Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

La parola ai danneggiati.

(A proposito della nuova tariffa doganale)

«Corriere della Sera», 16 luglio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 261-264

 

 

 

Chiudendo alcune prime impressioni sulla nuova tariffa doganale, dicevo che era dovere urgente del governo di presentare una relazione illustrativa dei dazi, col confronto, voce per voce, dei nuovi coi vecchi dazi e con la dichiarazione precisa dei motivi del mutamento. Uno studioso non può, da solo, fare il confronto tra voci spesso formalmente diverse senza correre il pericolo di cadere in grossi equivoci.

 

 

Mentre si aspetta tale doveroso aiuto ad interpretare e giudicare la nuova tariffa, siano benvenute le delucidazioni che ci inviano alcuni lettori del giornale. Ne riproduco alcune, le quali mettono in chiaro la gravità degli aumenti.

 

 

Scrive un competente in prodotti siderurgici:

 

 

«Il dazio sulle ghise di fusione ed affinazione è stato aumentato da lire oro 1 a lire oro 1,15 per quintale, con un coefficiente di maggiorazione di 2,5, ciò che porta il dazio da lire oro 1 a lire oro 4,37, equivalenti al cambio attuale di 383% a lire carta 17 per quintale. Per tutti gli altri prodotti della siderurgia il coefficiente di maggiorazione è generalmente di 0,8; per i tubi di ghisa che costituiscono uno dei prodotti più importanti delle nostre fonderie è di 0,5. Perché mai proprio sulla materia prima, che le nostre acciaierie e fonderie acquistano per lo più all’estero, si sia aumentato il dazio in una proporzione così enorme non si capisce. Per le ghise di affinazione è evidente che si è voluto favorire la produzione nazionale delle miniere dell’Elba, danneggiando così le acciaierie non appartenenti al gruppo Ilva; ma per le ghise fosforose, domandate per lo più dalle fonderie e officine meccaniche e che in Italia non si producono, chi si è voluto proteggere? Si dovrebbe cioè pensare che le pressioni di un singolo gruppo industriale hanno vinto contro l’interesse di tutta l’industria nazionale e che gli autori della nuova tariffa erano di un’incompetenza madornale.

 

 

Sui laminati il dazio base di lire-oro 6,50 è stato aumentato a lire-oro 7 e sottoposto ad un coefficiente di maggiorazione di 0,8, ciò che al cambio attuale corrisponde a lire-carta 48,25 per quintale, invece delle 14,80 che si pagavano fin qui. Il prezzo estero attuale dei laminati si può calcolare in circa lire 75. Mentre prima si poteva acquistare franco sdoganato frontiera a lire-carta 100 (75 lire-carta prezzo d’origine + 6,50 lire oro = 24,80 lire-carta = 100 lire-carta circa) e le ferriere nazionali vendevano a lire-carta 95, ora si devono pagare lire-carta 125 e le ferriere nazionali già stanno decidendo di aumentare anche esse sino ad un limite di poco inferiore alle lire 125. Il risultato è un aumento artificioso di prezzi per gravare l’industria edilizia e le officine meccaniche. Le ferriere, le quali non erano in grado di sostenere la concorrenza, quando il dazio era di lire-carta 25 al quintale e la materia prima essenziale – i rottami – non costava più di lire 20 al quintale, non era meglio che perfezionassero i loro impianti o che chiudessero?

 

 

Sui piccoli laminati, sulle lamiere sottili, sui tubi di ferro, gli aumenti di protezione, dato il sistema di maggiorazione e di applicazione del cambio al tipo del dollaro – che, osserva un altro lettore, è il tipo più alto dei cambi attuali – si moltiplicano in modo fantastico. Per esempio, sui tubi trafilati per impianti di riscaldamento di un pollice, il dazio era prima di lire-oro 15 – al cambio di 383 pari a lire-carta 58 – per quintale; ora è aumentato a lire oro 50. Col coefficiente di maggiorazione 0,3, il cambio a 383, il dazio è cresciuto a lire carta 250 per quintale. Un costruttore di case quindi dovrà pagare i tubi per i propri impianti quasi 200 lire di più al quintale per favorire l’industria siderurgica. Ognuno può giudicare se ciò significhi incoraggiare le costruzioni di nuove case per risolvere la questione degli alloggi».

 

 

Da un’altra lettera:

 

 

«Fino al primo corrente, i cerchioni grezzi per locomotive e veicoli ferroviari pagavano lire oro 9 al quintale. Con la nuova tariffa, il dazio d’entrata è stato elevato a lire oro 16 con un coefficiente di maggiorazione di 1, corrispondente al cambio attuale a lire carta 101,60 al quintale.

 

 

Ecco ora una prima conseguenza: le ferrovie dello stato hanno indetto una gara per la fornitura di 6.600 cerchioni grezzi per locomotive; la gara fu indetta circa 2 mesi fa, ma l’aggiudicazione non ha ancora avuto luogo, perché a Roma si attendeva l’entrata in vigore della nuova tariffa. Le ditte tedesche offrono i cerchioni a lire carta 1,40 al chilogrammo franco su carro stazione Chiasso, non sdoganati. La società italiana X, che con la vecchia tariffa era in pericolo di perdere la fornitura, potrà oggi assicurarsi l’ordinazione a lire 1,40, prezzo di concorrenza estera + 1,016 dazio + 5 per cento di protezione extra accordato dalle ferrovie dello stato ai produttori nazionali, vale a dire a lire 2.530 la tonnellata.

 

 

Ora 6.600 cerchioni pesano circa 2.500 tonnellate che, moltiplicate per il sovraprezzo di 1.130 lire la tonnellata, in confronto al prezzo estero, danno un maggior costo di lire 2.825.000 su una sola fornitura!

 

 

La fabbricazione di 6.600 cerchioni grezzi a partire dal lingotto rappresenta il lavoro di 50 operai per tre mesi, ossia 75 giornate lavorative, e cioè 3.750 giornate uomo, per ognuna delle quali lo stato pagherà dunque 750 lire di sovraprezzo!».

 

 

Io sono gratissimo ai miei corrispondenti per le interessanti informazioni fornitemi; e sarà grato a quanti altri vorranno comunicarmi le osservazioni cadute sotto la loro esperienza. Cercherò di trarne quel maggior profitto che mi sarà possibile, entro i limiti dello spazio e delle questioni più urgenti da trattarsi.

 

 

Ma si persuadano di una verità tutti coloro i quali sono danneggiati dalle enormità della nuova tariffa: questa è venuta fuori perché la grande maggioranza dei produttori, dei commercianti, degli industriali non ha detto nulla, è stata silenziosa ed ha lasciato il campo libero ai soliti maneggioni, a coloro i quali formano l’opinione pubblica, costituiscono associazioni e federazioni e si presentano come legittimi ed unici rappresentanti dell’industria italiana! Che cosa hanno fatto in tutti questi anni le tre o quattro grandi associazioni di commercianti, grossi e piccoli, che esistono in Italia? Nulla. Eppure i commercianti, gli intermediari, coloro che vivono di trasporti per terra e per mare hanno interesse a che i prezzi siano bassi, perché i traffici si svolgano. A prezzi alti, poco si compra e si vende. Eppure il commercio ha lasciato che le camere, dette per burla di commercio, facessero la politica protezionistica a favore di gruppi ristretti di interessati. Salvo una sola, quella di Bari, le camere di commercio si sono schierate dalla parte dei protezionisti. Che cosa poteva fare un governo non sorretto da un deciso programma proprio, dinanzi all’unanime manifestazione dell’industria e del commercio italiani? che cosa, dinanzi allo spettro della disoccupazione operaia, abilmente evocato da coloro che sperano di farsi rimborsare a 750 lire l’una le giornate di occupazione? Né, se i commercianti e gli industriali danneggiati non si sveglieranno, la camera terrà un contegno diverso. Coloro che vogliono i dazi saranno lì, a Roma, pronti a far sentire la loro voce; a scrivere memoriali, a persuadere e convincere. Se gli altri staranno zitti, i deputati avranno forse da impressionarsi degli articoli miei e di due o tre altri solitari economisti? Manco per sogno! Saremo scherniti come teorici, vilipesi come nemici dell’economia nazionale e poco ci mancherà che non ci accusino di essere pagati dai tedeschi per aiutarli a schiacciare l’industria italiana.

 

 

Né si illudano i rappresentanti delle industrie fini e perfezionate – che sono quelle danneggiate dalla nuova tariffa – dell’agricoltura e del commercio di non dovere temere ancor peggio. Ci sono già i malcontenti per la mitezza eccessiva dei nuovi dazi. Già ho visto, sul «Momento economico» di Milano, l’annuncio che il consorzio fabbricanti liquori andrà tosto a Roma a lamentarsi che siano state accettate solo 160 delle 340 lire di dazio da esso chieste; ed a reclamare affinché il governo, giovandosi della facoltà concessagli dal decreto, aumenti il coefficiente di maggiorazione. Vero è che, da persona in grado di dare dell’articolo 2 una interpretazione «autentica», mi è stato scritto che l’articolo 2 deve essere interpretato nel senso che il governo abbia esclusivamente facoltà di diminuire e non di crescere il coefficiente di maggiorazione. Ma nel decreto legge 9 giugno si parla in genere di «modificare»; e si può star sicuri che i soli ad agitarsi e ad ottenere saranno gli interessati all’aumento.

 

 

Si sveglino dunque, e si organizzino e gridino anche gli altri! Che cosa fanno le associazioni dei proprietari di case e le leghe di inquilini? Perché perdono tutta la loro attività nel bisticciarsi su miserabili aumenti del 10 per cento; e non si accorgono che la nuova tariffa doganale allontana indefinitamente il momento in cui la casa potrà tornare a costruirsi ad un costo tollerabile? Proprietari ed inquilini hanno amendue interesse a che la crisi si risolva e la tensione reciproca cessi. Ma la crisi non passerà mai, sino a che ferro, legno, carta, colori, vernici, trasporti di mattoni e calce e cementi, tutti gli elementi del costo delle case nuove saranno rincarati dal protezionismo imperversante!

 

 

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