La parola di un settentrionale

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

La Stampa

Data di pubblicazione: 23/06/1900

La parola di un settentrionale

«La Stampa», 23 giugno 1900

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 147-151

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 196-200[1]
Il Nord nella storia d’Italia. Antologia dell’Italia industriale, Laterza, Bari, 1962, pp. 332-340

 

 

 

 

Avevo promesso di discutere il libro del Nitti di cui ho parlato in un precedente numero de «La Stampa».

 

 

Ma la discussione richiederebbe un esame lungo e minuto delle varie argomentazioni contenute in Nord e Sud; esame poco adatto ad un giornale quotidiano.

 

 

Amo meglio esporre quale è la mia impressione di settentrionale di fronte a questo libro scritto da un meridionale, nella fede ancora che la esposizione del vero giovi alla causa della unità italiana.

 

 

Ecco pressappoco quanto potrebbe dire un settentrionale, immune da pregiudizi regionali e desideroso soltanto che la luce proveniente dall’esperienza del passato ci serva di guida per l’avvenire.

 

 

«Sì, è vero che noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno ed abbiamo profittato di più delle spese fatte dallo stato italiano dopo la conquista dell’unità e dell’indipendenza nazionale.

 

 

«Ma se talvolta errammo per egoismo, in massima parte traemmo profitto da una serie di circostanze geografiche, storiche e sociali contro di cui sarebbe stato non solo vana ma dannosa per tutta l’Italia la resistenza.

 

 

«Peccammo, è vero di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio nazionale e ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale. Noi riuscimmo così a fare affluire dal sud al nord una enorme quantità di ricchezza, nel momento appunto in cui la chiusura dei mercati esteri, conseguenza della nostra politica protezionista, impoveriva l’agricoltura, unica e progrediente industria del sud. Ma è giusto ricordare che noi settentrionali non saremmo riusciti a consumare il nostro peccato di egoismo protezionista se non fossimo stati aiutati dai grandi proprietari di terre a grano del mezzogiorno; i quali permisero agli industriali del nord di sfruttare i loro corregionali a patto di acquistare anch’essi il diritto di far loro pagare il pane un po’ più caro del normale.

 

 

«Le nostre città ed i nostri borghi traggono grande profitto dall’esistenza di forti guarnigioni; ma è questo un fatto strategico il quale deriva dalla conformazione geografica del nostro territorio e le cui cause debbono essere e sono infatti riconosciute giuste dagli stessi meridionali.

 

 

«Abbiamo avuto una percentuale di impiegati alti e bassi superiore al normale; ma ciò nei primi tempi era necessario per cementare l’unità nazionale con una democrazia di stato imbevuta di spirito unitario e di devozione agli istituti governativi esistenti; ed allora questa burocrazia non si poteva trovare altrove che in Piemonte. Ora la sperequazione fra le varie regioni d’Italia va scemando a questo riguardo, per quanto ciò non sia ancora molto visibile negli alti gradi della burocrazia.

 

 

«Abbiamo spostata molta ricchezza dal sud al nord colla vendita dell’asse ecclesiastico e del demanio e coi prestiti pubblici; ma come si poteva fare altrimenti negli anni tragici che corsero dal 1860 al 1870?

 

 

«Abbiamo ottenute più costruzioni di ferrovie, di porti e di altri lavori pubblici, di scuole e di istituti governativi; ma possiamo dire con fiducia che quei denari furono spesi nel nord con maggior profitto che se fossero stati spesi nel sud. Non si può negare che, trent’anni fa, il nord d’Italia rappresentava la parte del territorio più civile e progredita. Dicendo questo noi non vogliamo muovere nessun rimprovero ai meridionali, quasi che essi fossero incapaci a raggiungere un grado di civiltà materiale e di progresso morale ed intellettuale simile al nostro. Soltanto una pseudo sociologia ciarlatanesca può dilettarsi a distinguere due razze in Italia, l’una votata al progresso e l’altra destinata alla barbarie.

 

 

«Dicendo che il settentrione era più civile, noi vogliamo dire soltanto che per una serie di circostanze storiche (governi migliori, vicinanza alle nazioni economicamente più progredite, maggior fiducia in noi stessi, posizione geografica atta ai rapidi e proficui scambi) noi ci trovavamo in una posizione in che la ricchezza poteva svolgersi più facilmente, si aveva maggior bisogno degli strumenti della civiltà moderna, come strade,ferrovie e si sentiva maggiore stimolo ad appropriarsi una cultura media sufficiente.

 

 

«Il fatto che qui dal Piemonte era partito l’impulso alla formazione dell’Italia nuova era causa per noi di un giustificato orgoglio e di ammirazione per i meridionali, i quali accorrevano ed accorrono ancora nel settentrione come alla sede di una civiltà più alta. Accadeva lo stesso nel mondo romano, ma in senso inverso, ed alcune fra le maggiori glorie latine venivano dai paesi del nord.

 

 

«Data questa serie di circostanze, storiche e di fatto, l’applicazione dei capitali anche pubblici è riuscita nell’ultimo quarantennio più proficua nel nord che nel sud. Conveniva di più serrare le maglie della rete ferroviaria settentrionale ad intenso traffico internazionale ed interno che non fare un tronco nuovo in un paese meridionale privo di comunicazioni. Era e sarebbe ancora più utile profondere milioni nel porto di Genova, che è opera nazionale, che non spendere le migliaia di lire in un porto della costa adriatica o calabra visitato da poche navi a vela. Era più utile spendere denari per istituti di istruzione media nell’alta Italia a fine di non lasciar disperdere i frutti dell’istruzione elementare da lungo tempo iniziata, che non impiegarli nell’Italia meridionale dove mancava ancora la materia atta ad essere educata e dove la gioventù, non trovando sbocco nei commerci e nelle industrie, avrebbe languito nella burocrazia e nelle professioni liberali.

 

 

«Ma è noto altresì che le successive applicazioni di capitali non sono tutte egualmente produttive. Quando su un campo si sono già impiegati rilevanti capitali, torna più conveniente applicare i nuovi capitali non su di esso ma su nuovi campi, trascurati prima perché ritenuti troppo sterili.

 

 

«Sembra che qualcosa di simile accada già e debba accadere ancora maggiormente in avvenire riguardo alle spese di stato in Italia. Il libro del Nitti è forse l’indice che nella coscienza nazionale va maturando il convincimento che convenga rivolgere l’attenzione pubblica del settentrione al mezzogiorno. Non certo ce ne dorremo noi settentrionali. La nostra fortuna è unita con vincoli così stretti alla fortuna del mezzogiorno, che dobbiamo essere lieti che si cominci finalmente a diffondere un po’ di più il sentimento di giustizia e gli strumenti materiali ed ideali della civiltà presso i nostri fratelli del sud.

 

 

«Noi dobbiamo anzi unire i nostri sforzi agli sforzi dei meridionali per liberare l’intiero paese dalla cappa di piombo del fiscalismo e del protezionismo che, se è deleteria al mezzogiorno, è apportatrice altresì di gravi danni al settentrione.

 

 

«Anche i settentrionali cominciano a persuadersi che è durata troppo a lungo l’attuale politica doganale protezionista ed anelano al pane a buon mercato ed agli sbocchi per i loro prodotti agricoli ed industriali.

 

 

«Che i meridionali sappiano scuotere il giogo dei latifondisti gaudenti in virtù del dazio sul grano e noi saremo con loro a combattere le battaglie della libertà!

 

 

«Anche i settentrionali, quando più la loro vita economica si svolge, sentono i danni dell’attuale fiscalismo tributario opprimente ed asfissiante e sono pronti a dare la mano ai meridionali perché ad essi le imposte sui fabbricati, sulla ricchezza mobile e sugli affari non portino via i frutti, già tassati e gravemente tassati, dell’agricoltura.

 

 

«Anche i settentrionali sono stanchi di vedere accrescersi senza fine il numero degli istituti di istruzione puramente classica e sarebbero lieti di cooperare coi meridionali alla creazione di tipi svariati di istituti scolastici, diversi da regione a regione a seconda dei bisogni locali e adatti a fornire i veri duci del movimento economico italiano.

 

 

«Né è difficile persuadere le classi operaie del settentrione che esse hanno maggior interesse ad avere il pane ed il vino a buon mercato che non pensioni pagate da uno Stato minacciato dalla bancarotta e clausole di salario minimo utili a pochi privilegiati, e che esse hanno interesse a favorire tutte quelle libertà economiche e tributarie che valgano a migliorare le sorti degli agricoltori meridionali ed a mettere in grado questi ultimi di consumare in maggior copia i prodotti delle industrie del nord».

 

 

Nella lettera dedicatoria al senatore Luigi Roux, il Nitti scrive: «Tu sei nato nell’estremo nord della penisola ed io nell’estremo sud: poiché non sei sospetto, vuoi tu aiutarmi in un’opera di verità, che è diretta a mostrare un pericolo vero, ma anche a dimostrare che si deve aver fede nell’avvenire?».

 

 

Se sono riuscito in quest’articolo ad esprimere l’opinione dei settentrionali alieni da pregiudizi di regione, parmi poter conchiudere che l’invito del Nitti sarà ascoltato non solo dal direttore di questo giornale, ma da tutti i settentrionali, i quali abbiano la coscienza della necessità di mantenere l’unità nazionale diffondendo il bene con giustizia in tutte le parti del paese.



[1] Con il titolo Nord e Sud [ndr].

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