La politica delle importazioni ed i nuovi dazi doganali inglesi

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 10/10/1915

La politica delle importazioni ed i nuovi dazi doganali inglesi

«Corriere della Sera», 10 ottobre 1915

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 254-260

 

 

Ho cercato altra volta di delineare i tratti essenziali di quella che dovrebbe essere la nostra politica delle esportazioni in tempo di guerra. Non meno importante ai fini della nostra resistenza bellica e della buona soluzione del problema del cambio è però la politica delle importazioni. A mettere in chiaro quale sia la via che dobbiamo seguire, gioverà additare l’esempio dei risultati contraddittori che l’Inghilterra finora ottenne colla sua politica del blocco contro la Germania. Vollero invero i governanti inglesi danneggiare la Germania vietando e frastornando le importazioni di merci neutrali nel territorio tedesco. Ed in parte raggiunsero il risultato di perturbare l’industria ed il commercio, di limitare l’approvvigionamento alimentare e di impedire l’entrata dei materiali da guerra.

 

 

Questi sono risultati positivi grandissimi, benefici per l’Inghilterra. Ma, come ogni medaglia ha il suo rovescio, la Germania, chiusa in se stessa, cercò di trarre il miglior partito dalla mala ventura toccatale. Non potendo fare acquisti all’estero, non dovette provvedere al pagamento dei debiti relativi; la bilancia commerciale non subì uno squilibrio troppo grande; il marco perdette di meno di quanto si poteva immaginare; le economie forzate furono impiegate nelle sottoscrizioni ai prestiti di guerra.

 

 

Se il paradosso del vendere senza comprare avesse potuto attuarsi, i paesi alleati avrebbero avuto interesse a vendere, salvo le derrate alimentari ed i materiali da guerra, tutto il vendibile alla Germania. L’avrebbero impoverita, avrebbero diminuito la sua capacità di risparmio, l’avrebbero resa debitrice verso l’estero, avrebbero scemato la sua capacità economica di resistenza.

 

 

Da queste considerazioni deriva che in tempo di guerra, quando l’unico scopo della vita è la vittoria e tutti gli altri scopi perdono di importanza, un paese ha interesse a limitare le importazioni dall’estero al minimo assolutamente necessario: munizioni da guerra, derrate alimentari necessarie alla vita fisica, lana, cotone ed indumenti per l’esercito, macchine per impianti urgenti, materiali per industrie necessarie all’alimentazione interna ed all’esportazione e cose simiglianti. Ma nulla più.

 

 

Anche così limitate, le importazioni saranno sempre largamente sufficienti a compensare e provocare abbondanti esportazioni. Anzi, poiché, in tempo di guerra, le importazioni di derrate alimentari e di materiali da guerra crescono naturalmente, e d’altra parte si interrompono le rimesse degli emigranti e dei forestieri, fa d’uopo raddrizzare la bilancia commerciale appunto col cessare le importazioni delle cose meno necessarie. Altrimenti la bilancia si raddrizza in altra maniera: coll’aumento del prezzo in carta di tutte le importazioni in genere, e col crescere del costo della vita, ovvero con la creazione di debiti verso l’estero.

 

 

Perciò sarebbe stato e sarebbe ancora opportuno che spesseggiassero, forse più che quelli di esportazione, i divieti di importazione. La materia è delicata, poiché fa d’uopo non creare condizioni artificiali di protezione alle industrie interne, che si correrebbe rischio di vedere mantenute dopo la pace, con un rincaro permanente per la vita della popolazione italiana. Tuttavia a me sembra che due criteri massimamente potrebbero guidarci:

 

 

  • In primo luogo vi dovrebbe essere un divieto assoluto di importazione, diretta od indiretta, di tutte le merci dai paesi nemici. Non si corre il pericolo di fare il nostro danno, poiché i nemici sicuramente già provvedono a non inviarci cose le quali possano tornare utili alla nostra resistenza bellica. Essi ci invieranno giocattoli e non munizioni: e quindi a priori noi possiamo essere sicuri di fare il nostro vantaggio respingendo qualsiasi merce proveniente da paese nemico.

 

 

È ciò che già accade: sebbene io non sia sicuro che, attraverso la Svizzera e l’Olanda, la Germania e l’Austria non riescano a venderci merci inutili alla nostra resistenza bellica. Molti studiosi italiani, ad esempio, hanno ricevuto lettere e cartoline di librai tedeschi, i quali offrivano di continuare l’invio di libri e riviste per mezzo di case appositamente create o di corrispondenti domiciliati in Svizzera ed in Olanda. Simiglianti rivoli di importazione di cose, per il momento superflue, continuano a scorrere dai paesi tedeschi. Il signor Ferruccio Cinotti di Genova mi comunica lettere di una ditta tedesca di trasporti internazionali, la quale si offre a fare spedizioni di articoli esteri, specialmente germanici, per mezzo di spedizionieri svizzeri. Rimessa anticipata del prezzo al Bankverein Suisse di Zurigo in lire italiane. Trattavasi, nel caso particolare, di giocattoli, di cui i bambini italiani per quest’anno possono benissimo fare a meno. Una vigile tutela per impedire tutte queste importazioni indirette si impone. Non gioverebbe il semplice divieto di pagare i debiti, poiché non è affatto necessario pagare in oro, bastando comperare divisa estera o spedire lire italiane, in amendue i modi contribuendo a rialzare l’aggio, ossia a deprezzare le lire italiane. E sopra si vide come gli esportatori germanici si cautelino esigendo il pagamento anticipato; come del resto facciamo, nel più dei casi, noi stessi per le nostre esportazioni all’estero.

 

 

  • Ad evitare le irritanti controversie coi paesi neutrali intorno alla provenienza indiretta di singole partite di merci dai paesi nemici, è necessario che al divieto di importazione di qualunque merce dai paesi nemici si accompagni il divieto di importazione di talune merci da qualunque paese, nemico od amico. Se a questo divieto assoluto si opponessero convenzioni internazionali commerciali, si potrebbe ricorrere a qualche espediente, come l’istituzione di licenze di importazione, simili a quelle che già esistono per l’esportazione, da rilasciarsi mercé il pagamento di un fortissimo, proibitivo diritto di concessione. Le tasse di concessione sono un affare interno, non regolato dai trattati di commercio. Né sarebbe impossibile escogitare altri avvedimenti, ove essi sembrassero necessari per girare difficoltà d’ordine giuridico. Il divieto dovrebbe riguardare però, come si è detto, sempre solo le merci non necessarie alla difesa, all’alimentazione od al funzionamento delle industrie interne od esportatrici. In tal modo sarebbe ridotto al minimo il rischio di creare una artificiale protezione di guerra alle industrie interne. Invero le industrie, le quali provvedono ai bisogni di lusso, traversano anche in Italia un momento di crisi, il che dimostra che spontaneamente gli italiani si sono decisi a fare economie. Anche se fossero liberate dalla concorrenza estera, esse non saranno certamente spinte ad allargare i propri impianti, poiché prezzi e domanda non cresceranno in modo da rendere conveniente impiegare in una direzione non allettante i capitali che trovano larga rimunerazione in altri campi. Quindi nessun allevamento artificioso e nessun ostacolo all’abolizione dei divieti al ritorno della pace.

 

 

Tra le merci di cui potrebbe essere vietata l’importazione si potrebbero ricordare tutti i lavori in oro ed in argento, oggetti di gioielleria, di ornamento, giocattoli, mobili, carrozze, finimenti, automobili per uso privato, derrate alimentari di lusso o altrimenti sostituibili con derrate più semplici, bevande alcooliche, vini di lusso, vetrerie, frutta, fiori, spezierie, piume, orologi, stoffe di seta, velluti, nastri, trine. Anche potrebbe essere opportunamente frastornata la importazione di materiali per impianti e costruzioni non urgenti. Più che a costruire case nuove bisogna pensare a fabbricare la grande casa nella quale dobbiamo vivere uniti ed indipendenti. Forse non sarebbe fuor di luogo qualche sovratassa temporanea sulla importazione delle spezierie, del tè, del tabacco e di simiglianti derrate, quando ciò potesse farsi senza danno o, meglio, con qualche vantaggio per il fisco. Si può vivere ugualmente anche senza tè o con tè allungatissimo.

 

 

Credo opportuno notare espressamente che, se parmi necessario limitare l’importazione delle merci estere non necessarie alla nostra resistenza bellica, ciò non accade perché mi sembri utile sostituire al consumo di quelle il consumo delle analoghe derrate italiane. Gli italiani faranno benissimo a non comprare giocattoli di Norimberga; ma faranno anche bene a non comprare neppure giocattoli di marca italiana. Non vini di lusso esteri; ma anche minor consumo di vini italiani. Non trine né pizzi forestieri; e neppure italiani. Perciò vedrei con piacere l’istituzione di imposte interne suntuarie, sui generi superflui o di lusso colpiti da divieti di importazione o da diritti proibitivi di concessione. Queste imposte che in tempo di pace sono biasimevoli solo per il loro scarso rendimento o la loro vessatorietà, in tempo di guerra sono lodevoli per il medesimo motivo: irritano il consumatore e scemano il consumo; che è precisamente lo scopo che si vuole ottenere. Avrebbero il vantaggio di controbilanciare i cresciuti dazi di importazione e di evitare che le industrie interne casualmente ritraessero da questi ultimi un beneficio straordinario. La necessità urgente del momento attuale è di consumare il meno possibile e di risparmiare il massimo. Rinunciando al consumo delle merci estere inutili per la condotta della guerra e la nostra resistenza fisica ed economica noi diminuiamo il nostro debito verso l’estero, raddrizziamo la bilancia commerciale, freniamo l’ascesa dell’aggio e valorizziamo la nostra moneta. Rinunciando all’acquisto di merci nazionali inutili ai fini detti sopra, noi aumentiamo la nostra capacità di risparmio, ci mettiamo in grado di sottoscrivere più largamente al venturo prestito nazionale, evitiamo la necessità di stampare biglietti e per un altro verso scemiamo il rischio del deprezzamento della carta-moneta, che è il massimo dei flagelli economici portati dalla guerra.

 

 

Si aggiunga che rinunciando al consumo delle merci nazionali non necessarie, noi ne rendiamo possibile la esportazione all’estero e quindi facciamo nascere la possibilità di un nostro maggiore accreditamento all’estero. Non affermo con ciò che sia sempre facile esportare all’estero vini, seterie, ninnoli, giocattoli, marmi, frutta, fiori, ecc., specialmente in un momento in cui dappertutto si cerca di fare economia. Tuttavia parecchia gente matta o stravagante vive ancora nel mondo; e tutto si può vendere ad un certo prezzo. Né bisogna dimenticare che la diminuzione del consumo di merci inutili libera lavoro e capitale che in parte può essere adoperato per la produzione di altre cose più utili nel momento attuale. Occorre persuaderci che vivere come prima è una regola erronea, della cui stravaganza oggi vanno persuadendosi gli inglesi medesimi, che nei primi mesi della guerra se ne erano fatti banditori. Importa vivere meglio di prima, ossia con maggiore sobrietà e austerità, persuasi che il presente è un momento di sacrificio e di abnegazione e che la vittoria arriderà a coloro i quali saranno capaci di un più alto sforzo morale.

 

 

Le osservazioni precedenti erano già state scritte e consegnate in tipografia quando il discorso del signor MacKenna è venuto a dar loro nuova rilevanza. Propose invero egli che fosse stabilito un dazio doganale del 33,33% sul valore delle vetture automobili, delle motociclette, dei filmi cinematografici, delle pendole, degli orologi, degli strumenti musicali, dei vetri da specchiera e dei cappelli. Avvertì il cancelliere dello scacchiere che questa tassazione non ha un deliberato scopo di favorire l’industria interna e neppure di procacciare principalmente entrate al tesoro.

 

 

Noi dobbiamo ora tassare con intenti diversi dal procacciare entrate al fisco, per raggiungere scopi affatto temporanei e senza preoccuparsi degli effetti permanenti dei dazi nuovi sull’industria. Noi dobbiamo aver riguardo allo stato dei cambi esteri. Noi dobbiamo scoraggiare le importazioni. Alcuni di noi pensano che in circostanze normali le importazioni eccessive necessariamente da sé restano scoraggiate, mentre necessariamente crescono le esportazioni. Tuttavia oggi le cose non stanno così: noi non possiamo aumentare le nostre esportazioni perché capitale e lavoro sono altrimenti impegnati. Noi dobbiamo diminuire direttamente le importazioni. Se con qualche mezzo noi possiamo con acconcie imposte nel tempo stesso restringere le importazioni, ridurre il consumo ed arrecare un provento al fisco, noi avremo, almeno per il momento, trovato un sistema ideale.

 

 

Il che è ottimamente ragionato. Le merci scelte per la tassazione sono tutte merci inutili alle più urgenti necessità della vita, di cui si può fare benissimo a meno. L’unica obiezione, fatta subito nel dibattito sorto alla Camera dei comuni, riguarda la protezione con questi dazi concessa alle industrie interne.

 

 

Il signor MacKenna affermò bensì che suo intento non era di proteggere l’industria interna: e che il criterio da lui adoperato nella scelta era unicamente quello di restringere, con beneficio dei cambi esteri, consumi inutili ed insieme di far gravare sulla amministrazione doganale un lavoro facile e tollerabile. Ma sta di fatto che involontariamente i produttori interni di vetture automobili, di motociclette, di filmi cinematografici, ecc., verranno ad essere avvantaggiati da un dazio del 33,33% sul valore dei similari prodotti importati dall’estero. E notasi, per giunta, trattarsi di industrie prospere, le quali trarranno in alcuni casi, come le vetture automobili, partito dalla nuova tassazione per far pagare prezzi più elevati allo stato medesimo. Al quale grave inconveniente si sarebbe potuto porre rimedio con un’imposta sulla fabbricazione dei corrispondenti prodotti interni. Non è escluso che, premendo anche i bisogni dello stato, al rimedio si debba venire; frattanto, a diminuire i vantaggi dei fabbricanti interni, provvederà l’altro provvisorio espediente immaginato dal MacKenna: la nuova imposta del 50% sui maggiori profitti durante il tempo di guerra.

 

 

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