La questione dello zucchero

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 17/06/1921

La questione dello zucchero

«Corriere della Sera», 17 giugno 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 212-216

 

 

 

Zucchero e frumento sono le due sole derrate per cui è conservata, non si sa per quanto tempo ancora, la gestione governativa. Per lo zucchero, a sentire l’annuncio della abolizione della tessera dal luglio, molta gente si deve essere chiesta: perché si tarda a sancire la compiuta libertà di commercio? La ragione è la stessa che per il grano: il governo promise l’anno scorso di pagare o di far pagare un minimo di prezzo per le bietole, allo scopo di incoraggiarne la coltivazione; ed ora la necessità di mantenere la promessa, vieta di abolire senz’altro il monopolio.

 

 

Lo zucchero nazionale fabbricato con le bietole raccolte nella campagna agosto-ottobre 1920 fu ottenuto con i seguenti costi medi per ogni quintale:

 

 

Lire

Prezzo di 10,50 quintali di bietole al prezzo medio di lire 11,50

120,75

Trasporto e magazzinaggio dei detti 10,50 quintali a lire 3,50

36,75

Totale costo materie prime

157,50

A dedurre: ricuperi per vendita di polpe e melasse

65

Costo netto

92,50

Carbone ql 0,80 a lire 750 la tonnellata

60

Mano d’opera

30

Consumi diversi e spese generali

30

Manutenzione

20

Oneri fiscali

11

Ammortamento ed interesse

16

Differenza prezzo seme

3

Imposta di fabbricazione

213,99

Arrotondamento

2,51

Utile industriale

21

Totale

500

 

 

A questo prezzo il commissariato acquista lo zucchero dai fabbricanti; mettendolo in vendita a due prezzi differenti: di lire 600 quello destinato al consumo diretto della popolazione e di lire 875 quello destinato ad uso industriale. Il lucro del commissariato è rilevante: di 100 lire circa per lo zucchero ordinario e di lire 375 quello per i dolcieri, fabbricanti di liquori ecc. ecc. Notisi però che i fabbricanti ottengono facilmente il permesso di importare zucchero dall’estero e se ne servono ogni qualvolta lo zucchero estero è più a buon mercato di quello interno. Il che accade oggi; ma non è accaduto sempre in passato. Siccome la produzione nazionale non fu nel 1920-21 sufficiente al consumo interno, il lucro ottenuto dal commissariato nella vendita dello zucchero nazionale a 600 lire e a 875 lire andò in notevole parte a compensare le perdite subite nella vendita allo stesso prezzo dello zucchero estero acquistato a costi più elevati. La situazione era artificiale, volendo il governo mantenere il prezzo dello zucchero al disotto del prezzo estero che si aggira per un certo tempo sulle 750 lire; di qui la necessità di vendere a prezzi politici per impedire agli zuccherieri di guadagnare quanto avrebbero potuto in regime di libertà. Non impietosiamoci tuttavia, ché essi lucrarono sempre abbastanza.

 

 

L’anno scorso, prima delle nuove semine, i bieticultori cominciarono a protestare che il prezzo antico delle bietole di lire 11,50 in media non era rimuneratore. Chiedevano 20 lire al quintale. Il governo offrì dapprima 13-14; poi, dopo inchieste e stiracchiamenti, fu fissato il prezzo di 17 lire per le bietole da consegnarsi nell’agosto 1921 e di 16 lire per quelle a consegna settembre-ottobre 1921. Come per incanto, i prezzi parvero così rimuneratori che si seminarono 72.000 ettari, quasi il doppio dell’anno precedente; e si prevede ora una produzione di 2 milioni duecentomila quintali di zucchero nazionale, contro un consumo probabile di 2 milioni cinquecentomila quintali. Il fabbisogno di importazione dall’estero si riduce perciò a 300.000 quintali.

 

 

Con questa palla di piombo al piede si inizierà la nuova annata zuccheriera 1921-22. Il costo medio dello zucchero nazionale, che oggi è di lire 500 per quintale, aumenterà di circa 50 lire per maggior prezzo di 5 lire per quintale delle bietole e di forse 30 lire per minore ricavo delle polpe e melasse. A queste 80 lire di maggior costo si contrapporranno circa 40 lire per minor costo del carbone; ma in totale il costo medio risulterà più elevato di quello antico. Per contro il prezzo dello zucchero estero è andato continuamente ribassando. Oggi lo si può calcolare così:

 

 

Lire

Costo dello zucchero estero reso Genova

200

Dazio equivalente all’imposta di fabbricazione interna

216

Sovradazio di protezione in lire-oro 22,85equivalenti oggi a lire-carta

68

Spese di scarico da nave a carro

3

Totale

487

 

 

Se il governo sancisce la libertà di commercio, lo zucchero estero entra in Italia a meno di 500 lire; i fabbricanti squadernano i loro conti, da cui risulta che lo zucchero nazionale costa 540 lire e più; quindi si rifiutano di ritirare le bietole del prossimo raccolto al prezzo pattuito di 16-17 lire, ed i bieticultori si rivolgono al governo chiedendo il mantenimento della promessa data l’autunno scorso, in base a cui si decisero a coltivare bietole.

 

 

Preso in mezzo a queste esigenze contrarie, il governo cerca di temporeggiare. Ha abolito per il primo luglio le tessere dello zucchero, nella fiducia che il consumo non aumenti; ed ha ridotto dalla stessa data i prezzi da 600 e 875 lire al livello unico di 580 lire al quintale. Il prezzo consente ancora al commissariato un largo margine di utile e potrà essere ribassato ulteriormente, salvo che lo zucchero estero non torni a rincarare; ma finché non sia mantenuta la promessa di pagare le bietole a 16-17 lire, il ritorno alla libertà di commercio appare incerto.

 

 

Il ritorno, quando si avvererà e non potrà essere più tardi del primo agosto 1922, dovrà sconvolgere parecchie cose. Stato, produttori, agricoltori, operai si sono abituati alle cifre grosse; e conviene si disabituino.

 

 

La finanza, prima della guerra, si contentava di percepire sullo zucchero interno un’imposta di lire 67,20 per quintale. Adesso pretende lire 216,15 (che, sotto detrazione dell’1 per cento, danno le lire 213,99 indicate sopra). Su un consumo di 2 milioni cinquecentomila quintali, il provento attuale del tesoro è di 540 milioni di lire, mentre il provento antico, su un consumo di 2 milioni, era di soli 134 milioni. Sarà possibile far durare a lungo una così forte pressione tributaria in tempi di prezzi calanti?

 

 

La protezione doganale era prima di lire 22,85. È rimasta tale e quale; ma, pagandosi i dazi in oro, si ragguaglia ora a lire 68. Ho paura che i produttori non si contenteranno delle lire oro 22,85; ma vorranno un aumento. Prima della guerra bastavano circa 60 lire a pagare bietole, mano d’opera, consumi, manutenzione, ammortamento, interesse, utile industriale, ecc. ecc.; e noi economisti dicevamo che c’erano almeno 20 lire di troppo in queste 60 lire. Adesso, lasciando star da parte il carbone, che allora avrà assorbito 3 o 4 lire sulle 60, i fabbricanti, per compensare i diversi elementi di costo, c’è da ritenere o temere chiederanno nella prossima campagna più di 300 lire. Tutti chiedono grosso: i bieticultori vogliono 16-17 lire invece di 2 lire; i carrettieri 3,50 invece di 50 centesimi; i fabbricanti, dopo aver provveduto con 20 lire per quintale alla manutenzione e con 16 lire all’ammortamento ed interesse, vogliono ancora 21 lire di utile industriale e 2,51 di arrotondamento. Il rialzo dei prezzi ha dato alla testa a tutti. Quando sarà ristabilita la libertà del commercio, la forza della concorrenza farà fare dei gran tagli su queste cifre, e forse forse apparirà desiderabile e sufficiente un utile uguale alla cifra che oggi serve per arrotondare i totali. A questo punto si pone la domanda: non sarebbe da studiare se non convenga liquidare direttamente fra stato e bieticultori, con un compenso calcolato alla meglio, l’affare della promessa del prezzo minimo di 16-17 lire, lasciando che subito, a partire dal primo agosto 1921, la concorrenza torni a mettere le cose a posto?

 

 

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