La predica della domenica (XIV)
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 23/04/1961

La predica della domenica (XIV)

«Corriere della Sera», 23 aprile 1961

Le prediche della domenica, Einaudi, Torino 1987, pp. 46-50[1]

 

 

 

Le querele intorno alla lentezza del progresso economico nel mezzogiorno ed alla persistenza del distacco antico fra il nord ed il sud sono nel tempo stesso giustificate dall’ideale della uguaglianza di condizioni fra tutti gli italiani ed ingrossate dalla vociferazione intorno ai risultati mirabili che altrove si sarebbero ottenuti inoculando investimenti massicci, nei paesi che un tempo si dicevano poveri ed ora si definiscono depressi o sottosviluppati. Chi è istintivamente scettico su conclamate vittorie forastiere e, ricordando il proverbio della gatta frettolosa che fa i gattini ciechi, reputa non giovi fare in fretta, perché la via corta genera stanchezza e conduce a rompersi il collo e solo la via lunga è arra di successo, trae conforto nel leggere considerazioni e conclusioni su esperienze più ampie, se non più probanti, delle nostre.

 

 

Ieri la signora Vera Lutz esponeva le ragioni per le quali l’intervento cospicuo dello stato italiano a favore del mezzogiorno, pur fecondo di vantaggi notabili, non poteva avvicinare il sud al nord nella misura auspicata dalla gente impaziente; oggi il Galbraith, professore celebre di Harvard, descrittore del fatto e inventore della parola Affluent Society, che tanta meritata fortuna ha avuto nella pubblicistica economica e sociale contemporanea, consigliere tra i più autorevoli del presidente Kennedy, nel quaderno di aprile del Foreign Affairs scrive, parlando della politica di aiuto degli Stati Uniti ai paesi sottosviluppati, che «la spesa dovrà certo essere aumentata, ma molta parte delle spese fatte sono state impiegate molto male e per conseguenza i risultati sono stati assai inferiori all’aspettazione e persino negativi». L’esperienza negativa è dovuta non tanto ad errori tecnici, quanto all’errata persuasione che bastasse provvedere capitali e tecnici, per fornire il fattore critico mancante all’avanzamento economico. Errata, perché cogli investimenti di capitali massicci si provvede solo «ad uno dei fattori mancanti e determinanti dell’avanzamento».

 

 

Almeno quattro altre condizioni sono, a parere del Galbraith, indispensabili. Le elenco nell’ordine posto da lui e con le sue stesse parole:

 

 

1)    un grado notevole di istruzione (literacy) nella popolazione e quel bastevole numero di persone provvedute di istruzione superiore e di abilità necessaria all’opera di governo ed ai compiti amministrativi e tecnici connessi direttamente od indirettamente con il progresso economico. Nei secoli decimottavo e decimonono si riteneva fermamente, almeno negli Stati Uniti, che l’istruzione popolare era una premessa necessaria per consentire agli uomini di manifestare la propria iniziativa ed energia;

 

2)    una notevole (substantial) dose di giustizia sociale. Se l’uomo ordinario non trae vantaggio dal progresso, non darà ad esso alcun volonteroso contributo, anzi si può essere sicuri che lo ostacolerà; non avrà cura delle macchine a lui affidate e disprezzerà i nuovi metodi presentati alla sua attenzione;

 

3)    una organizzazione di governo e di amministrazione pubblica atta ad inspirare fiducia. Il progresso economico non può aver luogo se non là dove siano rispettati la legge e l’ordine (in a context of law and order), e dove le persone e le proprietà siano ragionevolmente sicure. Questa condizione, se anche non sia interamente soddisfatta, è necessario lo sia bene al disopra del minimo. Un progresso sicuro richiede altresì attitudine a compiti più difficili, a progettare e costruire strade, ad importare ed usare capitali, ad amministrare un sistema tributario che faccia uso adeguato delle risorse nazionali, ad organizzare l’istruzione pubblica e ad adempiere ad altri compiti essenziali;

 

4)    una veduta chiara e precisa di quel che vuol dire sviluppo. Lo sviluppo non ha luogo se si suppone che esso si determini automaticamente; se si suppone che basti all’uopo la fede nella libera intrapresa o nel socialismo; se sia considerato quasi una magia speciale, che possa essere provveduta da un qualche particolare personaggio politico; se si crede che possa essere conseguito con un colpo di genio come la costruzione di una data strada, la trasformazione di una data brughiera o l’irrigazione di un dato deserto. In tutti i casi il risultato – e non occorrerà attendere molto – sarà una grave disillusione.

 

 

Il Galbraith non si occupa se non dell’Asia meridionale, dell’Africa e dell’America centrale e meridionale. Non fa alcun accenno ai paesi europei, i quali siano stati aiutati dagli Stati Uniti. Tra i paesi depressi, ricorda l’India, il Pakistan, forse il Ghana e la Nigeria come quelli nei quali un minimo delle quattro condizioni pare esista; e non ha invece speranza per Cuba, l’Iraq, il Laos e il Venezuela. «Se anche le entrate del petrolio per l’Iraq raddoppiassero, il progresso economico non ne trarrebbe alcun apprezzabile vantaggio». Ed invece, «grandi progressi furono compiuti da Israele, sebbene esso sia naturalmente privo di risorse naturali; non abbia pozzi di petrolio, pochi minerali, scarsa acqua e piccolo territorio. Ma tutti i quattro fattori sovra elencati erano presenti: diffusa e seria istruzione, una elite altamente educata, senso e realtà di giustizia sociale, un governo efficiente ed una forte coscienza dei fini da raggiungere. Perciò il progresso è rapido. Gli israeliani, se fossero obbligati a scegliere farebbero a meno più volentieri degli aiuti in capitale che non della loro educazione, del loro senso di responsabilità comune e di guadagni ben distribuiti, della loro saggia amministrazione e della chiara coscienza dei loro destini».

 

 

Questa è la lezione che l’economista oggi forse il più noto tra gli americani trae dall’esperienza del suo paese: il progresso o sviluppo economico, è il frutto assai più di fattori morali che di quelli materiali. Là dove esistono i fattori morali, il progresso ha luogo: laddove gli investimenti, anche massicci, non giovano.

 

 

Quale ammaestramento possiamo trarre noi dalle conclusioni dell’economista americano? Chi abbia l’impressione che un notabile avanzamento economico si sia compiuto in Italia nei cento anni corsi dopo l’unificazione, chi abbia ancora negli occhi l’immagine del deserto esistente, ancora settanta anni or sono, da Pisa a Roma e lo confronti con la bella campagna coltivata di oggi; chi abbia ascoltato al principio del secolo Ghino Valenti ammonire che il cappellaccio, quasi un macigno spesso un metro e più posto sotto pochi centimetri di terra vegetale nella campagna romana, era rimasto immutato dal tempo degli etruschi e dei romani ad oggi e lo vede ora frantumato e reso fecondo dagli aratri di mostruosi trattori; chi rivede coll’occhio della mente il deserto recente fra Battipaglia e Pesto e numeri le case ed i poderi che oggi popolano quelle campagne, non può non essere ottimista. Ed egli non dà peso a cifre di incrementi proporzionali nei redditi pro capite diverse fra nord e sud, quasiché quelle cifre non fossero dedotte da astratte uguaglianze fra beni e servigi di incerta e diversa significazione da regione a regione, da zona a zona e da villaggio a villaggio; e quasiché in ogni paese del mondo non esistessero regioni ricche e regioni povere, contrade da cui la gente fugge ed altre alle quali essa accorre; quasiché in ogni unità poderale non vi fossero campi fertili e campi magri, zone bene e zone male esposte, irrigate e asciutte, calme o ventose.

 

 

Umilmente, l’ottimista chiede: se gli uomini economici hanno molto operato, nei limiti dell’ambiente ad essi offerto, i politici, gli amministratori, i magistrati, gli studiosi hanno operato altrettanto efficacemente per la creazione del clima di sicurezza, di osservanza della legge, di pace sociale, entro cui gli uomini debbono vivere? Nessuno di essi si è mai atteggiato a salvatore? Nessuno ha mai detto: io so la parola, io conosco il verbo della salvezza?

 

 

Abbiate fede in me ed io condurrò la nazione alla meta! Non v’è davvero nessuno il quale, invece di attendere al proprio mestiere di politico e di studioso, non abbia pronunciato o pensato le parole di superbia e di mortificazione?



[1] Col titolo Galbraith e i fattori morali dello sviluppo [ndr]

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