La politica delle esportazioni in tempo di guerra

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/08/1915

La politica delle esportazioni in tempo di guerra

«Corriere della Sera», 18 agosto 1915

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 222-228

 

 

Vi è un punto della politica doganale in tempo di guerra, il quale merita nel momento presente di essere preso nella più attenta considerazione. Nel mese di agosto del 1914 tutti i paesi andarono a gara nell’imporre divieti di esportazione su quasi ogni merce o derrata prodotta nel paese, sia per motivi militari sia per assicurare l’approvvigionamento alimentare della popolazione civile. Quei divieti gradatamente crebbero, sicché oggi è ben difficile che vi sia una merce importante la quale non sia colpita da divieto di esportazione verso tutti i paesi esteri od almeno verso i paesi nemici.

 

 

È naturale che di questa situazione di cose cominciassero subito a lamentarsi le industrie esportatrici; e dappertutto, per il ragionevole desiderio di limitare la disoccupazione operaia e di evitare gravi crisi industriali, fu d’uopo fare qualche strappo ai divieti generali con la concessione di licenze particolari di esportazione. Da noi, chi giudica sulla opportunità di concedere le licenze è una commissione sedente presso il ministero delle finanze, la quale deve esaminare quotidianamente numerose domande presentate da agricoltori, industriali, commercianti ed appoggiate con insistenza da deputati, intermediari, legali ecc. Un viaggio a Roma è divenuto oramai una necessità per coloro i quali vogliono ottenere il permesso di esportazione; attraverso noie, attese, sollecitazioni infinite, stancheggianti e costose. Tutto un ceto particolare di sollecitatori deve essersi formato, il quale vive sui permessi di esportazione e la cui esistenza è giustificata dall’utilità di risparmiare fatica e tempo agli industriali occupati nella produzione.

 

 

Non è su questi inevitabili effetti della guerra che mi pare opportuno richiamare l’attenzione dei lettori. Importa invece esaminare i principii generali, a cui è informata la concessione dei permessi; poiché dall’adozione di criteri corretti dipende molta parte della prosperità del paese. Disgraziatamente non è possibile conoscere con esattezza i criteri accolti, perché la commissione non li ha resi noti; né possediamo dati sufficienti per poterli desumere con sicurezza dall’esame delle licenze concesse. Sembra però che le licenze vengano innanzi tutto negate:

 

 

  • nei casi nei quali l’esportazione potrebbe riuscire, a giudizio del ministero della guerra o della marina, pregiudizievole all’alimentazione delle truppe di terra e di mare, al loro approvvigionamento ed al loro armamento;
  • nei casi nei quali l’esportazione, avvenendo, per via indiretta, verso la Germania o l’Austria, potrebbe rafforzare la capacità di resistenza di questi due paesi;
  • nei casi nei quali trattisi di derrate e merci indispensabili alla vita della popolazione civile.

 

 

Su questi tre capi non vi è alcuna discussione da fare. La guerra ha per iscopo di rafforzare noi e di indebolire l’avversario; e quindi devono essere adottate tutte quelle norme le quali valgano a raggiungere il fine.

 

 

I dubbi sorgono quando altra è la ragione dei divieti di esportare:

 

 

  • il semplice fatto che la merce o derrata sia o si dubita sia destinata ad un paese nemico. Poiché l’esportazione diretta non è possibile, sembra che si conceda in via di massima l’esportazione di merci o derrate, in genere, verso la Svizzera, l’Olanda ed altri paesi neutri, sospettati di agire come intermediari degli imperi centrali, solo fino a concorrenza del fabbisogno interno loro o della loro importazione media negli ultimi anni;
  • il timore che la esportazione possa far crescere i prezzi all’interno. Alcuni anzi affermano che la commissione agisce sotto tal rispetto con troppo scarsa considerazione degli interessi dei consumatori nazionali. In un recente articolo del comm. Sebastiano Lissone sulla «Gazzetta del popolo» si leggono, ad esempio, lagnanze perché il ministero delle finanze ha concesso testé con arrendevolezza di esportare la frutta fresca in tutti gli stati, eccetto la Germania e l’Austria. Si nota che il mercato interno, sovreccitato dalla speculazione, si è posto in allarme ed il prezzo delle frutta è salito assai.

 

 

Una parte dell’opinione pubblica italiana vorrebbe dunque che la politica dei permessi di esportazione fosse informata ai seguenti due criteri:

 

 

  • proibire ogni esportazione, diretta od indiretta, verso gli imperi centrali, anche di merci o derrate che non hanno nulla a che fare con la resistenza bellica dei nostri nemici;
  • proibire ogni esportazione la quale riesca ad un aumento di prezzi a danno dei consumatori nazionali.

 

 

Poiché a me sembra che questi due criteri, ove sieno applicati sul serio, possano essere di grave nocumento al nostro paese, non è inopportuno mettere in chiaro il punto del dissenso.

 

 

È vero in primo luogo che l’Italia ha interesse a proibire l’esportazione indiretta, attraverso la Svizzera e l’Olanda, di qualunque prodotto nostro verso gli imperi centrali? dico esportazione indiretta, poiché non è il caso di parlare di esportazione diretta verso paesi nemici, con cui ogni rapporto economico legalmente deve essere interrotto.

 

 

La risposta non è dubbia – e già lo avvertii dianzi espressamente – per quei prodotti i quali possono rafforzare la capacità di resistenza di quei paesi contro di noi. Nessuna licenza deve essere concessa per il rame, la lana, il cotone, il frumento, il riso ed ogni altra derrata o merce la quale possa giovare ad alimentare, equipaggiare od armare soldati e civili dei paesi nemici; e la maggiore oculatezza deve essere osservata affinché neppure la più piccola quantità si infiltri, attraverso i paesi neutrali, in Germania ed in Austria.

 

 

Il dubbio invece è lecito per le frutta fresche, di cui si è fatto paladino l’egregio comm. Lissone; e non esiste per gli aranci e limoni, di cui pare si fosse andata formando una grossa corrente di esportazione verso l’Olanda, destinata evidentemente alla Germania: corrente che sembra la commissione cerchi di frenare e di ridurre ai più stretti limiti possibili. Né sarebbe possibile per il vino, se di questa bevanda gli imperi centrali volessero approvvigionarsi indirettamente presso di noi.

 

 

Qui davvero ci troviamo di fronte al vero punto del problema. Frutta fresca, aranci, limoni e consimili derrate alimentari; oggetti di lusso, seterie, ninnoli, ecc. contribuiscono forse a rafforzare la capacità di resistenza del nemico? In molti casi, come quando trattasi di oggetti di lusso, no certamente; in altri casi, come nella frutta fresca, negli aranci e nei limoni in misura scarsamente rilevante.

 

 

Contro questo danno nullo o trascurabile, l’esportazione delle derrate non necessarie alla vita del nemico produce per l’Italia tre grandissimi ed inapprezzabili vantaggi:

 

 

  • impoverisce il nemico. Ogni milione di lire che i tedeschi stravagantemente – dal loro punto di vista – impiegano nel comperare seterie, vino, aranci e limoni, è un milione sottratto alla loro ricchezza, è una diminuzione della loro capacità finanziaria di resistenza. Così volessero essi comperarci, a caro prezzo, tutte le merci e le derrate di questa specie che noi abbiamo disponibili!
  • arricchisce noi stessi. Il che è una logica conseguenza di quanto si è ora detto. Cambiare aranci, limoni o seterie con denaro contante o con un credito in oro apertoci in Svizzera od in Olanda significa sostituire ad una massa di cose inutili per noi un’altra massa di cose, come frumento, armi, lane, utilissime a noi per la vittoriosa condotta della guerra. Se i nostri nemici vogliono graziosamente aiutarci a fare questo così vantaggioso scambio, non si vede perché noi dobbiamo loro mettere bastoni fra le ruote;
  • diminuisce l’aggio sulla divisa estera e scema per noi il prezzo delle derrate di prima necessità. Una delle cause per cui la carta italiana è deprezzata del 10% sulla Francia e del 20% circa sulla lira sterlina e sul dollaro è la disuguaglianza tra i nostri debiti verso l’estero (importazioni grossissime di derrate alimentari e di munizioni, ecc.) ed i nostri crediti (esportazioni ridotte a causa dei numerosi divieti).

 

 

Se noi riusciamo ad esportare qualche centinaio di milioni di lire di cose non necessarie all’esistenza nostra, noi riusciamo issofatto a raddrizzare la bilancia del commercio internazionale, la quale oggi pende a nostro danno e a ridurre o ad impedire un ulteriore rialzo dell’aggio. Ho altra volta dimostrato come l’altezza dell’aggio sia la causa principale del maggior rincaro del frumento in Italia in confronto della Francia e dell’Inghilterra. Dunque, quando il Lissone invoca l’assoluto divieto dell’esportazione delle frutta fresche, a nemici od a neutri, egli in sostanza riesce ad impedire all’Italia di aprirsi un credito all’estero, vuole provocare l’aumento dell’aggio e per logica ed indeprecabile conseguenza vuole far crescere il prezzo del pane.

 

 

Le masse consumatrici italiane preferiscono per fermo il pane a buon mercato all’abbondanza delle frutta fresche. Il pane è un alimento sano e nutriente; mentre, senza volerle disprezzare soverchiamente, fa d’uopo non dimenticare che le frutta per otto o nove decimi sono composte di acqua. Cambiare acqua con pane, sovratutto in questi tempi di guerra, sembra a me un ottimo affare, tanto più se fatto a spese dei nemici, fortunatamente smemorati ed incapaci di ragionare nel proprio interesse.

 

 

Con ciò si risolve l’altro lato del problema: non doversi concedere l’esportazione quando questa fa aumentare i prezzi a danno dei consumatori nazionali.

 

 

Il problema in tal modo è male impostato. È certo che l’esportazione delle frutta fresche, del vino, degli aranci, dei limoni, delle seterie, ecc. ecc., ne fa aumentare il prezzo a danno dei consumatori nazionali. Ma poiché essa ci fornisce altresì di rilevanti crediti all’estero, e quindi scema l’aggio e quindi ancora scema il prezzo del frumento, del granoturco, delle lane, delle munizioni, ecc., ossia scema il prezzo di cose ben più necessarie per noi, benvenuto sia quell’aumento! Esso è una condizione della vittoria, è un elemento di forza per il nostro paese.

 

 

L’aumento dei prezzi delle cose non assolutamente necessarie all’esistenza è inoltre sommamente benefico, perché avverte tutti i consumatori della necessità di non spendere, di risparmiare quanto più è possibile, allo scopo di procacciarsi i mezzi di comprare le cose necessarie e di fare prestiti allo stato. Non dimentichiamo mai che ogni lira non impiegata in aranci, limoni, vino, seterie e frutta fresca è una lira la quale può essere data a mutuo allo stato; è una lira di meno di biglietti a corso forzoso che lo stato si troverà obbligato ad emettere; è un minor deprezzamento dei biglietti stessi ed è quindi, per un altro verso, un rincaro meno sensibile del frumento, della lana e delle munizioni.

 

 

Può darsi che vi sia qualche caso particolare in cui l’aumento di prezzo a danno dei consumatori nazionali debba essere un sufficiente motivo per negare la licenza di esportazione. Un caso, fra gli altri, degno di nota, è quello in cui l’aumento di prezzo sia dovuto ad un fattore legislativo o doganale. Ben fece, ad esempio, il governo a concedere la facoltà di esportare zucchero all’estero solo quando i fabbricanti si obbligarono a vendere lo zucchero all’interno ad un prezzo non superiore a quello antecedente alla guerra. Senza questa provvida norma, gli zuccherieri protetti da un forte dazio doganale, avrebbero potuto vendere a caro prezzo lo zucchero all’interno e sfogare il sovrappiù all’estero a prezzi grandemente remuneratori. Perciò io direi che, nel caso in cui una industria sia protetta dalla concorrenza estera in virtù di un dazio doganale ed il dazio agisca realmente, la licenza di esportazione debba essere concessa solo a condizione che l’industria rinunci al dazio doganale ovvero si obblighi a conservare all’interno i prezzi di prima della guerra. Non si può pretendere in tempo di guerra, di servirsi della protezione per aumentare i prezzi a danno dei consumatori nazionali e contemporaneamente esportare all’estero, rarefacendo la merce all’interno ed aumentando per un altro verso i prezzi. Più di un beneficio non è lecito pretendere, o quello artificiale del dazio o quello naturale della esportazione all’estero. Scelgano tra i due gli industriali.

 

 

Ho esposto così le ragioni, a parer mio dettate dal buon senso e dall’interesse nazionale, le quali dovrebbero consigliare, salvo le eccezioni sopra indicate, la massima larghezza nel concedere i permessi di esportazione per tutte quelle merci o derrate, le quali non siano necessarie all’esercito, alla flotta od al necessario approvvigionamento del paese; e che non crescano la capacità di resistenza del nemico. Quando cotali estremi non si verificano, la esportazione sia la benvenuta: e non si stia a sottilizzare troppo sulla destinazione. Proibire l’esportazione degli agrumi o del vino verso l’Olanda per il motivo che di lì passeranno in Germania è contrario al nostro interesse. Noi abbiamo interesse che i tedeschi bevano molto vino italiano, mangino se così loro piace, molti nostri agrumi e ci diano in cambio di bei denari contanti e buone aperture di credito in Olanda. Proibire ciò vuol dire volere il nostro danno e spingere i nostri esportatori a cercare vie traverse, come quelle dell’Inghilterra e della Francia; con deprezzamento della derrata per i produttori italiani ed aumento dei profitti degli intermediari inglesi, francesi od olandesi. Non mai come in questo momento, in cui ci è giuocoforza importare molte merci straniere, noi abbiamo avuto tanto bisogno di procurarci crediti all’estero. A raggiungere l’intento, giova persuaderci essere necessario che gli italiani consumino minor copia di tutto ciò che non è assolutamente necessario per vivere e possano esportare all’estero tutta l’eccedenza.

 

 

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