La questione solfifera siciliana. Pericoli e dubbi

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 06/08/1907

La questione solfifera siciliana. Pericoli e dubbi

«Corriere della Sera», 6[1] agosto 1907

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 545-549

 

 

L’anno scorso, quando fu votata la legge del 15 luglio 1906 sul Consorzio obbligatorio tra i produttori di zolfo, fummo i soli tra i giornali quotidiani a mettere in luce la importanza straordinaria dell’esperimento che il parlamento italiano aveva, forse inconsapevolmente, deliberato. Si trattava in fondo di dare un assetto, quasi collettivistico, nuovissimo negli annali dell’industria, alla produzione ed alla vendita dello zolfo, per trarre la grande industria siciliana dalle difficoltà gravissime nelle quali essa s’era dibattuta sempre nei periodi di libera concorrenza irrefrenata e di sindacato capitalistico libero.

 

 

Si pensi: prima del 1896 i produttori di zolfo, padroni o quasi del mercato mondiale, a parecchie riprese, spinti dalla brama di partecipare ai lucri di prezzi rimuneratori, crescono per modo la produzione da condurre ai prezzi bassissimi di lire 66 la tonnellata nel 1889 e di lire 55 nel 1895. Dalla crisi l’industria si solleva la prima volta per la chiusura delle miniere minori e per l’incremento della domanda. Per uscire dalla seconda crisi fu d’uopo costituire nel 1896 una specie di sindacato privato, l’Anglo-Sicilian Sulphur Company, con capitali inglesi e siciliani la quale, favorita dallo stato con ogni maniera di esenzioni tributarie, stipula contratti con la maggioranza dei produttori, riuscendo così a dominare il mercato dello zolfo per la acquistata disponibilità del 60% della produzione. Quella parve l’età dell’oro per l’industria dello zolfo: per i produttori aderenti all’Anglo-Sicula, i quali ottennero per un decennio il prezzo remuneratore di 96 lire per tonnellata; e per i produttori indipendenti, i quali, mercé l’azione regolatrice esercitata dall’Anglo-Sicula sul mercato, riuscirono ad ottenere prezzi sempre uguali e spesso superiori a quelli dei produttori consorziati.

 

 

Negli ultimi anni due circostanze vennero però a turbare la tranquilla sicurezza degli interessati e ad oscurare l’orizzonte prima così sereno dell’industria solfifera. Da un lato, molte piccole miniere, che durante il periodo di prezzi bassi erano state chiuse, si riaprirono e disordinatamente cominciarono a buttare zolfo sul mercato. L’Anglo-Sicula per sostenere i prezzi dovette comprare lo zolfo indipendente o, il che fa lo stesso, diminuire la sua vendita per modo da trovarsi, alla scadenza dei suoi contratti, nel 1906, con una forte rimanenza di 360.000 tonnellate di zolfo, minaccia continua alla tranquillità dell’industria. D’altro lato, le minacce di concorrenza nord-americane, che per lunghi anni erano parse vane, prendevano consistenza per la geniale scoperta di un ingegnere, il quale, giovandosi della favorevole posizione dei giacimenti della Louisiana, immetteva con adatti tubi acqua calda nel sottosuolo alla voluta profondità, discioglieva l’ammasso di minerale di zolfo e lo estraeva liquido e notevolmente puro (circa l’80%) per mezzo di altri tubi. Sui particolari del sistema Frasch si hanno poche notizie a cagione della riservatezza estrema con la quale l’inventore comunicò notizie agli ingegneri siciliani inviati sul luogo dal governo e dalla camera di commercio di Caltanissetta. I pericoli della concorrenza nord-americana sono certissimi: l’importazione italiana dello zolfo negli Stati uniti discese da 176.000 tonnellate nel 1901 a 69.000 nel 1905 ed a 45.000 nel 1906. I produttori siciliani, i quali dapprima si erano illusi che il mistero di cui si circondava il Frasch celasse una mistificazione, dovettero ricredersi, ed a gran voce chiesero rimedi.

 

 

Le provvidenze governative vennero abbastanza sollecite con la legge che statuiva il consorzio obbligatorio dello zolfo siciliano. Parve l’anno scorso che l’unica arma per combattere la forte impresa americana fosse la costituzione di un consorzio tra tutti i proprietari ed esercenti miniere di zolfo della Sicilia, col quale il Frasch avrebbe dovuto venire a patti per la divisione del mercato mondiale. Trascurando le minori, seppure importantissime, immunità fiscali, i principi informatori della legge del 1906 erano i seguenti: 1) monopolio della vendita di tutto lo zolfo siciliano concesso al consorzio; 2) facoltà nel consorzio di limitare la produzione dei singoli proprietari per non essere costretto a vendere a basso prezzo troppo zolfo; 3) acquisto da parte del consorzio delle 360.000 tonnellate di zolfo accumulate dalla Anglo-Sicula al prezzo di lire 59 per tonnellata, mercé l’emissione di obbligazioni 3,65 %, garantite dallo stato ed ammortizzabili in 12 anni; 4) facoltà al Banco di Sicilia di eccedere fino a 10 milioni la somma di 6 milioni consentita dall’articolo 30 della legge sugli istituti di emissione per lo sconto a saggio di favore delle note di pegno (warrants) degli zolfi depositati nei magazzini del consorzio.

 

 

Noi dicemmo, quando la legge fu approvata, che avremmo assistito non senza trepidazione ad uno sperimento così audace di collettivismo di stato introdotto ex abrupto in un’industria tecnicamente in media arretrata, come quella solfifera; e dichiarammo che ad ogni modo lo sperimento sarebbe stato assai istruttivo, poiché non accadeva di frequente che lo stato si rendesse garante della regolare vendita a prezzi remuneratori di una forte rimanenza accumulata da un’industria in crisi. Molti dubbi ci si affacciavano. Potrà il consorzio resistere a lungo alla concorrenza americana? Se gli zolfi deprezzassero al disotto delle 59 lire la tonnellata o il consorzio non riuscisse a venderli a questo prezzo quali sarebbero state le conseguenze per lo stato e per il Banco di Sicilia? Non sarebbe stato contagioso per le altre industrie in crisi l’esempio dato una volta dell’intervento dello stato a garantire la vendita a un dato prezzo della merce invenduta?

 

 

Oramai è passato un anno e si può affermare con sicurezza che i dubbi non erano infondati. Una risposta esauriente non è ancora possibile dare, perché il consorzio si è a malapena costituito in maniera definitiva in questi ultimi giorni, e, come al solito, in tutte le cose provvisorie l’amministrazione provvisoria è stata prudentissima nel fare. E questo un primo difetto di un organismo semistatale: di essere lento ed impacciato nei movimenti laddove occorrerebbero deliberazioni rapide ed azione pronta. Il signor Frasch nel combattere la battaglia contro lo zolfo siciliano non ha che da consultare il consiglio d’amministrazione della sua società. Il direttore del consorzio siciliano deve ascoltare l’avviso di un mezzo parlamento nominato dai produttori di zolfo, deve sentire il parere del governo che garantisce le obbligazioni emesse per conservare il fondo delle 360.000 tonnellate ereditate dall’Anglo-Sicula, né può trascurare eziandio di dare il giusto peso ai consigli del Banco di Sicilia che sconta le note di pegno zolfifere. Tutto questo è complicato e lento; e non è meraviglia che il consorzio non si sia finora deciso né a venire a patti col Frasch per la divisione del mercato mondiale né a buttare sul mercato a prezzi di concorrenza le rimanenze accumulate per costringere il rivale ad una intesa.

 

 

Frattanto la semi-statizzazione dell’industria solfifera ha cominciato a produrre ovvie conseguenze curiose. Quest’inverno, prima ancora che si sapesse qualcosa della riuscita del singolare esperimento di monopolio semi-pubblico, i minatori di parecchie miniere, fatti persuasi che il consorzio voleva dire prezzi alti, chiesero ed ottennero una partecipazione ai benefici futuri del monopolio. Oggi l’agitazione si estende nuovamente nei bacini minerari per esercitare, a quanto sembra, una pressione sul governo e sul Banco di Sicilia.

 

 

Infatti, siccome il consorzio in questo suo primo anno di vita, non è riuscito a vendere, non diciamo parte delle rimanenze accumulate, ma nemmeno tutta la produzione corrente, i produttori hanno largamente profittato della facoltà di scontare le note di pegno rappresentati dallo zolfo invenduto presso il Banco di Sicilia; tanto largamente che oggidì il fondo apposito è quasi esaurito ed il Banco ha dovuto elevare il saggio dello sconto e ridurre dai quattro quinti ai tre quinti la percentuale del prezzo per cui esso fa le anticipazioni. Adesso si vorrebbe dagli interessati aumentato il limite delle anticipazioni e cresciuto il fondo disponibile all’uopo presso il Banco di Sicilia. È naturale che il governo, memore delle non remote immobilizzazioni edilizie delle banche di emissione, sia titubante nel concedere al Banco di Sicilia facoltà di mettersi a fondo sulla via pericolosa dell’aumento della emissione di biglietti per sconti garantiti da una merce che potrebbe subire rinvilii profondi.

 

 

Noi non ci attentiamo a dir nulla intorno alla soluzione di un problema che appare intricatissimo ai più competenti. Questo solo ci pare sicuro: che in Sicilia imprenditori e minatori abbiano fatto un po’ troppo a fidanza sull’intervento del governo e degli enti pubblici. L’obbligatorietà del consorzio, la garanzia dello stato per le obbligazioni solfifere, l’allargata facoltà di sconto presso il Banco di Sicilia parvero un anno fa rimedi efficaci; ma non erano. Poiché con essi non si rimediò in tutto ad una situazione difficile che in poche parole si può riassumere così: una industria abituata da un decennio a produrre a prezzi alti (lire 96 la tonnellata) e che si trova d’un tratto a dover combattere contro due nemici: una grossa rimanenza accumulata nel passato appunto per sostenere alti i prezzi e un formidabile concorrente sorto negli Stati uniti, il quale, dicesi, può vendere con profitto a prezzi infinitamente più bassi, del 50 o 60%.

 

 

Il passaggio da una vecchia situazione di privilegio ad una nuova di concorrenza non si opera facilmente con mezzi artificiali; richiede sempre qualche sacrificio che parta dagli interessati. È davvero l’organismo consorziale creato dalla legge 1906 il più adatto a dirigere la lotta col potente rivale ed a ripartire, senza lagnanze acerbe di ingiustizia, le perdite sui molti interessati? Ecco i nostri dubbi. Auguriamo che lo spirito di sacrificio degli industriali e dei minatori, la prudenza dei governanti e l’avveduta energia dei dirigenti il consorzio sappiano far sormontare all’antica e grande industria solfifera l’attuale difficile momento.

 

 



[1] Con il titolo La questione solfifera in Sicilia. Pericoli e dubbi. [ndr]

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