La predica della domenica (XIII)
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 16/04/1961

La predica della domenica (XIII)

«Corriere della Sera», 16 aprile 1961

Le prediche della domenica, Einaudi, Torino 1987, pp. 42-45[1]

 

 

 

Intorno alla redenzione del mezzogiorno e, in generale, delle zone depresse, corrono due teorie: l’una, tradizionale, quella dello «stato che fa il suo mestiere» di apprestare strade, bonifiche, rimboschimenti, arginature e regolamento di fiumi e canali irrigatori, scuole elementari, medie ed universitarie, classiche e tecniche, fornite di biblioteche, laboratori e campi sperimentali, ospedali e luoghi di cura, assistenza sanitaria, fognature ed altre cose ancora le quali compongono la cornice nella quale è chiamato ad operare l’uomo vivente in zona depressa; e che lo stato intraprende sia direttamente, sia attraverso l’azione, finanziariamente e prudentemente incoraggiata, delle provincie, dei comuni e di altri enti pubblici.

 

 

Altri dice: tutto ciò non basta. In quelle zone nelle quali l’iniziativa privata non è viva ed operante, gli incoraggiamenti esterni non la fanno sorgere. Non basta creare la cornice entro la quale gli uomini progrediscono e, come oggi, con parola forastiera, si suol dire, si sviluppano ed osano correre rischi e da meri risparmiatori si trasformano in imprenditori. La specie umana disposta ed atta a correre rischi, ad intraprendere qualcosa, ad organizzare il lavoro altrui non spunta come fungo solo perché ci sono strade, ponti, ferrovie, fiumi e canali, scuole ed ospedali. Gli uomini delle zone depresse possono seguire l’esempio altrui, non precorrerlo. Importa che lo stato dia direttamente l’esempio, costruisca impianti piloti e li esercisca, faccia investimenti massicci. I brevi campi sperimentali, i laboratori d’università e delle scuole tecniche non sono sufficienti.

 

 

Alcuni impianti veramente importanti, di quelli delle decine e delle centinaia di miliardi, daranno l’esempio; verranno fuori gli uomini periti e gli ardimentosi; officine complementari e sussidiarie private sorgeranno attorno ai colossi statali. Dato il via dallo stato, il resto seguirà.

 

 

Porrò oggi solo uno dei molti quesiti che la controversia nuova ed in verità antichissima (perché non ricordiamo colbertisti e mercantilisti?) fa sorgere. Il principio dell’iniziativa diretta dello stato, dell’ufficio di imprenditore assunto dallo stato suppone che i ministri, direttori generali, senatori, deputati, sindaci, presidi di provincia ed in genere gli uomini politici siano forniti di capacità inventiva economica. Il successo nel mettere a frutto le strade, le ferrovie, i porti, le bonifiche, i fiumi ed i canali, le scuole – si suppone a priori che la cornice sia apprestata prima, affinché l’iniziativa pubblica e privata possa prender corpo – poggia tutto sulla attitudine ad inventare, e cioè a scoprire quel che sarà fecondo, distinguendolo da quel che rimarrà sterile, le iniziative capaci di dare un margine di profitto, invece di una perdita. Sulle perdite non si crea nulla di buono; le perdite si sviluppano solo in sequenze di altre perdite; consumano risparmi e fruttano disillusioni. Chi dei due il privato che arrischia il suo risparmio o l’uomo pubblico, il quale investe il denaro dei contribuenti, è meglio capace ad inventare?

 

 

Ad ascoltare l’opinione corrente, è l’uomo pubblico. Oh! non è quotidiana la domanda che agricoltori, industriali, artigiani e professionisti, rivolgono a chi insegna ed a chi comanda: «che cosa coltiveremo al posto del frumento, se voi, stato, non mantenete il prezzo ad un livello atto a coprire i costi? che cosa in luogo della barbabietola se togliete la protezione allo zucchero? che cosa fabbricheremo in luogo dell’acciaio, se consentite all’acciaio tedesco (la domanda era comune prima e dopo l’altra grande guerra) di essere svenduto in Italia? Come faremo a trovare i capitali, se voi non ordinerete alle banche di favorire questa o quella branca di attività industriali agricole o commerciali perché le reputate di preminente interesse nazionale in confronto ad altre branche?»

 

 

Poiché in una breve predica non si può andare per le lunghe, dico: noi pubblicisti, noi uomini politici non siamo stati educati a fare il mestiere degli agricoltori, degli industriali, dei commercianti. Il nostro mestiere è un altro: quello di costruire l’edificio giuridico entro il quale e nei limiti del quale agricoltori, industriali e commercianti debbono operare e muoversi affinché l’opera dei singoli sia feconda di beni ad essi ed alla collettività e contribuisca all’elevazione dei meno fortunati. Guardiamoci dal cader vittime della superbia satanica di chi immagina di sapere.

 

 

Costruire la cornice dell’ azione economica e sociale degli uomini è per sé sola già troppo ardua impresa, assai più difficile dell’agire perché se ne possano aggiungere altre. Applichiamo a noi stessi la regola del vero sapiente, il quale intende a recare il suo contributo alla costruzione della scienza ed alla formazione spirituale dei giovani: «non so dove sia la verità, la sto cercando e la cerco, discutendo e proponendo premesse e soluzioni, insieme con coloro i quali vogliono apprendere».

 

 

Anche noi dobbiamo umilmente avere in orrore la convinzione del conoscere la verità. Dobbiamo cercarla. Offriamo a coloro che devono agire, agli imprenditori ed ai lavoratori lo strumento dell’azione, il clima proprio nel quale, a parità di punti di partenza, essi potranno vantaggiosamente operare. Consentiamo che essi operino, a loro rischio e profitto, seguendo la regola aurea, la sola la quale e atta a condurre al successo, e la quale dice che la via sicura del successo è ignota. Gli uomini di azione, che devon muoversi entro il quadro, che noi dobbiamo tentare di costruire, non la conoscono? Alla domanda ansiosa che essi ci rivolgono: che cosa fare, se non possiamo seguire la via che la tradizione e la consuetudine ci additano? una sola risposta è lecita: «tentate e sbagliate», «trial and error»; il motto dell’antica «accademia del cimento» è sempre valido: sperimentare, tentare e ritentare e trarre profitto dagli errori. Non dare ad altri la colpa dell’insuccesso, ma sforzarsi di rifar meglio il tentativo. Altra risposta non esiste.



[1] Col titolo Lo stato «imprenditore» e il Mezzogiorno [ndr]

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