La politica economica delle classi operaie italiane nel momento presente

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

Critica sociale

Data di pubblicazione: 01/07/1899

La politica economica delle classi operaie italiane nel momento presente [1]

«La Critica sociale», 1 luglio 1899

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 164-172

 

 

Una delle cause principali per cui il tenore di vita delle classi operaie in Italia è inferiore a quello degli altri paesi, per cui i salari rimangono a un livello bassissimo, e non sono frequenti né di solito fortunati gli scioperi per la elevazione delle mercedi, è la eccessiva popolazione del nostro paese. La densità media della popolazione in Italia (107 abitanti per chilometro quadrato) è assai superiore alla densità media della popolazione in paesi di noi più ricchi come la Germania (97), l’Austria (80), la Francia (72), ed è solo inferiore alla densità media dell’Inghilterra e del Belgio, contrade dove le industrie ed i traffici sviluppatissimi permettono agli abitanti di moltiplicarsi su un suolo per propria natura ingrato.

 

 

Né la tanto decantata bellezza del nostro cielo e la fertilità del nostro suolo giovano a spiegare l’altezza insolita del numero indice della popolazione; perché si tratta in fondo di una leggenda che non riposa su nessun fondamento reale. Due terzi delle terre d’Italia sono poste in montagna od in collina, tali che solo con grandi stenti la genialità italiana ha potuto trarne profitto. Parecchi milioni di ettari rimangono incolti, in parte perché incoltivabili per essere gioghi di montagne o pendii scoscesi di collina, e in parte perché non vi è tornaconto economico a dissodare le terre incolte anche fertili quando la remunerazione si fa aspettare troppo lungo tempo in confronto di altri impieghi a reddito immediato e sicuro. Se anche poi si potesse coltivare il milione di ettari incolti e coltivabili che esiste in Italia, il rimedio posto all’accrescersi della popolazione sarebbe affatto temporaneo. Supponendo che su ogni 100 ettari [= 1 km quadrato] possano vivere comodamente 90 persone, il che è molto e presuppone una intensità di coltivazione irraggiungibile in pochi anni, si può fare questo calcolo. La popolazione italiana aumenta ogni anno circa di 400 mila persone; 100 mila si possono all’ingrosso considerare come necessarie a far fronte all’incremento naturale delle industrie e dell’operosità nazionale. Ove non esistesse la emigrazione per l’estero, le 300 mila persone residue basterebbero per fornire in 3 anni la popolazione occorrente per popolare il milione di ettari incolti. Finito il triennio, le cose sarebbero al punto di prima e sarebbe d’uopo trovare nuovamente un rimedio all’incremento della popolazione.

 

 

L’appigliarsi a pratiche malthusiane per diminuire la prolificazione avrebbe contro di sé le abitudini inveterate delle masse rurali cattoliche, ubbidienti alla massima biblica: crescite et multiplicamini, e sarebbe opposto eziandio ai sentimenti delle masse operaie cittadine, le quali si sono abituate a guardare a mezzi completamente diversi per migliorare le proprie condizioni; e ignorano del tutto i dati primi del problema della popolazione, con grave torto (mi si permetta la parola in una rivista socialista) della stampa popolare e socialista che del gravissimo problema demografico non si è mai occupata serenamente e spassionatamente.

 

 

Del resto forse non a torto i sentimenti e le abitudini della popolazione italiana sono contrari alle pratiche malthusiane. L’avvenire è dei popoli che espandono la propria civiltà su territori sempre più ampi e moltiplicano il numero di quelli che parlano la loro lingua. L’avvenire è dell’Inghilterra e della Germania, che spargono i proprii figli in tutti i paesi del mondo, e non della Francia, la quale ha una popolazione ricca ma stazionaria in numero e popola le sue colonie di soldati e di funzionari. L’Italia, se vuole migliorare la sua condizione attuale e non scadere al livello di uno dei piccoli popoli balcanici o iberici, deve ispirarsi all’esempio dell’Inghilterra e della Germania e tenersi lontana dalle consuetudini eccessivamente restrittive della prolificazione, così diffuse in Francia.

 

 

In questo momento, in cui tanti popoli si disputano il possesso del mondo e lottano così per la conquista del benessere materiale, l’Italia si vedrebbe diminuita dal dilagare delle popolazioni straniere esuberanti, ove non obbedisse anch’essa al precetto: crescite et multiplicamini. Una certa dose di malthusiano sarebbe forse opportuna in Italia; ma non sembra che si sia giunti a quel punto di massima saturazione in cui l’unico scampo contro la miseria e la morte per fame sia da trovarsi soltanto nei freni restrittivi della popolazione.

 

 

I motivi principali, per cui in Italia la miseria in taluni distretti è grande e i salari sono ridotti ad un livello bassissimo, non si devono ricercare nell’eccesso degli abitanti in senso assoluto, ma nell’eccesso relativo alla pochezza della nostra produzione e al difetto di equilibrio economico fra i vari fattori della produzione. Coloro che in Italia vogliono seriamente intendere ad una politica seria di elevamento delle condizioni del nostro proletariato devono sovratutto avere in mira questi due scopi: crescere la produzione nazionale e ristabilire l’equilibrio fra i fattori della produzione. I problemi di distribuzione del reddito, che a ragione occupano tanta parte delle aspirazioni dei partiti operai inglesi, americani e australiani, potranno essere discussi in Italia solo allorquando l’incremento della produzione e il ristabilito equilibrio economico abbiano rialzato il livello di tutte le classi sociali.

 

 

In Italia nessuna politica economica sarebbe tanto nefasta per le classi operaie quanto quella la quale pretendesse di aumentare i salari dei lavoratori a spese dei profitti degli imprenditori e degli interessi dei capitalisti. Siffatta politica impedirebbe la formazione, già così lenta e scarsa, dei nuovi capitali ed ucciderebbe quello spirito d’intraprendenza così raro da noi, al quale solo si deve se alcune regioni d’Italia si trovano in discrete condizioni rispetto alle altre.

 

 

La sola politica economica, la quale oggi dia speranza di migliorare le sorti delle classi operaie, è una politica la quale rialzi il livello di benessere di tutte le classi sociali, mercé (è bene ripeterlo ancora una volta) l’incremento della produzione ed il ristabilimento dell’equilibrio fra i fattori economici della produzione.

 

 

Se noi guardiamo alle statistiche dell’ultimo decennio, il fenomeno che più vivamente balza agli occhi è la differenza profonda fra lo sviluppo delle industrie manifatturiere e quello delle industrie agricole. Quelle, diffuse sovratutto nell’Italia settentrionale, hanno compiuto progressi notabili ed hanno dato agiatezza notevole alle regioni nelle quali sono situate. Queste, sparse su tutta l’Italia e predominanti da sole nel mezzogiorno, sono rimaste stazionarie od hanno regredito in guisa tale da destare apprensione per l’avvenire della nostra agricoltura.

 

 

Le ragioni del contrasto non sono difficili a rintracciarsi. La politica doganale, inaugurata nel 1878 e rafforzata nel 1887, ha garantito alle industrie manifatturiere il mercato interno ed i fabbricanti del nord ne hanno profittato per conquistare il mercato nazionale chiuso contro le provenienze dall’estero ed hanno su queste basi eretto industrie grandiose che ora sul mercato internazionale sfidano la stessa concorrenza estera.

 

 

D’altra parte, la medesima politica doganale, causando le rappresaglie delle nazioni a cui noi chiudevamo i nostri mercati, hanno cagionato danno irreparabile alle industrie agrarie, a cui l’uno dopo l’altro si chiusero i migliori e più promettenti sbocchi. I danni per la nostra agricoltura furono inacerbiti dal cosidetto protezionismo agrario, che in fondo non è altro che il protezionismo della cerealicultura. Il dazio sul grano, unico compenso che i coltivatori del sud ottennero di fronte ai dazi sui manufatti, largiti ai fabbricanti del nord, giovò soltanto a garantire le rendite di alcune migliaia di proprietari di terre a grano, e a mantenere in vita su terreni disadatti una cultura, propria sovratutto dei paesi nuovi, dove la terra costa poco e dove si possono coltivare, con macchine perfezionate, vaste superfici di terreno quasi vergine. In Italia, dove la popolazione è fittissima, questa non può vivere su una cultura così poco remunerativa come quella del grano e deve dedicarsi alle coltivazioni di alto reddito netto e lordo per ogni ettaro (viti, frutta, agrumi, ecc.).

 

 

Disgraziatamente, nelle condizioni attuali delle dogane mondiali, in Italia è impossibile estendere queste culture ricche e remunerative. I paesi di Europa e d’America, ai cui manufatti ed ai cui cereali noi abbiamo chiuso le porte, respingono con forti dazi i nostri vini, le nostre frutta ed i nostri agrumi, cosicché per la restrizione artificiosa degli sbocchi, le culture arboree, adatte al nostro cielo e al nostro clima, decadono e si restringono dinanzi all’invadenza della cultura a grano, cultura povera ed esauriente per i nostri terreni spossati da secoli di sfruttamento.

 

 

Come ha dimostrato molto bene il prof. G. Mosca in una conferenza tenuta a Torino che è sperabile verrà presto pubblicata, la trasformazione del latifondo siciliano non dipende da rimedi più o meno cervellotici di indole legale, ma da una politica doganale la quale permetta alla Sicilia di vendere i suoi vini, gli agrumi, il sommacco, le frutta, ecc., alla Francia, alla Russia, agli Stati uniti, all’Argentina, in cambio dei manufatti e del grano di cui essa ha bisogno. Allora certamente una parte dei latifondi ora coltivati a grano verrebbe ridotta a culture più ricche, con vantaggio grande non solo dei proprietari, ma anche, e più, dei contadini e dei braccianti.

 

 

Se l’Italia vuole dunque crescere la sua produzione e così elevare il livello del benessere materiale di tutte le classi sociali, la via da percorrere è nettamente tracciata: inaugurare una politica doganale nuova, la quale, per mezzo di trattati di commercio accortamente stipulati, permetta alle derrate agricole di grande pregio di riconquistare gli sbocchi perduti e di espandersi trionfalmente su nuovi e ricchi mercati.

 

 

Il momento attuale è molto favorevole ad una siffatta politica doganale, che vorrebbe dire da parte nostra abbandono del dazio sul grano ed attenuazione graduale dei dazi sui manufatti. Il dazio sul grano ha eccitato tanto malcontento, ed i suoi danni sono così evidenti, che ad una energica campagna abolizionistica, condotta con abilità ed ardore, sorriderebbe una non dubbia vittoria.

 

 

Quanto ai dazi sui manufatti, gli stessi industriali del nord cominciano a riconoscere che oramai essi non ne hanno più bisogno per difendersi contro la concorrenza estera. Del resto un fatto indiscutibile prova che la libertà degli scambi deve essere inaugurata anche per i manufatti: la crescente esportazione verso l’estero dei medesimi manufatti. La esportazione può significare due cose: o che i fabbricanti italiani possono davvero reggere alla concorrenza estera all’estero, ed allora non si vede il motivo per cui non possano reggersi anche all’interno; o che essi vendono all’estero ad un prezzo inferiore al costo, rifacendosi dei danni sofferti coll’aumento dei prezzi sul mercato chiuso interno, ed allora parimenti non si capisce perché i consumatori interni debbano essere tassati a beneficio dei consumatori stranieri. Che questo accada per gli zuccheri, che cioè i consumatori tedeschi, russi, francesi, austriaci ed in un futuro forse non molto lontano anche gli italiani debbano venire tassati perché i felici britanni possano consumare lo zucchero a un prezzo inferiore al costo, è un fatto deplorevole; ma che poi un sistema così pernicioso debba in Italia venire esteso a tutte le industrie manifatturiere, è vera aberrazione.

 

 

Molti indizi vi sono perciò, i quali ci inducono a credere che una riforma del sistema doganale, nel senso ora indicato, possa essere attuata senza troppe difficoltà in seguito ad una energica campagna, la quale dimostrasse al paese che questo è l’unico metodo per potere far rifiorire le industrie agricole adatte al nostro suolo, pure conservando in vita nel nord d’Italia le industrie manifattrici, riposanti oramai su basi così salde da poter vincere ogni concorrenza estera.

 

 

Sarebbe bene che l’iniziativa della nuova politica doganale partisse dalle classi operaie del settentrione; perché esse dimostrerebbero in tal modo, coi fatti e non solo colle parole, di sentire la solidarietà che le avvince colle masse rurali di tutta Italia. La classe operaia si innalza non solo lottando direttamente per aumentare i propri salari, ma anche lottando per la elevazione di masse affini, che colla loro pressione possono rendere inutile qualsiasi sforzo delle più vigorose ed organizzate aristocrazie operaie.

 

 

Non basta accrescere la produzione: è d’uopo ristabilire, come si è detto, il rotto equilibrio fra i fattori economici della produzione. In Italia vi è sovrabbondanza del fattore lavoro e scarsità del fattore capitale. I capitali non sono mai stati abbondanti nel nostro paese; ma ci fu un tempo in cui, per la ravvivata corrente di traffici fra l’Italia e l’estero, per la parità di valore dell’oro e della moneta cartacea, per la puntualità dello stato e delle società private a mantenere gli impegni assunti, i capitali stranieri accorrevano fiduciosi in Italia a sviluppare le nostre ricchezze latenti. Dopo vennero i fallimenti delle banche, le dilapidazioni del governo, i disavanzi cronici del bilancio dello stato, le oscillazioni continue dell’aggio sui biglietti a corso forzoso, ecc. ecc., e i capitali esteri fuggirono spaventati dall’Italia, mentre i capitali indigeni si nascondevano paurosi negli scrigni o venivano investiti in titoli di rendita pubblica.

 

 

Nel frattempo la popolazione italiana non cessava di aumentare; e la povera gente, a cui le altre gioie della vita erano negate per il ribasso dei salari, si consolava mettendo al mondo la consueta ed anzi più della consueta quantità di figli. Così andava diventando sempre più acuto lo squilibrio fra il fattore capitale ed il fattore lavoro sul mercato economico italiano.

 

 

Qualora non si voglia ricorrere ad empiastri artificiosi, l’equilibrio economico ora scomparso può essere ricostituito soltanto favorendo l’immigrazione del capitale e la emigrazione del lavoro. A poco a poco, col progredire dell’afflusso dei capitali e dell’efflusso del lavoro, si ristabilirà l’equilibrio fra i due fattori in modo da permetterne la combinazione più vantaggiosa di coloro a cui nel mondo economico è affidata la funzione di organizzatori dell’industria.

 

 

L’incremento della produzione, in seguito ai provvedimenti doganali accennati più su, favorirà senza dubbio la immigrazione dei capitali destinati a fecondare le nuove intraprese agricole. Gioverà a tale scopo eziandio una accorta politica dello sconto e della circolazione fiduciaria, intesa a fare scomparire l’aggio che ora colle sue oscillazioni oppone una barriera alla venuta dei capitali esteri. Questi inoltre verranno tanto più volonterosi in Italia quanto più saranno rese rigide e rapide le procedure giudiziarie contro i debitori morosi, e saranno gravi ed esemplari le pene per i falliti dolosi. Nulla nuoce tanto in Italia alla desiderata immigrazione dei capitali esteri quanto le oscillazioni dell’aggio e la condiscendenza inerte verso i debitori morosi e colpevoli.

 

 

Se col tempo lo stato potrà, con un’amministrazione seria, rafforzare il bilancio per modo da procedere alla conversione del debito pubblico dal 4% al 3,50 od al 3%, anche sul mercato interno si opererà un benefico trasferimento di capitali dagli impieghi in rendita dello stato agli impieghi destinati a fecondare le industrie manifatturiere e agrarie.

 

 

L’emigrazione del lavoro, che è il secondo mezzo destinato a ristabilire l’equilibrio fra i fattori della produzione, avviene già spontaneamente; ma avviene in modo disordinato e in proporzioni inferiori a quelle che sarebbero necessarie. Vi sono intiere regioni, come le isole ed il centro d’Italia, donde non si emigra o si emigra poco; non già perché non vi sia tornaconto economico ad emigrare, ma perché le masse rurali non sono in grado, per la loro ignoranza, di comprendere la utilità della emigrazione, o, per l’innato misoneismo, non si sono abituate al pensiero di andare a vivere in un ambiente diverso da quello in cui sono nate.

 

 

D’altra parte, la emigrazione avviene senza un obbiettivo e si compie troppo spesso alla mercé degli appaltatori di emigranti per conto delle repubbliche sudamericane, le quali non si curano del benessere dei nuovi venuti, ma solo dell’interesse dei proprietari di fazende caffettere o degli impresari di lavori pubblici.

 

 

Una saggia politica dell’emigrazione, la quale con mezzi non costrittivi ma educativi promovesse l’esodo della parte esuberante della nostra popolazione, siano operai manuali o spostati intellettuali, e incanalasse tutte queste forze vive, ed inutili nella madre patria, verso le repubbliche dell’America latina, in guisa da promuovere la fondazione di nuclei potenti e solidi di italiani, sarebbe la vera politica coloniale adatta al momento presente in Italia.

 

 

Forse alcuni fra i provvedimenti, che in questo articolo ho annoverato fra quelli più adatti a promuovere il benessere delle classi operaie nel momento presente, non sono compresi nelle domande fatte dai partiti operai nei loro programmi minimi economici; a spiegare la cosa desidero ricordare soltanto come non sempre siano benefiche in definitiva le proposte che più facilmente fanno vibrare le corde dell’entusiasmo popolare, e che i grandi e duraturi benefici sono quasi sempre stati apportati alla umanità sofferente da rimedi poco numerosi ed appariscenti, atti però ad agire con efficacia sui sentimenti profondi che spingono gli uomini ad adoperare così nel campo economico come in tutti gli altri campi della attività umana.

 



[1] Si inserisce a questo punto un articolo che nella rivista «La critica sociale», pubblicato poco prima di quello precedente, esponeva le grandi linee di quello che reputavo dover essere il programma economico del partito liberale a pro dei ceti operai in Italia [Nota del 1959]

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