La realtà degli statolatri ed il consorzio del burro e dei formaggi

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 31/01/1920

La realtà degli statolatri ed il consorzio del burro e dei formaggi

«Corriere della Sera», 31 gennaio[1]; 8[2],11[3] e 27[4] febbraio 1920

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 578-591

 

 

 

I

 

Gli economisti si affaccino alla finestra!

 

Pare che sia imminente la pubblicazione di un decreto che proroga fino al 24 aprile 1921 il consorzio obbligatorio per la disciplina del commercio e della distribuzione dei latticini per il Piemonte, la Lombardia e l’Emilia con sede in Milano. Questo consorzio dei latticini è uno degli esempi tipici – altri consorzi, come quello dei cereali, del riso, dei merluzzi, ecc., meriterebbero una storia a parte – dei risultati dannosi a cui conduce l’inframmettenza governativa e della testardaggine cocciuta con cui ministeri e commissariati si attaccano alle loro più infelici concezioni.

 

 

Passo sopra al periodo bellico; ed arrivo al 24 aprile 1919-il 24 aprile è la data a cui si fanno i contratti del latte e da cui ha principio l’annata casearia – quando scade il consorzio obbligatorio creato durante la guerra per delizia dei consumatori e si entra in regime di libera concorrenza. I prezzi momentaneamente salgono. La libertà del consumo fa sì che tutti vogliono comprare apertamente ciò che prima si comperava di nascosto. I prezzi liberi salgono per il gorgonzola maturo a 15 lire il kg e per il burro alla stessa cifra. L’aumento dei prezzi produce il suo effetto naturale: la produzione cresce, cresce il numero dei venditori, scema la convenienza del giuoco di nascondere la merce calmierata per farla pagare di sfroso più cara. Oramai chi ha la merce ha interesse a tenerla in serbo solo se spera di venderla più cara in avvenire; ma poiché, nelle circostanze presenti, si prevede invece un aumento di produzione, la merce è offerta: il prezzo del gorgonzola maturo ribassa ad 11-12 lire e quello del burro a 13-14 lire al kg. Andavamo avviandoci all’equilibrio e ad una moderazione di prezzi, più alti che in regime di calmiere, ma più bassi che quelli della merce clandestina. Prezzi liberamente, apertamente accessibili a tutti: alla gente semplice, che non può comprare altro che merce cattiva calmierata, ed alla gente furba, e danarosa che sa scovare, pagando, la merce buona clandestina.

 

 

Quand’ecco che in luglio, quando la libera concorrenza comincia a far ribassare i prezzi, il commissariato dei consumi si accorge a Roma, dove le notizie arrivano con la vettura di Negri, che in aprile e maggio la merce era invece aumentata; e pieno di spavento, dopo essersi consultato per più di un mese, ristabilisce il consorzio obbligatorio, scaduto prima, fissando prezzi di requisizione per il gorgonzola fresco di lire 4,05 e per il burro di lire 9,50 il kg.

 

 

Le conseguenze furono le solite. Procurerò di ridescriverle ancora una volta, sebbene esse costituiscano oramai l’abici della scienza dei calmieri e dei consorzi e siano insegnate in tutti i corsi elementari di economia politica, riassumendo le esperienze quotidiane pratiche di ogni persona fornita di occhi per vedere le cose che le accadono intorno.

 

 

  1. Il lattaio, ossia il piccolo esercente di un caseificio che compra il latte dai fittabili e rivende il formaggio fresco e il burro ai negozianti provveduti di frigorifero, perde vendendo ai prezzi di calmiere. Epperciò denuncia al consorzio solo una parte della sua produzione, la minima parte possibile; ed ai negozianti consegna solo questa parte ai prezzi di calmiere di lire 4,05 per il gorgonzola fresco e di lire 9,50 per il burro. Per il resto ottiene 5 ed 11 o 12 lire rispettivamente dagli stessi negozianti – stagionatori. Alla loro volta questi denunciano al consorzio solo il 30 o il 40 o il 50% che hanno comperato al prezzo di calmiere ed imboscano il resto.

 

 

  1. La merce scompare dal mercato. Clandestinamente, si può ottenere quanto formaggio e quanto burro si vuole a prezzi varianti da 17-18 a 22-23-25 lire il kg. Il di più oltre il calmiere è un compenso per i rischi corsi ed è il maggior guadagno che l’intermediario è sempre in grado di ottenere quando nasce l’impressione che la merce non ci sia ed occorrano stratagemmi od ordinanze o sommosse per farla saltar fuori.

 

 

  1. Il governo comincia a correre dietro alla merce imboscata. Si destina un corpo speciale di guardie di finanza per la scoperta del formaggio e del burro. Si nominano commissari ai latticini, che si dimettono. Se ne nominano altri, con stipendi che si dicono altissimi, molto superiori a quelli che gli stessi funzionari godevano a Roma, e pare siano una delle cause principali per cui i ministri ricevono informazioni intorno alla necessità assoluta di prorogare il consorzio.

 

 

  1. Ma poiché la caccia alla merce imboscata non produce effetti apprezzabili, il governo si persuade che sul serio la produzione sia inferiore al consumo e per non dover comperare all’estero burro buono compera grasso di cocco, lo miscela col burro naturale e lo mette in vendita a prezzi da 8 a 9 ed a 9,50 lire il Kg.

 

 

  1. Il burro misto incontra solo mediocremente il gusto dei consumatori. Questi continuano, nessuna classe esclusa, fra quelle i cui redditi sono variabili, non esclusi quindi gli operai, i quali guardano con disprezzo ogni alimento non della migliore qualità, a comperare clandestinamente il burro naturale a 18-20 lire il kg. Pare che di questo, pagando il prezzo necessario, ognuno ne trovi quanto ne vuole. Anche di burro misto se ne trova a discrezione, ma il suo smercio lascia a desiderare.

 

 

  1. Nasce una distinzione interessante: fra il burro denunciato e quello imboscato. Il burro imboscato passa rapidamente dai refrigeranti nei retro-bottega, gira in lungo e in largo per le vie maestre, nonostante gli occhi d’Argo delle guardie di finanza, e finisce sulla tavola dei consumatori. Il burro denunciato dovrebbe, essendo scarso di quantità , essere venduto ancora più in fretta. Ma il governo od il consorzio, pauroso di averne tanto poco, non lo vuol vendere al naturale. Pretende ingrossarne il volume con l’aggiunta del grasso di cocco. Ma poiché il burro misto non va ed i magazzini comunali ne sono pieni (dicesi che un solo comune ne abbia immagazzinati quasi 700 quintali), non si fanno, del burro denunciato, prelievi sufficienti dai refrigeranti privati.

 

 

  1. All’inizio del consorzio, in agosto 1919, pare esistessero nei refrigeranti consorziati circa 6.000 quintali di burro naturale, oltre 5-6 mila quintali di burro americano. Nei tempi normali, il burro immagazzinato durante la stagione primaverile viene progressivamente consumato durante la stagione invernale dal novembre al febbraio. Quest’anno, invece, le ditte consorziate seguitano ad immagazzinar burro nei refrigeranti anche d’inverno, perché il consorzio non lo vuol vendere al naturale, ossia nella forma gradita al pubblico, ma nella forma mista, che al pubblico non piace. Il burro sta invecchiando e nella primavera prossima sarà rancido. Le ditte interessate chiedono al consorzio disposizioni di vendita che non arrivano. Sembra che esistano altresì migliaia e migliaia di quintali di formaggi quartiroli in avanzata maturazione, per cui non si riesce ad ottenere l’ordine di inoltro al consumo.

 

 

  1. Siccome questa deliziosa storia è assai divertente e vantaggiosa all’interesse pubblico, il commissariato ai consumi annuncia la proroga del consorzio per un altro anno a partire dal 24 aprile 1920.

 

 

Questi sono i risultati notissimi dell’economia «associata», che l’on. Giuffrida, non pago dei trionfi dell’on. Murialdi, difende sulle colonne della «Critica sociale» (numero dell’8 gennaio 1920), stupefatto che gli economisti chiusi nel loro studio a rimestar vecchi libri non sappiano affacciarsi alla finestra a guardare alla realtà.

 

 

È vano sperare far intender ragione agli statolatri. Gli economisti da secoli sanno guardare in faccia la realtà; ma a differenza dei socialisti della piazza, della cattedra e di stato, la guardano tutta e chiamano pane al pane, vino al vino, ed acqua all’acqua. Quando vedono che il margine di prezzo fra il prezzo di imperio del burro al produttore e quello di vendita all’ingrosso dal consorzio ai comuni oscilla fra 1,50 e 0,80 al kg, concludono che i guadagni degli intermediari non erano mai arrivati a tanto in regime di libera concorrenza. Quando vedono due prezzi per il burro: quello legale di 8-9,50 lire e quello clandestino di 18-20-22 lire concludono che questa è una assai brutta conseguenza, sebbene fatale, dell’intervento statale. Ed affermano che persistere in un sistema che disamora il produttore dal lavoro, che lo costringe, per non perdere, a compiere atti contrari alla legge, che lo fa vivere in uno stato di continua apprensione; in un sistema il quale allontana il consumatore dalla merce legale cattiva e lo fa andare alla cerca dell’intermediario in grado di vendergli a prezzi di affezione la merce buona; è forse politica realistica per chi vuole esasperare produttori e consumatori per preparare l’avvento di un nuovo ordine sociale. Non è la politica di chi ama il proprio paese e vuole attuate sul serio le verità bandite dall’alto di produrre di più e consumare di meno. Manca agli uomini di governo un po’ di coraggio; quel poco coraggio occorrente per guardare davvero in faccia la realtà e passare attraverso ad un breve periodo transitorio di assestamento forse disordinato, prima di giungere all’equilibrio stabile. Sono sicuro che il popolo ha più sangue freddo dei suoi dirigenti. Il consumatore che compra il burro naturale clandestino a 18-20 lire non si spaventerebbe affatto di vedere scomparire il burro calmierato e balzare i prezzi di tutta la merce disponibile a 15-16-17 lire. Meglio pagarlo liberamente tutto a 16 lire che trovare il misto a 9 lire ed il genuino a 20. Molto meglio un prezzo libero alto, il quale incoraggia la produzione, impedisce gli sperperi e prepara un ribasso nell’avvenire non lontano. Tutto ciò però per gli statolatri non è realtà , perché essi hanno paura di qualche articolista di quart’ordine o di qualche balorda interrogazione di un deputato, il quale grida: che cosa fa il governo? Perché non interviene a reprimere la speculazione ed il rialzo dei prezzi? Questa è la realtà che temono gli statolatri ed è questa per l’appunto che gli economisti seguiteranno sempre a denunciare come una realtà bassa, spregevole e dannosa al paese.

 

 

II

 

Il sottosegretario ai consumi difende la disciplina statale

 

Dall’on. Murialdi, sottosegretario ai consumi, riceviamo la seguente lettera:

 

 

Signor direttore,

 

 

Nell’articolo, pubblicato nel n. 27 del «Corriere della Sera», il sen. Einaudi rivolge al funzionamento del consorzio latticini dell’alta Italia, due ordini di critiche: uno di carattere tecnico, relativo alle forme e ai modi di raccolta, conservazione e manipolazione dei latticini, l’altro di carattere generale e teorico che investe la istituzione stessa del consorzio.

 

 

Alle prime risponderà la presidenza del consorzio, responsabile del funzionamento di esso; mentre io, che ho la responsabilità dell’avvenuta ricostituzione del consorzio e della sua decretata proroga, tengo a chiarire le ragioni che hanno indotto il governo a promuovere i provvedimenti suddetti.

 

 

Si conosceva perfettamente il fenomeno dell’ascesa dei prezzi, avvenuto dopo la dichiarazione della libertà di commercio dei latticini (25 aprile) e le susseguenti progressive discese. Le consultazioni, che io ho ritenuto doveroso di avere con tutte le categorie interessate, principalmente coi tecnici dell’industria casearia, condussero, però, alla conclusione della necessità di ricostituire la disciplina di stato per questo commercio.

 

 

Motivo fondamentale: la riconosciuta e non contestata diminuzione di capacità della produzione nazionale dei latticini, ridotta in effetti a meno della metà (da 1.800.000 circa a circa 800.000 quintali), con l’aggravante dell’infierire dell’afta epizootica che riduceva ancora tale capacità.

 

 

Necessità quindi di forti importazioni dall’estero, le quali avrebbero influito sui prezzi dei latticini nazionali portandoli ad un livello di poco superiore ai prezzi delle merci estere. Infatti i prezzi dell’agosto, come il sen. Einaudi accenna nel suo articolo, erano 12-13 lire per il burro e 13-14 per il formaggio, mentre i prezzi d’importazione erano 10 lire per il burro e 9 lire per i formaggi. In quel tempo però il dollaro era a lire 9,25, la sterlina a lire 39,80 e il pesos-carta a lire 4.

 

 

Ma la previsione del rialzo dei cambi era facile e doverosa, ed innegabile la conseguenza che il prezzo dei latticini nazionali avrebbe seguito anche nell’ascesa il prezzo di quelli esteri, data la fortissima importazione necessaria. Con i corsi attuali dei cambi (dollaro a lire 15,50, sterlina a lire 55, pesos a lire 6,60) pur restando immutati i prezzi di acquisto all’estero, i quali invece hanno subito un leggero aumento, avremmo il burro ed il formaggio a 16 lire e, con la proporzione dell’agosto, fino a 20 lire il kg.

 

 

La disciplina statale appariva quindi, come in effetti è, l’unico mezzo per mantenere i prezzi della produzione nazionale al costo economico di essa, senza farla fruire ingiustamente della elevazione dei cambi. D’altra parte l’acquisto all’estero viene in tal modo ridotto al minimo necessario, ed il suo maggior costo lo si suddivide su tutta la produzione nazionale, ottenendo un prezzo medio notevolmente inferiore a quello che si potrebbe ottenere col libero commercio.

 

 

Né, d’altra parte, era possibile presumere che gli alti prezzi, che il libero commercio avrebbe consentito ai produttori, avrebbero eccitato ed aumentato talmente la produzione nazionale, da provocare poi in breve periodo di tempo un successivo ribasso nei prezzi stessi, ed un loro definitivo assestamento in una misura sopportabile dai consumatori. Due ragioni: una occasionale, l’effetto dell’afta epizootica, ed una permanente, la natura complessa della produzione casearia, non permettono che l’intensificazione della produzione si possa fare, con utile effetto, in meno di due o tre anni.

 

 

Purtroppo la disciplina statale non raggiunge tutta la produzione, per resistenza di interessati da un lato e per le difficoltà pratiche dell’organizzazione dall’altro. Ma sta in fatto che, mercé tale disciplina, lo stato può intanto dare 35.000 quintali mensili di latticini al consumo, e cioè il burro a 11 lire e i formaggi a 7 lire (6-7,85), invece che da 16 a 20 lire.

 

 

A conferma dell’affermazione suddetta cito un caso specifico: quello del formaggio pecorino. Le provincie di Roma e della Sardegna, con la disciplina statale che non ha avuto soluzione di continuità , hanno potuto raccogliere ed assicurare al consumo dell’anno in corso oltre 60.000 quintali di formaggio che viene venduto a una media di lire 6,55 al kg (6 a 7,10); mentre la provincia di Foggia, anch’essa fortemente produttrice, dopo la decretata libertà di commercio e l’abolizione di ogni vincolo, ha visto scomparire tutto il suo prodotto venduto nei maggiori centri sino a 20 lire il kg, con esclusivo utile degli speculatori, ed è rimasta senza alcuna scorta per il consumo locale.

 

 

Mi permetto di concludere col dichiarare che nessun pregiudizio di carattere teorico mi fa assertore ed organizzatore dell’intervento statale: ma la constatazione delle reali condizioni di fatto obbliga me, industriale ed agricoltore, di fronte allo squilibrio enorme tra richiesta e produzione, a seguire una disciplina statale, che, innegabilmente, presenta lacune e difetti, che può essere certo notevolmente migliorata, ma che resta la sola che possa contenere la speculazione e dare il mezzo di fornire al paese, ed a prezzi limitati, se non tutta, almeno la maggior parte degli alimenti di cui abbisogna.

 

Con ossequio

 

Murialdi

 

 

L’on. Murialdi non nega i fatti che ho esposto nel mio articolo; ed in una materia in cui, a causa dell’intervento governativo, e della mancanza assoluta di dati e del ritardo nelle statistiche di qualunque genere, che sono la conseguenza del segreto ministeriale, tanto poco si sa, non avere detto spropositi di fatto è un bel miracolo, di cui confesso di essere discretamente orgoglioso.

 

 

Debbo però manifestare il mio scetticismo circa una pretesa verità di fatto addotta dall’on. Murialdi: «La riconosciuta e non contestata diminuzione della capacità della produzione nazionale dei latticini, che sarebbe ridotta, anche senza tener conto dell’afta epizootica, da 1.800.000 ad 800.000 quintali». Molti lattai e competenti nel commercio dei latticini negano la verità del fatto. Questa sarebbe quella verità che gli interessati hanno bisogno di andar raccontando e dimostrando al consorzio ed al sottosegretariato ai consumi; non è la verità vera, quale verrebbe fuori, se si tenesse calcolo delle partite imboscate. Se si pensa ai fatti di cui ognuno di noi coi propri occhi è stato testimone riguardo all’insufficienza delle denuncie dei prodotti agricoli, insufficienza accentuatasi a mano a mano che veniva meno il senso del rispetto alla legge – si può prevedere con sufficiente sicurezza che nel 1920 le denuncie del grano e del granoturco daranno una impressione disastrosa dei raccolti – si può concludere che la verità vera intorno alla produzione è molto lontana dalla verità ufficiale su cui sono basati i decreti di restrizione.

 

 

Il resto della lettera dell’on. Murialdi non riguarda fatti, ma previsioni e ragionamenti intorno ai fatti. Intorno a cui osserverò solo:

 

 

  1. Se era tanto «facile» la previsione del rialzo dei cambi, perché non si fecero in tempo dal governo approvvigionamenti larghi di formaggi, di lane, cotoni, pelli, merluzzi, frumento ed ogni ben di Dio mancante al paese?

 

 

  1. Che significato ha dire che il prezzo del burro è rialzato quando passa da 12 a 16 lire-carta, ma contemporaneamente il valore della lira-carta ribassa da 60 a 40 centesimi-oro? Io dico che il prezzo reale del burro è invece ribassato da 7,20 lire-oro a 6,40 lire-oro, e che qualsiasi provvedimento legislativo il quale abbia per iscopo di far rimanere il prezzo del burro a 12 lire-carta è privo di senso comune e dannoso alla produzione.

 

 

  1. È già fonte di danni gravissimi la permanenza del prezzo del pane e del grano ad un livello artificiosamente basso – in tutta l’Italia meridionale e le isole le semine sono state e saranno assai ridotte -; ma è politica assurda voler mantenere i prezzi interni ad un livello inferiore al livello dei prezzi esteri. Con ciò noi fomentiamo il crescere dei consumi, l’aumento delle importazioni dall’estero, la diminuzione della produzione interna e il crescere dei cambi. Se si vogliono inasprire i malanni di cui soffre il paese, se si vogliono inasprire i cambi, si segua pure la politica Murialdi; e la meta sarà sicuramente toccata.

 

 

  1. Il sottosegretario è sicuro che in meno di due o tre anni gli industriali non possono aumentare la produzione, non superare i danni dell’afta epizootica, ecc. ecc. Io invece sono sicuro che i privati industriali saprebbero dare la migliore delle smentite, che è quella dei fatti, a questa patente di incapacità, quando fossero lasciati liberi di guadagnare o di rompersi il collo. Certo la produzione non aumenterà né in due né in dieci anni finché a Roma ci saranno dirigenti intestarditi nel mantenere i prezzi al costo economico della produzione nazionale. Quando si capirà che non esiste un costo e che tutti i tentativi di scoprirlo per adeguarvi con leggi i prezzi non possono riuscire che a diminuire la produzione ed innalzare i prezzi?

 

 

  1. A Foggia, il pecorino libero vale 20 lire il kg; mentre a Roma il pecorino vincolato vale 6,55. E che vuol dire il fatto? Semplicemente questo: che il prezzo di Roma è il prezzo legale per una sola parte della merce, e che la merce libera – forse venuta da Foggia – si venderà a Roma a prezzi che l’on. Murialdi ignora e probabilmente tali da favorire l’importazione del formaggio dai paesi dove il commercio è libero.

 

 

III

 

L’illecito secondo il commissario governativo

 

Il commissario governativo presso il consorzio obbligatorio dei latticini dott. C. Maccaferri ci ha diretto una lettera in cui risponde ad alcune affermazioni contenute nel recente articolo: «La realtà degli statolatri ed il consorzio del burro e dei formaggi», nel quale erano particolarmente considerate le conseguenze dell’intervento statale nel commercio dei latticini.

 

 

Il commissario governativo afferma:

 

 

  1. 1.    L’esercente di un caseificio che compra il latte al prezzo governativo (lire 60-62 l’ettolitro) cede al consorzio e per esso a una ditta consorziata, tutti i prodotti della lavorazione del suo latte ricavandone un giusto compenso. Se egli invece vuol frodare il consorzio, allora sottrae, sino a che non è scoperto, una certa quantità dei suoi prodotti alla requisizione, vendendoli a prezzi molto superiori, e realizzando un forte utile che lo induce alla ricerca di latte ad alto prezzo. Se viene scoperto e punito le sue proteste sono naturalmente assai vivaci.

 

 

  1. 2.    Le ditte consorziate denunziano al consorzio la quantità dei latticini che hanno raccolto e ricevono poi ordini di spedire ai vari comuni ed enti un dato quantitativo di merce ai prezzi di calmiere. «Qualche ditta – dice la lettera – che ha fatto del commercio clandestino succhiando sangue al popolo consumatore, ha scontato il fio del suo malfatto. Se è a cognizione del senatore Einaudi che qualche ditta compie azioni illecite, me ne faccia denunzia».

 

 

  1. 3.    Il consorzio dei latticini requisisce mensilmente presso i produttori oltre 5.000 quintali di burro a lire 10,20 al kg (e non lire 9,50) che cede ai comuni ed enti al prezzo di lire 11. Per fronteggiare le richieste invernali, viene fatto consumare burro estero e si fabbrica del burro misto con 50% di burro naturale e 50% di burro di cocco che viene ceduto al prezzo di lire 8,50. Il burro misto viene però fabbricato in sempre minor misura e cesserà del tutto fra breve.

 

 

  1. 4.    Il consorzio distribuisce ogni mese, a prezzo di calmiere, 165.000 forme di quartiroli, 42.000 di gorgonzola e 170.000 di formaggi di tipi vari. Il quantitativo di tale merce che possa essere offerta in commercio clandestino è assolutamente minimo. Comunque esso rappresenta da una parte una insaziabile rabbia e avidità di guadagno e dall’altra la dabbenaggine di un grasso consumatore che butta denaro pur di vedere largamente fornita la propria dispensa.

 

 

In due punti successivi il commissario governativo chiarisce l’opera di controllo sulle requisizioni compiuta da ufficiali di finanza alle dipendenze di un commissario non largamente compensato, e precisa in 9.000 quintali la quantità del burro accumulato durante la stagione primaverile e da usarsi nella stagione invernale. Di essi 2.000 quintali sono stati già destinati al consumo. La lettera aggiunge che se tale scorta si fosse messa sul mercato si sarebbero ora ridotte le disponibilità per un sicuro rifornimento di burro, incoraggiando di riverbero il commercio clandestino «che tutti vogliamo e dobbiamo infrenare e colpire».

 

 

La lettera del commissario ai latticini di Milano è scritta da una persona convinta del bene che fa e persuasa che il sistema di controllo è il migliore immaginabile. A me è impossibile seguirlo sul suo terreno. Quando il lattaio non vende il burro o il formaggio fresco al prezzo d’imperio alla ditta consorziata, il commissario parla di azione «illecita», di «succhiamento di sangue al popolo consumatore» e simili. Io, semplice studioso di economia, parlo invece di conseguenze necessarie di una premessa assurda, che è la vendita ad un prezzo arbitrario, il quale può essere uguale, superiore od inferiore ai costi di produzione. Il commissario mi invita a denunciare tali azioni illecite. Io mi limito a constatare la perversione mentale per cui persone zelanti del pubblico bene arrivano a considerare azione illecita quel desiderio di guadagno che è la più potente, la sola causa efficace di diminuzione dei prezzi. Egli ammette come verità pacifica che «tutti» vogliono e debbono infrenare il «commercio clandestino». Io considero deplorevole in sommo grado che vi siano legislatori i quali creano un sistema di vincoli per cui il commercio diventa clandestino e dico che questi legislatori si contradicono apertamente quando da un lato invocano l’aumento della produzione e dall’altro fulminano pene e multe contro i produttori e li svillaneggiano come afflitti da «insaziabile rabbia» di guadagno.

 

 

Finché legislatori e funzionari non saranno guariti da tale malattia mentale per cui usano il linguaggio degli oratori da comizio, non avremo in Italia tranquillità d’animo e spinta a produrre; andremo sempre più indebitandoci e precipitando verso lo squilibrio tra produzione e consumo.

 

 

Il resto della lettera contiene affermazioni di fatto che stanno contro ad altre affermazioni di fatto. Ogni lettore è capace di guardare attorno a sé e di giudicare. In famiglie modeste, curanti della massima economia, procurarsi burro naturale ed olio (non parlo neppure del desiderio di formaggi) è impresa fastidiosa e preoccupante. Bisogna raccomandarsi di qua e di là, e raggranellare la derrata desiderata con mille stenti. A questi fastidi le persone ragionevoli preferiscono pagare provvisoriamente qualche lira in più, anche se questo loro sacrificio dovesse costare la scomparsa di un consorzio che lavora al costo confessato di 0,90 al kg e la disoccupazione di persone profondamente convinte di salvare i consumatori dalla loro «dabbenaggine». Il governo faccia il suo mestiere ed i consumatori provvedano da sé a non lasciarsi defraudare. Sarà meglio per tutti.

 

 

«L’Associazione fra industriali e commercianti in latticini interviene a sua volta nella polemica sulla libertà di commercio per correggere alcuni punti della lettera inviata al «Corriere» dall’on. Murialdi.

 

 

L’associazione contesta l’affermazione del sottosegretario ai consumi che le consultazioni da lui avute nel luglio 1919 con i tecnici dell’industria casearia abbiano condotto alla decisione della disciplina di stato, ma afferma che nel primo colloquio avvenuto a Roma l’on. Murialdi dichiarò che non bisognava parlare di libero commercio, dovendosi tornare al regime statale per ragioni politiche e che egli, come non pratico della materia, chiedeva i consigli dei tecnici sulla possibilità di applicarlo recando i minori danni possibili. Avute le proposte dai tecnici adotta provvedimenti del tutto contrari.

 

 

Un’altra inesattezza del sottosegretario è , secondo l’associazione, quella di non rilevare che nonostante l’afta fortissima dell’inverno 1918-19, pure la produzione del latte e latticini per effetto soltanto della libertà ebbe in aprile, maggio, giugno 1919 un incremento così forte da superare ogni speranza e aspettativa, anche dei tecnici».

 

 

IV

 

Una corrispondenza divertente tra il prefetto di Cuneo ed il comizio agrario di Mondovì

 

Chi voglia avere un’idea di ciò che sono capaci di fare i commissariati governativi degli approvvigionamenti a favore della produzione legga il riassunto che qui sotto si fa di una corrispondenza intervenuta fra il comizio agrario di una importante e progressiva zona agricola piemontese ed il prefetto della provincia.

 

 

Scrive il prefetto:

 

 

«In data 9 dicembre 1919 è stata diramata ai commissari ripartitori delle varie provincie italiane una circolare n. 500, di protocollo n. 178.700, del sottosegretariato agli approvvigionamenti, in cui si comunica come il ministero della guerra abbia messo a disposizione del sottosegretariato circa 100.000 quintali di carrube depositate in Sicilia. Le carrube sono cedibili in blocco e cioè merce alla rinfusa, sia buona sia avariata, a 50 lire il quintale, da ritirarsi a spese e cura dei cessionari dai magazzini siciliani da indicarsi a suo tempo dalla direzione del commissariato di Palermo. I soli enti (comuni, consorzi, cooperative) possono far domanda di acquisto. Il sottosegretariato riunirà le domande e ripartirà la esistenza fra i richiedenti. L’ente acquisitore dovrà anticipare il pagamento con vaglia bancario a favore del sottosegretariato. In seguito l’ente sarà avvisato dalla direzione del commissariato di Palermo dove debba mandare un incaricato a ritirare le carrube. Il sottosegretariato, in vista del numero addirittura trascurabile delle richieste pervenute ed in considerazione che la merce già avariata per la lunga giacenza nei magazzini continuerebbe a subire maggiori e più gravi avarie, interessa i prefetti affinché diano a quanto sopra la massima pubblicità, informandone direttamente gli enti agrari, ecc».

 

 

Il comizio agrario risponde secco secco:

 

 

«La giacenza di ingenti partite di fave e di carrube in Sicilia ci era nota da tempo e la cooperativa agricola di questa città , facendosi promotrice di un acquisto collettivo, aveva impegnato 300 quintali di tali mangimi pel bestiame, che sarebbero stati veramente provvidenziali data la penuria di foraggio nella nostra provincia. Da mesi che tale pratica è stata iniziata, ancora oggi non è conclusa per l’ostruzionismo della burocrazia, la quale certamente protrarrà ancora le cose tanto a lungo che gli allevatori nostri finiranno col rifiutare un prodotto che giungerà loro quando già il nuovo raccolto di foraggio lo renderà meno necessario. Ci sia lecito inoltre far osservare che lo smaltimento dei depositi ingenti di carrube sarà impossibile se non si avrà un qualche serio affidamento di poter regolarmente ritirare la merce. Ed in merito al prezzo non sarebbe fuori luogo far presente al ministero che difficile è acquistare in Sicilia fave e carrube avariate a 50 lire per quintale per portarle in alta Italia e quivi rivenderle ad un prezzo che non sarà certamente molto lontano da quello al quale lo stato requisisce il frumento buono per l’alimentazione umana».

 

 

Fin che queste stesse cose, a migliaia di casi, le raccontano i commercianti, la burocrazia si difende col dire che trattasi di sfoghi di speculatori delusi. Oramai però anche gli enti pubblici sono arcistufi delle malefatte di una amministrazione che da un lato lascia marcire le derrate nei magazzini e non risponde a tempo ai volonterosi acquisitori, e poi manda in giro il 178.700esimo numero di protocollo per prepararsi un alibi in una pretesa mala volontà dell’agricoltura nel fruire delle splendide occasioni offerte dal governo. Tuttavia, mentre si accumulano le prove di incapacità irrimediabile, il governo presenta progetti per la difesa della valuta, con cui tutta la vita del paese sarebbe sottoposta al controllo di questa gente incapace e ben decisa a non andarsene. Mentre da ogni parte dall’estero ci si canta in tutti i toni che nessuno ci darà più un soldo se non diminuiremo le spese pubbliche e non ci rimettiamo al lavoro, nessuno se ne vuol andare, le spese dei bilanci civili crescono e la produzione è lasciata avariare. Mentre i comizi agrari sono costretti a mandar lettere quasi insultanti al governo, questo – a quanto si sente – medita di regolare tutto il commercio dei mangimi per il bestiame! purché vivano e prosperino commissariati, magazzinieri e sottosegretariati, non monta che l’agricoltura vada in rovina. Che gli allevatori non possano dar da mangiare per tempo al bestiame, non importa nulla, pur che i prefetti, invece che a mantenere l’ordine pubblico ed a liberare le campagne dal malandrinaggio imperversante, siano occupati a vender carrube, a concedere licenze o a emanar divieti di trasporto d’olio e simiglianti facezie!

 

 



[1] Con il titolo La realtà degli statolatri ed il consorzio di burro e formaggio [ndr].

[2] Con il titolo Prezzi d’imperio e libertà di commercio. Una lettera dell’on. Murialdi [ndr].

[3] Con il titolo Il commercio dei latticini [ndr].

[4] Con il titolo Carrube avariate e sottosegretari agli approvvigionamenti [ndr].

Torna su