Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

La pubblicità nelle imposte

«Corriere della Sera», 5 dicembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 977-983

 

 

 

Un comunicato governativo ha annunciato l’approvazione da parte del consiglio dei ministri di uno schema di decreto per la pubblicazione annuale degli elenchi dei contribuenti possessori di redditi industriali, commerciali e professionali. L’on. De Stefani persegue così l’attuazione del suo proposito di pubblicità, intorno al quale ebbi con lui, parecchi mesi or sono, su queste colonne, una cortese discussione. Sinora, però, la questione non è completamente pregiudicata; sicché appare opportuno mettere in chiaro i punti essenziali del problema.

 

 

Una certa differenza esiste fra imposte reali ed imposte personali. Il decreto predisposto dall’on. De Stefani si riferisce alle prime e più precisamente alla parte più disputabile dei redditi soggetti ad imposte reali: i redditi industriali, commerciali e professionali tassati nella categoria B dell’imposta di ricchezza mobile. Per questi, la pubblicità è già imposta per legge e già si compie con la pubblicazione dei ruoli dei contribuenti, a date fisse, in una sala del palazzo comunale. La stessa pubblicità è già in vigore per i redditi dei terreni e dei fabbricati. Il decreto aggiungerebbe questo di nuovo: che oltre alla pubblicazione dei ruoli a date fisse nelle sale dei palazzi comunali, si effettuerebbe la pubblicazione di elenchi stampati, distinti per categorie e per regioni e messi in vendita a prezzi di costo, cosicché chiunque possa sapere quale è il reddito che industriali, commercianti o professionisti ricavano dalla propria azienda o professione.

 

 

Non credo che da tale pubblicità si riceverà un risultato apprezzabile. Con tutta probabilità, anzi con quasi certezza, crescerà soltanto la valanga delle lettere anonime che già affliggono le agenzie delle imposte e le quali non aggiungono nulla alle notizie di fatto che le agenzie posseggono. Ricevo anch’io, talvolta, lettere di cittadini ansiosi del pubblico bene, i quali rilevano che tali e tali altri contribuenti pagano troppo poco; ma quasi mai vi ho riscontrato quella precisione di informazioni, che sola sarebbe di sussidio agli incaricati di ripartire le imposte. Oggi è venuta di moda la parola «milione»; e se tutti quelli che dalla voce pubblica sono indiziati come milionari o provveduti di redditi «alti» o «pingui», lo fossero davvero, l’Italia sarebbe uno dei più ricchi paesi del mondo. Dalle voci del pubblico nessuna persona seria può attendere risultati veramente profittevoli.

 

 

Tuttavia, la pubblicità per le stampe nelle imposte reali ha il merito di non aggiungere un danno nuovo a quello che già ora si verifica. Le imposte reali, come quelle sui terreni, sui fabbricati e di ricchezza mobile colpiscono i singoli cespiti; non il reddito complessivo del contribuente, ma il reddito specifico del terreno, della casa, della fabbrica, della professione, del negozio, dell’impiego. È quasi escluso che i terzi posseggano in merito qualche notizia interessante non già risaputa dalla finanza: e tutt’al più potrebbe darsi che la pubblicità giovasse a mettere in luce qualche disparità di trattamento fra azienda ed azienda, professionista e professionista, fabbrica e fabbrica. È un’arma, anche questa, a due tagli, perché le liste hanno sempre servito in passato e serviranno in avvenire, finché la natura umana non muti, ai contribuenti per chiedere un ribasso di imponibile sulla base di pretese sperequazioni in confronto ad altri contribuenti meno tassati di colui il quale espone il reclamo. Ognuno vede il fuscello nell’occhio altrui, ed ignora il trave nel proprio; ognuno vede, magnificati, i redditi degli altri e impicciolisce i proprii. Le reciproche universali querele si neutralizzano a vicenda; sicché è probabile che la pubblicità non rechi alcun contributo positivo alla finanza, pur essendo un lievito di odio e di invidia tra contribuente e contribuente.

 

 

Se non ci fosse già, la pubblicità nelle imposte reali dovrebbe perciò essere abolita. Tuttavia, ripetasi, il danno è ridotto dal riferirsi a fatti oggettivi, non personali. Si saprà che la tale fabbrica rende un milione all’anno; ma non è pubblicato ai quattro venti quanta parte del milione vada ai creditori, quanta agli azionisti, quanta ai gerenti, e quanta sia destinata a riserve od a pagare le imposte. È già brutto dare in pasto siffatte notizie ai concorrenti, ai fornitori, ai clienti, ai dipendenti, ai creditori. Non si vede la ragione per la quale la finanza, senza nessun suo positivo vantaggio, anzi con suo probabile danno, voglia recare noia ed ingiusto danno ai contribuenti. L’esperienza della pubblicità, antica in Italia, avrebbe dovuto persuadere tutti del suo danno. I paesi esteri, dove le imposte funzionano meglio, non si sono mai sognati di imitare il nostro esempio; né è vero che i contribuenti inglesi, tedeschi ed americani siano «naturalmente» più bene disposti verso il fisco e men propensi alla frode. Questa è una leggenda che corre in Italia: una delle tante calunnie, inventate da noi medesimi, affatto gratuitamente, col solo scopo di denigrarci per il piacere di parlar male di noi stessi. Non è la voglia che manca, nei tedeschi e negli anglosassoni, di frodare il fisco: è l’interesse ed è la possibilità. Salvo in questo dopo guerra in Germania e con risultati deplorevoli, in quei paesi e per la gran maggioranza dei contribuenti le aliquote sono tollerabili; e, non esistendo un sufficiente premio alla frode, non si vede dai contribuenti perché si dovrebbero rischiare multe e carcere per risparmiare così poco. Questa, e non la pubblicità, è la vera ragione del successo delle imposte. Su questa base, l’amministrazione finanziaria di quei paesi ha molto maggior fiducia, come il buon senso insegna, nel segreto assoluto che nella pubblicità. A quattr’occhi in confessione auricolare con un funzionario non sospettoso, disposto a presumere vere le dichiarazioni del penitente, ma risoluto a punirlo severamente se scoperto menzognero, il contribuente, quando sia chiamato a pagare il 10% e non il 30 od il 50 od il 100% del reddito, come balordamente si pretende sulla carta da noi, si sbottona assai più agevolmente quando sia sicuro che della sua veracità altri non trarrà partito a suo danno. Il contribuente non ha voglia di vedere pubblicate le sue condizioni fallimentari e neppure i successi. Non le prime, perché la pubblicità gli toglierebbe le ultime speranze di ripresa, non i secondi perché gli susciterebbero contro gli sforzi dei concorrenti, le richieste di aumento di salari dei dipendenti e le pretese di ribasso dei clienti. Perché la finanza non deve tener conto di queste necessità assolute e di questi legittimi sentimenti e farne suo pro per ottenere il massimo provento dalle imposte? Scopo di queste è forse quello di far la morale, ottenendo risultati nulli o ridicoli o dannosi, ovvero invece l’altro di rendere massima la somma versata all’erario? E non ha detto Adamo Smith che le imposte devono essere esatte nel modo più comodo ai contribuenti, senza recare ad essi nessun fastidio diverso da quello di pagare?

 

 

Peggio sarebbe se dalla pubblicità di fatti oggettivi riguardo alle aziende come tali, si passasse alla pubblicità dei redditi o patrimoni complessivi, nelle imposte personali. Oltre a tutti i danni sovra enumerati, si manifesterebbero i seguenti inconvenienti:

 

 

  • uno transitorio ed è l’incitamento agli altri enti tassatori a disputare allo stato la materia tassabile. Un errore gravissimo della nostra legislazione fiscale è l’aver lasciato ai comuni l’imposta di famiglia, la quale ha finito per essere concepita come un’imposta sul reddito complessivo del contribuente. Errore perché il comune non ha nessun diritto di tassare redditi prodotti fuori del suo territorio e non consumati in esso, sui quali non esercita nessuna funzione di tutela, di incoraggiamento, nulla di nulla. Errore, perché, con la moderna complicazione dei rapporti sociali, ai comuni è impossibile conoscere con mezzi proprii i redditi prodotti lungi dal suo territorio, conoscenza riservata oggi agli stati, e domani, forse, ad unioni fiscali tra stati. Per fortuna, oggi, i comuni trovano un ostacolo al mietere sul terreno statale nella mancanza di notizie sui ruoli delle imposte reali di altri comuni e nel segreto dell’imposta patrimoniale. Tolti questi ostacoli, i comuni imperverserebbero con aliquote ferocissime – già le attuali, dall’1 al 7%, sono feroci sovrapponendosi a quelle di stato ed alle sovrimposte locali – su redditi estranei alla loro opera, falciando l’erba sotto i piedi dello stato. Dico però che questo è un danno transitorio; perché voglio ben sperare che i pieni poteri servano almeno almeno ad abolire la attuale imposta di famiglia, trasformandola in un’altra, chiamata con lo stesso o con diverso nome (il progetto Soleri la chiama imposta sulla spesa) la quale colpisca esclusivamente il reddito, da qualunque origine provenuto, il quale sia consumato nel territorio comunale;
  • uno permanente ed è di essere inutile alla finanza. Se questa sa già, giovandosi o non della pubblicità, che Tizio ha 1.000 lire di reddito terreni, 2.000 di fabbricati, 5.000 di titoli, 10.000 di professione ed in tutto 18.000 lire, se su ognuno degli elementi componenti il reddito ci fu già lo scrutinio dei funzionari (cosa seria) o il controllo della pubblicità (pettegolezzo dei portinai), quale risultato mai la finanza potrà ottenere col dare in pasto al pubblico la somma totale dei redditi così conosciuti?
  • quello puro e semplice di arrecare danno al contribuente. A quelli sovra enumerati per la pubblicità dei redditi singoli, si aggiunga il danno di essere additato come ricco o povero, a seconda dei casi, alla famiglia, ai parenti, agli amici. Dal punto di vista della formazione del risparmio, il maggior fattore di incremento economico è dato dai genitori laboriosi e risparmiatori, i quali in silenzio, soldo a soldo costruiscono una modesta o grossa fortuna. V’è molta gente che vive vita oscura ed accumula. Non è detto che costoro non paghino imposte, come favoleggiano gli scialacquatori. Se posseggono terre o case, pagano la fondiaria; se esercitano industrie o commerci, la ricchezza mobile; se investono in azioni, il dividendo è decurtato dalle imposte sulle società; se titoli pubblici esenti, li hanno pagati a più caro prezzo appunto in vista della esenzione. La pubblicità non serve, agli effetti delle imposte personali sul reddito totale, a snidare neppure uno dei titoli al portatore posseduti da costoro che non fanno ostentazione di ricchezza. La pubblicità serve soltanto a provocare indebitamente sprechi da parte dei figli o della moglie; a far circuire costoro dagli avvoltoi in cerca della prossima preda; ad eccitare passioni innanzi che il freno dell’età e dell’esperienza agisca in senso ammonitore. Per infinite ragioni, un capo famiglia può desiderare il riserbo sui fatti suoi in rapporto al pubblico, agli amici ed ai parenti. Perché la legge dovrebbe, senza vantaggio della finanza, turbare questi legittimi sentimenti?

 

 

Prima di chiudere, sia consentito di richiamare l’attenzione su un aspetto secondario del problema, che si direbbe la caricatura della pubblicità. Qualunque sia il criterio scelto in proposito, bisogna assolutamente che cessi il metodo attuale di recapito degli avvisi di accertamento delle agenzie delle imposte e delle bollette di pagamento degli esattori. Portinai, fattorini, impiegati e commessi ricevono questi foglietti, che gli incaricati consegnano loro con indifferenza, invece di curarne il recapito personale ai titolari delle ditte; li commentano, fanno i confronti con le loro paghe. Siccome la carità cristiana e la buona fede non sono le qualità peculiari degli uomini quando si fanno confronti invidiosi di denaro, tutti costoro sono tratti a concludere: se l’agente delle imposte fa pagare al nostro principale su 100.000 lire di reddito, chissà quanto di più egli guadagna! Tre, quattro volte tanto; ed a noi tenta di ridurre il caro viveri! Nessuno di loro sa che, per le ditte e società con bilanci controllabili, la cifra del reddito imponibile è una entità astratta, ottenuta secondo le norme di legge, diversa e talvolta superiore per difetto di deduzioni di imposte, spese, ammortamenti, a quella che il contribuente onestamente ritiene di poter considerare come reddito. Siccome fattorini e commessi non sono obbligati a conoscere le astruserie e le complicazioni delle nostre leggi tributarie, a furia di vedere recapitati in ditta tanti avvisi diversi – sui gerenti, sulla ricchezza mobile, complementare, di famiglia – immaginano che si tratti di redditi diversi. Fanno la somma e ne tirano conseguenze fantastiche; le quali, riferite e propalate costituiscono magari la base delle informazioni che le guardie municipali e gli altri addetti ai servizi tasse assumeranno negli anni venturi per la tassazione. Non è ora che cessi questo sconcio e si adotti anche per tutte le altre imposte il sistema adottato per la patrimoniale del foglietto chiuso ingommato ai margini?

 

 

Nulla esaspera tanto il contribuente quanto questa apparente piccolezza degli avvisi di imposta abbandonati nelle portinerie alla mercé del primo venuto. Bisogna proibire per tutte le imposte di stato e far divieto ai comuni, alle province ed agli altri enti tassatori di usare il brutto sistema, che può far perdere milioni all’erario, molti di più di quelli che una volta tanto si dovrebbe perdere mandando al macero i maleducati fogli esistenti di scorta nei magazzini delle agenzie, del ministero e dei comuni e facendone fabbricare dei nuovi piegabili ed ingommabili. Tutte le comunicazioni al contribuente devono avvenire in busta chiusa; così gli inviti a discutere la cifra dell’imponibile, come gli avvisi di accertamenti e di pagamento. Trattasi, del resto, di una regola di decenza e di galateo ordinario. Un privato che affidasse ad una cartolina affari gelosi ed importanti si farebbe dare dello stordito o, peggio, del mascalzone. Perché lo stato agisce ogni giorno come quel privato?

 

 

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