Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

La preparazione silenziosa della vittoria monetaria

«Corriere della Sera», 1 aprile 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 198-201

 

 

 

 

Il discorso dell’on. De Stefani al senato contiene, intorno al problema della lira, riflessioni sulla delicatezza del meccanismo economico, il quale si è «adattato a certi prezzi, a certe condizioni di credito, a certe ampiezze e previsioni di credito». Da queste parole del ministro giova trarre alcune illazioni ammonitrici: questa massimamente che, nel presente anno, il quale «è un anno decisivo, il quale può avere una sua propria grandezza» bisogna fare grandi cose, senza dirle. Mi sia consentito di augurare a questo proposito che l’on. De Stefani voglia compiere silenziosamente gli atti necessari al raggiungimento del fine che egli si propone di raggiungere in materia monetaria.

 

 

Quale sia questo fine, egli non l’ha detto in maniera esplicita. Parrebbe da certe parole potersi arguire che egli miri, colla auspicata riduzione della circolazione, ad un rialzo nel valore della lira dagli attuali 21 centesimi ad un livello non si sa di quanto superiore; ma gli accenni sopra riportati alla delicatezza della situazione dei mercati e del credito farebbero dubitare che egli preferisca invece la stabilizzazione intorno al livello attuale; e verso tale sentenza parrebbe orientarsi più decisamente quando considera «le future eccedenze di bilancio come un sacro patrimonio per la ricostruzione». Se si vuole non solo difendere il raggiunto pareggio, ma ottenere un avanzo di entrata, parrebbe logico concludere che si voglia mantenere la lira al presente livello. Se la lira si rivalutasse, come potrebbero i contribuenti pagare le attuali imposte? Ricordiamo sempre che rivalutazione della lira è sinonimo di prezzi diminuiti; e che prezzi diminuiti sono alla loro volta sinonimo di redditi monetari scemati. Se, ai redditi attuali, i contribuenti stentano a pagare le imposte attuali, è chiaro che, quando i redditi, in seguito alla rivalutazione della lira, saranno diminuiti, i contribuenti potranno pagare imposte minori delle attuali. Dato ciò, e dato che la diminuzione delle imposte non potrebbe esser compensata nel bilancio dello stato da una adeguata diminuzione di spese, sia perché questa diminuzione non potrebbe verificarsi che a lunghissima scadenza, sia perché per certi capitoli (come per citarne uno, l’interesse dei debiti) non potrebbe verificarsi del tutto, è chiaro che la rivalutazione della lira non può non avere uno di questi due effetti :

 

 

  • ricomparsa del disavanzo nel bilancio dello stato, se i contribuenti non potranno più pagare le imposte attuali;
  • inasprimento della attuale pressione tributaria, se si vorranno far tuttavia pagare ai contribuenti le imposte attuali; inasprimento tanto più grave quanto più sarà accentuata la rivalutazione e quindi diminuiti i redditi monetari.

 

 

Dal dilemma non si può uscire, a meno di supporre che di quanto si rivaluti la lira, di altrettanto cresca la produzione nazionale. Dico la produzione espressa in quintali, metri, ettolitri, non in valori monetari, la quale non ha alcun significato. Su questa via di uscita si può fare un certo affidamento; ma alla lunga, molto alla lunga. Se si pensa essere incertissimo se si sia dal 1914 ad oggi verificato un aumento reale (non monetario) della produzione italiana (dicasi anzi mondiale), si può concludere essere prudente non fare troppo assegnamento; per qualche anno sulla via d’uscita.

 

 

Dunque l’interpretazione più plausibile che si deve dare alle parole con cui il ministro ha messo innanzi al senato gli ideali della difesa dell’avanzo di bilancio, della riduzione della circolazione, della riduzione del debito pubblico, del «graduale ma immancabile apprezzamento della lira» e della diminuzione della pressione tributaria, parmi questa: che egli voleva riservarsi libertà di manovra, così da poter scegliere fra questi ideali quello che, durante l’anno in corso, gli sembrasse più vantaggioso. Tanto più che in materia monetaria, le cose buone si possono fare senza sbalordire con nuove leggi, con nuovi decreti o comunicati. In nessun campo, come in questo, è utile l’antipatia al riformismo legislativo, di cui l’on. De Stefani si è vantato. Il caso dei recenti decreti sulle borse è stato istruttivo. L’on. De Stefani si proponeva un fine vantaggioso: il miglioramento della lira o fors’anco solo la sua difesa contro una piccola ondata di sfiducia che aveva fatto salire il cambio del dollaro da 23,50 fin verso 25, e ribassare il valore oro della lira da 22 a 21 centesimi.

 

 

A raggiungere il lodevole fine, i decreti furono per lo meno inutili, come sono inutili i provvedimenti clamorosi. La materia monetaria è più delicata a trattare di quella finanziaria, appunto perché per essa i decreti non servono. Il ministro delle finanze ha per un altro verso riaffermata questa verità, quando ha negato di aver mai ordinato agli istituti di emissione di ridurre di un miliardo gli sconti. È questa una nuova edizione della voce assurda corsa giorni fa della riduzione di un miliardo delle anticipazioni sui titoli di stato solite a rinnovarsi dagli istituti di emissione alla fine di ogni mese. Che cosa sarebbe accaduto se davvero, per ridurre di un miliardo la circolazione per conto del commercio, si fosse voluta attuare d’un colpo tale idea balzana? Che le banche e casse di risparmio, le quali oggi acquistano volentieri buoni del tesoro perché possono con essi battere moneta quasi senza spesa, presentandoli a garanzia di anticipazioni alla Banca d’Italia (pagano il 6,50% di interesse sulle anticipazioni e ricavano, a causa del modo di conteggiare l’imposta di ricchezza mobile, dai buoni un po’ più del 6%) domani non avrebbero più potuto battere moneta. Non potendolo, non avrebbero potuto impiegare quel danaro in borsa, in riporti all’8%. Per non rinunciare all’8%, esse sarebbero, alla scadenza dei buoni, state costrette a chiederne il rimborso; e il tesoro sarebbe stato costretto ad emettere biglietti od a crescere il frutto dei buoni al disopra del 4 ½ (6% per le banche). Sarebbe cominciata una corsa al rialzo tra saggio dei riporti e frutto dei buoni, il quale alla fine ci avrebbe lasciato probabilmente con un miliardo di più di circolazione per conto dello stato ad esatta compensazione del miliardo iniziale di diminuzione nella circolazione per conto del commercio.

 

 

Ben fece il ministro a non attenersi a così stolida procedura per ottenere l’intento di sgonfiare la circolazione.

 

 

In verità non esiste una formula di legge o di decreto che serva all’uopo. La formula adatta si scopre nei rapporti quotidiani tra tesoro e banche; e non dico fra tesoro e banche di emissione, ma fra tesoro, banche di emissione, banche ordinarie, casse di risparmio, agenti di cambio. Opportuni scambi di vedute tra quei pochi uomini che dirigono i mercati italiani valgono più di cento decreti. Quando il fine che il tesoro si propone sia ben chiaro e sia stato vagliato a fondo dai non moltissimi uomini veramente esperti in materia, non è impossibile trovare la via concreta per attuare quel fine. Le bombe improvvise scompaginano posizioni esistenti, arricchiscono gli uni e sacrificano gli altri. Un piccolo modesto prudenziale giro di vite ai saggi di riporto, una piccola percentuale di maggiore scarto nei riporti medesimi, una progressiva eliminazione di clienti di second’ordine, un mezzo per cento di più nel saggio ufficiale dello sconto – cosa che fu fatta e rientrava nelle attribuzioni ordinarie del ministro – purché ripetuti per parecchi mesi, non producono nessuno sconquasso e raggiungono effetti duraturi. Col tatto, con l’affiatamento, con il silenzio nessun turbamento si produce. Ogni banca penserà ad applicare le regole convenute con gli adattamenti e le attenuazioni imposte dalla particolare natura del cliente o dell’affare. Alle misure clamorose si sostituisce così l’attuazione silenziosa di una politica precisa, frutto delle direttive del tesoro e dell’esperienza dei dirigenti del mercato monetario. Di questa politica le tracce nel conto del tesoro saranno da prima impercettibili; ma, essendo cumulative nel tempo, il bollettino della vittoria sarà all’ora sua immancabile.

 

 

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