La parola di Wilson ed il problema della pace e della guerra economica

Tratto da:

La libertà economica

Data di pubblicazione: 10/10/1918

La parola di Wilson ed il problema della pace e della guerra economica

«La Libertà economica», 10 ottobre 1918

 

 

 

Due passi di documenti solenni della guerra meritano di essere ricordati.

 

 

Poco più di un anno fa, rispondendo alla nota del Papa, il signor Wilson scriveva: «Il popolo americano crede che la pace dovrebbe fondarsi non sui diritti dei governi, ma sui diritti dei popoli, grandi o piccoli, deboli o potenti, sul loro uguale diritto alla libertà, alla sicurezza ed alla autonomia e ad una partecipazione a condizioni eque alla concorrenza economica del mondo, compreso naturalmente il popolo tedesco se accetterà l’uguaglianza e non cercherà il predominio… Creazioni di leghe economiche egoistiche ed esclusive sono considerate da noi inopportune ed in ultima analisi peggio che inutili, non essendo base adatta per una pace di qualsiasi specie e meno di tutto per una pace duratura».

 

 

A distanza di un anno, inaugurando il 18 settembre scorso il quarto prestito della libertà, il signor Wilson così esponeva alcuni caposaldi della futura pace:

 

 

«Non vi possono essere leghe o alleanze o accordi o intese speciali in seno alla grande famiglia costituita dalla Lega delle Nazioni. Più specificamente, non vi possono essere speciali egoistiche combinazioni economiche dentro questa Lega, e neppur uso di qualsiasi forma di boicottaggio o di esclusività economica, eccetto che come facoltà di penalità di cui sia esclusivamente investita la Lega delle Nazioni stesse come mezzo di disciplina e di controllo».

 

 

Quest’ultima volta, il Wilson non rispondeva al Papa e neppure ai nemici. Parlava sovratutto agli amici, a noi. Le masse, ha detto Wilson, sono malcontente del modo finora tenuto dai capi di Stato nell’esposizione dei fini della guerra. Esse non pensano tanto agli assetti territoriali ed alle divisioni di potenza fra i diversi Stati; ma vorrebbero che i capi si inspirassero sovratutto a larghe vedute di giustizia, di clemenza, di pace, di soddisfazione alle profonde aspirazioni, per cui solo sembra valga la pena di combattere una guerra in cui il mondo intiero è coinvolto. Esponendo i suoi caposaldi di pace, il Wilson ha cercato unicamente di dare soddisfazione a coloro che combattono nelle file; e spera che i capi degli Stati alleati parleranno così chiaramente come egli ha fatto e liberamente diranno se egli erri in qualche modo nella sua interpretazione dei fini impliciti della guerra. «L’unità di propositi e di consiglio sono altrettanto imperativamente necessari in questa guerra, quanto lo era l’unità di comando sui campi di battaglia; e con la perfetta unità dei propositi e del consiglio si otterrà la sicurezza della completa vittoria».

 

 

L’invito a parlare rivolto ai governi inglese, francese ed italiano è chiaro. Esso era imperativamente richiesto, per quanto ha tratto al problema economico della pace, perché sussisteva e sussiste un equivoco fondamentale. L’unico documento ufficiale finora pubblicato dall’Intesa, è il verbale delle decisioni della conferenza economica di Parigi del 1916. Il succo di quelle decisioni era la creazione di un sistema di dazi doganali di favore per gli alleati, protettivi contro i neutri e di selezione contro gli attuali nemici. Applicando quei concetti fondamentali, la Commissione reale per i trattati di commercio, istituita in Italia con decreto del 23 gennaio 1913, proponeva nel 1917 l’abbandono dei trattati di commercio bilaterali, con la clausola della nazione più favorita; e l’adozione di un sistema di tariffe autonome, con dazi di favore per i paesi che fossero a noi più strettamente legati, con dazi massimi per gli altri paesi, oltreché con dazi di ritorsione e di lotta contro una terza serie di paesi, accusati di esercitare contro di noi il «dumping» e simiglianti maniere di commercio cosidetto sleale.

 

 

Il contrasto non potrebbe essere più stridente. Da un lato le nazioni dell’Intesa si avviano ad una politica doganale accesamente protezionistica, e sovratutto imperniata sulla differenza di trattamento fra amici, neutri e nemici, con la formazione di campi chiusi e lottanti fra di loro. La guerra economica contro la Germania, dopo la guerra cruenta propriamente detta: ecco il programma economico dell’Intesa nel dopo guerra, almeno quale risultava dai documenti finora resi pubblici e dalle manifestazioni oratorie di alcuni dei più eminenti uomini di Stato dell’Intesa.

 

 

Dall’altro Wilson dice: Dopo la pace, nessuna esclusione, nessun boicottaggio contro gli attuali nemici; ma parità di trattamento, ed ammissione alla libera competizione mondiale; nessuna legge esclusiva a favore di alcune nazioni; ma una sola famiglia, un solo mercato, aperto a tutte le nazioni appartenenti alla lega mondiale.

 

 

Quale delle due politiche dovremo seguire? Poiché la politica dovrà essere una sola. «Solo con la perfetta unità dei propositi e del consiglio si otterrà la sicurezza della completa vittoria».

 

 

Le parole del Wilson non vogliono ancora dire che la pace debba segnare l’inizio dell’era del libero scambio universale. Una rivoluzione siffatta non si può compiere di un tratto; né forse sarebbe conveniente distruggere repentinamente soluzioni acquisite e ledere interessi potenti di ampie classi sociali. Ma quelle parole bastano però per persuaderci che si deve compiere una revisione profonda dei propositi di isolamento e di boicottaggio, che dominarono nell’Intesa durante i primi due o tre anni della guerra. Il proposito di recingersi di alte barriere daziarie e di iniziare, a pace fatta, una guerra economica contro la Germania, erano una reazione, psicologicamente spiegabile, contro la brutale aggressione del nemico e contro i metodi non leali da esso adottati nel campo economico. Ma l’ira, anche giusta, non è buona consigliera. Nate dalla guerra, partoriscono a loro volta inimicizie e guerre. «Le alleanze speciali – ammonisce il Wilson – e le rivalità e le ostilità economiche sono state appunto nel mondo moderno la sorgente inesauribile di progetti e di passioni che provocarono la guerra. Sarebbe una pace non sincera quella che non escludesse definitivamente questo pericolo». Le verità insegnate da un secolo e mezzo dagli economisti, sono bandite così con solennità e con forza non mai prima veduta dalla cattedra più alta che oggi parli ai popoli del mondo civile. I governanti dell’Europa non possono chiudere gli occhi dinnanzi alla luce che vien da questa cattedra. È un saggio, un veggente che parla; ma un saggio ed un veggente dietro a cui stanno milioni di bajonette.

 

 

Senza l’intervento di questi milioni di combattenti freschi, vigorosi ed entusiasti, forse la causa della civiltà occidentale era perduta. Perciò i governanti della vecchia Europa non possono non dare ascolto a quella parola. Al suono di quella voce, i programmi di ritorsione, di guerra economica banditi dalla Conferenza di Parigi del 1916 si dileguano come ombre mai vissute. Dinnanzi ad essa, le conclusioni della italiana commissione pei trattati di commercio appaiono caduche prima di aver cominciato a vivere. Sentiranno e comprenderanno i nostri uomini di governo che anche nel mondo economico va instaurata la giustizia, la parità di trattamento fra i popoli tutti? Giova augurarselo. Ché se questo non accadesse, essi sarebbero spazzati via, perché, come ancora ha detto il grande Presidente, «gli uomini di Stato debbono seguire l’illuminato pensiero comune o scomparire». I popoli vogliono soltanto una specie di pace: quella pace che darà sicurezza e tranquillità a tutti i popoli e renderà per sempre impossibile il caso di un’altra simile lotta di forza spietata.

 

 

Una pace piena, fondata sulla giustizia e sulla rettitudine, che sia vera pace e non la preparazione, sotto colore di guerra economica, di un’altra guerra la quale, non ancora rimarginate le ferite sanguinanti della guerra presente, nuovamente distrugga le venture generazioni.

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