La preparazione finanziaria alla guerra

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/08/1914

La preparazione finanziaria alla guerra

«Corriere della sera», 18 agosto 1914

 

 

 

La preparazione finanziaria alla guerra si misura, di solito, dall’ammontare delle riserve metalliche degli istituti d’emissione. Le quali erano, alla fine di luglio, le seguenti in cifre tonde (in milioni di lire italiane):

 

 

Gruppo austro-germanico

 2125

Banca imperiale germanica

1600

Banca austro-ungarica

3725

Triplice intesa

 4766

Banca di Francia

4838

Banca di Russia

960

Banca d’Inghilterra

10.564

 

 

Se si aggiungono i 330 milioni della riserva metallica della Banca Nazionale del Belgio, le riserve della triplice intesa giungono a circa 11 miliardi di lire; mentre quelle del gruppo austro-germanico non arrivano ai 4 miliardi.

 

 

Entro certi limiti, è abbastanza corretto assumere, come indice della forza finanziaria di un paese in tempo di guerra, l’ammontare della riserva metallica; poiché venendo a scomparire l’elemento della fiducia, che in tempi normali rende inutile l’uso della moneta metallica, questo diventa di nuovo, come nei secoli scorsi, il principale e forse unico strumento degli scambi. E non a caso ho sottolineato le parole scritte in corsivo, poiché, ove la fiducia in se stessi, nelle proprie forze e nel proprio spirito di organizzazione continui ad esistere in tempo di guerra, non è più vero che la riserva metallica sia l’unico indice della preparazione finanziaria alla guerra. Rimane sempre un indice importantissimo; ma non è più l’unico di cui si debba tener conto. Sotto questo rispetto, le nude cifre riportate sopra sottovalutano grandemente la forza del gruppo austro-germanico, sopra tutto la forza della Germania. Sotto il rispetto della organizzazione bancaria, come in tutti gli altri campi dell’attività economica, la Germania ha compiuto enormi progressi dopo la guerra del 1870. Ancora al principio del secolo presente molti ritenevano che la organizzazione creditizia della Germania si fondasse sul vuoto; che tutte le sue banche fossero stracariche di impegni, prive o quasi di attività liquide, incapaci di far fronte ad una tormenta un po’ grossa. E v’era molto di vero in queste critiche; il progresso industriale della Germania era stato così rapido e gigantesco, che s’era dovuto per forza fondare troppo sul concorso del credito, costruendo un edificio delicatissimo di rapporti creditizi fra industrie e banche, il quale poteva crollare ad un urto un po’ forte. Le cose però ora sono cambiate.

 

 

La Germania non è più solo un paese affamato di risparmi altrui, francesi ed inglesi, per il finanziamento delle sue industrie. Essa ha cominciato a godere i frutti degli investimenti passati; è diventata una nazione risparmiatrice ed esportatrice di capitali. Le sue grandi banche si sono a poco a poco rafforzate, e, sovratutto negli ultimi anni per l’impulso dell’Havenstein, l’eminente direttore della Banca imperiale germanica, hanno accresciuto le proprie disponibilità liquide. Alla fine del primo semestre 1914 le principali 92 banche tedesche contro 10.550 milioni di marchi di passività possedevano 4414 milioni di attività di prim’ordine (denaro in cassa, depositi a vista, cambiali, ecc.) ossia il 41.7%, e 1825 milioni di attività di second’ordine (riporti ed anticipazioni per titoli e merci), in tutto 6239 milioni, di attività di second’ordine ossia il 59%. È un notevole miglioramento sulla situazione di alcuni anni fa. Si capisce quindi come i massimi organi economici tedeschi usino un linguaggio pieno di fiducia. Le ultime note finanziarie della Frankfurter Zeitung prima della dichiarazione di guerra chiudevano così, dopo un attento esame delle forze economiche dell’impero: “Noi siamo forti, noi siamo armati fino ai denti.

 

 

Ciò che oggi fa d’uopo è la collaborazione armonica di tutti gli organi della nostra nazione, principalmente nelle cose economiche. I dirigenti della nostra economia hanno adempiuto bene alla loro bisogna. Ora anche la grande massa, dalla cui calma tanto dipende nei giorni che verranno, sappia dimostrarsi degna della fiducia in essa risposta.«Questo è un linguaggio maschio, capace, se i fatti vi risponderanno, di raddoppiare o triplicare la virtù dei pochi miliardi d’oro che la Germania possiede».

 

 

* * *

 

 

Nel campo avverso, il quadro è complesso. In Francia due sono i baluardi economici del paese: la Banca di Francia ed il risparmio privato. La prima, coi suoi 4800 milioni di franchi, è una forza colossale messa a disposizione del Governo; il secondo può rinnovare i miracoli del 1871 quando dalle calze di lana dei contadini uscirono miracolosamente i cinque miliardi dell’indennità di guerra. Contro a queste ragioni di forza, si ergono, o almeno si ergevano, fa d’uopo dirlo, poiché lo confessano gli stessi francesi, alcune cause di debolezza; di cui la prima è lo stato cronico di malessere del mercato parigino, ed il secondo il malgoverno radicale della pubblica finanza. Da mesi e mesi, leggendo gli organi economici francesi e tedeschi, si assisteva alle manifestazioni crescenti di un senso di inquietudine in Francia e di sicurezza in Germania. Poco fa una delle maggiori banche parigine aveva dovuto invocare fatto inaudito, la testimonianza del governatore della Banca di Francia ed un’inchiesta del ministro delle finanze per assicurare i depositanti contro il panico da cui cominciavano a lasciarsi impadronire. Eccessive speculazioni, ingorgo di titoli, flottanti e non digeriti, spiegano come la Borsa di Parigi da mesi fosse, insieme con quella di Vienna la più malata delle Borse europee. Il malgoverno fatto dai radicali della pubblica finanza è poi cosa notoria.

 

 

Paolo Leroy Beaulieu, il quale da anni conduce un’aspra campagna contro la condotta, che egli chiama – e dal punto di vista francese non senza ragione – criminale, del signor Caillaux e compagni, non sa trattenersi oggi dall’esclamare con ira, ripensando agli ostacoli che il Caillaux frappose, per miserabili ragioni di ambizione personale, alla tempestiva conclusione di un grande prestito: «è certo che il signor Caillaux ha disarmato finanziariamente il paese, alla vigilia della crisi forse la più grave che la Francia dovrà traversare in tutta la sua storia». Per fortuna della Francia, al disopra degli errori dei suoi finanzieri e delle colpe dei suoi governanti, vi è la Banca di Francia, che nessun politicante ha osato toccare, vi è il risparmio francese, che è inesauribile.

 

 

Tra le nazioni della triplice intesa, quella che in apparenza ha la minima forza finanziaria è l’Inghilterra: appena 960 milioni di incasso metallico, assai meno dell’Austria-Ungheria, circa la metà dell’incasso metallico che ha l’Italia colle sue tre banche di emissione e colla riserva dei biglietti di Stato! Eppure fino al momento in cui scrivo la Banca d’Inghilterra non ha creduto necessario di chiedere ed il Governo di concedere la sospensione dell’atto bancario del 1844, che è l’estrema arma di difesa nei tempi difficili! Eppure pochi giorni prima che la tormenta scoppiasse quando già le borse europee erano in preda al panico, l’Economist tranquillamente confutava una proposta di Sir Felix Scuster, direttore della Union of London and Swith Bank, di aumentare la riserva metallica della Banca d’Inghilterra; dichiarando, alla vigilia di una guerra, che una grossa riserva monetaria è costosa ed inutile, e che la vera sicurezza finanziaria del paese stava nell’essere Londra l’unico mercato libero dell’oro del mondo, dove l’oro affluisce spontaneamente dai paesi più lontani, quando la Banca decide di attivarlo coll’offerta di un alto tasso dello sconto. Ragionar così significa essere dotati di un sistema nervoso ferreo, più infrangibile delle corazze della corona di navi da guerra, da cui l’Inghilterra è cinta.

 

 

L’avvenire dirà se l’esperienza dei tempi di guerra corroborerà le previsioni dei freddi finanzieri britannici e se il rialzo del tasso dello sconto basterà ad assicurare il funzionamento del meccanismo creditizio inglese, il più mirabile che si sia mai visto nella storia del mondo.

 

 

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