La predica della domenica (VIII)
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 12/03/1961

La predica della domenica (VIII)

«Corriere della Sera», 12 marzo 1961

Le prediche della domenica, Einaudi, Torino 1987, pp. 25-26[1]

 

 

 

Che cosa dovremmo seminare, se il frumento cadesse al prezzo di concorrenza internazionale e cioè a 3500 lire al quintale posto sulle banchine dei porti di Genova e di Napoli, e se perciò non convenisse più coltivarlo? Che cosa dobbiamo mettere al posto degli olivi, se fossero troppo frequenti le annate, nelle quali non conviene nemmeno raccogliere le olive mature, perché il prezzo non copre le pure spese della raccolta? Nelle zone di montagna, che cosa dobbiamo sostituire al castagno, il quale muore per il male dell’inchiostro o, se il frutto è sano, lo lasciamo marcire nel bosco, sempre perché non franca il conto di raccoglierlo? Che cosa dovremmo coltivare in luogo delle barbabietole, cultura riconosciuta come miglioratrice per eccellenza, se lo stato non garantisse a noi un prezzo remunerativo, mercé accordi con gli zuccherieri, limiti agli ettari coltivabili ed altre provvidenze?

 

 

Che cosa fare, che cosa non fare? Frumento no, granoturco neppure, olio e vino li dobbiamo vendere a prezzi rotti, la carne rotola giù appena si aprono le porte alla importazione del bestiame jugoslavo.

 

 

Occorre avere il molto semplice coraggio di dire che la risposta non c’è. Che i ministri, che i parlamentari, che i pubblicisti non hanno nessun obbligo di insegnare ciò che non sanno, che non hanno nessun obbligo di sapere, perché il loro ufficio è diverso da quello di professori di discipline inesistenti ed è di fare buone leggi e di scegliere gli uomini atti a governare bene.

 

 

Scorrendo quel poco maneggevole (2800 pagine), ma assai istruttivo volume intitolato Annuario parlamentare ci si imbatte in una «direzione generale della produzione agricola». Sono persuaso che l’opera sarà assai più savia della parola; e che il direttore della faccenda non agirà, né opererà, ma si limiterà a segnalare i limiti entro i quali i competenti hanno diritto e possono essere incoraggiati ad operare. Chi sono i competenti ad operare, a fare, a decidere? Coloro che corrono il rischio del decidere, del fare, dell’operare.

 

 

Più che le direzioni generali, giovano per fermo le scuole, dove si insegnano i principi della scienza, dove si espongono i risultati della esperienza passata, dove si compiono esperimenti pratici, dove si coltivano campi sperimentali e se ne misurano i risultati. Ma la decisione sul podere è ufficio di chi corre il rischio; di chi incassa il guadagno delle decisioni appropriate e subisce le perdite degli errori.

 

 

Non esiste altra risposta alla domanda «che cosa fare?», salvo quella che in lingua inglese è conosciuta con le parole «Trial and error», andar avanti a furia di tentativi e di sbagli. Alla scuola segnalare i tentativi del passato, gli errori ed i successi. Ma i tentativi li devono fare gli agricoltori a loro rischio, non per consiglio od ordine o direzione di chi governa. Come può un politico tentare di garantire il successo dei suoi comandi e delle sue direttive? Comandi, consigli e direttive non fanno crescere una spiga di grano. Significano invece fabbricare piani verdi o gialli o rossi per dare premi o protezioni a chi fa certe cose che sono parse convenienti a gente che incoraggia coi denari altrui, che pesca nelle tasche dei contribuenti per mettere il ricavo della pesca nelle tasche di coloro che il favore elettorale od il vento della moda ha favorito. Ossia, crescendo i rischi di qualcun altro e crescendoli assai più, a causa della paga a pro degli esecutori dei consigli, di quel che possa essere il vantaggio dei favoriti.



[1] Col titolo Errori e tentativi, [ndr]

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