Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

La proposta dell’equo prezzo

«Corriere della Sera», 1 ottobre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 378-380

 

 

 

Il convegno di esperti della cooperazione e delle aziende annonarie, promosso dalla Confederazione generale del lavoro, ha fatta sua la proposta dell’equo prezzo formulata dall’on. Zanardi, deputato socialista ufficiale ed ex sindaco di Bologna, e da lui già concretata in un disegno di legge.

 

 

Questo contiene una bella classificazione dei prezzi: equi, in debiti, eccessivi ed esorbitanti. Ricorda la classifica che si usava una volta nelle scuole: insufficiente, sufficiente, buono ed ottimo.

 

 

Il prezzo equo sarebbe quello che permette di ricavare dalla vendita dei generi correnti il necessario per coprire le spese generali, realizzare un utile industriale e commerciale del 10% e provvedere al rifornimento ed alla riproduzione della merce venduta.

 

 

Si chiamano prezzi indebiti quelli superiori ai prezzi indicati dalle pubbliche autorità per la vendita al pubblico.

 

 

Sono prezzi eccessivi quelli eccedenti del 20% il prezzo equo o che consentano un margine di profitto non giustificato.

 

 

Sono prezzi esorbitanti quelli molto eccessivi.

 

 

Poi viene enumerata nel disegno di legge la filastrocca delle commissioni locali e centrale, in cui l’on. Zanardi vorrà ficcare tutti i suoi correligionari delle cooperative, con gran dispetto dei popolari anelanti a studiare anch’essi, sulle orme dei canonisti medievali, le bellezze dell’equo prezzo: commissioni incaricate di far piovere una gragnuola di multe contro i negozianti fastidiosi per ostinarsi a vendere a prezzi «esorbitanti» quando ci sono lì, poverette, le cooperative socialiste o cattoliche pronte a vendere a prezzo ancor più alto e a pretendere di essere indennizzate dallo stato se i consumatori, aizzati dai loro giornali, trascendono nell’esecuzione degli ordini ed insieme con quelle capitalistiche mettono a sacco anche le botteghe dove brilla al banco il sole dell’avvenire.

 

 

Ma queste sono piccolezze. Il punto essenziale è che l’on. Zanardi dimentica un fatto economico elementare. Se per lo più, sebbene non sempre, è naturale che esista sul mercato un solo prezzo di vendita, non si è mai dato e non si darà mai che esista un solo costo di produzione di una data merce; pretendere di fondare la definizione del prezzo equo sul costo di produzione è un voler risolvere il problema della quadratura del circolo. Quei bravi uomini, i quali cercano il modo di impedire le esorbitanze dei negozianti, ogni tanto immaginano di avere scoperto l’America e gridano:

 

 

«Ma che cosa vi può essere di più semplice! Una commissione studia e trova che una data merce costa, per esempio, all’ingrosso 10 lire al chilogramma. Si aggiungono 2 lire per le spese generali, il fitto di bottega, il rischio del deperimento ecc. ecc.; e poi si aggiunge un altro 10%, ossia 1,20 per l’equo profitto. In tutto la merce non può essere venduta al minuto a più di lire 13,20 al chilogramma».

 

 

I bravi uomini dimenticano una cosa semplicissima: che i negozianti ed in genere i produttori sono fatti come tutti gli altri uomini. Ce n’è di intelligenti e di scemi, di furbi e di gonzi, di laboriosi e di infingardi, di attenti e di balordi, con belle e con brutte maniere, di morigerati e di scialacquoni, di buoni ad allevare la famiglia e di inetti ad impedire che tutti, dalla moglie alla servetta, peschino nella ciotola dei denari. Il che vuol dire che dove l’uno con lire 13,20 diventa milionario, l’altro va in bolletta, quando non è trascinato alla bancarotta fraudolenta. La commissione dell’equo prezzo cambierà la testa e il corpo a tutti costoro, compresi i banconieri delle cooperative? Non potendo fare il miracolo, la commissione tenderà di cavarsela con un’altra trovata: che il prezzo equo sia uguale al costo medio. Fingerà cioè che ci siano un fabbricante di panni, un negoziante ed un sarto che non siano né troppo stupidi né troppo intelligenti, che non si alzino alle quattro del mattino, ma neppure alle dieci, e che siano quindi un composito irreale di tutte le brutte e di tutte le belle qualità che ci sono nell’uomo; e dirà: «Il mio uomo medio produce la merce al costo medio di lire 13,20, e questo deve perciò essere il prezzo equo».

 

 

Conosciamo questa trovata; la guerra ce ne ha apprese le inevitabili conseguenze: il costo medio ha una simiglianza di fattezze stranissima col costo massimo. Tra i produttori coloro che sono più numerosi non sono i più intelligenti, i più abili, che lavorano al costo minimo. La statistica dimostra che gli uomini aventi qualità spiccate sono pochi e che il numero, in tutte le classi sociali, cresce quanto più le qualità e le attitudini sono ordinarie e comuni. Si aggiunga che gridano di più, non gli intelligenti, i quali per lavorare ai costi minimi devono badare ai fatti proprii e non impicciarsi di politica e di memoriali e di comizi, ma gli ordinari, i quali non sono buoni a nulla se i prezzi non sono, come essi dicono, «rimuneratori». I dazi doganali sono chiesti, novantanove volte su cento, da costoro; e nello stesso modo in cui, col far baccano, riescono a strapparli a governi ed a parlamenti, così, col far baccano, con abili conteggi stesi da servizievoli ragionieri, essi sono riusciti sempre e riusciranno sempre a dimostrare alle commissioni che l’industria ed il commercio sono destinati a perire se il prezzo non è almeno di 15 o 16 o 20 lire. È un luogo comune elementare che i conti dei costi di produzione sono tutti falsi e non meritano la menoma credenza; e che quei conti dimostrano tutti e sempre che non si può assolutamente lavorare e salvarsi dalle perdite ai prezzi che pur corrono e all’ombra in cui di fatto tutti lavorano.

 

 

Che il prezzo equo sia la più bella invenzione per aumentare di fatto i prezzi, lo sa la buona massaia adusata in tempo di guerra a far coda dinanzi alle botteghe dei generi calmierati. Quando vorranno capacitarsene l’on. Zanardi e la confederazione del lavoro?

 

 

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