La paga del sabato

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/09/1920

La paga del sabato

«Corriere della Sera»,18 settembre 1920

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 888-891

 

 

 

L’importanza che gli organizzatori e le masse operaie attribuiscono alla paga del sabato è istruttiva. Se il salariato fosse quel metodo antiquato, tramontato, sfruttatore che i socialisti vanno raccontando, gli operai, divenuti padroni dello stabilimento, non avrebbero dovuto manifestarsi tanto attaccati ad esso. Che cosa vuol dire l’abolizione della proprietà capitalistica e del patronato, se non che gli operai diventano essi stessi i regolatori della produzione ed i percettori dell’intiero valore del prodotto, da Marx dichiarato frutto esclusivo del lavoro? Ma il prodotto non è immediatamente realizzabile. Vi sono fabbriche in cui il ciclo della produzione dura settimane e mesi; ed alla produzione segue la vendita, la quale anch’essa ha un ciclo talvolta lungo di mesi e persino di anni. Tutto il prodotto vada, per ipotesi, ai lavoratori; ma questi per necessità si adattino in tal caso ad attendere che il prodotto sia realizzato.

 

 

Debbono adattarsi a ben altro. Questa prima difficoltà dell’attendere sarebbe sormontabile mediante anticipi che, se i lavoratori dimostrassero di esserne degni, qualunque banca concederebbe. S’intende che la banca, privata o pubblica, concederebbe anticipi a chi abbia saputo costituire una impresa per virtù propria, non a chi con la violenza si sia impadronito delle fabbriche altrui. Ad ogni modo, quando il ciclo della produzione fosse chiuso ed il prodotto fosse pronto per la vendita, l’anticipo sul prezzo futuro sarebbe agevole a trovarsi.

 

 

Con un margine. Se una fabbrica ha già venduto a sei mesi la merce a 100, essa non può subito ottenere l’anticipo di 100. Si deve contentare di 100 meno lo sconto al saggio corrente per sei mesi. Anche la banca di stato, anche la banca cooperativa o sindacalista o sovietistica dovrebbe trattenersi lo sconto. Chi correrebbe altrimenti il rischio della riscossione del prezzo? Si può ammettere sia indifferente che il compratore paghi per contanti o dopo un anno o mai?

 

 

Inoltre. La fabbrica, capitalistica o sovietistica, è sempre sicura che vi siano compratori per la merce fabbricata? Talvolta oggi si produce per magazzino, nella speranza di vendere poi. E se poi i compratori non vengono o comprano ad un prezzo ribassato? Nella società sovietistica, sarà ancora lecito ai dirigenti commettere errori di previsione; immaginare che vi siano compratori e che i compratori – non esistendo più moneta in tale felice stato di società – siano disposti a dare, in cambio di una automobile italiana, tanto grano, tanto petrolio, tanto carbone russo. E se poi i compratori non vi sono o vogliono dare meno grano, meno petrolio, meno carbone? Oggi si direbbe che l’operaio italiano ha lavorato nella speranza di un salario di 30 lire al giorno ed ha dovuto alla stretta dei conti rassegnarsi a ricevere solo 20 lire. Domani si dirà che ha lavorato nella speranza di ricevere un buono permutabile in 3 chilogrammi di pane, 1 litro di petrolio ed 1 miriagramma di carbone; ed ha invece dovuto contentarsi dei due terzi delle merci sperate.

 

 

La scelta è, insomma, tra il salario fisso in regime cosidetto capitalistico o la rimunerazione variabile in regime sovietico. Il problema è: chi deve sopportare il rischio dell’incertezza? L’imprenditore privato ovvero la collettività dei lavoratori? Qualcuno bisogna che sopporti il rischio, che è fatale, che è connaturato colla natura umana, colla variabilità dei gusti, colla incertezza degli avvenimenti. Il rischio è insopprimibile. Trattasi soltanto di sapere chi lo deve sopportare.

 

 

L’esperienza di secoli prova come il bisogno economico più sentito dalle masse, dai milioni sia la sicurezza. La psicologia dell’impiegato il quale dice: pochetti, ma sicuretti, è la psicologia della grande maggioranza degli uomini. A torto od a ragione, gli uomini temono l’ignoto, l’avventura, l’incerto. Appena è possibile, l’uomo cerca di costruire attorno a sé una trincea contro l’ignoto e l’incertezza. Il salariato non è che una manifestazione di questo bisogno fondamentale. Ci pensi qualcun altro a correre il rischio della vendita, non noi, dicono gli operai. Se essi ora aspirano ad impadronirsi dell’industria, è solo perché una predicazione insensata li ha persuasi che la gestione dell’industria sia una faccenda automatica, che va da sé, come sembrano andare da sé le macchine di uno stabilimento. Metteteli a faccia a faccia con le responsabilità, con le difficoltà, con le ansie della gestione dell’impresa, lasciate che il loro salario fluttui e ritardi come fluttuano e ritardano i risultati dell’azienda ed essi sentiranno nascere in cuor loro l’antica nostalgia del salario sicuro, pagato ad epoca fissa, chiuso nelle buste che misteriosamente vengono fuori dalla cassa dell’odiato capitalista.

 

 

Certo, l’operaio desidera che il salario sia circondato di alcune guarentigie. Vuole sentirsi affiancato nella lega dai propri compagni, per non guadagnare meno di loro e per strappare, colla forza dell’unione, il salario più alto possibile. Desidera sapersi assicurato contro i rischi di disoccupazione, di malattia, di invalidità, di infortunio, di morte prematura. Desidererebbe che gli fosse assicurato l’uso permanente a prezzo non variabile di una onesta casetta e di un orto. Vorrebbe vedere garantita alla vedova una pensione ed ai figli una buona educazione. Ma che cosa sono tutti questi sacrosanti desideri, che la società moderna, l’infame società capitalistica ha già cominciato a soddisfare e soddisferà sempre più compiutamente in avvenire, se non il bisogno di maggiore sicurezza, di un salario che sia sempre più salario, ossia tranquillo, continuato, ininterrotto da rischi o da avvenimenti improvvisi? Che cosa significa, in fondo, l’attuale agitazione operaia, comune a tutti i paesi del mondo, se non la ribellione contro un salario che non è più salario, perché pagato in una moneta differente da quella ante-bellica per ciò che non ha una potenza costante di acquisto? L’ira – e giusta ira – dell’operaio è contro il salario pagato in moneta variabile. Egli aspira alla tranquillità, al riposo, alla vita scevra di pensieri; e non l’ha. Purtroppo una delle cause della incertezza in cui vive è la condotta dei suoi capi che, opponendosi ad una sana politica finanziaria, volendo il pane sotto costo, esacerbando le agitazioni, tolgono ai governi la possibilità di assestarsi e di ritornare a condizioni normali. L’essere in parte causa del proprio male, non ci deve far chiudere gli occhi al fatto che l’operaio ha un desiderio fondamentale: quello della paga sicura.

 

 

Basta aver parlato con qualche giovane contadino emigrante dalla terra alla fabbrica per persuadersi dell’attrattiva invincibile del salario sulle grandi masse. In questi anni di guerra, le sorti economiche dei contadini sono migliorate straordinariamente. Molti si sono arricchiti, hanno comperato le terre dal vecchio proprietario. Eppure quanti reduci uno dopo l’altro abbandonano la campagna! Se si interrogano, rispondono: «Sulla terra piove, grandina; sulle piante tira il vento, e fa cadere le gemme; i parassiti, le muffe, la crittogama imperversano; le malattie minano la vita degli animali. In breve, il compenso del lavoro può essere in media largo; ma è incerto. Nelle fabbriche invece, al sabato, c’è la paga e la possiamo spendere tutta nella certezza che il sabato successivo sarà la stessa cosa. Meglio così, che dover attendere il raccolto a fine d’anno e dopo aver faticato vedercelo portato via prima dalla grandine o dalle malattie». Non tutti i contadini, per fortuna, parlano così; e le vecchie e le nuovissime generazioni, quelle che non hanno visto in guerra le città ed assaporato il frutto proibito della certezza della paga, resistono al contagio. Ma il fatto, che la semplicità dei rapporti economici caratteristica della terra mette in luce chiaramente, dimostra che finché gli uomini si divideranno in due schiere, dei molti che amano la certezza e dei pochi che desiderano correre i rischi della ventura, il salario, nomine mutato, rimarrà l’aspirazione più fervente della grande maggioranza degli uomini.

Torna su