La predica della domenica (XV)

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 30/04/1961

La predica della domenica (XV)

«Corriere della Sera», 30 aprile 1961

Le prediche della domenica, Einaudi, Torino 1987, pp. 51-54[1]

 

 

 

Nella basilica di San Lorenzo presso il cimitero del Verano in Roma, nonostante la sobrietà della notizia sui giornali, alle 8,30 del mattino di giovedì scorso, assisteva un’insolita folla commossa ai funerali di Guglielmo Reiss Romoli. Non era un uomo noto nella politica o nella scienza e nelle arti. Era stato banchiere negli Stati Uniti e dal 1946 amministrava i telefoni italiani. Tutti gli astanti sapevano all’incirca che i telefoni dal 1946 ad oggi avevano compiuto grandi progressi; i curiosi di cifre avrebbero potuto appurare che dal dicembre 1945 al 31 dicembre 1960 il numero degli abbonati era aumentato da 542.363 a 3.057.645, ossia da 1 a 5,64; quello degli apparecchi da 734.977 a 3.860.849 (da 1 a 5,25); che la percentuale degli apparecchi era passata da 1,69 a 7,55 per 100 abitanti; che il traffico interurbano annuo, di competenza della rete governata dal Romoli, era aumentato da 59.060.655 a 362.262.399 (da 1 a 6,13). Avrebbero costoro anche potuto apprendere che gli strumenti di tanto crescente traffico erano pur essi cresciuti: da 697.413 a 3.378.931 (da 1 a 4,84) numeri di centrale; da 1.105.781 a 6.154.671 (da 1 a 5,56) chilometri circuito di reti urbane e da 197.883 a 1.280.153 (da 1 a 6,46) chilometri circuito di reti interurbane; e finalmente avrebbe appurato che la proporzione dei comuni collegati al totale (8010) dei comuni esistenti in Italia era giunta dal 58,2 per cento al 100 per cento e che in aggiunta le altre località collegate col sistema telefonico italiano da 2512 erano aumentate a 14.816 (da 1 a 5,89).

 

 

Le cifre statistiche avrebbero detto che Guglielmo Reiss Romoli era un grande amministratore della cosa pubblica, uno dei pochi taciturni autori di quello che si chiama miracolo italiano, miracolo che da sé non accade, se non ci sono gli uomini, grandi o piccoli, i quali lo fanno capitare.

 

 

Le cifre statistiche non erano tuttavia le ragioni che avevano condotto tanta mesta gente a San Lorenzo e non sono quelle che mi hanno persuaso a scrivere del Romoli in una predica domenicale. Le disse, con parola risoluta e commossa, monsignor Santin, vescovo di Trieste, gagliardo tra i vescovi italiani, accorso dal suo San Giusto a celebrare l’ufficio funebre per il concittadino. Girando lo sguardo si poteva vedere la rappresentanza dei suoi granatieri, alla testa dei quali cadde ferito sul Carso, alla quota 208 sud, il 24 maggio del 1917; e gli effetti delle ferite, che gli valsero la medaglia d’argento sul campo, dopo tanti anni erano ancora manifesti. Era accorso giovinetto, con altri animosi e col fratello Giorgio, morto in combattimento nel giorno stesso vicino a lui, mosso dalla speranza di ridare Trieste all’Italia; ben consapevole della sorte – e la condanna a morte fu invero pronunciata dai tribunali militari austriaci – che gli era riservata se fatto prigioniero. Gli astanti potevano, guardando alla rappresentanza dei profughi giuliani e dalmati e dei loro bambini, ricordare che anche in seguito e particolarmente negli anni dolorosi prima del ritorno di Trieste alla madrepatria, l’opera sua in pro dei concittadini era, con silenzioso contributo di lavoro e di denaro, continuata appassionata e feconda. Chi amò la patria fino al sacrificio, e beneficò i bisognosi ed i meritevoli, divenne un grande amministratore della cosa pubblica. Non aveva fatto a tempo a provvedersi di diplomi di laurea; epperciò i suoi impiegati, i quali lo rispettavano perché rigido e lo amavano perché giusto, indirizzavano a lui la parola chiamandolo direttore. Non riuscì, perché la vita finì anzi tempo per lui, a coronare l’opera dei suoi quindici anni di governo dei telefoni italiani, aggregando al gruppo Stet, che egli dirigeva, oltre alla cinque società ex private Stipel Telve Timo Teti Set, anche il relitto interurbano, rimasto, non si sa perché, alla diretta amministrazione statale. Ma per avere unificato l’organizzazione che serve il pubblico, egli fu un vero eroe civile e perciò qui addito il Romoli ad esempio ed ammonimento.

 

 

Troppi in Italia fra i capi di industria, di banca, di commercio, di imprese economiche in genere, alcuni tra i politici ed i capi di uffici pubblici, commettono suicidio, non desiderato e non voluto, per la barbara maniera della loro vita: in ferrovia, in automobile, in albergo, in cibi trangugiati in fretta, discutendo di affari, dando a sé ed agli amici affanno e turbamento. Così non si diventa eroi del lavoro; e si è in colpa per non osservare quella regola della misura, che è la suprema saggezza. Qualche colpa per la sua fine anzi tempo, quando egli tanto poteva ancora dare alla patria, è pure di Romoli, e addito il caso suo e di altri ad ammonimento altrui.

 

 

Ma egli non morì anzi tempo solo per gli strapazzi della vita: morì anche perché il cuore non seppe resistere all’ingiuria del vilipendio e dei contrasti al suo bene operare. E titolo di onore per i suoi ministri di non avere dato ascolto alle interrogazioni dei grandi della finanza e della politica: quando ci libererete di costui? Reiss Romoli era inaccessibile alle pretese ingiuste, alle esigenze economicamente scorrette, ai favori di ogni specie: non tollerava di ricevere ordini da chi sapeva non fosse degno di darli. Ma dolorava dentro di sé per il fatto che altri non fosse al par di lui contrario al male; ed il cuore suo si struggeva in silenzio per le calunnie e le ingiurie dei versipelle pennivendoli. Perciò la sua fine, quando l’opera non era ancora compiuta, duole. Perciò a coloro, i quali al pari di Romoli, meritano di essere collocati tra i grandi servitori dello stato – e taluno ad onore del nostro paese, vive e lavora anche in Italia -, dico che essi, sicuri nella loro coscienza pura, hanno il dovere di disprezzare l’ingiuria, la calunnia, la maldicenza e di non il curare gli ostacoli della gente malvagia. Si racconta, ma forse è leggenda, che negli anni dopo il 1860 talun deputato apostrofasse il ministro, il quale presentava al parlamento un disegno di legge a lui non gradito, come ladro, concussionario, dilapidatore del denaro pubblico e via vilipendendo. Ma quando giunse il turno della risposta, il ministro, non rilevando le ingiurie: «l’onorevole preopinante (in quel tempo così erano detti gli oratori i quali avevano parlato prima) ha dichiarato, col suo dire, non essere egli favorevole alla norma contenuta nel comma secondo dell’articolo terzo del presente disegno di legge». Così si opera saviamente da chi sa di non essere né ladro, né concussionario, né dilapidatore del denaro pubblico. Così, col disprezzo, dovrebbero operare coloro i quali sono consapevoli di aver compiuto il proprio dovere verso la cosa pubblica. Così, purtroppo, non riescono a fare tutti; ed e sciagura grande per la patria.



[1] Col titolo Guglielmo Reiss Romoli [ndr]

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