La ragion politica

Tratto da:

Oggi

Data di pubblicazione: 25/02/1947

La ragion politica

«Oggi», 25 febbraio 1947, p. 3

 

 

 

Con questo articolo il Governatore della Banca d’Italia Luigi Einaudi esamina pacatamente, tra l’altro, le dibattute questioni delle autonomie locali e dei calmieri.

 

 

Spesso, durante una discussione, si ode una replica: «Tutto ciò che voi dite è vero; il buon senso, la logica, la ragion morale, il ragionamento economico, l’insegnamento tecnico, la esperienza storica conducono alle conclusioni vostre. Ma la ragion politica comanda di conchiudere diversamente. Politicamente bisogna fare il contrario di quel che la logica vorrebbe».

 

 

Che cosa è questa ragion politica alla quale i politici si inchinano tanto volentieri?

 

 

Si dica innanzitutto che essa è qualcosa di complesso, un composito di sentimenti, di impressioni, non facilmente definibili e precisabili. Più che un ragionamento ci troviamo dinanzi ad un intuito, ad un fiuto, ad un sesto senso, che avverte il politico di quel che oggi si può fare per non farsi lapidare. La ragion politica è quel che non si può apertamente dire; a dirlo si farebbe brutta figura, anche quando si trattasse di verità sentita da molti; è quel che non si osa confessare neppure a se stessi. Nel 1915 un eminente uomo politico italiano diceva di non voler la guerra «perché gli italiani camminavano gobbi». Avevo, anni prima, sentito dir la stessa cosa da un altro uomo, eminente anch’egli nel suo mestiere, che era quello di vendere abiti fatti; il quale si lamentava della peculiare difficoltà incontrata qui nell’esercizio della sua industria: «In Inghilterra quello degli abiti fatti è un mestiere facile, perché gli inglesi camminano diritti come pali e gli abiti vanno sempre bene; laddove gli italiani marciano più alla buona, meno impettiti, epperciò bisogna ogni volta ritoccare l’abito, affinché caschi bene». Forse l’uomo di stato voleva dire la stessa cosa, parlando del camminar gobbo dei suoi connazionali. Voleva dire che essi sono meno pronti ad ubbidire; camminano in disordine, guardando a destra ed a sinistra ed anche cogli occhi rivolti a terra, casomai ci fosse qualcosa da acchiappare. Meno disciplinati alla guerra cieca; e più propensi a dir la loro. Il che non tolse che finissero quella guerra a Vittorio Veneto, perché, rimuginando, si persuasero che valeva la pena di combatterla. Non se ne persuasero un’altra volta, e tutti sappiamo come la guerra ultima sia perciò finita male. La gobba di quell’uomo politico era una maniera peculiare di sottintendere tutto un insieme di ragioni e di sentimenti in virtù di cui una volta si vuole e si consegue la vittoria e un’altra volta si va fatalmente al disastro.

 

 

La ragion politica sta sulla soglia del ragionamento. In certi casi, non direi nella maggioranza dei casi, quel che sta alla soglia è un sentimento egoistico individuale, che ognuno esita a confessare. I fautori della proporzionale, ad esempio, fanno gran bei ragionamenti dottrinali in pro della loro tesi; ma a far pendere la bilancia giova da ultimo il timore di non essere rieletti, ove si faccia il salto nel buio del diverso sistema del collegio uninominale.

 

 

Per lo più, tuttavia, la ragion politica non è mossa dall’interesse individuale. I romani dicevano: senatores boni viri, senatus mala bestia. Tutti o quasi tutti vedono la verità, e tuttavia la maggioranza segue l’errore. Chi dopo tante esperienze non è persuaso che i calmieri e la persecuzione del cosiddetto mercato nero, che viceversa per lo più si fa alla luce del sole, sono una insigne stupidità? Gli scolari possono essersi dimenticati della immortale descrizione dei tumulti per il caro prezzo del pane, dell’assalto al forno delle grucce e della parte che vi ebbe Renzo Tramaglino, che lessero nell’immortale romanzo di Alessandro Manzoni; ma nessuno può aver dimenticato l’esperienza ripetuta proprio intorno ai calmieri ed alla loro inveterata abitudine di far sparire la merce, di farne aumentare il prezzo, di crescere la fatica del procacciarsi le cose indispensabili alla vita. Eppure, invece di rassegnarci pazientemente a tutti questi malanni per quella sola derrata, il pane, che non si può correre il rischio di veder mancare ai più poveri; non appena le uova, la verdura, la frutta, la carne, l’olio, il burro crescono di prezzo, il pubblico si inquieta ed i politici, non sapendo resistere al clamore, proclamano calmieri, mandano carabinieri e guardie a sbaragliare borsari neri ed a sequestrar derrate, immettendole «nel normale consumo». Ben sanno che, istituito il calmiere, le uova scompariranno e bisognerà pagarle, invece di 30 lire, le 40, le 60, e le 80 lire. Ben sanno che la frutta, istituito il calmiere a Milano, correrà a Torino od a Genova. Sanno, per averlo sperimentato le tre, le cinque, le dieci volte negli anni recenti, che calmierato e razionato il bue a Milano e l’abbacchio a Roma, buoi ed abbacchi piglieranno altre strade o ringrazieranno il cielo di aver fatto loro prolungare di qualche po’ la vita. Tutto ciò è risaputo anche dai politici; ma la ragion politica consiglia imperiosamente ad essi, come già a Ferrer nei tumulti di Milano, di essere larghi di sorrisi e di promesse alla folla. Qualche santo provvederà poi a metter le cose a posto.

 

 

La ragion politica spesso consiste nella esitazione del capo a mettersi alla testa del popolo. «Sono il capo, dunque debbo seguirvi». Chi non vede come le autonomie fiscali e finanziarie concesse alla Sicilia ed alla Valle d’Aosta e quelle analoghe tacitamente promesse alla Sardegna ed alla regione del Trentino-Alto Adige minacciano di disintegrare l’unità italiana e, peggio, di fare il danno delle regioni che si vogliono beneficare? Sono un adepto non recente delle autonomie regionali e locali, soprattutto per ragione di moralità politica; ma le autonomie hanno un senso solo se le popolazioni interessate sono disposte a continuare a pagare le stesse imposte di prima allo stato e, in aggiunta, nuove imposte alle regioni. Autonomia locale vuol dire vita locale, incremento di vita amministrativa e culturale locale; vuol dire interessamento diretto delle popolazioni agli affari locali e decisione di fare a meno nelle cose locali dei ficcanaso che si chiamano ministeri centrali e dei «missi dominici» di questi, detti prefetti. Ma interessarsi delle cose proprie, amministrarsele da sé, vuol dire pagare.

 

 

Le autonomie siciliana e valdostana e le altre che seguiranno sulla loro scia, sono invece venute alla luce sotto il segno della ragion politica del pagar di meno o del non pagare imposte allo stato e di continuare ad avere i servizi pubblici locali provveduti in gran parte col concorso dell’erario statale. Infausto cominciamento; che aumenterà, non appena si sia visto che non esiste il paese di Bengodi dove non si pagano imposte, i motivi di malcontento delle regioni contro il centro. Tant’è: la ragion politica impone, contro la ragion logica, di attutire il malcontento presente, anche a costo di crescere il malcontento prossimo. Né lo stato può tentare l’esperimento decisivo: di concedere da un lato la richiesta piena immunità tributaria e contemporaneamente ritirare giudici, carabinieri, poliziotti, funzionari d’ogni specie, cessar di pagare maestri e professori, dalle scuole elementari alle università, ed applicare, come dovrebbe, il broccardo antico espresso al rovescio: nulla laboratio sine pagatio. Non si dà nulla a chi nulla paga. Se osasse tentarlo, in pochi mesi l’assurdità finirebbe a richiesta unanime delle regioni medesime. Ma lo stato non può tentare l’esperimento, perché il primo suo dovere è di vivere secondo i fini suoi propri, che sono di dare giustizia, difesa, sicurezza, cultura. Al disopra della ragion politica dell’ubbidire alla folla, per timore del peggio momentaneo, prevale da ultimo nell’animo dei capi la ragion di stato di condurre i popoli verso il bene. Ed in questo contrasto fra la ragion politica che conduce al male e la ragione di stato che non può far a meno di tendere al bene, la via del bene si fa vieppiù ardua ed aspra.

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