La Reale Commissione pei trattati di commercio ed il discorso inaugurale dell’on. Nitti

Tratto da:

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/02/1913

La Reale Commissione pei trattati di commercio ed il discorso inaugurale dell’on. Nitti

«La Riforma Sociale», febbraio-marzo 1913, pp. 209-215

 

 

 

Una rivista, come la nostra, la quale sta combattendo da tempo contro i danni del protezionismo, non può non prendere nota del fatto che il ministro Nitti ha nominato con decreto del 23 gennaio 1913 una reale commissione per lo studio del regime economico doganale e dei trattati di commercio, i quali scadranno nel 1917. Intorno alla scelta dei membri della commissione si lessero vive critiche sui giornali quotidiani a cagione della esclusione di questa o quella persona illustre. Poiché quelle critiche erano solo dei pettegolezzi, non val la pena di occuparsene. Confesso però che, innanzi di leggere sui giornali il testo del discorso inaugurale del ministro presidente, ero scettico intorno ai risultati sperabili da una simile commissione.

 

 

Il mio scetticismo derivava non da considerazioni soggettive legate alle persone dei commissari, ma oggettive, inerenti al problema stesso.

 

 

  • 1) Da una commissione siffatta per forza sono esclusi i consumatori. Noto il fatto, non per criticare l’on. Nitti di aver esclusi i rappresentanti dei consumatori, ma per constatare che era impossibile far diverso. Chi sono i consumatori? Tutti e nessuno. Non esiste di fatto nessuna organizzazione di consumatori i cui rappresentanti possano essere chiamati a far parte della commissione che dovrà giudicare dei loro interessi. Colla miglior buona volontà l’on. Nitti non avrebbe potuto trovare nessuno che potesse essere considerato come il rappresentante legittimo, sia legale, sia di fatto dei consumatori. Tutt’al più, siccome l’interesse dei consumatori si identifica coll’interesse generale e siccome si suppone che i deputati ed i senatori siano chiamati a tutelare l’interesse generale, così si può immaginare che i parlamentari membri della commissione possano rendersi paladini dei consumatori. L’uomo vive di speranze, e anche questa può essere una speranza atta a prolungare la vita dei consumatori. In realtà era naturale vi fosse molto da temere che i soli interessi rappresentati fossero interessi particolari di certe industrie, di certi rami dell’agricoltura, di certe regioni. I consumatori avevano poco da sperare dagli studi di siffatta commissione, come del resto di qualunque altra commissione simile che avesse potuto essere nominata.
  • 2) Gli studi che sono rivolti ad un fine pratico necessariamente sono guardati con diffidenza.

 

 

È vero che tra i considerando del decreto istitutivo della Commissione si legge: “Ritenuta l’opportunità di raccogliere notizie precise sullo stato delle singole industrie nazionali, con speciale riguardo alle condizioni in cui la produzione e gli scambi si svolgono, e ai mercati cui si rivolgono i prodotti”. Dal che si deduce che uno dei principali compiti della commissione dovrebbe essere quello di compiere un censimento esatto ed ampio delle industrie nazionali. Compito certo utilissimo, ma che dovrebbe essere normalmente e continuamente assolto dalla rinnovata Direzione generale della statistica e del lavoro coadiuvata dall’Ispettorato del commercio e dell’industria. Se queste indagini non fanno e se all’uopo non sanno farsi coadiuvare, per ogni singola industria, da tecnici competenti, perché si mantengono quegli uffici in vita? Vuolsi osservare di più: che alle indagini compiute da un ufficio statistico, non preordinate ad alcun fine, moltissimi presteranno fede, mentre le indagini statistiche compiute da una commissione, col fine di trarne lume per la rinnovazione dei trattati di commercio, ossia col fine confessato di avvantaggiare o danneggiare gli industriali chiamati a fornire le richieste notizie, saranno accolte con scetticismo grande. Nulla di più geloso della statistica e dei censimenti; essendo assolutamente necessario di scindere ciò che è la ricerca disinteressata del vero, compiuta senza alcun preconcetto scopo, per puro intento scientifico, e la applicazione che dei veri scoperti faranno governi, associazioni, privati. Chi può aver fiducia che gli industriali interrogati forniscano dati esatti, quando si sa che le loro risposte possono servire a crescere, diminuire o conservare i dazi che li proteggono?

 

 

Poiché un commento ufficioso al decreto ricorda una commissione istituita nel 1904 in Inghilterra allo scopo di studiare il regime doganale in rapporto alle industrie ed all’agricoltura nazionale, non sembra inopportuno far notare: 1) che siffatta commissione, se non vado gravemente errato, non era stata nominata dal governo, bensì dalla lega costituita, sotto l’egida dello Chamberlain, per ottenere una riforma protezionista del regime doganale, inspirato ora al libero scambio. Dunque, una commissione extra ufficiale, costituita per ottenere uno scopo che non fu ancora ottenuto e sembra sempre meno probabile si possa ottenere; 2) che le indagini pubblicate da questa Tariff Commission, appunto per essere preordinate ad uno scopo, parvero subito tendenziose, furono oggetto di critiche vivacissime e nessuno studioso che si rispetti le cita senza molte riserve; 3) che, contemporaneamente, il governo inglese dava incarico al Board of trade, il quale ha funzioni corrispondenti a quelle delle nostre direzioni generali della statistica, del lavoro, dell’industria e del commercio, di compiere indagini puramente scientifiche ed oggettive sulle condizioni dei lavoratori inglesi, con confronti esteri, sull’ammontare della produzione industriale, costi di produzione, ecc., ecc. I risultati delle quali indagini, non innestate su alcun problema doganale, furono accolti con plauso e fiducia universali e gioveranno allo studio delle tariffe doganali ben più dei pur ponderosi volumi della Tariff Commision. 4) Supponendo anche che si riesca a mantenere l’esatta separazione tra ciò che è studio delle condizioni di fatto delle industrie e dei commerci e ciò che sarà giudizio dei commissari sui relativi provvedimenti legislativi doganali, è grandemente dubbio che siano possibili studi atti a dar lume per la formazione di una tariffa doganale. Se studi devono essere fatti, devono aver per iscopo di giovare alla formazione di quella che i tedeschi chiamano “tariffa scientifica”; quella tariffa che essi immaginano sia la gloria della loro scienza economica “nazionale” e la causa dei progressi splendidi della loro industria. Ora il nocciolo della dottrina della tariffa scientifica è questo: fare il calcolo esatto di quanto costa in Italia produrre, ad esempio, un chilo di filati di cotone, quanto costa all’estero a produrre il medesimo chilo dei medesimi filati; e, fatto il paragone ed accertato che il chilo estero costa da 18 a 60 centesimi di meno, a seconda del numero, dell’identica quantità di filato italiano, statuire che una protezione da 18 a 60 centesimi è necessaria all’industria italiana per reggere alla concorrenza estera.

 

 

È evidente che questa è la quadratura del circolo, e che trattasi di concretare cosa la quale non poté mai essere in passato e non potrà mai essere concretata in avvenire in cifre concrete e praticamente servibili.

 

 

Un costo di produzione non esiste. Esistono per ogni paese tanti costi di produzione quanti sono gli industriali addetti ad un lavoro. E quei singoli costi variano di mese in mese, di anno in anno. La tariffa doganale scientifica è una entità cangiante, che dovrebbe continuamente mutare.

 

 

Diremo noi inoltre che il dazio debba essere uguale alla differenza tra il costo minimo italiano ed il costo minimo straniero? Ed allora i nove decimi delle imprese italiane, le quali lavorano a costi superiori al minimo dovranno fallire. Sarà invece il dazio uguale alla differenza tra il costo massimo italiano ed il costo minimo straniero? Tanto varrebbe dire apertamente, cosa che è ben lungi dall’essere mai stata richiesta da alcun protezionista, che i consumatori italiani devono pagare la roba tanto cara quanto basta a dar da vivere al più neghittoso ed incapace dei produttori italiani.

 

 

Ci appiglieremo alle medie? è questo il metodo preferito dei tariffisti scientifici; ma anche il più infelice di tutti. Gli statistici di professione inorridiscono dinanzi a medie di questo genere, in cui si tien calcolo del costo per stabilimenti ottimi e per stabilimenti che tirano la vita coi denti, ed in cui sovratutto, per confessata ed inevitabile ignoranza dei dati esatti ricavati dai libri mastri degli industriali, si costruisce un costo medio immaginario fondato su certi elementi presunti di interesse, ammortamento, costo materie prime, paghe operai, spese generali, ecc. ecc. I costi medi immaginari, che sono i soli i quali si leggono nelle relazioni delle commissioni passate e presenti, sono indefinitamente elastici, e la loro assurdità è provata dal fatto che le commissioni di Francia, Italia, Germania, Svizzera, Austria, Russia, Stati Uniti, unanimi pretendono in ogni luogo che i costi indigeni siano superiori ai costi stranieri. Il che non può essere vero per la contraddizione che nol consente.

 

 

Per fortuna, le osservazioni scettiche fatte sopra intorno all’importanza degli studi della nuova Commissione doganale, diventano assai meno preoccupanti in seguito alla lettura del discorso con cui l’onorevole Nitti ne inaugurava i lavori. Nel discorso il ministro insistette nel porre in rilievo l’importanza degli studi statistici ed economici che la commissione dovrebbe compiere e la necessità di accertare esattamente costi di produzione, possibilità di resistenza delle industrie, e nell’invocare la collaborazione degli industriali e degli agricoltori, ecc. Non si convocano trenta egregie persone senza assicurare loro che esse sono chiamate a fare grandi cose. Di fatto, si sa poi che le commissioni, tanto più sono numerose, tanto meno lavorano. Faranno ciò che farà far loro chi ha in mano i fili della macchina. Costui li tirerà nel senso che crede! Farà vedere i costi alti o bassi, dimostrerà la necessità di aumentare o diminuire i dazi secondo a lui piacerà.

 

 

Ora mi sembra che l’on. Nitti voglia piuttosto suggerire la via della moderazione e della mitigazione dei dazi che del loro inasprimento. Poco per noi liberisti, se ragioniamo sulla base di ideali. Molto, se pensiamo che un altro ministro, al posto di Nitti, avrebbe ripetuto il solito discorso intorno alla tendenza universale degli altri Stati ad aumentare le loro tariffe contro di noi ed alla necessità di stare in guardia e cioè di aumentare anche noi i dazi. Invece Nitti sa benissimo che non esiste nessuna tendenza di questo genere all’estero, e valuta bene l’importanza, in un periodo storico di rialzo dei prezzi, di non esacerbare il rialzo con inasprimenti di dazi, e perciò tiene alla commissione un linguaggio ben diverso da quello che avrebbe tenuto chi non fosse a contatto con la realtà della vita moderna.

 

 

Aumentare le esportazioni è una bellissima cosa; ma come si fa, dice il ministro, ad aumentarle se non si dà impulso nel tempo stesso all’importazione? “Ogni paese tende a sviluppare la sua esportazione per avere stimolo alla produzione e ristoro di profitti industriali; ma è naturale che non si possa aumentare la produzione senza un corrispondente aumento dell’importazione”. Che cosa ne dicono i protezionisti di questo periodo con cui, colla sua consueta sottile ironia, l’on. Nitti distrugge le loro querele sul crescere dell’importazione, sul deficit nella bilancia del commercio internazionale, sulla necessità di aumentare i dazi contro le merci estere per scemare il fiotto crescente delle importazioni? Diminuite le importazioni e voi avrete con ciò stesso inevitabilmente diminuite le esportazioni. Non vende chi non compra. Sono verità che gli economisti da un pezzo scrivono nei loro libri e proclamano dalle cattedre, ma fa sempre piacere sentirle ripetere da un economista divenuto ministro.

 

 

Ricorda il ministro ai produttori di non essere troppo esigenti col chiedere alti dazi contro le importazioni estere, ammonendoli a non porsi in contraddizione con se stessi. “Non è raro infatti il caso di vedere gli stessi produttori che reclamano più efficace tutela doganale chiedere come esportatori che si mitighino le eccessive asprezze doganali, per ottenere, attraverso equi compensi dati alle merci forestiere, vantaggi alle esportazioni nazionali”. L’economista, parlando da ministro, dinanzi ad un’assemblea d’industriali, agricoltori, burocrati, si è dovuto piegare ad adoperare il frasario degli “equi compensi”, ma ha avuto ben cura di far notare che gli equi compensi agli stranieri, ossia le riduzioni di dazio sui prodotti esteri, non sono un sacrificio, bensì un vantaggio per noi.

 

 

E seguita il ministro ammonendo in sostanza, con molta cortesia di forma, ma altrettanta precisione di contenuto, a non risuscitare i vecchi clichés dell’alto tasso d’interesse in Italia in confronto dell’estero, delle maestranze meno esperte, della forza motrice e delle materie prime più care, delle imposte insopportabili e crescenti. Roba vecchia, nota il ministro. Oggi i conti bisogna farli diversamente e tornano più soddisfacenti per l’Italia. “Nel periodo 1884/86 i nostri industriali qui concordemente si dolsero che l’interesse del capitale fosse più alto che all’estero, che la mano d’opera mancasse di perizia e che il coste del lavoro, ad onta dei miti salari, si mantenesse esageratamente alto, che in più forte misura premessero le imposte, che assai maggiore fosse il costo della forza motrice e delle materie prime. Ma, dopo oltre un quarto di secolo, la situazione è notevolmente mutata in favore del nostro paese.

 

 

L’interesse del capitale non è più alto in Italia che in molti dei paesi concorrenti e il risparmio aumenta in proporzioni assai più rapide che in passato. La perizia del lavoro, sovratutto in alcune regioni, non ha nulla da perdere nelle comparazioni internazionali; l’aumento dei salari all’estero non è stato certo minore che in Italia. In quanto alla pressione tributaria, il fenomeno dell’aumento dei tributi si rivela ora quasi generale per l’aumento delle spese pubbliche in tutti i paesi quale sia la loro forma politica e la loro organizzazione amministrativa. Senza dubbio alcune materie prime e la forza motrice termica sono in Italia più costose che nei paesi di produzione del ferro e del carbone. Ma la crescente utilizzazione delle energie idrauliche, sia pure con l’investimento di capitali fissi assai rilevante, ha, in molte industrie italiane, creato piuttosto una situazione di superiorità”.

 

 

A me sarebbe piaciuto vedere la faccia dei protezionisti (e protezionisti sono quasi tutti coloro di cui si conoscono le idee e gli interessi) membri della commissione a sentire dal ministro cose che logicamente concludono dalla uguaglianza o superiorità di situazione dell’industria italiana in confronto all’estero all’abolizione o mitigazione della tariffa doganale. E mi sarebbe ancor più piaciuto vedere la faccia dei membri della commissione quando l’on. Nitti, inesorabile, aggiungeva che se c’era ancora qualche lato d’inferiorità dell’industria italiana, esso era dovuto agli industriali stessi, onde non ai dazi dovevano chiedere aiuto, ma alla loro opera volontaria di migliore organamento delle proprie imprese. “Qualche volta più che le cause naturali o di carattere politico, vi sono ragioni d’inferiorità che dipendono da difetti d’organizzazione, sovratutto di organizzazione mercantile. Il dumping così largamente praticato all’estero e per tanti versi nocivo ai produttori che lo ignorano e che ne sono colpiti, trae le sue origini da organizzazioni di produttori che rivolgono le loro armi contro produttori non organizzati. Gli industriali devono quindi assai spesso non chiedere ogni difesa ai dazi, ma anche alle loro organizzazioni e al loro spirito di disciplina”.

 

 

Certo, il ministro ha fatto anche delle concessioni ai protezionisti; ma nello sperare che siano solo concessioni verbali, mi confortano la insistenza con cui egli ha criticato la protezione che “utile all’inizio dell’industria, ne esaurisce spesso le energie quando permette il perpetuarsi di vecchi sistemi ed impedisce trasformazioni che liberamente si devono produrre” e la vigoria con cui ammonisce gli industriali italiani a non credere che “dalla tutela daziaria sia mai per derivare la principale fonte dei profitti industriali”.

 

 

Certo, nemmeno gli ammonimenti ironici e sapienti del ministro ai membri della commissione possono togliere ogni pericolo agli studi di questa.

 

 

Simiglianti studi sono sempre pericolosi, perché i materiali di studio sono sempre quelli soltanto che sono forniti dalle organizzazioni degli industriali, degli agricoltori, degli operai, ossia da piccoli gruppi il cui interesse è contrario all’interesse generale. Ma è d’uopo riconoscere che questi studi vedrebbero per nove decimi diminuita la loro forza perniciosa se nel loro progresso potessero essere assoggettati alla medesima critica penetrante ed arguta da cui furono salutate le loro prime avvisaglie. Se per la virtù moderatrice e critica del ministro presidente una commissione di protezionisti sarà indotta a presentare conclusioni intonate alle premesse poste nel discorso inaugurale, i liberisti italiani di tale segnalato trionfo delle loro idee ed il paese per l’inizio di una politica doganale più liberale dovranno essere profondamente grati all’on. Nitti. Né la gratitudine scemerà se, com’è naturale in un paese parlamentare, i buoni propositi suoi avranno bisogno di essere sorretti da una continua agitazione nel paese, da una larga propaganda intesa a dimostrare alle masse i danni del vigente protezionismo, ed i benefici per l’agricoltura, per le industrie sane e raffinate, per il mezzogiorno come pel settentrione di una politica doganale liberale.

 

 

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