dire ben alto che, se non importa tributare alcuna gratitudine agli speculatori, in quanto essi operano nel proprio interesse, giova riconoscere che la loro azione è utile al paese, perché necessariamente rivolta contro chi fa male. Vi sono casi singoli ed eccezionali di rapina, che tocca al magistrato colpire; ma in generale vi è un mezzo infallibile per individuare un uomo di governo incapace od un amministratore infedele di società: guardare se egli si irrita contro gli speculatori e contro le borse. Costui ha sicuramente qualcosa sulla coscienza e bisogna diffidarne. L’uomo di stato valente e l’amministratore capace badano a far bene; e non si curano né delle borse né degli speculatori. Neanche volendo, costoro potrebbero far loro danno.

 

 

Altri errori ancora potrebbe mettere in luce un’inchiesta. Ad uno accennò già l’on. Nitti quando chiese, discorrendosi di scalate alle banche: volete forse impedire a chi ha un’azione di banca di venderla ed a chi ha i denari di comperarla? Sarebbe una pretesa insulsa; mentre è ragionevole chiedere a chi compera 200 mila azioni della Commerciale: donde cavasti le centinaia di milioni che pochi anni or sono non possedevi? È una stranezza curiosa discorrere tanto di conquiste di banche da parte di privati, come se le azioni delle banche non dovessero essere possedute da nessuno e, fatta astrazione dalla mala provenienza dei denari impiegati nell’acquisto, non fosse preferibile che le azioni fossero possedute da molti privati, capaci di controllare gli amministratori, piuttostoché da un consorzio costituito dagli amministratori medesimi, divenuti così padroni assoluti delle assemblee generali. E perché non si dovrebbe indagare sull’essenza vera del malanno, che è l’indole prevalentemente speculativa delle nostre banche, per cui esse, allontanandosi dal tipo classico delle banche inglesi, le quali si occupano solo di sconti di carta commerciale liquida, si sono avvicinate al tipo delle banche mobiliari, le quali anticipano capitali a lunga scadenza alle industrie e identificano così le loro sorti con quelle delle industrie sovvenute? Di qui, la mutua dannosa dipendenza di banche ed industrie; di qui le scalate reciproche, e, accanto alle scalate che gli industriali danno alle banche, le scalate ben più numerose che le banche hanno dato alle industrie; di qui un innaturale concentramento industriale in mano di pochi dirigenti.

 

 

Contro il quale malanno, mi affretto a dirlo, non pare esistano rimedi legislativi adeguati. Non giovò l’obbligo decretato durante la guerra di ottenere il consenso del governo all’aumento dei capitali delle società Anonime. Tale obbligo non impedì le sottoscrizioni, sfacciatamente chiamate «nazionali» dalla Società Ansaldo; ed attribuì al governo una responsabilità morale pericolosissima presso i sottoscrittori fiduciosi che l’autorizzazione data dal governo significasse aver compiuto una accurata indagine sulla bontà delle intraprese e potere dare assicurazione di futuri buoni risultati. Non gioverebbe la nazionalizzazione delle banche invocata dai socialisti, dimentichi troppo presto dei risultati dell’ultima grande inchiesta bancaria italiana, la quale mise in chiaro quanto grandi fossero la corruzione politica e i danni economici derivanti dall’ingerenza governativa nelle banche di emissione, e vietò che deputati e senatori potessero amministrarle e persino che i direttori generali potessero coprire una carica pubblica. E bene a ragione, perché banca di stato vuol dire corruzione pubblica; vuol dire sconti concessi ai procaccianti politici, ai grandi elettori, alle false cooperative, anche se tutti costoro sono pessimi industriali. Altro rimedio non v’è, per allontanare le banche da dannose esperienze, fuorché l’esperienza medesima e la pubblicità massima data ai loro rendiconti e alle loro azioni dannose. Di molti peccati d’ignoranza bancaria sono gravati i giornali italiani; ma forse meritano assoluzione, in quanto sottopongono gli amministratori ad una vigilanza continua e sospettosa, che li costringe ad abbandonare i metodi cattivi ed a scegliere la via buona, percorrendo la quale, essi dovrebbero essere sicuri che nessuno più si occuperà delle loro faccende.

 

 

Su alcuni punti i provvedimenti negativi non bastano. Occorrono sanzioni positive. Ne ricorderò due: il diritto di sconto e quello di opzione agli azionisti negli aumenti di capitale.

 

 

Il diritto di sconto è quello per cui il compratore di un titolo a fine mese, per esempio a fine agosto, invece di contentarsi di ritirare il titolo all’epoca, fine agosto, per cui dal venditore gli fu promessa la consegna, può richiederne la consegna anche prima. È noto che i fratelli Perrone si giovarono di tale diritto nel marzo scorso per pretendere la consegna di azioni della Commerciale da essi comperate, prima della scadenza, costringendo i venditori, che non le possedevano pronte, a ricercarle affannosamente a qualunque prezzo.

 

 

L’on. Nitti disse di non aver voluto abolire il vigente diritto di sconto, per non intervenire tra due parti contendenti, a contratto già iniziato. Dal punto di vista della legge vigente, egli aveva ragione. Ma quella legge o è una bricconata o è una insipienza. Combattei il diritto di sconto nel 1913, quando con argomenti nulli l’on. Giolitti riuscì ad introdurlo nella nostra legislazione; e tuttora giudico pessimo quell’istituto. Esso parte dalla premessa sbagliata che i ribassisti siano da mettersi all’indice, come gli untori della peste di Milano. Chi vende allo scoperto un titolo, senza possederlo, è un nemico della patria, si disse nel 1913. Equivoco ridicolo sia per la ragione già detta che un titolo non ribassa per effetto della speculazione, ma solo per effetto della cattiva amministrazione dello stato o delle società; ma anche perché il venditore allo scoperto è il vero sostegno del mercato. Chi ha venduto il consolidato a 75 senza possederlo, quando lo dovrà consegnare dovrà pure comperarlo; e quindi dovrà farlo salire di prezzo. Invece il vero pericolo è il rialzista, il quale compera il titolo senza avere i denari. Costui, alla perfine, dovrà pur rivendere il titolo che prima aveva comperato e quindi dovrà necessariamente far ribassare i prezzi. Il governo del 1913 si illuse di aver trovato nel diritto di sconto il mezzo di sgominare i ribassisti. Disorganizzò invece i mercati; e del diritto di sconto si giovano ora gli accaparratori per rovinare gli avversari. Perciò esso va abolito, sostituendogli una cosa assai semplice: il rispetto pieno al patto convenuto.

 

 

Un altro punto meritevole di essere disciplinato è quello del diritto degli azionisti alla sottoscrizione esclusiva delle nuove azioni. Esempi famigerati – dei quali quello della Banca commerciale è solo il più cospicuo; ma si potrebbero citare i casi analoghi recenti del Credito italiano e di altre minori società – hanno dimostrato che certi consigli d’amministrazione non hanno esitato, giovandosi di maggioranze addomesticate, a privare gli azionisti del loro diritto di sottoscrivere le azioni nuove in proporzione a quelle già possedute per attribuirlo a se stessi od a gruppi o consorzi privilegiati. Questi gruppi sottoscrivendo a 500, a 600, ecc. azioni che valevano 1.000 o 1.200 lire, realizzarono lucri cospicui, a spese degli azionisti, e specie degli azionisti rimasti fuori dei gruppi o consorzi. Deve in questi casi intervenire il legislatore e come? Deve il diritto alle nuove azioni essere riservato in ogni caso agli azionisti, anche quando il voto dell’assemblea generale degli azionisti medesimi fosse di contrario avviso? Se ciò è giusto in generale, non potrebbe tale riserva danneggiare la società, nei casi in cui si trattasse di assorbire altre aziende, mercé consegna di azioni nuove? Problemi delicati, che una pubblica inchiesta potrebbe sviscerare con l’aiuto di tecnici, preparando una legislazione non improvvisata la quale, salvaguardando la fede pubblica, realmente giovi all’incremento industriale del paese.

 

 

V

 

Banche pubbliche e banche private

 

La camera dei deputati ha approvato «all’unanimità» un ordine del giorno in cui la commissione delle petizioni faceva voti per la nomina di un comitato parlamentare d’inchiesta con pieni poteri, il quale, accertati in modo completo e preciso i fatti denunciati nella petizione Turletti, «avvisi ai mezzi di difendere il pubblico risparmio e la libertà degli istituti dall’ambizioso monopolio dei grandi operatori della finanza». Non meraviglia la unanimità con cui fu votato l’ordine del giorno. Domani, se una commissione qualunque proporrà l’espropriazione senza indennizzo di tutta la proprietà privata, la camera voterà l’ordine del giorno all’unanimità perché la maggioranza contraria sarà interrorita dall’accusa di essere, votando contro, mantenuta dai pescicani o pagati dalle banche. Dopo un periodo in cui non riusciva a votar nulla, adesso sembra che la camera italiana attraversi un periodo in cui vota tutto, all’unanimità. Vota all’unanimità anche affermazioni di fatto contrarie alla verità nota ed incontroversa.

 

 

Parrebbe, ad esempio, a credere al voto unanime surricordato, che, se non intervenisse presto il legislatore con una qualche nuova grida, il pubblico risparmio italiano dovesse correre il pericolo imminente di cadere prigione e vittima di taluni pochi ambiziosi monopolisti. Ora sta di fatto che il pericolo si limitava – adopero il verbo in tempo passato imperfetto, perché trattasi di avvenimenti chiusi nel marzo passato – ad alcune poche banche; e sta di fatto che le banche minacciate dalla scalata sono ora persuase di essere sfuggite in modo definitivo al pericolo, grazie alla costituzione avvenuta appunto nel marzo decorso di due consorzi, ognuno dei quali possiede la maggioranza delle azioni della Commerciale e del Credito, consorzi dei quali non fanno parte gli scalatori o questi vi tengono una posizione subordinata ed i quali garantiscono che la maggioranza delle azioni possa mai venire in possesso di scalatori. Al solito, il legislatore arriva buon ultimo, quando le cose si sono già aggiustate; e giova sperare che le provvidenze da esso escogitate non facciano risorgere sott’altra specie il pericolo che si voleva eliminare.

 

 

A parte tutto ciò, che può essere semplicemente l’occasione per sfruttar uno scandalo o anche fare opera di giustizia per particolari reati, come i deputati unanimi non si sono accorti della esagerazione incredibile insita nella loro affermazione che il risparmio italiano corresse pericolo di essere monopolizzato da pochi ambiziosi? Tutti i membri del parlamento hanno ricevuto ed avrebbero dovuto leggere l’esposizione finanziaria tenuta dal ministro del tesoro nella seduta del 16 dicembre 1919. L’allegato 17 contiene la situazione dei depositi a risparmio, in conto corrente ed in buoni fruttiferi a varie date, di cui l’ultima è quella del 30 giugno 1919. Dopo un anno, le cifre sono certamente mutate, nel senso dell’aumento; ma non deve essere apprezzabilmente mutata la ripartizione dei depositi tra i vari tipi di banche. È perciò interessante sapere che i depositi si ripartivano un anno fa nella seguente maniera (in milioni di lire):

 

 

Istituti d’emissione

L.

774,5

Banche ordinarie

»

3 447,6

Istituti cooperativi:Banche popolari

Altre

Casse rurali

»

1 423,7

»

1 237,3

»

282,0

Istituti pubblici:Casse di risparmio ordinarie

Monti di pietà

»

5 589,2

»

457,4

Istituti di stato: 
Casse di risparmio postali

»

4 223,7

Totale

L. 17 435,4

 

 

Dalla tabella si deduce che il pericolo di vedere monopolizzato ecc. ecc. il risparmio italiano è un pericolo fantastico, perché le scalate alle banche, tuttoché, per molte ragioni esposte altre volte su questo giornale, pericolose e condannabili, si riferivano soltanto ad una parte dei 3 miliardi e 447,6 milioni depositati nelle banche ordinarie, ossia si riferivano solo ad una parte di un quinto del totale dei depositi esistenti in Italia. E notisi che dire un quinto è una evidente esagerazione, perché nel totale dei 17 miliardi e 435 milioni non sono compresi i depositi di tutte le banche private, di tutti gli agenti di cambio e gli altri intermediari, che sotto svariatissimi nomi ricevono depositi nel nostro paese. Sarebbe più ragionevole dire un sesto; di cui una parte soltanto spetta alle quattro grandi banche – Commerciale, Credito, Sconto e Roma – in sospetto o pericolo di scalata.

 

 

La realtà vera è che il risparmio italiano in genere non corre nessun pericolo di scalata. Esso è troppo bene distribuito fra istituti vari per indole e per dipendenza da correre pericolo di asservimento a monopolisti. Sotto l’aspetto bancario, si può anzi dire che l’Italia è uno dei paesi in cui esiste un più equo equilibrio bancario. Il grosso del risparmio, 10,3 miliardi su 17,4, si è già posto spontaneamente sotto le ali protettive di istituti pubblici o di stato. È tutto il risparmio minuto, della povera gente, degli operai, dei contadini, degli artigiani, quello che sta tanto a cuore dei rappresentanti del popolo in parlamento; è notevole parte del risparmio della minuta e media borghesia, che si fida soltanto dello stato (casse di risparmio postali) e di istituti pubblici (casse di risparmio ordinarie e monti di pietà ). Il cosidetto capitalismo bancario in Italia è capitalismo di gente media e minuta ed è già in mano di enti pubblici, i quali se ne servono per far prestiti a stato, a province, a comuni, a consorzi di pubblica utilità. La Cassa depositi e prestiti, e non la Banca commerciale e non il Credito italiano e non la Banca italiana di sconto, è la massima banca italiana perché amministra i 4 miliardi e 223,7 milioni di depositi delle casse di risparmio postali, oltre a parecchie centinaia di milioni di altri enti pubblici; e, per chi non lo sa, la Cassa depositi e prestiti è una vera banca di stato, gerita da impiegati pubblici, sotto l’alta direzione del ministro del tesoro. Sarebbe un guaio grosso se questa banca di stato facesse sconti a privati; per fortuna essa è la banchiera dei soli enti pubblici: nei primi 10 mesi del 1919 la Cassa depositi e prestiti ha concesso 158,4 milioni di mutui a provincie, comuni e consorzi di bonifica e di utilità pubblica. Se uno squilibrio v’è nell’organizzazione bancaria italiana, sta nel suo carattere eccessivamente pubblico, nell’essere i risparmi italiani troppo in mano dello stato o di enti pubblici. Anche i 775 milioni depositati presso i tre istituti di emissione (Banca d’Italia e Banchi di Napoli e di Sicilia) sono soggetti ad attenta sorveglianza governativa e sono impiegati con criteri che stanno tra il privato ed il pubblico.

 

 

Quest’untorello del capitalismo privato bancario deve rifugiarsi nei 2 miliardi e 943 milioni depositati presso gli istituti cooperativi e nei 3 miliardi e 447 milioni depositati presso le banche ordinarie. I primi non possono dar sospetto di monopolizzazione. Sono migliaia di banche popolari e cooperative e di casse rurali che raccolgono risparmi di piccoli commercianti, artigiani, contadini e li riversano in mutui a favore della piccola industria, del medio commercio e delle modeste aziende agricole. È un movimento che ha raggiunto risultati mirabili ed ha dinanzi a sé un avvenire promettentissimo. I nomi di Luzzatti, di Wollemborg e di altri valentuomini, cattolici e socialisti compresi, sono legati a questo movimento bancario cooperativo. Chi farnetica di pescicani muoventi all’assalto di queste banche gelose della loro indipendenza, tutte ottimamente, salvo rare eccezioni, amministrate da gente del luogo e curantissime della propria clientela?

 

 

Al capitalismo grosso, ma in realtà di una grossezza niente affatto ributtante, appartengono solo le banche ordinarie coi loro 3 miliardi e 447 milioni. È una proporzione tutt’altro che eccessiva, inferiore a quella di Francia e di Germania, per non parlare dell’Inghilterra, dove le altre specie di banche sono trascurabili in confronto a quest’ultima; e che non può destare alcuna preoccupazione. «Tutelare» questi 3 miliardi e 447 milioni è proposito dubbio. Si può capire fino ad un certo punto che lo stato tuteli, come fa già, i 10,3 miliardi di depositi degli istituti pubblici e statali ed i 3 miliardi degli istituti cooperativi; – che ironia, nevvero, riscontrare in modo irrefragabile che il capitalismo bancario, il più esoso dei capitalismi, è di origine proletaria, contadina e piccolo – borghese e che i grossi miliardi spettano alla gente minuta, mentre ai capitalisti grossi rimangono solo i rotti ? – si può capire, dico, la tutela statale quando trattasi, se non di minorenni, di gente forse non sempre in grado di scegliere bene gli amministratori dei propri risparmi. È una ammissione gratuita, perché per lo più i piccoli risparmiatori sanno molto bene fare il proprio tornaconto e non hanno bisogno dei consigli di nessun graffiacarte romano. Ma passi. Ciò che è assurdo è che uomini politici, giornalisti e graffiacarte, alla gran maggioranza dei quali nessuno affiderebbe un soldo dei propri denari per amministrarlo, si impanchino a tutori dei 3 miliardi e 447 milioni depositati nelle banche ordinarie da noti industriali, da commercianti e da capitalisti cospicui – questa è la clientela delle banche ordinarie! -, ognuno dei quali sa curare molto meglio le cose proprie di quanto non possono fare per conto suo un esercito di auto-eletti e pretesi pubblici tutori. Eh via! finiamola con queste arie donchisciottesche di salvare ad ogni altro giorno gli italiani dalla fame, il risparmio dalla rovina, l’Italia dall’essere inabissata nel precipizio o mangiata viva da mostri mai più veduti. L’Italia ha un principalissimo bisogno: di non essere disturbata dai suoi tutori. Se per fortuna i tutori non facessero nulla, quando fossero stanchi di vociferare, si accorgerebbero che l’Italia si è salvata da sé.

 

 



[1] Con il titolo La nuova scalata alle Banche ed i suoi insegnamenti [ndr].

[2] Con il titolo Banche ed aumenti del capitale [ndr].

[3] Con il titolo L’inchiesta sulla scalata alle banche. L’ambiente ed i limiti [ndr].

[4] Con il titolo I compiti dell’inchiesta bancaria [ndr].

[5] Con il titolo Un pericolo di monopolio al pubblico risparmio? [ndr].

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