Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

La politica classista dei popolari

«Corriere della Sera», 5 marzo 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1963, pp. 588-591

 

 

 

I giornali popolari usano, nel discutere della questione delle proroghe agrarie, un linguaggio tracotante, che fa d’uopo rintuzzare subito con la massima energia. A noi studiosi di economia si contentano, in verità, di rimproverare dolcemente che siamo «dei professori, i quali ragionano nell’astratto e vivono nei loro laboratori, né si accorgono delle necessità dei senza casa». Oramai, siamo ferrati contro, questo rimprovero dell’astrattezza, dell’accademismo, del tavolino e simili facezie. Come se un giornalista popolare, il quale probabilmente non sa distinguere un pero da un melo, il frumento dall’orzo, ed è stato in campagna, si cumula con quella di scrittore la funzione di propagandista, solo per predicare al contadino di non dare più la sua parte al padrone, ma di pretendere l’abolizione della mezzadria e del salariato per assurgere a nuove forme di partecipazione, fosse meno «tavolino», meno «astratto», meno «accademico» di tanti economisti, i quali sono vissuti per anni ed anni in campagna, hanno cercato di veder dentro al contenuto ed ai risultati dei contratti agrari, non si sono contentati delle chiacchiere degli opuscoli di propaganda o delle superficialità della economia «sociale» inventata da gente che non sapeva niente della «economia» pura e semplice, senza aggettivi, ma hanno saggiato i libri classici dei Jacini, dei Ridolfi, dei Lambruschini, dei Valenti alla luce della esperienza delle cose viste, degli uomini in carne ed ossa. La verità è che quando i popolari scherniscono gli economisti come «astratti» ed i socialisti li vilipendono come «servi della borghesia» e altri li definiscono come «teorici» o «venduti alla Germania» – a scelta – tutti questi nomignoli hanno un unico e preciso significato: l’economia «pratica» è quella di chi vuole sfruttare il pubblico; l’economia «teorica» è quella di colui che alza la voce ed avvisa il pubblico del brutto scherzo.

 

 

Ma i popolari non si contentano di codesti vezzeggiativi. Chiunque parli male del decreto legge sulla proroga dei contratti agrari è senz’altro un «agrario», ossia un latifondista o fautore di latifondisti, un pescecane della terra. Se si volesse, sarebbe agevole ritorcere lo sciocco linguaggio. Pescicani della terra non sono, no, quei disgraziati che, avendo in passato acquistato coi proprii risparmi la terra od avendola ricevuta dai proprii genitori, hanno visto passare sulla loro testa gli anni di guerra e di prezzi alti senza ricavarne alcun pro, anzi sciupandone terribilmente le conseguenze. Il prof. Masè-Dari dell’università di Modena ha pubblicato nell’ultimo fascicolo della rivista «La riforma sociale» un documentato articolo da cui risulta a chiare note quale scempio le amministrazioni socialiste – e spesso quelle popolari non sono da meno – abbiano fatto della proprietà fondiaria. In media in provincia di Mantova 133 lire di imposta per ettaro, contro 179 di fitto effettivo medio; e si arriva sino a 253 lire di imposta contro 150 di fitto. Questa gente rovinata, secondo i popolari, sarebbero i pescicani, mentre i fittabili ed i mezzadri e contadini, i quali hanno percepito tutto il reddito netto, sarebbero i poveri diavoli, i quali rimarrebbero senza tetto, se non si desse la proroga. Se noi ci mettiamo dal punto di vista dei ragionamenti classisti dei popolari, la verità è che essi difendono gli arricchiti, coloro che non pagano le imposte, i nuovi venuti e pretendono di trasferire definitivamente a vantaggio di questi più ricchi e più potenti – perché più numerosi ed elettori di partiti organizzati – la proprietà della terra, senza compenso, lasciando, ben inteso, gli oneri dei debiti e delle imposte a carico della classe di fatto espropriata. Questa e nient’altro che questa è la portata dell’obbligo di non licenziare senza «giusta» causa, dell’«equo» affitto e di tutti gli altri medievali vincoli che i popolari risuscitano sbandierando, per colmo di ironia, il motto «indietro non si torna!».

 

 

Ma gli economisti non si pongono da un punto di vista classista. Essi guardano alla produzione, all’interesse collettivo. Già sono venuti in luce dati rattristanti nelle dannose conseguenze degli ultimi «progressi» agrari sulla produzione dei bozzoli nel milanese. Con la distruzione della grande proprietà, con la soppressione di ogni ingerenza del proprietario e dei suoi agenti la produzione dei bozzoli si è ridotta alla metà e ad un terzo. I vincoli che i popolari vogliono conservare nei contratti agrari hanno già prodotto sventure analoghe e ne minacciano altre più gravi. I vincoli, ripetiamolo, perché si tratta di verità non soggette ad alcuna smentita:

 

 

  • 1) costringono le famiglie numerose a stare su fondi divenuti troppo ristretti, perché il fondo da esse desiderato e per esse adatto non è libero;
  • 2) consentono alle famiglie ridotte di numero di continuare a stare sul fondo troppo vasto, sfruttandolo malamente e superficialmente;
  • 3) danno diritto agli infingardi di rimanere sul fondo, da cui il proprietario giustamente vorrebbe cacciarli via;
  • 4) impediscono agli operosi ed intelligenti di venire a prendere il loro posto;
  • 5) impediscono i frazionamenti e le vendite di fondi tra i contadini meritevoli, i quali dimostrano col fatto del peculio accumulato di meritare la terra; e vietano quindi l’attuazione del principio: la terra a chi la merita;
  • 6) favoriscono perciò la permanenza del latifondo e promuovono il ritorno a forme barbare ed arretrate di coltura.

 

 

Si potrebbe continuare; ma bastano le cose dette per far vedere come sia declamatoria e puramente e bassamente elettorale la giustificazione che i popolari adducono del regime delle proroghe agrarie: la impossibilità di trovare un tetto per i contadini escomiati.

 

 

Se in Italia non si facessero i decreti legge sulla base di artificiosi comizi e telegrammi ed ordini del giorno fucinati a tavolino da quattro gatti di eccitatori professionali all’odio di classe, ma sulla base dell’esperienza, si potrebbe chiedere: quanti contadini rimasero senza tetto nelle province in cui le proroghe non furono concesse? Sono sicuro che i popolari una risposta concreta, precisa, numerica non la daranno mai, perché i senza tetto non ci sono stati. Invece della risposta, essi preferiscono fare l’elenco di coloro i quali, non avendo trovato mai l’albero a cui fosse dolce impiccarsi, dichiarano di non trovare la casa ove andare. Ed è vero che non la trovano. Si dimenticano di dirne il motivo: che non la vogliono cercare o non meritano di trovarla, essendo arcinoti per la loro scarsa voglia di lavorare la terra e la grande propensione a frequentare le osterie ed a plaudire alle concioni dei propagandisti popolari.

 

 

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