Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

La ottima tra le riforme tributarie

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 49-51[1]

 

 

 

 

Avere consentito, a chi glie ne faceva proposta, a nominare d’Aroma di botto direttore generale delle imposte è il maggior vanto del gabinetto e del ministro (Tedesco) dell’ottobre del 1919. Probabilmente il Tedesco, coscienzioso e scrupoloso com’era, ebbe, quella sera, qualche apprensione, che non diede poi a divedere mai, di fronte alla sua burocrazia, nel far fare così gran salto ad un funzionario del ramo “esecutivo”; e, pur essendo ben consapevole del grande vantaggio che ne sarebbe derivato alla pubblica cosa, forse non vide pienamente che egli, con quella nomina, decretava la maggiore delle riforme tributarie che in Italia si sia compiuta dalla guerra in poi; e si potrebbe aggiungere anche per gran tempo prima. Non le leggi difettavano o la possibilità di mutarle agevolmente. Era fiacco l’impulso primo alla applicazione della legge; faceva d’uopo un uomo che quelle leggi antiche e quei decreti nuovi facesse vivere, per la salvezza della finanza dello stato. Perciò si poté fondatamente dire che d’Aroma era, per se stesso, l’ottima tra le riforme tributarie che si potesse fare in Italia. Contribuenti, funzionari, ministri venuti di poi ben lo seppero. Si seppe che a guardiano della più delicata branca dell’amministrazione tributaria, di quella che richiede la maggior somma di iniziativa, di rettitudine, di comprensione delle necessità dell’erario e dell’economia, era stato posto un uomo, degno erede di coloro che avevano costruito sessanta anni prima il meccanismo dell’Italia unificata tributariamente.

 

 

L’idea fondamentale che, dal 1919 in poi, lo inspirò, fu di “ricostruire” l’edificio tributario che il trascorrere del tempo e le urgenze della guerra avevano guasto. “Ricostruire” è una idea complessa ed io non ricordo, tra i funzionari posti a capo di una grande amministrazione pubblica, chi, al par di lui, fosse meglio capace a tradurla in realtà vivente. Ricostruire significa avere in sospetto le costruzioni proposte dai riformatori. Ascoltava con ossequio le idee geniali espostegli dai suoi ministri e dai professori che i ministri avevano chiamato a consiglio; ma piano piano poi le demoliva, lasciando, se non il professore, certo il suo ministro persuaso che egli mai aveva pensato ad attuare quella idea, anzi aveva visto fin dal principio le critiche che il d’Aroma gli aveva suggerito presentandogliele come contenute nella idea stessa primitiva.

 

 

Non lasciò mai attuare, pur avendovi collaborato attivamente, nessun progetto di “riforma tributaria”; e se qualcheduno tra essi giunse fino al momento del decreto legge, vi inserì una clausola che ne rinviava l’applicazione a tempi migliori, che non vennero mai.

 

 

Ma, fin dal 1919, il suo piano era di attuare medesimamente quelle medesime riforme tributarie col metodo del pezzi e bocconi, metodo che maneggiò con arte finissima. Quel metodo consiste di due parti: nel demolire ad uno ad uno i falsi soffitti, i tramezzi posticci, il che vuol dire le pseudo imposte, le sovrastrutture ingombranti che durante la guerra e prima della guerra avevano trasformato l’armonico edificio creato tra il 1860 e il 1870 in una capanna d’affitto per povera gente acciabattata, riscoprendo così, tra la polvere delle demolizioni, le linee pure dell’edificio originario; e nell’aggiungere nuovi piani o maniche laterali armonizzanti col vecchio edificio e capaci di renderlo adatto alle esigenze nuove.

 

 

Non avrebbe potuto attuare quel piano se fosse stato affezionato agli istituti vecchi solo perché fruttavano milioni all’erario dello stato. Il calcolo del costo e del reddito delle imposte è altrettanto difficile quanto il calcolo del costo e dei redditi in una qualunque impresa produttrice di beni congiunti. Le imposte del tempo di guerra costavano spesso assai più di quanto rendevano per il disturbo che recavano all’amministrazione, alla quale impedivano di curare le imposte fondamentali permanenti. D’altro canto l’abolire di colpo gli imbrogli poco produttivi e il creare un nuovo ordinamento sarebbe stato causa di disorientamento nei contribuenti e nei funzionari e avrebbe dato luogo ad una crisi transitoria gravissima. Il problema che il d’Aroma dovette risolvere era delicatissimo e rassomigliava a quello che deve affrontare l’ingegnere architetto, incaricato del restauro di un antico monumento guasto dalle ingiurie del tempo e dalle manomissioni degli uomini; il quale, mentre lo si restaura, non può essere abbandonato dai suoi inquilini, e deve continuare ad essere utilizzato dal pubblico, richiamatovi dai consueti festeggiamenti, da periodiche solennità o quotidiani affari.

 

 

Quando egli lasciò la direzione delle imposte per la Banca d’Italia l’opera della ricostruzione era chiusa; e nessun augurio migliore potrebbe farsi alla cosa pubblica di quello che i suoi successori si tengano stretti, come finora si fece, alla regola da lui posta: resistere alle novità formali, alla moltiplicazione dei nomi tributari, avere ferma fiducia che il massimo rendimento si ottiene da una macchina fiscale semplice, adeguata ai suoi fini, lavorante senza attriti, con ossequio rigido alla giustizia.



[1] Questo articolo è la ristampa parziale di Ricordi e riflessioni, In memoria di Pasquale d’Aroma, Tipografia della Banca d’Italia, Roma, 1929, pp. 51-58 [ndr].

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