Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

La prefettura del Tevere

«Corriere della Sera», 1° marzo 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 130-132

 

 

 

L’istituzione di una prefettura o ministero del Tevere non ha soltanto il precedente francese di Parigi. Anche in altri stati, alla capitale si è ritenuto necessario dare un’organizzazione speciale, diversa da quella delle altre città dello stato. Londra è un bizzarro conglomerato di parecchie città, di cui la più nota è la City, con a capo il più alto magistrato locale del Regno Unito, il Lord Mayor di Londra; ma è sovragovernata, per dir così, da un grande consiglio, superiore ai piccoli consigli delle varie città. Negli Stati uniti, Washington è fuori degli stati confederati e forma un distretto federale a sé . E così la Commonwealth australiana sta costruendosi una capitale apposita, messa fuori degli stati componenti la confederazione. In nessun caso alla capitale è stata tolta la rappresentanza elettiva; ed anche a Parigi le tradizioni napoleoniche non vietano che, accanto al prefetto della Senna, di nomina governativa, vi sia un presidente del consiglio municipale, il quale arieggia ai sindaci degli altri comuni.

 

 

Per ridurre il problema al nocciolo sostanziale, la ragione per cui in parecchi casi si è data alle «capitali» un’organizzazione particolare è questa: «mentre le altre città possono provvedere ai servizi locali colle proprie forze, la capitale non può. I suoi servizi locali sono anche servizi di stato. Essa è costretta a spese di rappresentanza, di pubblica sicurezza, di polizia, di opere pubbliche, di igiene che essa non dovrebbe sopportare se fosse una città qualunque. Perciò la capitale ha d’uopo di vedere alimentato il suo bilancio da concorsi pecuniari statali in una misura che è sconosciuta agli altri comuni. Ciò produce gelosie e sovratutto conduce a sperperi del pubblico danaro. Il consiglio municipale della capitale è un po’ arbitro di affondare le mani nelle casse dello stato. Consiglio e giunta deliberano a cuor leggero spese, ben sapendo che lo stato dovrà intervenire, per non far fare brutta figura alla sua capitale. Perciò, si dice, se chi paga è lo stato, sia lo stato a deliberare la spesa. Una organizzazione speciale deve crearsi per ricreare l’unità nello spendere e nel pagamento della spesa».

 

 

Il ragionamento ha un fondamento di verità; e dimostra come il problema delle capitali sia veramente di una difficoltà e delicatezza estreme. Poiché alle osservazioni ora fatte si potrebbe anche replicare: «sì, il consiglio municipale della capitale non deve essere lasciato arbitro di spendere i denari dello stato. D’altra parte, se si aboliscono le rappresentanze locali e se le spese del comune vengono assunte dallo stato, quale limite vi sarà alle richieste dei cittadini della capitale? Finché  temevano di dover pagar del proprio le proprie megalomanie e il timore era solo sminuito dalla speranza di impietosire il governo centrale sulla miseria dei servizi della città che è sua sede, un certo freno vi era alla spesa. Ma quando la gestione del comune venga assunta dallo stato, quale freno vi sarà alle richieste? Tanto, diranno i capitolini, paga lo stato. L’esistenza di un bilancio cittadino mette, sia pure con i suoi disavanzi, in luce la cifra del costo della capitale per lo stato. Bisogna superare resistenze non lievi per far passare una spesa dal comune allo stato; ed ogni resistenza è un risparmio. Ma quando ci sia una prefettura o un ministero del Tevere, le sue spese andranno confuse con quelle stesse dello stato. Ci saranno tanti monumenti a Vittorio Emanuele, tanti palazzi di giustizia in più; monumenti per fermo ammirevoli, ma a cui nelle presenti contingenze del bilancio occorre astenersi dal fare aggiunte».

 

 

Purtroppo, l’esperienza di tutti i nuovi organismi, si chiamino prefetture o ministeri o consorzi, dimostra che nei loro inizi essi vogliono dar prova della necessità della propria esistenza con una politica di spese. C’è il pericolo che il frutto primo della prefettura del Tevere sia il tentativo di attuare qualche idea bella o grandiosa. Il nuovo capo di Roma vorrà avere idee romane. E l’Italia sarebbe lieta di assecondarlo, se altro fosse il momento; e se l’oggi non fosse dedicato esclusivamente, tenacemente alle economie. Un governo, il quale si è proposto, come scopo supremo della sua esistenza dal punto di vista finanziario, il risanamento del bilancio, può bene rinviare l’attuazione di un’idea che certamente rappresenta un pericolo finanziario.

 

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