La portata economica e politica delle stipulazioni di Washington: il valore dell’accordo

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 15/11/1925

La portata economica e politica delle stipulazioni di Washington: il valore dell’accordo

«Corriere della Sera», 15 novembre 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 540-545

 

 

 

Il miglior commento all’accordo di Washington è quello che, con misurate parole, fece il ministro Volpi ai giornalisti americani: «L’intera delegazione italiana si è resa conto dello spirito di equità della commissione americana e del suo evidente desiderio di accordare all’Italia un giusto trattamento e di proteggere nel tempo stesso il contribuente americano».

 

 

Misurate parole, le quali, con senno di finanziere pratico, ricordano che l’accordo delle due commissioni non è definitivo ove non intervenga la sanzione del parlamento italiano e del congresso americano. Anche i commenti, dunque, della stampa italiana debbono tener conto dei due criteri fondamentali che il ministro italiano ha messo al primo piano quasi ad ammonire che la bontà del risultato raggiunto non deve fare dimenticare a noi ed agli americani che il fondamento del successo sta nella reciproca

contemporanea soddisfazione.

 

 

Trattavasi di trovare una soluzione, la quale nel tempo stesso rendesse giustizia all’Italia e desse al contribuente americano l’impressione di essere stato efficacemente difeso. Il risultato fu ottenuto con la caratteristica forma della annualità convenuta: crescente da 5 milioni di dollari all’anno nei primi cinque anni, a 14-18 nei successivi dieci, a 20-30 nel terzo periodo, sempre di dieci anni, a 31-38 nel quarto periodo, a 43-50 nel quinto, a 56-67 nel sesto ed a 73-80 nell’ultimo periodo di 7 anni dal 56esimo al 62esimo anno (1980-87). Il contribuente americano deve riflettere che, a mano a mano che l’economia italiana andrà rafforzandosi, sempre più forte diventerà il contributo che l’Italia porterà alla diminuzione dei carichi fiscali suoi. Resta così soddisfatta la tesi politica americana, superato il grande ostacolo a strappare al senato e alla camera dei rappresentanti un voto di approvazione ad un accordo che non tenesse sufficientemente conto della esigenza vivissima sentita, non andiamo ricercando ora se a torto od a ragione, sovratutto dalla massa potente ed organizzata degli agricoltori del centro e dell’occidente, di pagare imposte più basse delle attuali. Certamente il compiacimento della delegazione americana per avere ottenuto di farci pagare, a partire dal 1940 e più dal 1950 in poi, annualità ragguardevoli, compiacimento di cui l’on. Volpi ha preso atto con le parole da noi riprodotte, deve fare riflettere anche noi italiani sulla serietà dell’impegno sottoscritto ed al quale ripetansi ancora le parole del nostro primo delegato – l’Italia farà, come ha sempre fatto in passato, onore.

 

 

Non ci è ancora noto, perché sembra che i particolari dell’accordo saranno resi pubblici solo fra qualche giorno, se, a rendere viemmeglio sicuro l’adempimento del serio impegno assunto, fu ottenuto che si tenesse conto in primo luogo dell’eventualità che la Germania fallisse nell’adempimento dei suoi impegni verso di noi, ed in secondo luogo della necessità di impedire che il «trasferimento» di così ingenti somme potesse in avvenire rendere precario il fermo mantenimento della lira ad un livello stabile, condizione prima di ogni progresso economico nostro. La cordialità delle trattative, il riconoscimento delle difficili condizioni attuali economiche nostre persuadono che tali aspetti del problema non possono essere stati dimenticati e che, senza forse parlare di una revisione vera e propria, a cui sembra che la commissione americana e più forse il congresso repugnassero apertamente, si sia trovato modo di guarentire all’Italia, e quindi all’America, la certezza della possibilità di far onore agli impegni assunti. Ed è augurabile altresì che lo spirito di equità con cui gli uomini politici americani hanno riconosciuto il fondamento della documentazione italiana li persuada a farsi patroni dinanzi al congresso di un migliore trattamento delle esportazioni italiane e di una più larga ammissione di nostri emigranti sul suolo americano: due grandi problemi, la cui connessione con quello dei debiti fu sempre presente dinanzi alla mente dei delegati, sebbene per ragioni formali non abbia potuto formare oggetto di trattative.

 

 

Se il contribuente americano deve trarre motivo di soddisfazione dal fatto che i suoi carichi fiscali lungo il periodo di 62 anni saranno diminuiti dei 2.407 milioni di dollari pagati dall’Italia, gli italiani d’altro canto debbono essere assai lieti che giustizia sia stata fatta alla loro causa riducendo il valore attuale dei loro impegni a 435 milioni, ossia a circa il 20% – qualche agenzia dice il 18% – dell’ammontare del debito riconosciuto ed accresciuto degli interessi decorsi sino ad oggi. Non vi è contraddizione tra le due cifre di 2.407 milioni di dollari che in 62 anni gli americani riceveranno e di 435 milioni che è il valore attuale del nostro debito. Le due cifre sono perfettamente equivalenti, essendo riferite ad unità di tempo diverse. La cifra di 2.407 milioni è la somma aritmetica delle annualità che a poco a poco l’Italia pagherà, annualità comprensive di interesse e di ammortamento. Ma è ben noto che, per calcolare il peso attuale di somme pagabili in futuro, bisogna scontarle al momento attuale mediante l’uso di un determinato saggio di sconto. Ad esempio, se un debitore si obbliga a pagare 1 lira all’anno per 62 anni, è certo che a poco a poco, aritmeticamente parlando, egli avrà finito di pagare 62 lire. Questo calcolo può bastare per il contribuente americano, il quale paga imposte anno per anno ed ogni anno se le vede diminuire della somma da lui desiderata. Ma è anche certissimo che 62 lire pagabili, ad 1 lira all’anno, in 62 anni valgono oggi non 62 lire, ma una somma di gran lunga minore. Qualunque prontuario di conti fatti insegna che per il debitore, è indifferente pagare oggi 19,02 lire una volta tanto, ovvero 1 lira all’anno per 62 anni, assumendo il tasso del 5 per cento.

 

 

Nel caso presente, i 2.407 milioni di dollari che l’Italia si è obbligata a pagare a poco a poco in 62 anni, valgono ancor meno che nel rapporto di 19 a 62, perché i negoziatori italiani si sono obbligati bensì a pagare 2.407 milioni, ma hanno relegato le grosse annualità in fondo, alla fine del periodo dei pagamenti, cominciando per ora da poco. Ed è noto come il valore attuale di una qualunque somma da pagare in avvenire è tanto più piccolo quanto più è lontana l’epoca del pagamento. Ad esempio, l’obbligo di pagare 1 lira fra un anno vale oggi, al saggio di sconto del 5%, 0,95; l’obbligo di pagare 1 lira fra 10 anni vale oggi 0,61; l’obbligo di pagare la stessa lira fra 20 anni vale oggi 0,37; e così via, agli obblighi di pagare 1 lira fra 30, 40, 50, 60, 62 anni corrispondono rispettivamente i valori attuali di 0,23, 0,14, 0,08, 0,053 e 0,048. Ognuno può così rendersi ragione del perché giustamente si dica che ad un pagamento totale, ma scaglionato nel tempo, di 2.407 milioni, corrisponda un valore attuale di 435 milioni di dollari. Questa ultima cifra è la vera misuratrice del nostro presente sacrificio.

 

 

La nostra delegazione merita ampia lode per aver saputo ottenere un così segnalato riconoscimento della giustizia della causa italiana. Questo giornale, che da tanti anni ha sostenuto la tesi della non esistenza morale dei debiti di guerra, e della inesistenza in particolare dei debiti consistenti in profitti, in parte già avocati alla tesoreria americana, su forniture fatte all’Italia o derivanti da apprezzamenti dell’unità monetaria aurea, è ben lieto di constatare che, pure rendendo ossequio, per ragioni supreme di interesse e di prestigio nazionale, alla integrità del debito, in sostanza si sia ridotta la cifra del debito effettivo attuale a quella corrispondente ai debiti contratti dopo l’armistizio, rispetto a cui poteva essere sostenuto con un certo fondamento da parte americana trattarsi di debiti contratti per l’assestamento e la ricostruzione della nostra economia nazionale. A questo punto, salva ogni ragione del più e del meno, la dignità nazionale imponeva di trovare una soluzione la quale testimoniasse al mondo che gli italiani sono ben fermi nel restituire quanto si possa sostenere o dubitare essere andato a vantaggio della loro economia. Il compromesso a cui si è giunti salva per gli americani il principio della santità di tutti i debiti, che nessuna distinzione formale è fatta tra debiti bellici e debiti economici e la riduzione non gioca sul capitale ma sugli interessi e sulla forma dell’annualità nel tempo; e pone per gli italiani il fatto della riduzione sostanziale del valore attuale del debito alla parte di esso che poteva essere considerata economica e rispetto a cui in realtà soltanto poteva sorgere l’obbligo assoluto d’onore di pagare ad ogni costo.

 

 

La soluzione di compromesso dovrà giovarci nelle trattative con l’Inghilterra; poiché, rispetto a questa, sebbene l’ammontare capitale del debito sia di qualche cosa superiore all’ammontare del debito verso l’America, è di gran lunga preponderante la quota puramente bellica, contratta innanzi all’armistizio; ed esistono precedenti solenni di cavalleresco comportamento di passati governi verso i debitori e solenni offerte e promesse di recenti gabinetti di equo trattamento e di condizionati condoni. Se la giustizia della nostra causa rifulse dinanzi alle menti degli apparentemente più riluttanti americani, fausti auspicii traggansi da ciò per il lavoro che ancor rimane da compiere per la definitiva regolazione dei debiti di guerra. E sia riconosciuta tutta la benemerenza della nostra delegazione per aver ottenuto coi risultati conseguiti in America un beneficio alle nostre finanze che dovrà completarsi con una sistemazione soddisfacente del debito coll’Inghilterra.

 

 

A chiarimento delle osservazioni fatte nel testo dell’articolo intorno al concetto del valore attuale, si può addurre il seguente calcolo. Partendo dalla premessa che il valore attuale delle annualità convenute con gli Stati uniti sia al 5% di 435 milioni di dollari, e che il valore attuale delle annualità che si converranno con l’Inghilterra sia, pure al 5%, di 365 milioni di dollari – e cioè, per le ragioni dette nel testo, un po’ minore – l’Italia potrebbe sdebitarsi pagando, invece delle annualità, una somma immediata di 800 milioni di dollari. Invece di pagar subito, essa potrebbe incaricare del servizio dei due debiti esteri una cassa di ammortamento, alla quale dovrebbero essere versati i proventi delle riparazioni tedesche secondo il piano Dawes. Se noi supponiamo che i minori versamenti tedeschi dei primi anni siano compensati, come il piano prevede, da versamenti maggiori di 2.500 milioni di marchi oro dopo il 1930, l’Italia potrebbe ritenere di riscuotere in media 250 milioni di marchi all’anno, equivalenti a 50 milioni di dollari. L’annualità costante necessaria per ammortizzare in 62 anni un debito di 800 milioni di dollari è, al 5% di interesse, di 42 milioni di dollari. Nei primi 30 anni la cassa di ammortamento riscuoterebbe dunque da una parte 50 milioni dalla Germania e pagherebbe 42 milioni all’Inghilterra ed all’America. Pagherebbe di meno prima e di più dopo; ma di ciò è già stato tenuto conto. Nei primi 30 anni la cassa potrebbe dunque accumulare ogni anno un risparmio di 8 milioni, che, coi loro interessi composti, al trentesimo anno costituirebbero un fondo di 8 milioni di dollari. Messo a frutto, tale fondo sarebbe sufficiente a fornire ogni anno, per i restanti 32 anni di servizio del debito anglo americano, la somma di 35 milioni di dollari. Anche se la Germania non pagasse più un centesimo dopo il trentesimo anno, la cassa di ammortamento potrebbe, con un versamento supplementare del tesoro italiano di 7 milioni di dollari all’anno, condurre a buon fine la liquidazione del debito. Si è voluto dare questo esempio per spiegare in che modo potrebbe funzionare la cassa di ammortamento, di cui ha parlato il ministro Volpi in America. Ma i modi di attuazione del concetto sono svariatissimi. La sostanza è che le riparazioni tedesche dovrebbero fornire la parte massima delle somme dovute all’America ed all’Inghilterra; e che si dovrebbe provvedere, con un accantonamento nei primi periodi, quando noi dobbiamo pagare di meno di quanto abbiamo diritto di ricevere, alla copertura degli obblighi degli ultimi periodi in cui il fenomeno opposto si verificherà. La cassa, incaricata dei trasferimenti, potrebbe essere organizzata altresì allo scopo di dare all’Italia la disponibilità, nei primi periodi, di divise estere, utili per la stabilizzazione della lira. Argomento complesso che qui si accenna di scorcio senza, per brevità, approfondirlo.

 

 

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